Letteratura

130 anni

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Il Castello
Il Castello

Una figura d’uomo, incorporea come un’ombra, affonda le gambe nella neve, fino al ginocchio ed un po’ più su. Davanti a lui si staglia cupo ed immenso un edificio, un simbolo, un simulacro. Lo sovrasta nella sua marcia pesante e faticosa. Si sente il suo rantolo soffiare tra un fiocco di neve ed un altro. Li scalda con la sua nebbia, ma non li scioglie. Ne devia la discesa, ma non li ferma.  La stanchezza appesantisce ogni piè sospinto.

Attorno ci sono solo diffidenza ed occhi che si allungano nel buio. E quel monolite inarrivabile e muto. Cavo di ogni umanità. Imperturbabile e saturo di oscurità. Lo respinge con lo sguardo delle sue finestre, lo opprime con il suo profilo allungato verso il cielo grigio piombo. E’ l’icona dell’inquietudine, è una minaccia che non si palesa ma che non si può eludere. E’ ovunque.

Franz Kafka (1906)

Con un giorno di ritardo buon compleanno  Franz Kafka a 130 anni dalla sua nascita.

Son destro?

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“E’ che dovrei aggiungere un post”, me lo sento che dovrei, mi sento che dovrei riempire una pagina di sogni e speranze. Ieri un programma radiofonico chiedeva agli ascoltatori di esprimere i loro sogni ed io non me la sono sentita. Erano troppo personali e troppo banali (forse) erano sogni che chiunque poteva covare, erano speranze impersonali quanto sincere. Volevo solo che le persone che mi stanno accanto stessero bene, ma bene sul serio, che mi venisse spontaneo qualche sorriso ogni tanto perché adesso ho qualche ragione per sorridere ma mi manca l’allenamento. Volevo solo essere in grado di abbracciare tutte le persone care in una volta sola e dimostrare quanto significano per me perché mi riesce dannatamente difficile farlo con i fatti e non con le parole. Ma questa magari è una mia paranoia.

Una volta Aldo Busi disse “Se qualcuno ti vuole bene, non lo dice, lo fa” mi sembra un ottimo proposito, se non può essere la realtà.

William S. Burroughs

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Il gatto in noi, 1986
Il gatto in noi, 1986
Miss Nora Von Ibsen
Miss Nora Von Ibsen

The Melvins Lite live @ Bloom Mezzago

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Non può piovere per sempre… ed infatti ha smesso giusto in tempo per permettere a noi altri di affrontare la trasferta in quel di Mezzago senza essere bersagliati dalla pioggia battente. L’occasione era perfetta per spezzare un digiuno francamente avvilente dai concerti dal vivo, i Melvins sono in tour nel nostro paese e qundi ci tocca di vederli per la terza volta! E siamo entusiasti al pensiero di rivedere il faccione di Buzzo e quel ceffo di Dale.

La trasferta è impegnativa e probabilmente qualcuno sta maledicendo se stesso stamattina, eppure come si fa a non voler bene ai ragazzi, come si fa a non accorrere al loro richiamo? A Mezzago si sta bene in maglietta: è una bella serata primaverile, un po’ troppo umida e appena arrivati scorgiamo gli stessi Buzzo e Dale aggirarsi all’esterno del locale, si rifugiano in tutta fretta nel tour-bus e questo è quanto. All’interno la bancarella è deludentissima: qualche t-shirt (pessima) dei Melvins, qualche altra dei Big Business e un manifesto la cui grafica sinceramente è deprimente, del resto i Melvins sono famosi per il pessimo aspetto dei loro CD, perché smentirsi con i volantini? Uno si aspetterebbe di trovare il CD nuovo, se non proprio qualche 7″ raro della Amphetamine Reptile, invece niente, che tristezza.

I Big Business, si rivelano molto migliori di come me li ricordavo… l’inserimento di una chitarra (Scott Martin) e il tempo trascorso devono aver ulteriormente permesso alla sezione ritmica dei Melvins di rendere il suono decisamente più compatto e corposo. Composizioni solide e trascinanti, sostenute da un batterista (Coady Willis)  di tutto rispetto, autore di una prestazione sicuramente di rilievo, seguito dallo sbraitare di Jared Warren che sembra un novello boscaiolo particolarmente ilare. E poi tocca a loro…

Una testata Sunn 0))) model T sovrasta due casse Orange nella postazione di Buzzo e lascia presagire delizie future. Un campanaccio molto artigianale fa la sua figura sulla batteria di Dale e rafforza tale impressione, quando poi Trevor Dunn si presenta sul palco con un contrabbasso classicamente inteso, penso che ci sia stata l’assoluta certezza che sarebbe stato un gran concerto. Introdotti da una fastidiosissima divagazione noise sui colpi di tosse che fungono da introduzione a “Sweet Leaf” dei ‘Sabbath (sarà una intro casuale nell’anno del ritorno?) che viene poi lasciata scorrere mentre i musicisti si preparano, ecco i nostri eroi guadagnare il palco! Buzzo ha il solito improponibile faudal (grembiule in piemontese), l’immancabile ventilatore e la fida chitarrina di stagnola. Trevor invece sembra l’ultimo dei nerd con tanto di camicia a maniche corte cravattata e occhiali con nastro adesivo bianco. Non può mancare all’appello Dale con una maglietta che sembra una versione marcia delle divise dei Beatles di Sgt. Peppers! Ci siamo tutti ed andiamo ad incominciare.

Un set basato abbastanza sull’ultimo “Freak Puke”, vista anche la presenza di Dunn, che suona il contrabbasso veramente alla grande, senza alcun problema di suono che, anzi, riulta davvero caldo e corposo perfettamente contrapposto alle sonorità di Buzzo che, questa volta, appaiono più fredde del solito (a volte il Les Paul black beauty ci manca)… la batteria di Dale invece è microfonata benissimo ed ogni suo tocco sembra uno sparo al cuore… intenso e furente come solo lui sa essere. Tra le altre come non ricordare l’immancabile “Hooch”, la nuova “Mr. rip off” o la cover di Mc Cartney “Let me roll it”, tanto per citarne tre. Il pubblico è abbastanza movimentato e qualche spintarella arriva anche a noi, ma in mezzo c’è un bel pit e non manca anche un episodio di crowd surfing come ai bei vecchi tempi. Da bassista ho apprezzato molto il lavoro di Dunn, che poi era la novità principale per quel che mi riguarda, e anche il suo assolo terminato con la sfruttatissima “Somewhere over the rainbow” (vi perdono solo perchè siete voi e non sapete nulla della sfrangiata di maroni della tim) è stato assolutamente convincente ed un ottimo preludio alla parte finale nella quale Coady raggiunge Dale per una bella mitragliata con due batterie.

Buzzo è il solito vocione imperioso, solenne e grandioso sotto ad una cascata di capelli grigi che esplodono sul capo, il fido ventilatore che li mantiene vaporosi e la chitarra che manda suoni potenti e a volte striduli, scuote la testa, si avvicina furtivo al microfono a volte per cantare ed a volte no. Dale, come accennato in precedenza, gode di suoni veramente ottimi stasera e, nonostante il caldo che fa sudare tutti quanti, sfodera ancora una volta una prestazione riuscita e potente, lanciando tuoni a destra e a manca, insomma: trent’anni dopo sono ancora qua ed è fantastico pensare che abbiano ancora tanta benzina da bruciare, tanta voglia di esibirsi e di confrontarsi con pubblico e strumentisti nuovi. Il concerto passa in un soffio, considerata anche la fame di concerti che avevamo, ci sembra che arrivi anche troppo in fretta  la fine incorniciata da un bel pezzo bluegrass che fa quasi venire in mente il Boars Nest.

Le foto, vista anche la movimentata audience, sono quel che sono ma tanto per inventario eccovele:

The Melvins Lite   Live @ Bloom Mezzago
The Melvins Lite Live @ Bloom Mezzago
The Melvins Lite   Live @ Bloom Mezzago
The Melvins Lite Live @ Bloom Mezzago
The Melvins Lite   Live @ Bloom Mezzago
The Melvins Lite Live @ Bloom Mezzago
The Melvins Lite   Live @ Bloom Mezzago
The Melvins Lite Live @ Bloom Mezzago

Giornata mondiale della poesia

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Non crediate, nemmeno per un momento, che le ricorrenze abbiano una qualche importanza. La poesia è sempre stata qui, è sempre stata dentro di me e dentro di voi, basta saperla leggere, basta accoglierla in noi con un gesto di femminile amorevole cura. Farsi investire dalle parole e penetrare da esse, non ridurle ad un freddo susseguirsi di simboli tipografici, per quanto pieni di fascino. La poesia va oltre le parole, oltre le persone, oltre il tempo… è un linguaggio al di sopra del linguaggio, una mano che stringe e riscalda l’anima. Se credete alle coincidenze, oggi mi è venuta sotto mano questa: l’autore è Dylan Thomas poeta gallese, terra alla quale sono molto legato.

QUI IN PRIMAVERA 

Qui in primavera,le stelle navigano il vuoto;
Qui nell'inverno ornamentale
Il nudo cielo viene giu' a rovesci ;
L'estate seppellisce l'uccello nato in primavera.
I simboli provengono dal lento costeggiare dell'anno.
Le rive di quattro stagioni,
Fuochi di tre stagioni insegnano in autunno
E note di quattro uccelli.

Dovrei distinguere l'estate dagli alberi, i vermi,
se lo fanno,narrano le tempeste dell'inverno
o il funerale del sole ;
Dovrei imparare la primavera dal canto del cuculo
e la lumaca mi dovrebbe imparare distruzione.
Un verme racconta l'estate meglio dell'orologio,
la lumaca e' un vivente calendario di giorni ;
che cosa mi dira' se un insetto senza tempo 
dice che il mondo lentamente si consuma ?

Statua di Dylan Thomas a Swansea

Alla memoria del poeta (che non è mai riuscito a terminare un libretto d’opera per lui) Igor Stravinskij ha dedicato questa:

 

Letteratura e cinematografia: una relazione impossibile!?

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Pizza cinematografica?
Pizza cinematografica?

Libri o cinema, cinema o libri? In una vecchia barzelletta piemontese c’era una volta una trappola per topi costituita da un seghetto con, alle estremità, poste una mela ed una pera. Colto da indecisione estrema, l’ingenuo roditore, una volta posizionato il suo esile collo sul seghetto, finirà per  segarsi automaticamente la carotide guardando alternativamente l’uno o l’altro frutto! Con la letteratura ed il cinema per quanto mi riguarda potrebbe essere tranquillamente la fine che farei io, visto che amo profondamente entrambi, scegliere diventa difficile.

O lasagna letteraria?
O lasagna letteraria?

Quando poi da un libro si trae un film è una tragedia per me. Potrei darvi un consiglio: nel dubbio mettetevi sotto con la lettura. Di solito il libro è meglio, ma richiede impegno e tempo. Il film è veloce, facile e si adatta al mercato, soprattutto se fatto senza troppo rispetto per l’originale letterario. Di esempi ce ne sono a volontà, il primo che mi viene in mente è il famoso “Trainspotting” che, benché lo stesso Welsh abbia collaborato alle riprese, sembra quasi un’altra storia tali e tante sono le variazioni di trama. Tutt’ora non ne capisco il motivo… è chiaro che, dovendo far stare tutto in un paio d’ore, occorra adattare lo scritto, ma perché stravolgerlo? Se i tagli sembrano essere necessari, come la mettiamo quando si introducono cose nemmeno accennate nel testo? Peggio di tutto è quando il racconto è a carattere biografico e si cambiano gli avvenimenti… ma se lo scopo del film è raccontare la vita e le esperienze di una persona, come mai poi le si cambiano a piacimento? Un conto è farlo con un’opera di fantasia (che già non ha molto senso ma soprassediamo) ma con avvenimenti reali è completamente senza senso. Se siete dei sentimentaloni, come il sottoscritto, e vi innamorate non solo di ogni personaggio, ma quasi di ogni paragrafo di un libro, spesso vederli trasposti da cellulosa a celluloide diventa un cataclisma.

E non saprei nemmeno se consigliare di leggere prima il libro o vedere prima il film… sembrano entrambe scelte azzardate: nel primo caso sicuramente si viene a contatto con la storia per quella che è, senza adattamenti, eppure la visone del film perde un po’ di senso e facilmente se ne esce schifati. Nel secondo si rischia di rovinarsi la lettura successiva, a meno che il film non serva a farci conoscere certi autori, allora questo percorso acquista un qualche senso. Probabilmente la cosa migliore sarebbe scrivere sempre delle sceneggiature nate per essere esclusivamente dei film ma, in un periodo in cui lo sbocciare di rifacimenti su rifacimenti sembra dirla lunga sulla scarsa creatività residua degli sceneggiatori, probabilmente è chiedere davvero troppo. Fortunatamente almeno pare che il rapporto sia molto migliore (e meno conflittuale) tra la musica e la cinematografia, altrimenti davvero sarebbe stata una partita impossibile da giocare.

Stanley Kubrick
Stanley Kubrick

Non che sia tutto così nero l’orizzonte, ma occorre essere dei geni. Occorre essere Stanley Kubrick! Uno dei pochi registi  in grado non solo di produrre pietre miliari per ogni genere (“Shining” per i thriller, “Full Metal Jacket” per i film di guerra, “Barry Lyndon” per quelli storici e così via…), ma anche di far rivaleggiare la sua arte con la letteratura e, nel caso del citato Lyndon, addirittura con la pittura. Nel caso di “2001 Odissea nello spazio” il romanzo si sviluppò addirittura parallelamente alla sceneggiatura, con una stretta collaborazione fra il regista e lo scrittore Arthur C. Clarke: credo che sia uno splendido esempio di come sia possibile un connubio fra i due mezzi espressivi. Va detto che, comunque, anche un grande come lui sceglieva scritti che riteneva non brillantissimi, proprio per non fare l’errore di confrontarsi con dei capolavori, sapendo benissimo che si trattava di una battaglia persa in partenza. Occorrerebbe comunque un maggiore rispetto ed un rinnovato impegno nel trattare una materia così delicata.

[youtube http://www.youtube.com/watch?v=q3oHmVhviO8]

Push the sky away

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Nick Cave and the Bad Seeds: Push The Sky Away
Nick Cave and the Bad Seeds 2013

Era da qualche post che non si parlava di musica su queste pagine fatte di pixel. Una specie di turbine avvolge, scuote e stritola l’ambiente attorno: un vortice fatto di inquietudine e di incertezza. Ogni volta che sinistre ombre appaiono sull’uscio di casa, ogni volta che minacciose promesse di malessere si affacciano oppure si ha l’ennesima conferma della fragilità della ingestibilità della nostra condizione, l’istinto spinge a guardarsi attorno e una delle poche cose che sembra sempre salvare tutto: è quella forza che ci spinge ad esprimerci, quella forza che rappresenterà sempre la salvezza del genere umano, stiamo parlando dell’Arte. Di cos’altro?

Ci speravo in questo disco di Nick Cave e dei suoi compagni, ci speravo nonostante l’ultimo lavoro sapesse troppo di scarti dei Grinderman, nonostante i passaggi a vuoto e la perdita di un altro tassello fondamentale (Blixa Bargeld è ormai lontanissimo all’orizzonte) nell’ ensamble dei semi cattivi: il polistrumentista Mick Harvey. Ci speravo ed il Re Inchiostro non ha voluto lasciare me (e nemmeno i molti fan che lo seguono fedelmente) con l’amaro in bocca.

Nick Cave and the Bad Seeds: "Push The Sky Away"
Nick Cave and the Bad Seeds: “Push The Sky Away”

Uno dei più letterari autori di musica che abbia mai calcato le scene ritorna con un disco etereo e finalmente ispirato. Lasciate al passato (e ai Grinderman) le distorte sfuriate figlie degli Stooges, si richiude su se stesso: in una camera piena di candida luce con la splendida compagna Susie Bick ed ascolta il silenzio fra le note più che le note stesse. Raramente le copertine interpretano così bene il contenuto musicale. Lampi elettrici sommessi scuotono le composizioni che respirano aria fresca  che filtra dalle finestre, con Warren Ellis che annuisce in un angolo distante. Una sorta di viaggio al termine della notte: il disco abita quei pochi minuti prima che il sole sorga. E non è un alba da maledire, è un alba da osservare in silenzio, come all’ assenza di suono sembra anelare la title track posta alla fine. Senza sapere cosa venga poi. Senza che questo abbia comunque una qualche importanza.

Perché il momento è adesso, perché la luce sta per svelare il mistero conficcato a forza nel buio, perché noi sappiamo chi sei, sappiamo dove vivi, sappiamo che non c’è modo di perdonare. Il morbido accenno sonoro colmo di intenzione permea “We no who U R”, gli spigoli nel buio di “Wide lovely eyes”, il mondo in caduta di “Waters edge”, l’anima compromessa di “Jubilee street” e della sua percussiva prosecuzione, il mare oscuro e redento di “Mermaids”, il cuore a quattro corde che pulsa in “We real cool”, l’accenno di maledizione in “Higgs boson blues”.

Vi ho detto tutto: ora scopritelo da voi. Mettetevi in gioco, come lo ha fatto lui, affrontate la luce armati solo della notte che è appena trascorsa, sceglietevi un cantuccio comodo e protettivo, perdete l’anima per voi stessi: vi accorgerete che vi ha seguito tutto il tempo senza farsi vedere come un cane che ha fame di ciò che siete.

[youtube http://www.youtube.com/watch?v=5Ts8k9aGMok]

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Notizia scoperta per caso, non ne sapevo nulla… e non ho parole!

Orgoglio italiano!

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Che io non ami particolarmente la musica italiana è cosa risaputa. Che non possa soffrire argomenti triti e ritriti, arrangiamenti e musica stucchevoli è addirittura palese, per non giungere a parlare di quell’ignobile baraccone che è Sanremo che, se fosse possibile, mi rifiuterei categoricamente di finanziare col mio sudatissimo canone… eppure questi fenomeni sussistono e sono (temo) impossibili da deradicare nemmeno con la violenza intellettuale o fisica che sia.

Se penso al panorama italico mi assale un gran sconforto, non come metallaro, ma proprio come amante della musica! Mi sembra di essere senza speranza. Sarà pur vero che ho passato un anno della mia vita a consumare i primi tre dischi (più due dischi dal vivo) dei Litfiba, trovandoli tra le cose migliori mai prodotte nel nostro paese, almeno a livello di fenomeno giovanile. Poi ad un livello di nicchia c’è da dire che l’Italia può vantare un vasto e rilevante movimento progressive rock negli anni ’70 la cui punta di diamante è (almeno a livello di popolarità anche e soprattutto extra-italica) la (gloriosa) Premiata Forneria Marconi PFM, senza però dimenticare gruppi come Area (ammesso che si possano definire progressive), Le Orme, il primo Battiato e, quelli che personalmente preferisco, ovvero una sorta di ‘Sabbath italiani, i Balletto Di Bronzo. Maggiormente di nicchia è poi, negli anni ottanta, il movimento hardcore nell’ambito del quale l’Italia ha recitato un ruolo di primaria importanza nell’ambito del punk internazionale tramite gruppi come Negazione, Nerorgasmo, Upset Noise, Fall Out, Wretched, I Refuse It e Stige, solo per citarne alcuni.

Però ciò che ha risollevato a livello popolare la musica italiana, a mio parere, sono senza dubbio i cantautori, di seguito una fredda lista dei miei preferiti (ovviamente l’ordine non conta):

– Fabrizio De Andrè: Difficile aggiungere la propria voce al coro che accompagna, lodandolo, quello che, a tutti gli effetti, rimane un poeta ispiratissimo dal raffinato gusto musicale, i cui testi  non possono non imprimersi a fuoco nella memoria di chi li ascolta. Non aggiungerò parola, salvo dire che tra tutti, il suo disco che amo di più è uno di quelli meno citati, il suo lavoro “Tutti morimmo a stento” (cantata in si minore per solo, coro ed orchestra, del 1968). Un disco cupo, iper arrangiato, che sembra affossare ogni speranza anche quando propone scorci che sembrano assomigliare più a quadri impressionistici che a una canzone vera e propria come nel caso di quel brano che mi permetto umilmente di proporre, un brano che letteralmente mi squarcia in due…

– Paolo Conte: Astigiano, proviene dalla mia regione di adozione ed è un musicista e compositore sopraffino, al punto che quando venne dalle mie parti stregò letteralmente me e la mia famiglia (alla quale avevo pagato l’ingresso senza battere ciglio) con un concerto sublime sia dal punto della presenza scenica (un carisma unico!) che, ovviamente, da quello musicale ed interpretativo. Tuttavia quello che mi conquista sul serio del cantautore è il fatto che mi sembra di parlare con mio nonno… di sentire le storie di appena dopo la guerra, come testimoniano tanti testi da “Topolino amaranto” a “Genova per noi” dove sembra proprio descrivere l’inquietudine di un astigiano che, magari già in età avanzata, veda il mare per la prima volta.

– Francesco Guccini: Dell’emiliano ammiro il lato rustico ed anche la lucidità che ha nell’affronatare certi temi come la contestazione giovanile -“Eskimo”- oppure l’occupazione della Cecoslovacchia -la bellissima “Primavera di Praga”- o anche solo il tempo che passa -la tristissima “Compleanno”-. Poi, oltre a questo, ha scritto una canzone su di me:

– Franco Battiato: Ci ho messo un bel pezzo ad apprezzare il siciliano… alla partenza piuttosto sperimentale, per diventare sottile e ispirato cantautore negli anni ’80, fino alla attuale aristocrazia intellettuale. Canzoni, anche quelle sentimentali, come possono essere “La stagione dell’amore”, “E ti vengo a cercare” o “La cura”, che sono tutto tranne che banali o compiacenti nei confronti del pubblico. Come tacere poi delle suggestioni di “Summer on a solitary beach” o del richiamo di “Patriots” o di “Povera Patria”? Quello che ho scelto tuttavia è qualcosa di ancora diverso:

– Luigi Tenco: Quello che mi ha colpito immediatamente dell’artista ligure si può riassumere con un termine solo, dalle mille sfaccettature, ovvero: sensibilità… nelle musiche e nelle liriche, la sua opera ne è intrisa oltre ogni dire… difficile dire se poi l’abbia reso fragile al punto da fargli porre fine alla sua stessa vita…

Solitudine: postille d’autore

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“Era inutile cercare di liberarsi della propria solitudine. Bisognava tenersela per tutta la vita. Solo a volte, a volte, l’abisso si sarebbe colmato. A volte! Ma bisognava aspettare quelle volte. Accetta la tua solitudine e tienitela tutta la vita. E poi accetta le volte in cui l’abisso si colma, quando vengono. Ma devono venire da sé. Non le si può costringere”.

David Herbert Lawrence