Mostre

Condoglianze

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Mentre Robin Williams moriva, i due personaggi spesso protagonisti di questo blog erano impegnati in un breve road-trip in Svizzera in memoria di HR Giger, morto anch’egli il 12/05/2014. A volte si vedono semplicemente uomini straordinari scomparire, uno dietro l’altro, e si finisce per pensare che una cappa plumbea stia invadendo il cielo.

Esattamente la stessa cappa che ci avvolge dilavando le nostre spoglie mortali quando arriviamo a Chur (Coira), la cittadina elvetica che diede i natali al pittore visionario il 5 febbraio 1940. Dopo aver lasciato alle spalle le tetre acque del lago di Como che paiono voler inghiottire una parte di ognuno di noi nel loro abisso insondabile, aver attraversato la Val Chiavenna ed aver deciso di scegliere Montespluga come prossima località in cui abitare, scolliniamo in Svizzera dove ci attende la cittadina, tutto sommato anonima, dove si trova il Giger bar.

Quello giapponese fu chiuso anni fa perché frequentato dalla Yakuza e teatro di un omicidio. Quello che visitiamo noi – e che facciamo una gran fatica a trovare, nonostante il torso gigeriano che incontriamo nel centro cittadino- è assai deludente e decisamente sottotono. Si trova in un centro commerciale fuori città, dimesso e triste nella sua ubicazione. Fuori c’è solo la porta disegnata dall’artista, dentro sembra puzzare di plastica e trascina pigro la sua vita da bar, per giunta senza i classici vecchietti che bestemmiano giocando a scopone. Non c’è quasi nessuno. E non ci stiamo molto neppure noi: l’arredamento decisamente non fa il locale. Al rientro all’albergo abbiamo dei problemi con la carta di credito ad appesantire il malconcio umore che ci pervade in quei primi momenti del viaggio. Non sta andando troppo bene.

Giger Bar Chur
Giger Bar Chur

Tuttavia la mattina seguente ci lasciamo tutto alle spalle. A chi ci dava dei pazzi a voler fare le vacanze in Svizzera posso solo dire che ovunque decidessimo di andare c’era talmente tanta bellezza nei paesaggi elvetici da zittire chiunque. La maestosità delle montagne, dei boschi, dei prati e dei laghi non ha praticamente eguali: ad ogni cambio di direzione c’è di che restare estasiati. Il secondo giorno giorno è una tappa intermedia passando per Lucerna ed Interlaken (con “Morbid tales” in sottofondo chiaramente).

 

Da ricordare il pranzo a base di mirtilli e lamponi nella prima e il panorama mozzafiato nella seconda (il massiccio dello Jungfrau-Aletsch-Bietschhorn!)… reminescenze medioevali ed invasioni arabe. Troviamo, a sera, un hotel al di fuori del tragitto, nel quale la gentilezza materna della signora che lo gestisce riesce miracolosamente a farmi dimenticare l’inclinazione alla caccia testimoniata dalle pareti del posto. Ancora adesso mi chiedo come ho fatto, poi ripenso al gatto del ristorante alla fantastica cena vegetariana e alla ancora più clamorosa colazione del giorno dopo ed individuo i miei punti deboli.

Massiccio Jungfrau-Aletsch-Bietschhorn
Massiccio Jungfrau-Aletsch-Bietschhorn

Comunque il mattino arriva dopo una nottata crivellata dalla pioggia battente della notte. E ci muoviamo, con un meteo incerto, verso Gruyeres. Quando arriviamo l’acqua viene giù talmente forte che non ci lascia uscire dall’auto. Rimaniamo nel parcheggio del castello diversi minuti ad ascoltare, chissà perché, i Negazione. Alla fine affrontiamo la bestia. E veniamo ripagati dello sconforto della prima giornata. Il museo risponde in pieno alle nostre aspettative ed è difficile parlarne tali e tante sono le opere che trovano dimora qui. In quelle stanze i quadri sembrano inghiottire lo spettatore con tutti i dettagli e la maniacalità del loro creatore. Sono sicuro che siamo riusciti a portare le nostre condoglianze al visionario elvetico emozionandoci davanti alle sue opere, ammirandone, finalmente di persona, gli sforzi e la bravura.

Per quanto inquietante, trasgressivo, perverso e visionario possa essere il contenuto, c’è della bellezza tra quelle mura, ce n’è tanta. Ed anche  nell’artista che vedeva oltre la realtà e le limitazioni. Grazie Herr Giger.

HR Giger Musem
HR Giger Musem
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Mentre facevo altro

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Mentre facevo altro il blog è rimasto abbandonato a se stesso. Il turbinio di avvenimenti mi impedisce di produrre con la frequenza che ero stato in grado di tenere in passato. Sarà che sono concentrato su altre cose. Sarà che scrivere ultimamente sta diventando difficile, vista la pigrizia e forse anche la stanchezza, ma soprattutto la mancanza di ispirazione.

Semplicemente arrivo piuttosto muto a fine serata. Quanto segue vuole dunque essere un freddo elenco di cose che hanno destato la mia attenzione, nell’ultimo periodo.

1. Il panorama musicale non offre nessuna esibizione degna di interesse, almeno tra i confini nazionali, almeno per quelli che sono i miei gusti. Che desolazione!

2. Due. Due bevande che hanno attirato la mia attenzione ultimamente:

Rochefort 10: Estasi di birra. Io sono (vedi seguito) un grande estimatore del luppolo e della birra amara, ma questa mi ha proprio conquistato al primo sorso: bilanciata, rotonda e carezzevole, proprio una birra eccelsa. Grazie a i monaci trappisti, vi voglio bene.

Rochefort 10
Rochefort 10

My Antonia: una birra nata dalla collaborazione di due mastri birrai uno italiano ed uno statunitense e dedicata alla nonna di origine italiana di quest’ultimo. Da qui in poi mi sono innamorato del luppolo: satz, cascade, amarillo… tutti i tipi. Adoro il luppolo, che si sappia. Al punto di aver scovato anche un the che lo annovera tra i suoi ingredienti. Qui il luppolo la fa da padrone, una birra unica e amarissima, per me indimenticabile, anche se di fatto inabbinabile al cibo, troppo persistente l’aroma. Ma va presa così: a se stante, non v’è altro modo… pretende attenzione ma regala emozione!

My antonia
My antonia

3. Tre. Tre mostre ma molti più autori: Kandinskij, Klimt ed i Preraffaelliti a Torino. Finora ho visto solo il russo, che tra l’altro è stato uno tra i primi a cui io mi sia affezionato, ma Klimt sarà senz’altro una bella rimpatriata avendo speso tre giorni solo a girare tra i musei di Vienna, anni fa, mentre per i Preraffaelliti, sarà la prima volta che ci vedremo dal vivo, essendoci già a lungo studiati a vicenda sui libri.

4. C’è stato un altro record store day nel frattempo. Ammetto, quasi con la coda tra le gambe, che ormai metto sempre meno piede nei negozi di dischi, eppure non potevo farmi scappare le ristampe di “An ideal for living” dei Joy division e di “Luna/la preda” dei Litfiba… una volta erano un bel gruppo di new wave, del presente e dell’ignoranza della gente non mi curo.

V come Von Trier, V come vuoto

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Nymphomaniac nella metropolitana di Milano
Nymphomaniac nella metropolitana di Milano

Stai andando a vedere una mostra di Kandinskij e ad un tratto ti ritrovi lì, spiattellato bellamente davanti agli occhi il cartellone di un film che, a un certo punto, non pensavi nemmeno di poter vedere. Dov’è la fregatura? Dal non trovare lo straccio di un distributore a finire in cartelloni alle fermate della metro, non me la date a bere.

E in fine la spiegazione arriva in una frase, bianco su nero all’inizio del film, che avverte che il film è stato rimaneggiato e che lo stesso Von Trier non ha avuto voce in capitolo. Che tristezza. Cose del genere rendono tristi, rendono amara la visione di un film. Almeno una volta li vietavano ai 18 anni e finiva lì. Adesso li tagliano come gli pare. Nynphomaniac, come buona parte dei film di Von Trier, non sono comunque adatti ai minori. Devi avere almeno un po’ di dimestichezza con l’angoscia che non si addice a chi dovrebbe sprizzare di vita e non sentirsi schiacciare dal vuoto opprimente che si nasconde tra le sue pieghe. Invece Nymphomanic non mi risulta sia stato vietato anche se, per una volta, avrebbe senso farlo a prescindere dal tema trattato. Non ci vedrei nulla di male. Invece ci vedo molto di male in quella maledetta scritta iniziale. Ma del resto noi siamo quelli delle mutande a Michelangelo perché illudersi che possano cambiare le cose, dopotutto?

Con quella sensazione più amara della fiele in bocca inizia il film. Fortunatamente riesco a dimenticarmela col proposito di acquistare il DVD appena esce, sperando che non abbiano tagliato anche quello. Magari tra qualche anno (almeno una ventina, direi) la versione originale verrà proposta con grande enfasi. Evviva.

Lo schermo nero attrae l’attenzione verso i suoni “ambientali” della pioggia che cade, dei rumori di fondo, solo pochi, interminabili secondi: il nero è tornato, l’assenza è qui, il vuoto avvolge ogni cosa, subito dopo l’esplosione della terra di Melancholia. E poi arrivano i muri rossi di mattoni, i movimenti claustrofobici, il cielo che fa capolino scuro come la pece, presente in pochi frammenti. La telecamera cerca, la telecamera scruta, la telecamera si sposta tra i muri. La telecamera penetra un pertugio oscuro nel muro, il presagio è fin troppo evidente. Poi, solo dopo, scova Joe. Tumefatta e ferita a terra.

Quello che segue sono solo mie riflessioni. Il vero protagonista di molti film di Von Trier è il vuoto, l’assenza di una ragione plausibile, di una spiegazione, di un qualsivoglia senso. Scordatevi l’amore, scordatevi il senso. Scordatevi una delle poche cose che potrebbero far acquisire un senso alla vita. Perchè la madre di Antichrist impazzisce e lascia morire il figlio? Come mai Melancholia brama la terra e la sposa sembra impazzire? Cosa fa di Joe una ninfomane? Sono domande senza risposta. Non solo: la matematica più astratta porta all’oblio, la musica più sublime converge verso il nulla, ogni cosa tende al caos. Il caos regna come diceva la volpe.

E non è un caos calmo. E un caos che conduce al niente, un caos che arriva ad implodere e a lasciare il nulla come una tetra coltre su ogni cosa. Ineludibile. Angosciosa come un abisso che continua a fissare il tuo abisso.

Per questo Von Trier è un regista sadico e chissà se ha mantenuto il sorriso sardonico che aveva alla fine dei suoi commenti finali in “The kingdom”. Fa male, ma fa anche riflettere. Dopo ogni suo film la mente diventa un focolaio che si agita e propaga infezioni dell’anima. Del resto seguendo pazienti sani non si impara nulla. Anzi ci sono dottori che si fanno trapiantare un fegato malato pur di poterlo studiare. I suoi fan lo sanno. E non sono necessariamente masochisti, forse vogliono solo scoprire cose che nemmeno riescono a confessare a loro stessi.

Due brani della colonna sonora sembrano suggerire uno stretto collegamento tra Von Trier, Lynch e Kubrick. Rammstein e Shostakovich. La connessione è forte. Kubrick è il pieno, il controllo, la necessità di avere ogni singolo particolare studiato a livello maniacale per costruire una visone immortale, qualcosa di megalitico, di ineluttabile, di magnificamente imponente. Von Trier è il vuoto, è l’agente dell’assenza e del caos, in lui il controllo si abbatte sul film ma solo per condurre verso il silenzio concettuale più cupo. E Lynch è la dimensione onirica, anche in lui si avverte pesante l’assenza di senso, ma è la stessa assenza di senso che avrebbe un sogno, che potrebbe (ma non è detto che lo faccia) svanire in un senso di inquietudine al mattino, ovvero alla fine del film. Lasciandoti lì a vita a fare congetture, per altro inutili.

Shostakovich è lì che ti fissa beffardo da dietro al suo Waltz no.2, che sia la colonna sonora di un ballo vorticoso o quella del ballo solitario di una giovane donna impegnata a farsi beffe dell’amore e della sacralità di cui è falsamente (il più delle volte) investita la sua componente fisica. E i Rammstein che, accidenti a loro, ho sempre considerato dei beceri tamarri teutonici invece, visti i personaggi che li hanno chiamati in causa, avranno pure qualcosa da dire, oltre ad essermisi piazzati in testa per i due giorni successivi. Argh.

We missed you hissed the lovecats…

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25 Aprile: partigiani sfilano per le strade di Milano

E quest’ anno mi sono perso il post per il venticinqueaprile, una delle poche feste che io mi senta ancora di festeggiare… mi sono perso qualche giorno nel quale stare davanti al PC e scrivere su queste pagine.

Meglio così: ultimamente l’ispirazione latita. Ho sentito il nuovo “singolo” dei Black Sabbath e non mi ha deluso molto: è già un gran risultato. Peccato per la produzione, signor Rubin, mi spiace ma, anche se ha fatto un buon lavoro facendo passare per ascoltabile il biascicare di Ozzy, il suono della chitarra del riffmaster non mi piace proprio… suona decisamente troppo pulito e moderno! Non si sente affatto la puzza di valvole, al punto che sembra di più una canzone degli Heaven And Hell che dei Black Sabbath, non so se mi spiego. Comunque i tempi sono proprio andati ed è già una vittoria che la canzone non sia un obbrobrio inascoltabile!

Andy Warhol ed io
Andy Warhol ed io

Ho guadagnato quattro giorni a zonzo lontano da casa e una visita al museo del 900 a Milano, sulle stesse vie percorse, a suo tempo, dai personaggi immortalati nella fotografia di cui sopra. Alcune opere le avevo già viste alla defunta CIMAC, però bisogna dire che, in ambito museale, credo che il museo del 900 offra il miglior rapporto qualità/prezzo possibile, avendoci passato dentro tre ore e mezza filate, senza soffermarmi sulle opere in maniera ossessiva, come mi è capitato di fare in passato. C’è veramente una collezione invidiabile ed affascinante, sempre se vi piace il periodo. Io sono rimasto maggiormente impressionato da Boccioni, Fontana (la sala dedicata è spettacolare!) e Modigliani, dal gruppo degli opticals e dell’arte povera, ma anche dai meno conosciuti Luigi Russolo o Emilio Scanavino. Poi c’erano anche, nella sezione mostre temporanee, alcune opere di Andy Warhol, che non guasta affatto… nonostante non mi faccia impazzire.

Schema originale di un Intonarumori di Luigi Russolo

Parlando di Russolo poi ho fatto una scoperta interessante: costui, pittore e futurista, fu colui che, firmato il manifesto “l’arte dei rumori”,  concepì per primo l’ idea di “noise music” e non si limitò a questo: inventò anche uno strumento denominato intonarumori: un apparecchio meccanico capace di sviluppare diverse tipologie di rumore che poi andranno sotto al nome di musica futuristica. Ovviamente più di un personaggio di mia conoscenza gli deve qualcosa…

Poi ci si risveglia al lunedì con una settimana che incomincia all’orizzonte, la pioggia che martella il suolo (e che io ringrazio altrimenti a quest’ora schiatterei già dal caldo) e una sensazione strana: come se ti mancasse qualcosa… ah e la voglia di ascoltare i Cure.

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Body Worlds: anatomia o spettacolo?

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Body Words: I giocatori di poker
Body Words: I giocatori di poker

Ebbene sì: dopo anni di Carcass, Autopsy e Cannibal Corpse, vendiamo la nostra anima all’ hype e andiamo a vedere questo Body Worlds! Credo che, visto il successo, bene o male, ogni lettore abbia una mezza idea di cosa si tratta… si tratta di una mostra di cadaveri trattati in modo che non possano decomporsi (in effetti manca la componente olfattiva tipo “Reek Of Putrefaction”!) veicolando resine plastiche all’interno delle cellule umane.

I corpi sono stati donati volontariamente al progetto a scopo divulgativo, soprattutto dal punto di vista anatomico, e quando si eleva l’obiezione che comunque esistono i modelli, la risposta classica che si riceve è che ogni corpo è diverso, con le sue peculiarità… e va bene.

Personalmente, nonostante le ambigue frequentazioni musicali di cui sopra, avevo più di una remora prima di andare a vedere la mostra. Anche se i corpi sono stati donati spontaneamente all’inventore della tecnica, avvertivo il disagio di “spiare” all’interno del corpo di un altro essere umano, una cosa che va anche oltre la pornografia probabilmente. Mi sembrava una sorta di curiosità morbosa e andare alla mostra sarebbe stato anche un modo di verificare le mie reazioni a riguardo… queste ultime mi incuriosivano forse più della mostra in se stessa, ma tant’è.

Comunque ci si presenta verso le tre del pomeriggio alla fabbrica del vapore, nelle vicinanze -ironia della sorte- del cimitero monumentale, e la coda arriva già alla metà del cortile interno indisponendomi un minimo, visto che contavo sul fatto che, essendo aperta già da tempo, il flusso dei visitatori fosse scemato: nemmeno per idea. Davanti a me, un simpatico gruppo di ragazzine, una delle quali è appena riuscita a sborsare 120€ per un paio di anfibi, mi lascia piuttosto indifferente, tuttavia se sporgo la testa in avanti riesco a vedere che in fila c’è anche l’allegro Faso di Elio e le Storie Tese, con la sua famiglia al seguito. Non ritengo cortese importunarlo e meno che mai presentarmi come bassista al cospetto di cotanto musicista, che usa uno strumento con ben due corde più del mio!

Dopo circa un’ora, guadagno l’entrata ed inizio il mio giro, accorgendomi da subito che sarà difficile riuscire a visitare tranquillamente l’esposizione a causa del numero di persone che affollano gli ambienti: non che siano invivibili ma un tantino scomodi, questo sì. Se si considera poi che lo sciame dei ragazzini entusiasti finisce per avvolgerti in un “caldo” abbraccio ogni volta che approcci una teca, forse si riesce a rendere l’idea del clima. Rinuncio da subito a leggere per filo e per segno le didascalie e mi muovo circospetto con movimenti inversamente proporzionali a quelli dell’agglomerato umano, tentando un approccio meno stressante alla mostra. Operazione che non fallisce del tutto ma nemmeno riesce: pazienza.

Le mie reazioni sono sotto monitoraggio e la sensazione che prevale, alla fine, è l’indifferenza, lo devo dire. Alcune cose mi disgustano (tipo un’aorta aperta e messa lì), altre mi interessano (come i plastinati che mostrano il corpo durante certe attività fisiche tipo il basket o il tiro con l’arco) o mi incuriosiscono (i vari organi attaccati dalle malattie, le protesi e i pace-maker montati negli organi) altre mi fanno venire dei dubbi. Tipo l’immagine che vedete in testa: se lo scopo è quello di mostrare l’anatomia, che senso ha mostrare i tre cadaveri mentre fanno una partita di poker o uno scacchista solitario? Inoltre perché sono stati plastinati anche degli animali che, evidentemente, non  hanno mai dato il consenso? E’ davvero il caso di aggiungere anche una componente pseudo-spettacolare alla cosa? La domanda resterà senza risposta e il giudizio mio personale sulla mostra un po’ dubbio.

Se da una parte trovo appagata la mia curiosità circa la morfologia reale del corpo umano, peraltro ben esplorata in un plastinato costituito da un uomo “esploso”, dall’altra non mi convince, e credo che questo non stupisca nessuno, la componente smaccatamente spettacolarizzata della mostra, per non parlare del business che, indiscutibilmente, emerge visto che, all’ uscita, la coda aveva raggiunto ormai la fine del cortile. Se davvero l’intento era quello divulgativo non sarebbe stato auspicabile un prezzo un tantino inferiore ai 15€, considerato anche il fatto che non ci troviamo di fronte ad una mostra mastodontica? Il corpo di una persona, sia pure donato spontaneamente e a fini espositivi, non dovrebbe essere trattato con maggior rispetto, piuttosto che fargli assumere pose inutili dal punto di vista didattico?