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Fall out distruttore!

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Un po’ di tempo fa rumore se ne esce con una pubblicazione aggiuntiva sulle testate dedicate alla musica. Personalmente sono sempre stato molto legato ad H/M una rivista quindicinale che trattava di metal e affini, quando ne parlano gli “esperti” di rumore usano una parola che mi ha fatto inorridire “reazionario”. So benissimo che esiste una frangia becera di amanti della mia stessa musica che è intransigente e estremamente rigida, sarebbe inutile negarlo, una quantità di persone che non è in grado di dire che (per quanto io li ami alla follia) i dischi dei Motorhead e degli Ac/Dc finiscono per assomigliarsi tutti, però dire che H/M fosse una rivista reazionaria è una falsità. Basterebbe già il fatto che ci scriveva Paolo Piccini, che militava nel gruppo hardcore capitolino Growing Concern, si potrebbe poi aggiungere che, in un epoca in cui le commistioni fra vari generi erano blasfemia pura, in H/M trovava largo spazio anche l’hardcore, ma soprattutto, per quanto mi riguarda, H/M mi fece scoprire uno dei miei dischi preferiti in assoluto ovvero “Mondo criminale!” degli spezzini Fall Out. E tutto di loro si può dire tranne che siano reazionari.

La città è La Spezia, sul finire degli anni ’80. Dopo parecchi anni di militanza, concerti nei centri sociali (di cui uno al Virus rimasto nella storia per non aver avuto luogo), un ep cantato in inglese (Criminal World) approdano al cantato in italiano e danno alle stampe il loro vero capolavoro, quel “Mondo Criminale!” di cui vado cianciando oggi.

Inspiegabilmente non trovano spazio assieme alle glorie dell’ HC italiano, non  li si sente nominare quasi mai, eppure il loro, assieme a “Lo spirito continua”, “Osservati dall’inganno” o “Libero di vivere, libero di morire” rimane uno dei lavori meglio riusciti di tutta la scena. Un perfetto bilanciamento tra melodia ed aggressione, a tratti assai cupo, a tratti rabbioso, è lo specchio di tutto il disagio interiore accumulato in un decennio terribile per superficialità e finto-perbenismo. A tutto questo aggiungete una città industriale dura e monolitica, dove i cantieri navali occupano la maggior parte delle persone in turni estenuanti e in condizioni difficili (di questo parleranno in “Acciaiolandia”, in un disco successivo “Xenodrome”, altrettanto bello).

Si tratta di HC, ma in una forma estremamente evoluta e tagliente, distante dal cassico uno-due-tre-quattro e via canzoni da due minuti con un accordo e correre: se prendete un brano come “Post mortem”, per fare un esempio, l’immaginario vi si apre davanti agli occhi. “A chi ci accusa di essere tetri e funerei, rispondiamo che della vostra new wave da sanremo non ce ne frega un cazzo” sono le loro parole nel libretto allegato al vinile. E poi foto delle personalità più in vista del momento (Woitila, Reagan etc…), immagini brutali di tortura, insetti, citazioni da Silvano Drago, Rollo May, Octave Mirbeau. Per un neofita come il sottoscritto che apre per la prima volta il libretto è qualcosa di quasi sconvolgente. La grafica scarna, le parole che sembrano provenire da ciclostili (e probabilmente è proprio così), sullo sfondo un impenetrabile colore nero e poi un’illustrazione di Gianluca Lerici (Prof. Bad Trip, spezzino pure lui e amico di Benzo, il cantante) a completare il quadro, con un personaggio chiaramente antagonista guardato a vista da una sorta di scienziato pazzo e delle macchine vagamente antropomorfe sullo sfondo.

Inquietante eppure, tralasciando per un secondo il contesto, affascinante. Il disco si apre con alcuni dialoghi (apparentemente) tra un aereo e una torre di controllo. Visto il testo mi sono sempre immaginato che fossero i dialoghi tra il personale dell’ Enola Gay e il controllo americano, anche se non so se esistano effettivamente delle registrazioni simili e, soprattutto, non avrei idea di come qualcuno possa esser entrato in possesso di un siffatto materiale.

L’equipaggio dell’ Enola, Carlinga d’argento, in quel mattino di agosto, pronti allo sterminio, Fall out distruttore! (fonte wikipedia)

Finito il dialogo parte la musica “Fall out distruttore” mette subito le carte in tavola: questo è un disco che ti afferra per la nuca e ti costringe a guardare in faccia cose che non vorresti vedere, cose che fanno male e che fanno parte del vissuto di tutti noi: guerra, religione, controllo delle masse, il decadimento dell’ecosistema e questo molto prima che la maggior parte delle persone prendesse coscienza di queste problematiche o facesse finta di farlo.

Il contesto temporale nel quale è stato concepito (metà/fine anni ’80) è significativo. La cortina di ferro è ancora alta, la minaccia di un conflitto nucleare è reale e concreta; mentre la cultura popolare si popola di leggerezza e di televisioni private, di yuppies e capitalismo sfrenato in stile wall street, nessuno o pochi sanno cosa succeda realmente al di sotto di questa patina di spensieratezza. I Fall Out non hanno troppe possibilità di parlarne alla massa (che con tutta probabilità comunque non ascolterebbe), raggiungono un buon livello di popolarità però a livello underground e se il loro intento era quello di risvegliare le coscienze, il loro disco d’esordio ha tutte le carte in regola per riuscirci (col sottoscritto l’ha fatto).

E poi c’è la musica a sorreggere tutto. Quello che ha di bello e di riuscito questo disco è di riuscire a portare l’ Hardcore ad un livello superiore. Ogni brano appare assolutamente curato e rifinito, senza venire meno alla politica fieramente DIY che questo tipo di musica deve avere. Si percepisce dietro ogni brano uno sforzo evidente di andare oltre il minimalismo solitamente associato al genere, al punto che un purista potrebbe quasi storcere il naso. Eppure i contenuti sono talmente ben esposti che muovere una critica all’etica (al tempo molto ferrea) del gruppo sarebbe davvero ingiusto. Ci sono alcuni dischi che hanno l’innegabile merito di alzare l’asticella, di superare gli standard, di gettare il cuore oltre l’ostacolo e questo è assolutamente il caso.

Non amo particolarmente le recensioni canzone-per-canzone ma, per quello che mi riguarda, ogni canzone di questo disco è un mondo a parte, qualcosa da scoprire e uno spunto di su cui riflettere. Non si avvertono cadute di tono di sorta, il cantato in italiano è gestito con una maestria invidiabile ed ogni strumento riesce a farsi sentire a dovere.

Buon Ascolto.

Fall Out – Mondo Criminale! (Cobra Records1988)

L’articolo viene pubblicato il 6 Agosto alle ore 8:16.

Hiroshima dopo lo sgancio della bomba (fonte Wikipedia)

Doom’n’ bass

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Seum, Fonte Bandcamp

Ho sempre pensato che la chitarra non fosse uno strumento indispensabile per certe sonorità. Aspettavo con ansia che qualcuno finalmente ne facesse a meno e, finalmente, sono arrivati i canadesi Seum a darmi ragione. Non trovate nulla di fuori dall’ordinario qui, se non l’assenza dello strumento con sei corde. Questo è un disco di sludge/doom metal ferale, suonato ad un volume assordante e con un cantante con la bava alla bocca e un sospetto di idrofobia. Scusate se è poco. Ogni tanto sarebbe corretto abbandonare tutta quella necessità che paiono avere tutti i recensori di trovare il disco della vita, sedersi e distendere i nervi con un disco come questo. Serve a ricordarci di adorare le valvole incandescenti e gli amplificatori in fiamme, che stanno alla base della religione di ogni rocker che si rispetti.

Al diavolo tutto, birra in mano e corna al cielo per i Seum.

Here I am baby and I’ve got what it takes, Raw power it sure come runnin’ to you!

Gente con ancora qualcosa da dire parte 4: Amenra

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Ancora una volta chiunque predichi la fine della musica pesante ha sbagliato i conti. Il punto è che spesso si guarda nel posto sbagliato. Si rincorrono nomi storici che però trascinano stancamente le loro carriere, mollemente adagiati sugli allori che furono, si corre dietro all’ultima tendenza fatta di suoni compressi e senz’anima, si seguono progetti che si dissolvono nel giro di un paio di dischi senza lasciare nulla.

Amenra “De Doorn” Fonte: Bandcamp

Fortunatamente non tutti i gruppi seguono queste strade, il punto sta nel mettersi di impegno per scovare quei rari esempi di ispirazione ed integrità che ancora ci sono se uno guarda bene. E a volte occorre guardare fuori da quei tre-quattro paesi cui si è soliti rivolgere lo sguardo. Gli Amenra arrivano dal Belgio, dalle fiandre più precisamente, un’insolita patria per chi faccia un certo genere di musica, eppure la loro proposta non cessa, a distanza di anni, di affascinare. “De Doorn”, cantato interamente nella loro lingua di origine è una pietra miliare nella loro discografia: giunge dopo una lunga saga di lavori intitolati semplicemente “Mass” seguito da un numero, giunge come un’ulteriore evoluzione del percorso musicale e spirituale del gruppo. Oltre a questo, è il primo loro lavoro ad uscire per la mai troppo lodata Relapse Records, che arricchisce ulteriormente il proprio elenco di gruppi, con l’ennesima proposta meritevole.

Il disco, intitolato semplicemente “La spina”, come intuibile dalla copertina, evoca immediatamente scenari lividi, plumbei, inesplorati. Un’ immagine di debolezza e forza allo stesso tempo, un viaggio spirituale dal buio alla luce, passando attraverso spettrali evocazioni, lampi incendiari, ombre tangibili. Gli Amenra sono tra i pochi gruppi in grado di mettere in musica tutto questo: ovviamente nulla di facile e di leggero tra questi solchi, ma proprio in questo sta il suo fascino, nell’affrontare qualcosa di lontano dalla maggior parte dei panorami sonori oggi a disposizione dell’ascoltatore di musica. Ascendere e non perdersi nelle nebbie delle pianure senza picchi né profondità; ascendere prevedendo la fatica, accettando scoscesi pendii e sentieri disconnessi, guardando, come premio finale, al contempo il baratro e il cielo senza null’altro a contrastare la vista.  Questo è ciò che sono in grado di offrire a chi si sente di arrischiarsi lungo le loro spire. Oggi come oggi non è poco. Il lirismo e l’intensità di queste composizioni difficilmente avranno eguali in questo 2021, con buona pace di chi ancora insegue gruppi bolliti, gente che non ne azzecca una da anni, capaci solo di riproporre il passato non essendo in grado di rompere gli schemi e proporne di nuovi. Se lo stato generale della musica pesante non è buono, essa è comunque in grado di dare dei sussulti potenti, sta all’ascoltatore saperli cogliere.

Una storia d’amore: il Maryposa* Duomo e i negozi di dischi nella Milano anni ’90.

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Tanto per restare in tema di Milano e d’ammore

Ricordi che sfrecciano come treni su una tratta prestabilita, incuranti di spazio e tempo, si muovono in due direzioni andata e ritorno. Come un ideale ponte che copre in un istante un lasso di trent’anni. I treni sono diventati peggiori, invece che migliorare. Il tempo ha smussato gli angoli ma ha privato ogni cosa della appagante intensità che aveva un tempo. Milano negli anni ’90 era bellissima ai miei occhi: un turbine in continuo movimento, un’ebrezza di possibilità che non avevo mai avuto, un contenitore di stimoli che non si erano mai palesati. Andarci era un pellegrinaggio spirituale da perpetrarsi ogni fine settimana. Su tutti tre loghi del cuore: Brera, il Castello sforzesco e la zona di via Torino-Porta ticinese.

Brera spero che non perda mai il suo fascino, i suoi soffitti alti, i gessi per quanto sfregiati, l’orto botanico, le aule e gli anfratti per giovani amanti. La pinacoteca al piano superiore che sembra sovrastare l’accademia come una sorta di motto: Per Aspera, ad Astra. Del Castello ricordo meglio le panchine esterne e le ore spese allontanando il mondo: come a guardarlo da un binocolo al contrario e quella volta che esposero dentro un quadro attribuito da Federico Zeri a Antonello Da Messina. Via Torino all’epoca non era mondana come ora: passato il primo tratto c’erano i capannelli di ragazzi alle colonne di San Lorenzo, l’austera Sant’Eustorgio, la fiera di Sinigallia e porta Ticinese. Un’atmosfera quasi irreale ed io che ci galleggio dentro intontito dai miei stessi sentimenti al punto di non essere quasi per nulla disturbato dal caotico andamento che forse sarebbe la prima cosa che oggi non sopporterei e che allo stato odierno mi tiene lontano dalle spire del biscione.

Questa lunga introduzione per proseguire nel viaggio attraverso i negozi di dischi. Perché alla fine, andando a Milano tutti i sabati, era fatale che spendessi un sacco di soldi in dischi che dalle mie parti ero ben lungi dal poter pensare di reperire. La pandemia ha portato via un quarto luogo del cuore di Milano, il Maryposa Duomo. Se per coloro che mi precedevano di qualche anno il punto di riferimento era il Transex (altro posto leggendario) io ci andai solo di striscio prima che finisse per chiudere, e poi fu quasi solo Maryposa.

Busta del negozio con il nuovo logo e tre CD acquistati da loro

Prima però di parlare del Maryposa, vorrei fare un breve escursus nei negozi di dischi attivi nella città meneghina negli anni ’90:

Sound Cave: Attivo ancora oggi tramite mail order (non credo che il negozio fisico esista ancora). Era un buggigattolo vicino a porta ticinese, praticamente una sorta di replica italiana del leggendario Helvete di Oslo. Legato a doppio filo con l’etichetta Avantgarde music (quelli che hanno avuto a che fare con i Katatonia, Ulver e Ophtalamia per dire) era la patria della frangia più estrema del metal (Black e Death soprattutto, ma non solo): quando aprivi la porta venivi investito da un urlo preistorico a 1000 watt e cominciava la festa. Dentro era tutto un fiorire di etichette indipendenti e misconosciute, fanzine, edizioni limitate e quant’altro. Ammesso che riuscissi a farti sentire, i commessi erano assolutamente folkloristici e competenti: era anche un interscambio di informazioni tra i fan e tra le band. Forse oggi avrebbe poco senso con internet, ma all’epoca rappresentava una risorsa davvero preziosa.

Supporti Fonografici: Posto di fronte a Sant’Eustorgio era specializzato in musica alternativa, con un campionario interessante e ben fornito. Non ci acquistai molto ma ricordo di aver preso lì i miei primi dischi degli Einstürzende Neubauten, nello specifico un’edizione fantastica, doppio CD, di Strategien gegen architektur II: basta e avanza per ricordarselo.

Negozietto di cui non mi ricordo il nome: Anch’esso sito di fronte a Sant’Eustorgio era un po’ la continuazione del Transex (o di Videomusic di Torino, città a cui dedicherò un post più avanti) più improntato sul merchandising che sui dischi, abbigliamento “alternativo”, magliette, toppe, piercing, tinte stravaganti e chincaglieria varia soprattutto. Non era raro scovarci anche qualche bel disco. Aveva degli orari che non sono mai riuscito a memorizzare.

Zabrinskie point: a proposito di negozi che non si capisce bene quando siano aperti, Zabrinskie point era l’esempio perfetto: specializzato in punk HC, dovevi scovarlo ed il 90% delle volte era chiuso. In  anni non sono mai riuscito a capire come diavolo funzionasse…

Ma veniamo al Maryposa. Su segnalazione di Metalskunk vengo a sapere che il negozio ha chiuso più o meno nel periodo del primo lockdown che, evidentemente, dopo l’avvento del supporto digitale prima e dello streaming poi gli ha dato il colpo finale.  Non dico che sia stato come perdere un amico… ma quasi. Anche se non lo frequentavo da anni, sapere che c’era e sapere che se avessi fatto una puntata a Milano sarei potuto passare mi faceva sopportare di più l’idea di doverci andare. Negli anni novanta, durante i miei pellegrinaggi, era una tappa fissa. Si trovava nelle gallerie della metro sotto al duomo, lo trovavi subito se scendevi alla scala a lato della cattedrale dalla parte che punta verso San Babila. Forse secondo solo al Soundcave come ristrettezza delle dimensioni aveva i caratteristici espositori chiusi a chiave per i CD e i vinili messi dalla parte opposta (all’epoca se ne producevano comunque pochi) nella parte in fondo libri VHS e DVD, qualche gadget qui e lì. C’era un’ottima sezione di offerte e c’era anche un’aggiornata bacheca con le prevendite dei concerti: era piccolo ma c’era tutto insomma. Il vero valore aggiunto però erano i due commessi Dario e Valerio, il primo un appassionato di death metal dall’aspetto sobrio e austero che poi si stemperava con delle battute e degli ammiccamenti, il secondo un ragazzo dimesso, un po’ timido, che aveva una gran passione per la musica alternativa: nella memoria ho l’immagine sua con la felpa grigia dei Nine Inch Nails e la scritta “Now I am nothing” che penso renda bene l’idea.

Un punto di ritrovo, luogo di aggregazione e interscambio un po’ meno estremo e underground di Sound Cave ma per questo più inclusivo e meno settoriale, oltre al fatto che, trovandosi in una zona molto più frequentata ci andasse molta più gente “esterni” compresi, come il sottoscritto. Ovviamente non mi ricordo tutti i dischi comprati lì, alcuni casi però mi sono rimasti impressi tipo “World demise” degli Obituary o “Roots” dei Sepultura (tutti e due in edizione cartonata e limitata e tengo a precisare che, a scanso di equivoci, mi piacciono tutt’ora e per me sono grandissimi dischi). “Welcome to sky valley” dei Kyuss che, visto il fallimento della loro precedente etichetta ed il passaggio all’ Elektra, ci impiegò un’eternità ad uscire tanto che l’avevo ordinato in tre posti differenti (ovviamente amo il gruppo alla follia) e alla fine finì per prenderlo nel primo posto che ne avesse delle copie fisiche (il Maryposa appunto) e dovetti improvvisare delle scuse con gli altri del tipo me l’hanno regalato, sono rimasto chiuso nell’autolavaggio, ho le papille gustative interrotte etc…

Poi ci sono quegli acquisti legati a momenti particolari: mi ricordo soprattutto di “Sleep’s holy mountain” avvenuto in un momento in cui la vecchia magia era svanita ed i pellegrinaggi a Milano erano un ricordo assai doloroso, ci capitai e feci un giro nei vecchi luoghi: una pugnalata. Quando arrivai a pagare, forse fu un’impressione ma l’espressione di Dario fu una cosa tipo “mi ricordo chi sei e so anche che cosa stai passando” arraffai il disco e uscii, sapendo che per un bel periodo non ci avrei fatto ritorno. Inutile dire che adorai il disco nonostante le circostanze, comunque quella non fu l’ultima volta: dentro a quel negozio o nei suoi pressi successero tante altre cose, ma nulla fu più come prima e mi mancò non andarci con regolarità per un lungo periodo: una fase della vita si stava chiudendo ed era il caso di prenderne atto.

In tempi recenti però ogni volta che capitavo in città e ne avevo possibilità facevo un salto, quando fu passata più o meno la nottata. Ovviamente c’era sempre un retrogusto nostalgico, ma finalmente apprezzai il posto per quello che era: un negozio di dischi, di quelli dove comunque ti senti a casa. Un posto legato a doppio filo con la mia storia personale che potrà anche chiudere, patire una sorte avversa senza che tutti quelli che ne hanno usufruito e si sono sentiti a casa sotto terra, nel suo perimetro, ci possano fare nulla ma che ha influito in maniera importante nella mia formazione di musicofilo e di persona.

In definitiva un posto indelebilmente impresso nei ricordi e con un posto speciale in essi. Per il resto per riprendere la tematica ferroviaria iniziale Il treno dei desideri nei miei pensieri all’incontrario va… e non vedo un granché di nuovo in questo.

Mica pensavate che avrei messo l’originale eh?

L’ultimo disco acquistato fu “Been caught buttering” dei Pungent Stench, quello con la foto di Joel Peter Witkins in copertina: una cosa di tutto rispetto e che fece sorridere Dario, anche se non una chiusura col botto.

*Io mi ricordo della dicitura con la “y”: nel logo nuovo, quello senza farfalla e con le fiamme, c’è una “i”: ho preferito la versione dettata dalla mia memoria.

Gente con ancora qualcosa da dire parte 3: Red Fang

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Mentre le parole degli angeli del post precedente sembrano riassumere l’ultimo periodo (“non ho voglia di cazzate”, “umani e sub umani”, “non è così che va” ecc..) e sto per domandarmi per l’ennesima volta che senso abbia la mia esistenza, spunta il nuovo dei Red Fang. Almeno loro hanno qualcosa da dire e sfido chiunque  a contestarlo.

Sarà perché sono dell’ Oregon (uno dei pochi posti degli Usa che vorrei vedere forse per via dei Goonies o di Palahniuk), sarà per la desolazione del panorama musicale degli anni ’20 (magari avessimo ancora il charleston o qualcosa del genere), sarà perché sono tra i pochi tra quelli usciti dopo l’anno duemila a appassionarmi o magari perché sembrano ancora un gruppo vecchia maniera, uno di quelli con la formazione solida e la voglia di costruirsi un percorso musicale, piuttosto che sparare fuori un disco e poi svanire nel nulla. Comunque sia avercene di gruppi così, con anche una sana dose di autorironia incorporata.

Ci sono dei riferimenti: lasciando stare “Take it back”, sorta di intro sconnessa, quando parte “Unreal estate” sembra quasi ci sia Matt Pike dietro al microfono, in certi cori (“Arrows”) ricordano i migliori Baroness (quelli del doppio “Yellow & Green”per intenderci), spesso si rincorrono anche dei riferimenti ai Melvins più lineari e rock e non si stenta a credere che siano stati inseriti nel filone Sludge/Stoner. Tuttavia, come dicono gli anglofoni, i Red Fang sono more than meets the eye.

Non sono solo la somma di queste cose: il disco è vario, melodico e moderno pur essendo memore della lezione dei mostri sacri del passato, tanto che “Fonzi Scheme” sembra quasi la forma che potrebbe assumere “Kashmir” 50 anni dopo, con quegli azzeccatissimi ed inaspettati inserimenti di archi, cosa che in pochi possono obbiettivamente permettersi risultando credibili ai giorni nostri. Non mancano nemmeno assalti sonori di notevole pesantezza (“Two High”) o momenti più cupi come “Days Collide”.

Una robusta iniezione di genuinità di cui la scena ha disperatamente bisogno, una proposta solida e concreta che ti si piazza in testa come i migliori dischi sanno fare con quella copertina impossibile da non notare (pare che l’abbiano adottata anche all’ ANAS per le segnalazioni nelle notti particolarmente buie) “Arrows”, nonostante le vicissitudini che tutti i dischi hanno dovuto attraversare per essere pubblicati in tempi di pandemia, risulta un valido candidato contro il piattume che ci divora, la noia che striscia ed il nulla che avanza. Non puoi fermare il caos, né limitare l’aumentare dell’ entropia, nel frattempo però puoi comunque toglierti qualche soddisfazione.

Nota a margine: È un piacere notare che tre dei dischi migliori dell’ultimo periodo (Arrows, No Comfort e The Great Dismail) siano usciti su Relapse, un’etichetta che pensavo ripiegata su se stessa e che invece ha saputo ampliare i propri orizzonti con risultati mirabili.

Cosa starà facendo?

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Non chiedetemi per quale motivo ma Roberto “Tax” Farano ha sempre suscitato in me e nel mio compare di avventura e concerti un fascino particolare. Certo era il chitarrista dei Negazione, aveva un volto che abbiamo sempre considerato particolarissimo, girava il mondo in furgoni scalcagnati, era vissuto in una Torino aspra, quella a cavallo tra i settanta e gli ottanta… ma non era solo questo. Avevamo preso anche a storpiarne il nome (ci perdoni) in qualcosa di onomatopeico che suonava circa come “tazfarrein” o “tazzefarrein” (pronunciato rigorosamente al rallentatore) e spesso c’era un ritornello che si ripresentava: “chissà cosa starà facendo tazfarrein?”. Non che volessimo fare gli stalker o altro, semplicemente in certi momenti finivamo col chiederci dove potesse essere e cosa stesse facendo, così senza motivo: saltava fuori la domanda e basta.

A forza di chiedercelo un paio di volte la nostra curiosità è stata soddisfatta: abbiamo avuto l’onore di incontrarlo in maniera del tutto fortuita. La prima volta all’ auditorium RAI di Torino per il concerto del tour di “Lament” degli Einstürzende Neubauten: non potevamo credere che ci fosse passato davanti e soprattutto non potevamo non salutarlo. L’Oltranzista pretese di lavarsi le mani prima di andare a stringergliele! Fu una cosa che ci fece un enorme piacere e sperammo di non averlo infastidito più di tanto.  La seconda volta ad un concerto di MGZ all’ Hirosgima Mon Amour. MGZ è un nostro eroe da sempre e come non ricordare in questa sede delle hit fantastiche come “Muovete le manine”, “Sempre più veloce”, “Sopravvivo senza un motivo” o “La belva del condominio”? Ma a parte questo ero ben consapevole che fosse in contatto con tazfarrein visto che al mio primo concerto in assoluto dei Negazione (e della vita) al “2” di Cigliano sul palco c’era anche lui che protestava vistosamente perché qualcuno gli aveva rubato la coda. oltre al fatto che, naturalmente, sono collaboratori di lunga data.

Ebbene, a distanza di pochi mesi, rieccolo li, al bancone dell’ Hiroshima, questa volta ci vede lui e ci saluta e noi restiamo quasi di sasso. Avevamo smosso delle energie cosmiche con il mostro tormentone? Resterà un mistero ma qualcosa ci fa sperare di avere dei poteri sovrannaturali.

Tutto questo per dire che Area Pirata ha ristampato “Voglio di più”, secondo lavoro degli Angeli. Chiedersi “chi sono gli Angeli” è come chiedersi “Cosa starà facendo tazfarrein” dopo i Negazione e la collaborazione con i Fluxus (assieme all’altro transfuga Marco Mathieu a cui va sempre un pensiero di speranza e forza) che aveva prodotto il bellissimo “Non Esistere” cosa poteva mai fare? Creare un nuovo gruppo e questi sono gli Angeli.

Nati dalla collaborazione con Massimino Ferrusi (e Marco Conti al basso), diedero alle stampe il primo album intitolato come il nome del gruppo e cantato in massima parte in inglese. Il tocco del nostro è sempre pienamente presente, il suo suono di chitarra si impone subito all’attenzione, ma le sfumature sono più varie che in passato e Farano sfodera una bella voce abrasiva in contrasto con lo stile urlato di Zazzo Sassola che aveva caratterizzato i Negazione e anche con il timbro particolare di Franz Goria nei Fluxus. Ne risulta una miscela interessante che non rinnega le proprie origini HC ma aggiunge delle componenti in più che troveranno una forma compiuta nel secondo lavoro, quello oggetto di ristampa.

Rilasciato all’ inizio del ’99 dopo aver chiamato Luca Marzello in qualità di bassista, ritorna al cantato in italiano ed inizialmente lascia un minimo spaesati: i testi sembrano ingenui e fin troppo naif e quasi incastrati a forza nelle metriche delle canzoni. Dopo alcuni ascolti però, una volta abituati alla madrelingua, il disco mostra appieno il suo valore.  E allora la soddisfazione prende corpo nell’ascoltare l’impatto iniziale della canzone che dà il titolo al disco, l’assalto esplosivo di “Vivo”, la melodia di “Con le mie scuse”, lo sconfinamento nel metal dell’unica traccia cantata in inglese “Breakfast in hell”. A distanza di 22 anni ritorna un disco assolutamente da riscoprire. Chi c’era lo sa già, gli altri si facciano sotto e gli rendano giustizia come merita! Noi ci chiederemo ancora “chissà cosa starà facendo tazzefarrein?” Ma adesso ne sappiamo un po’ di più e, soprattutto, qualsiasi cosa stia facendo gli si vuole bene!

Per noi chiedersi cosa starà facendo tazfarrein è un po’ come chiedersi dove vanno le anatre in inverno a Central Park quando il lago ghiaccia.

Il punto della situazione sui Melvins ed il nuovo dei Tomahawk

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Capitolo 1: Melvins (1983)

Ammetto di essere giunto alla nuova pubblicazione di casa Osborne/Crover estremamente prevenuto. Gli va dato atto di essere uno dei gruppi che continua a lavorare più sodo dell’intero panorama, gli va dato ancora atto di essere rimasti per anni in cima alla lista dei personaggi indipendenti ed indecifrabili, con una cifra artistica invidiabile, almeno fino alla dipartita della “sezione ritmica aggiunta” dei Big Business. Poi il caos: la formazione, che comunque non è mai stata stabile, diventa caotica con un andirivieni di personaggi che si susseguono al basso e la pubblicazione continua e ostinata di almeno un disco all’anno più i progetti solisti. Obbiettivamente mantenere un elevato standard qualitativo in queste condizioni sarebbe difficile per chiunque, a maggior ragione se hai tra i 25 e i 30 anni di carriera alle spalle. Oltre a questo aggiungete l’arrivo di un bassista (il pagliaccio Ronald ehm… Steven McDonald) che proveniendo da uno dei gruppi più mosci di sempre (i Redd Kross, già dal nome uno ci potrebbe arrivare, ma suonano come una versione asfittica degli Who, che è tutto dire) ne influenza negativamente la vena fino a portare a quello che, per chi scrive, è il loro peggior album di sempre ovvero l’infame “A walk with love and death” che per quanto mi riguarda ha la sinistra caratteristica di far suonare i Melvins come un gruppo rock “convenzionale” cosa che è una bestemmia in termini.

I Melvins all’epoca Big Business (Fonte: Wikipedia)

Qua e là ci sono anche state cose divertenti e pregevoli: il simpatico “Tres Cabrones”, il cazzutissimo progetto “Crystal fairy” (assolutamente da recuperare!), “Hold it in”… e qualche canzone qua e là da tutto il resto. I progetti solistici in vero risultati piuttosto deludenti del duo (fatto salvo che il primo di King, del 2014 se mi ricordo correttamente, invece era assai godibile) e, come al solito, un’intensa attività live fin quando è stato possibile li hanno portati fin qui. L’ultima Fatica “Pinkus Abortion Technician” era un lavoro eterogeneo, solidamente radicato negli anni ’90, un disco che riprendeva in mano molte delle atmosfere musicali che si era soliti respirare allora, non era del tutto disprezzabile. Però ancora sembrava piuttosto fragile: parlando dei Melvins quello che si è soliti ricordare, al netto di stranezze e divagazioni che pure sono una parte importante della loro produzione musicale, sono i riff massicci e pesanti di Buzz (per chi scrive uno dei migliori riff master dopo il supremo Iommi), la potenza ritmica di Dale, assolutamente eclettica nel suo essere pachidermica. Ecco questo era fatalmente venuto a mancare. Oggi, come al tempo dei Cabrones, recuperano Mike Dillard dalla loro formazione storica e provano a ripartire. E ci riescono molto più che in passato. Finalmente dei brani possenti e trascinanti, finalmente un lavoro continuo e che fila con pochi cedimenti (“Hot Fish”?) , finalmente il vocione di Buzz che sale in cattedra a trascinare il gruppo con verve ritrovata e fresca, all’altezza del loro blasone. Dale prende in mano il basso e lascia la batteria al loro compagno storico e la differenza quasi non si sente. Personalmente avevo bisogno di un disco come questo, avevo bisogno di rinfrancarmi con uno dei miei gruppi preferiti. Finalmente segato, in maniera spero definitiva, il ramo marcio McDonald riecco i Melvins con l’attitudine da sberleffo che li ha sempre caratterizzati, si vedano l’omaggio ai Beach Boys di “I fuck around” e “1 Fuck you”, ma soprattutto riff che ti colpiscono come un autotreno a 100 all’ora vedi “Negative no no”, “Boy Mike” o “Hund”.

In conclusione: È meglio della trilogia Atlantic? Nemmeno per sogno, meglio di quella Ipecac? Nemmeno si avvicina. È alla loro altezza? Finalmente sì!

Capitolo 2: Tomahawk

Mike Patton, Kevin Rutmanis, John Stainer e Duane Denison. I nomi potrebbero bastare ma spesso la somma di grandi cifre produce un’addizione dagli scarsi risultati. Non è questo il caso: almeno per i primi due lavori (e soprattutto per l’oscuro “Mit Gas”) possiamo sicuramente parlare di lavori riusciti ed efficaci. Per quanto concerne gli altri due (“Anonimous” e “Odd Fellows”) la curva pareva in fase discendente seppur non in caduta libera; alla fine la classe ed il mestiere dei singoli riesce nell’intento di farli galleggiare anche se appaiono un po’ spenti rispetto alla prima parte della carriera. C’è da dire che quando Patton trova un contesto in un gruppo (come è successo con i Mr. Bungle l’anno scorso) effettivamente funziona meglio. L’attitudine con i piedi per terra di un classico gruppo a quattro elementi gli impedisce di pisciare fuori dal vaso, come in altri contesti forse un po’ forzati (vedi quando gorgheggia inseguendo Luciano Berio). I suoi fan ormai sono abituati a tutto, vedi anche quando si mette a rifare, rivaleggiando con gli originali in modo assolutamente sorprendente, i classiconi della musica italiana anni ’60 con il progetto Mondo Cane o quando collabora con compositori norvegesi come con Kaada, quindi qui si gioca sul facile.

Il nuovo lavoro, riprende la classica atmosfera allucinata e sbilenca propria dei Tomahawk, seppur in maniera più rocciosa e solida che nell’immediato passato. Il primo estratto da “Tonic immobility”, “Predators and scavengers” funziona alla grande ed è un’ottima iniezione di fiducia nel nuovo materiale. I nostri sembrano tornati in piena forma, forse più concreti che in passato.

E alla fine il disco scivola via piacevole con anche degli episodi che si muovono su territori meno canonici come la triade “Eureka” (forse un rifermento alla città di origine di Patton?), “Sidewinder” dove per un attimo riappare il crooner e “Recoil” o, ancora, “Doomsday fatigue”. In definitiva un buon rientro, sicuramente scorrevole e coinvolgente.

Accade a marzo 2021

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Il mese inizia con una notifica di Facebook mi ricorda che il 6 di questo mese ricorre il compleanno di Marco Mathieu, caduto in coma ormai diverso tempo fa a seguito di un ictus che lo colse nel 2017 mentre era in vespa. Il bassista dei Negazione fu il primo musicista a cui scrissi una lettera che forse ancora non ero maggiorenne. Ci sono molto affezionato perché mi rispose a mano (!!!) e fu davvero un grande facendomi anche gli auguri per la scuola. Inoltre poco dopo li vidi in concerto e fu il primo vero concerto visto in solitaria (seppur con il provvidenziale passaggio genitoriale) che finì per cambiarmi la vita. Non ho potuto fare a meno di rivolgergli un pensiero di speranza, seppur velato dal tempo trascorso dal suo incidente che ormai comincia ad essere veramente tanto. Mi resterà sempre nel cuore, la sua musica e i suoi scritti; mi rammarico ancora di non aver avuto l’opportunità di accedere al suo lavoro su Socrates.

Lo spirito continua, Sempre!

Il giorno 8 irrompe la notizia del decesso di Lars Goran Petrov, storica voce degli Entombed.

Lars Goran Petrov (1972-2021) Fonte Wikipedia

Ho dovuto trasgredire alla mia regola autoimposta di non partecipare al carrozzone di cordoglio che di solito si scatena sul web, perché l’estate del 2007 è un ricodo ancora vivido nella memoria. Dopo anni di attesa finalmente posso permettermi un viaggio in nord Europa, e per i quattro anni successivi sarà una costante delle mie estati. Scelgo subito Stoccolma, che diverrà a buon titolo una delle mie città preferite. Appena arrivato mi guardo attorno come un animale randagio, il posto mi sembra da subito troppo bello per essere vero. Fatico ad integrarmi: c’è un sole splendente ma non fa caldo anzi, l’aria è frizzantina e si sta benissimo, la gente sorride, il Baltico è a due passi e mi sembra di non aver bisogno d’altro. Solo i prezzi mi fanno rabbrividire e la prima sera mangio una pizza da asporto fatta dai turchi in un parco cittadino. Torno all’ albergo dicendomi che quella sarà la mia casa per i successivi 15 giorni. Mi basta questo.

Il secondo giorno mi fiondo a Gamla Stan, il centro medioevale della città con l’idea di girarmi tutti i suoi vicoli e vederla tutta. L’ idea naufraga clamorosamente quando vedo l’insegna di Sound Pollution, storico negozio di dischi in centro, patria della musica estrema. Entro con una maglietta degli Unearthly Trance e il commesso mi fa i complimenti: più a casa di così… I dischi alla fine non sono poi così cari (provate a farvi una birra per ridere) alla fine però esco con un libro “Swedish Death Metal” di Daniel Ekeroth, storico libro sulla scena svedese con Entombed, Grave, Dismember e Unleashed in primissima linea. Sarà la lettura che accompagnerà l’intera vacanza con tanto di sopralluoghi nei posti citati nel libro: Il punto di ritrovo alla stazione centrale, il cimitero di Skogskyrkogården (patrimonio dell’ Unesco e protagonista della storica foto interna di “Left Hand Path”), qualche locale citato (anche se i nostri non potevano ancora entrarci in quanto sotto ai 21 anni), i Sunlight Studios etc… A quel punto mi sento veramente a casa, Sebbene in giro non ci sia il minimo sentore di Death Metal, respiro la stessa aria dei protagonisti e ne sono felice. Posso girarmela tutta la città e scoprire che è bellissima, trovare il più accogliente ristorante vegetariano di Stoccolma (l’Hermitage a due passi dal Sound pollution, spero ci sia ancora: erano tutti gentilissimi), girare per i musei (Il veliero Vasa, il museo civico, quello di storia naturale… ho saltato quello degli Abba), visitare la torre comunale.

Questo per dire che la scena svedese fu davvero qualcosa di unico ed importante, qualcosa in grado di smuovere le persone ed aprire nuovi orizzonti. Il tape trading allora era davvero qualcosa di avventuroso e romantico, magari facevi chilometri per incontrare una persona sentita solo per lettera partendo armato solo di passione e fiducia, oppure contattavi uno studio di registrazione perché ti aveva catturato quel suono e partivi all’avventura perché volevi registrare lì e finivi per tornare in quel posto in vacanza perché avevi stretto delle amicizie lassù. Gli Entombed ebbero una parte fondamentale in tutto questo e LG Petrov era una parte fondamentale degli Entombed, l’unico a non mollare fino alla fine, fatta salva una parentesi di scazzo con il mastermind Nicke Andersson a causa (pare) di una ragazza all’ epoca di “Clandestine”. Un personaggio schietto e reale che dava il 100% ed oltre sul palco, un puro concentrato di attitudine e metal, che ho avuto l’onore di vedere in azione al Master of death metal e a Rossiglione nel festival organizzato sa Trevor dei Sadist all’epoca. Una perdita tristissima e incommensurabile per chiunque abbia amato quella scena e anche quel paese meraviglioso che è la Svezia.

Al sound pollution sono tornato altre volte, in una occasione acquistai anche Serpent saints con relativa magletta omaggio che resiste tutt’oggi dal 2007!

Shattered Hope: Vespers

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Ho sempre avuto un rapporto distante con metal ellenico. Non amo particolarmente i Rotting Christ (anche se sono ben lungi dal negarne l’evidente valenza storica) conosco poco la scena locale e alla fine i soli Septic Flesh mi hanno suscitato delle belle sensazioni. Stessa cosa con la versione moderna di un certo tipo di doom metal che si distanzia dal classicone Sabbath/ Candlemass/ St. Vitus per abbracciare invece la tradizione più recente dei Peaceville Three e del funeral doom. Se, nel primo caso, è una questione meramente geografica e di attitudine, nel secondo la problematica è da ricercarsi in un suono che è divenuto via via più plastificato ed artificiale, cosa che affligge tutto il metal dei duemila, ma che si fa particolarmente fastidioso quando di tratta di un genere rallentato e rarefatto come quello in esame.

Finalmente un bel disco in grado di convincermi salta fuori e, anche se la pubblicazione risale all’autunno scorso, è sicuramente una delle più belle novità del 2021, almeno per quanto mi concerne. Il gruppo si chiama Shattered Hope ha al suo attivo già 3 album e rappresenta finalmente un segnale di riscossa per un genere che, a parte un momento di maggiore popolarità negli anni ’90, è sempre rimasto nell’ombra. Cinque brani, tutti sopra i dieci minuti, nei quali la classe ed il gusto compositivo del gruppo mantiengono sempre viva l’attenzione con poche prolissità inutili e momenti che faranno la gioia di chi segue questo genere. Un ottimo bilanciamento fra parti più atmosferiche e quelle più rocciose, l’inserimento di diversi registri vocali ottimamente gestiti, e una atmosfera generale crepuscolare ed ammaliante sono le cose che fanno di questo “Vespers” un lavoro interessante che merita assolutamente ascolto e considerazione, nel contesto di generale appiattimento dell’attuale scena… E poi la loro intera discografia musicale è in vendita su bandcamp a meno di 10€ e tra poco è ora di bandcamp friday… Serve altro?

Cult of Luna: The raging river

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Non è sempre necessario avere un’opinione su tutto, in periodi come questo, non avere un’opinione può essere una forma di difesa. Non è necessariamente indifferenza, quanto piuttosto un bisogno intrinseco di silenzio dal bombardamento mediatico, superficiale, monotematico e spesso inconcludente. Per avere un’opinione bisogna innanzitutto conoscere, documentarsi, partecipare. Sempre più spesso diventa impossibile seguire il filo conduttore di un discorso, le idee si confondono in un mare di discordia mediatica densa come fumo negli occhi. Per questo quando si alza il velo di Maya bisogna accogliere quel barlume di luce che ci permette di esprimere un’opinione su qualcosa. Diventa sempre più raro che succeda.

Cult Of Luna (fonte: Bandcamp)

Dopo anni sono riuscito a farmi un’opinione sui Cult of luna, ed è un’opinione positiva. All’epoca dell’uscita di “The Beyond”, oramai millenni or sono sembravano promettere bene anche se ancora troppo legati ai progenitori Neurosis, stesso discorso con “Somewhere along the highway” nel quale invece sembravano tendere maggiormente dalla parte degli Isis. Due ottimi punti di partenza certo, ma il loro, fino a quel punto rimaneva comunque un discorso ancora troppo acerbo e derivativo. Fortunatamente sono riusciti a non mollare la presa, a venire fuori alla distanza ad evolvere uscita dopo uscita fino a diventare un gruppo solido e veramente in grado di dire la loro in un panorama sempre più arido di idee e personalità. Oggi come oggi non è una cosa da poco, se consideriamo che ormai il mondo della musica sta evolvendo verso una preoccupante attitudine usa-e-getta che inquina l’etere segna inderogabilmente la via al declino.

Con “Vertikal” hanno cominciato a fare sul serio, a nuotare contro corrente, a raddrizzare la spina dorsale, a guardare i loro maestri dritti negli occhi con sguardo fermo e sicuro. E disco dopo disco non si sono più fermati, fino a raggiungere uno stato di grazia invidiabile a molti, nell’anno di disgrazia 2021.

Ed ancora una volta la loro è una proposta che richiede impegno e dedizione per poter essere assimilata. Non siamo davanti ad un lavoro facile, immediato e superficiale. Occorre dedicargli tempo e lasciarsi andare ad un ascolto inteso come esperienza e non come mera fruizione, merce rara al giorno d’oggi. Al punto di convincere i nostri a autoprodursi usufruendo di una propria etichetta di registrazione per questa uscita, scommettendo su loro stessi e sul pubblico che deciderà di seguirli in questa avventura.

Personalmente la scommessa è vinta con quest’ album, che conferma quanto di buono già si sapeva sul gruppo, ampliando ulteriormente il discorso già intrapreso con il suo predecessore ed includendo ancora elementi di novità come la collaborazione di Mark Lanegan che fornisce il suo baritonale contributo alla canzone più rilassata e malinconica del disco. Un lavoro intenso e solido, che non abbandona le radici post-HC (Umeå ha solide tradizioni in campo HC) dei maestri ma che è in grado di dare alle medesime una nuova linfa vitale.

Le composizioni sono tutte egualmente valide e di spessore, se devo sceglierne una scelgo “Wave after wave” una canzone che sembra essere l’invito perfetto a lasciarsi alle spalle le proprie miserie e ad alzare lo guardo verso un immenso cielo notturno.