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Il punto della situazione sui Melvins ed il nuovo dei Tomahawk

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Capitolo 1: Melvins (1983)

Ammetto di essere giunto alla nuova pubblicazione di casa Osborne/Crover estremamente prevenuto. Gli va dato atto di essere uno dei gruppi che continua a lavorare più sodo dell’intero panorama, gli va dato ancora atto di essere rimasti per anni in cima alla lista dei personaggi indipendenti ed indecifrabili, con una cifra artistica invidiabile, almeno fino alla dipartita della “sezione ritmica aggiunta” dei Big Business. Poi il caos: la formazione, che comunque non è mai stata stabile, diventa caotica con un andirivieni di personaggi che si susseguono al basso e la pubblicazione continua e ostinata di almeno un disco all’anno più i progetti solisti. Obbiettivamente mantenere un elevato standard qualitativo in queste condizioni sarebbe difficile per chiunque, a maggior ragione se hai tra i 25 e i 30 anni di carriera alle spalle. Oltre a questo aggiungete l’arrivo di un bassista (il pagliaccio Ronald ehm… Steven McDonald) che proveniendo da uno dei gruppi più mosci di sempre (i Redd Kross, già dal nome uno ci potrebbe arrivare, ma suonano come una versione asfittica degli Who, che è tutto dire) ne influenza negativamente la vena fino a portare a quello che, per chi scrive, è il loro peggior album di sempre ovvero l’infame “A walk with love and death” che per quanto mi riguarda ha la sinistra caratteristica di far suonare i Melvins come un gruppo rock “convenzionale” cosa che è una bestemmia in termini.

I Melvins all’epoca Big Business (Fonte: Wikipedia)

Qua e là ci sono anche state cose divertenti e pregevoli: il simpatico “Tres Cabrones”, il cazzutissimo progetto “Crystal fairy” (assolutamente da recuperare!), “Hold it in”… e qualche canzone qua e là da tutto il resto. I progetti solistici in vero risultati piuttosto deludenti del duo (fatto salvo che il primo di King, del 2014 se mi ricordo correttamente, invece era assai godibile) e, come al solito, un’intensa attività live fin quando è stato possibile li hanno portati fin qui. L’ultima Fatica “Pinkus Abortion Technician” era un lavoro eterogeneo, solidamente radicato negli anni ’90, un disco che riprendeva in mano molte delle atmosfere musicali che si era soliti respirare allora, non era del tutto disprezzabile. Però ancora sembrava piuttosto fragile: parlando dei Melvins quello che si è soliti ricordare, al netto di stranezze e divagazioni che pure sono una parte importante della loro produzione musicale, sono i riff massicci e pesanti di Buzz (per chi scrive uno dei migliori riff master dopo il supremo Iommi), la potenza ritmica di Dale, assolutamente eclettica nel suo essere pachidermica. Ecco questo era fatalmente venuto a mancare. Oggi, come al tempo dei Cabrones, recuperano Mike Dillard dalla loro formazione storica e provano a ripartire. E ci riescono molto più che in passato. Finalmente dei brani possenti e trascinanti, finalmente un lavoro continuo e che fila con pochi cedimenti (“Hot Fish”?) , finalmente il vocione di Buzz che sale in cattedra a trascinare il gruppo con verve ritrovata e fresca, all’altezza del loro blasone. Dale prende in mano il basso e lascia la batteria al loro compagno storico e la differenza quasi non si sente. Personalmente avevo bisogno di un disco come questo, avevo bisogno di rinfrancarmi con uno dei miei gruppi preferiti. Finalmente segato, in maniera spero definitiva, il ramo marcio McDonald riecco i Melvins con l’attitudine da sberleffo che li ha sempre caratterizzati, si vedano l’omaggio ai Beach Boys di “I fuck around” e “1 Fuck you”, ma soprattutto riff che ti colpiscono come un autotreno a 100 all’ora vedi “Negative no no”, “Boy Mike” o “Hund”.

In conclusione: È meglio della trilogia Atlantic? Nemmeno per sogno, meglio di quella Ipecac? Nemmeno si avvicina. È alla loro altezza? Finalmente sì!

Capitolo 2: Tomahawk

Mike Patton, Kevin Rutmanis, John Stainer e Duane Denison. I nomi potrebbero bastare ma spesso la somma di grandi cifre produce un’addizione dagli scarsi risultati. Non è questo il caso: almeno per i primi due lavori (e soprattutto per l’oscuro “Mit Gas”) possiamo sicuramente parlare di lavori riusciti ed efficaci. Per quanto concerne gli altri due (“Anonimous” e “Odd Fellows”) la curva pareva in fase discendente seppur non in caduta libera; alla fine la classe ed il mestiere dei singoli riesce nell’intento di farli galleggiare anche se appaiono un po’ spenti rispetto alla prima parte della carriera. C’è da dire che quando Patton trova un contesto in un gruppo (come è successo con i Mr. Bungle l’anno scorso) effettivamente funziona meglio. L’attitudine con i piedi per terra di un classico gruppo a quattro elementi gli impedisce di pisciare fuori dal vaso, come in altri contesti forse un po’ forzati (vedi quando gorgheggia inseguendo Luciano Berio). I suoi fan ormai sono abituati a tutto, vedi anche quando si mette a rifare, rivaleggiando con gli originali in modo assolutamente sorprendente, i classiconi della musica italiana anni ’60 con il progetto Mondo Cane o quando collabora con compositori norvegesi come con Kaada, quindi qui si gioca sul facile.

Il nuovo lavoro, riprende la classica atmosfera allucinata e sbilenca propria dei Tomahawk, seppur in maniera più rocciosa e solida che nell’immediato passato. Il primo estratto da “Tonic immobility”, “Predators and scavengers” funziona alla grande ed è un’ottima iniezione di fiducia nel nuovo materiale. I nostri sembrano tornati in piena forma, forse più concreti che in passato.

E alla fine il disco scivola via piacevole con anche degli episodi che si muovono su territori meno canonici come la triade “Eureka” (forse un rifermento alla città di origine di Patton?), “Sidewinder” dove per un attimo riappare il crooner e “Recoil” o, ancora, “Doomsday fatigue”. In definitiva un buon rientro, sicuramente scorrevole e coinvolgente.

Accade a marzo 2021

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Il mese inizia con una notifica di Facebook mi ricorda che il 6 di questo mese ricorre il compleanno di Marco Mathieu, caduto in coma ormai diverso tempo fa a seguito di un ictus che lo colse nel 2017 mentre era in vespa. Il bassista dei Negazione fu il primo musicista a cui scrissi una lettera che forse ancora non ero maggiorenne. Ci sono molto affezionato perché mi rispose a mano (!!!) e fu davvero un grande facendomi anche gli auguri per la scuola. Inoltre poco dopo li vidi in concerto e fu il primo vero concerto visto in solitaria (seppur con il provvidenziale passaggio genitoriale) che finì per cambiarmi la vita. Non ho potuto fare a meno di rivolgergli un pensiero di speranza, seppur velato dal tempo trascorso dal suo incidente che ormai comincia ad essere veramente tanto. Mi resterà sempre nel cuore, la sua musica e i suoi scritti; mi rammarico ancora di non aver avuto l’opportunità di accedere al suo lavoro su Socrates.

Lo spirito continua, Sempre!

Il giorno 8 irrompe la notizia del decesso di Lars Goran Petrov, storica voce degli Entombed.

Lars Goran Petrov (1972-2021) Fonte Wikipedia

Ho dovuto trasgredire alla mia regola autoimposta di non partecipare al carrozzone di cordoglio che di solito si scatena sul web, perché l’estate del 2007 è un ricodo ancora vivido nella memoria. Dopo anni di attesa finalmente posso permettermi un viaggio in nord Europa, e per i quattro anni successivi sarà una costante delle mie estati. Scelgo subito Stoccolma, che diverrà a buon titolo una delle mie città preferite. Appena arrivato mi guardo attorno come un animale randagio, il posto mi sembra da subito troppo bello per essere vero. Fatico ad integrarmi: c’è un sole splendente ma non fa caldo anzi, l’aria è frizzantina e si sta benissimo, la gente sorride, il Baltico è a due passi e mi sembra di non aver bisogno d’altro. Solo i prezzi mi fanno rabbrividire e la prima sera mangio una pizza da asporto fatta dai turchi in un parco cittadino. Torno all’ albergo dicendomi che quella sarà la mia casa per i successivi 15 giorni. Mi basta questo.

Il secondo giorno mi fiondo a Gamla Stan, il centro medioevale della città con l’idea di girarmi tutti i suoi vicoli e vederla tutta. L’ idea naufraga clamorosamente quando vedo l’insegna di Sound Pollution, storico negozio di dischi in centro, patria della musica estrema. Entro con una maglietta degli Unearthly Trance e il commesso mi fa i complimenti: più a casa di così… I dischi alla fine non sono poi così cari (provate a farvi una birra per ridere) alla fine però esco con un libro “Swedish Death Metal” di Daniel Ekeroth, storico libro sulla scena svedese con Entombed, Grave, Dismember e Unleashed in primissima linea. Sarà la lettura che accompagnerà l’intera vacanza con tanto di sopralluoghi nei posti citati nel libro: Il punto di ritrovo alla stazione centrale, il cimitero di Skogskyrkogården (patrimonio dell’ Unesco e protagonista della storica foto interna di “Left Hand Path”), qualche locale citato (anche se i nostri non potevano ancora entrarci in quanto sotto ai 21 anni), i Sunlight Studios etc… A quel punto mi sento veramente a casa, Sebbene in giro non ci sia il minimo sentore di Death Metal, respiro la stessa aria dei protagonisti e ne sono felice. Posso girarmela tutta la città e scoprire che è bellissima, trovare il più accogliente ristorante vegetariano di Stoccolma (l’Hermitage a due passi dal Sound pollution, spero ci sia ancora: erano tutti gentilissimi), girare per i musei (Il veliero Vasa, il museo civico, quello di storia naturale… ho saltato quello degli Abba), visitare la torre comunale.

Questo per dire che la scena svedese fu davvero qualcosa di unico ed importante, qualcosa in grado di smuovere le persone ed aprire nuovi orizzonti. Il tape trading allora era davvero qualcosa di avventuroso e romantico, magari facevi chilometri per incontrare una persona sentita solo per lettera partendo armato solo di passione e fiducia, oppure contattavi uno studio di registrazione perché ti aveva catturato quel suono e partivi all’avventura perché volevi registrare lì e finivi per tornare in quel posto in vacanza perché avevi stretto delle amicizie lassù. Gli Entombed ebbero una parte fondamentale in tutto questo e LG Petrov era una parte fondamentale degli Entombed, l’unico a non mollare fino alla fine, fatta salva una parentesi di scazzo con il mastermind Nicke Andersson a causa (pare) di una ragazza all’ epoca di “Clandestine”. Un personaggio schietto e reale che dava il 100% ed oltre sul palco, un puro concentrato di attitudine e metal, che ho avuto l’onore di vedere in azione al Master of death metal e a Rossiglione nel festival organizzato sa Trevor dei Sadist all’epoca. Una perdita tristissima e incommensurabile per chiunque abbia amato quella scena e anche quel paese meraviglioso che è la Svezia.

Al sound pollution sono tornato altre volte, in una occasione acquistai anche Serpent saints con relativa magletta omaggio che resiste tutt’oggi dal 2007!

Shattered Hope: Vespers

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Ho sempre avuto un rapporto distante con metal ellenico. Non amo particolarmente i Rotting Christ (anche se sono ben lungi dal negarne l’evidente valenza storica) conosco poco la scena locale e alla fine i soli Septic Flesh mi hanno suscitato delle belle sensazioni. Stessa cosa con la versione moderna di un certo tipo di doom metal che si distanzia dal classicone Sabbath/ Candlemass/ St. Vitus per abbracciare invece la tradizione più recente dei Peaceville Three e del funeral doom. Se, nel primo caso, è una questione meramente geografica e di attitudine, nel secondo la problematica è da ricercarsi in un suono che è divenuto via via più plastificato ed artificiale, cosa che affligge tutto il metal dei duemila, ma che si fa particolarmente fastidioso quando di tratta di un genere rallentato e rarefatto come quello in esame.

Finalmente un bel disco in grado di convincermi salta fuori e, anche se la pubblicazione risale all’autunno scorso, è sicuramente una delle più belle novità del 2021, almeno per quanto mi concerne. Il gruppo si chiama Shattered Hope ha al suo attivo già 3 album e rappresenta finalmente un segnale di riscossa per un genere che, a parte un momento di maggiore popolarità negli anni ’90, è sempre rimasto nell’ombra. Cinque brani, tutti sopra i dieci minuti, nei quali la classe ed il gusto compositivo del gruppo mantiengono sempre viva l’attenzione con poche prolissità inutili e momenti che faranno la gioia di chi segue questo genere. Un ottimo bilanciamento fra parti più atmosferiche e quelle più rocciose, l’inserimento di diversi registri vocali ottimamente gestiti, e una atmosfera generale crepuscolare ed ammaliante sono le cose che fanno di questo “Vespers” un lavoro interessante che merita assolutamente ascolto e considerazione, nel contesto di generale appiattimento dell’attuale scena… E poi la loro intera discografia musicale è in vendita su bandcamp a meno di 10€ e tra poco è ora di bandcamp friday… Serve altro?

Cult of Luna: The raging river

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Non è sempre necessario avere un’opinione su tutto, in periodi come questo, non avere un’opinione può essere una forma di difesa. Non è necessariamente indifferenza, quanto piuttosto un bisogno intrinseco di silenzio dal bombardamento mediatico, superficiale, monotematico e spesso inconcludente. Per avere un’opinione bisogna innanzitutto conoscere, documentarsi, partecipare. Sempre più spesso diventa impossibile seguire il filo conduttore di un discorso, le idee si confondono in un mare di discordia mediatica densa come fumo negli occhi. Per questo quando si alza il velo di Maya bisogna accogliere quel barlume di luce che ci permette di esprimere un’opinione su qualcosa. Diventa sempre più raro che succeda.

Cult Of Luna (fonte: Bandcamp)

Dopo anni sono riuscito a farmi un’opinione sui Cult of luna, ed è un’opinione positiva. All’epoca dell’uscita di “The Beyond”, oramai millenni or sono sembravano promettere bene anche se ancora troppo legati ai progenitori Neurosis, stesso discorso con “Somewhere along the highway” nel quale invece sembravano tendere maggiormente dalla parte degli Isis. Due ottimi punti di partenza certo, ma il loro, fino a quel punto rimaneva comunque un discorso ancora troppo acerbo e derivativo. Fortunatamente sono riusciti a non mollare la presa, a venire fuori alla distanza ad evolvere uscita dopo uscita fino a diventare un gruppo solido e veramente in grado di dire la loro in un panorama sempre più arido di idee e personalità. Oggi come oggi non è una cosa da poco, se consideriamo che ormai il mondo della musica sta evolvendo verso una preoccupante attitudine usa-e-getta che inquina l’etere segna inderogabilmente la via al declino.

Con “Vertikal” hanno cominciato a fare sul serio, a nuotare contro corrente, a raddrizzare la spina dorsale, a guardare i loro maestri dritti negli occhi con sguardo fermo e sicuro. E disco dopo disco non si sono più fermati, fino a raggiungere uno stato di grazia invidiabile a molti, nell’anno di disgrazia 2021.

Ed ancora una volta la loro è una proposta che richiede impegno e dedizione per poter essere assimilata. Non siamo davanti ad un lavoro facile, immediato e superficiale. Occorre dedicargli tempo e lasciarsi andare ad un ascolto inteso come esperienza e non come mera fruizione, merce rara al giorno d’oggi. Al punto di convincere i nostri a autoprodursi usufruendo di una propria etichetta di registrazione per questa uscita, scommettendo su loro stessi e sul pubblico che deciderà di seguirli in questa avventura.

Personalmente la scommessa è vinta con quest’ album, che conferma quanto di buono già si sapeva sul gruppo, ampliando ulteriormente il discorso già intrapreso con il suo predecessore ed includendo ancora elementi di novità come la collaborazione di Mark Lanegan che fornisce il suo baritonale contributo alla canzone più rilassata e malinconica del disco. Un lavoro intenso e solido, che non abbandona le radici post-HC (Umeå ha solide tradizioni in campo HC) dei maestri ma che è in grado di dare alle medesime una nuova linfa vitale.

Le composizioni sono tutte egualmente valide e di spessore, se devo sceglierne una scelgo “Wave after wave” una canzone che sembra essere l’invito perfetto a lasciarsi alle spalle le proprie miserie e ad alzare lo guardo verso un immenso cielo notturno.

10 domande a Marco De Grandi (Electric Ballroom, Sabbia)

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Ho sempre avuto dei seri problemi ad accettare la fine di qualcosa che mi appassionasse, sia esso un libro, una serie televisiva, un disco, una situazione sentimentale. Mi piace coltivare l’illusione che certe cose possano non finire, anche se spesso si finisce col farsi del male. Sul finire dello scorso anno è arrivata la notizia dello scioglimento di uno dei gruppi più significativi della scena locale biellese ed è stato un po’ un fulmine a ciel sereno, qualcosa di inaspettato che mi ha fatto riflettere perché per l’ennesima volta perdevo un pezzo di qualcosa cui ero seriamente affezionato. L’annuncio è stato dato in modo piuttosto asciutto, senza molte spiegazioni, anche per questo ho sentito la necessita di scambiare due parole con Marco De Grandi, batterista del gruppo. Ci siamo scambiati alcuni messaggi su facebook: nonostante li seguissi quando possibile non ci siamo mai incontrati di persona quindi quale migliore occasione anche considerando che, nello scorso mese, posso dire che “Wrong in blue” è stato una piccola ossessione fatta di ascolti ripetuti e nostalgia.

Oltre a questo, la validissima iniziativa “La Biella che suonava” * nell’ultimo periodo ha riportato alla luce molti dei vecchi gruppi biellesi facendomi riflettere molto sulla scena locale e su tutti i gruppi che si sono succeduti all’interno di essa. Mi è dunque sembrato giusto cercare di approfondire un po’ l’evoluzione delle cose per gli Electric Ballroom e Marco è stato così cortese (e rapido) nel rispondere alle mie domande, da questo nasce quanto potete leggere di seguito… Subito dopo dovete scaricare il disco sul loro bandcamp.

La discografia degli Electric Ballroom fa bella mostra di sé sulla mia scrivania

      •     Per partire con questa chiacchierata sugli Electric Ballroom purtroppo cominciamo dalla fine. Quando il 2020 volgeva ormai al termine arriva come un fulmine a ciel sereno l’annuncio del vostro scioglimento. Personalmente ero rimasto ad un vostro concerto al Vecchio Mulino di Valdengo (tra l’altro qualcuno assistette al concerto proprio sdraiato davanti alla cassa di Marco n.d.a.) nel quale avevate annunciato l’uscita del vostro primo album e da allora ero rimasto in fervente attesa. Cos’è successo poi?

Con il passare del tempo ci siamo resi conto che l’Alchimia del gruppo stava pian piano svanendo, trovare dei compromessi era sempre più complesso e un’idea comune era sempre più rara. Ci siamo quindi trovati a prendere la decisione, che è quella dello scioglimento del progetto.

      •     Alla fine il vostro album è stato fatto uscire postumo, con un’edizione fisica limitatissima (30 copie in cassetta), si tratta di un disco “assemblato” sulla base dei brani già registrati prima del vostro scioglimento o è uscito esattamente nella forma in cui l’avevate concepito fin dall’inizio?

L’idea del disco è mutata con il passare del tempo, abbiamo fatto molti cambiamenti dall’idea originaria. In realtà il disco era già pronto anni fa ma eravamo insicuri sui suoni e sul prodotto finale. Ci siamo quindi affidati alle mani di Kono Dischi prendendoci il tempo necessario. Wrong in Blue è il risultato di tutti questi cambiamenti.

      •     Andando a vedere la vostra pagina su Facebook è un continuo susseguirsi di concerti, foto e ricordi. Indubitabilmente eravate un gruppo per il quale l’attività live era fondamentale: avete suonato un po’ dovunque, facendo anche qualche puntata all’estero e supportando anche gruppi di discreta fama. C’è stata qualche situazione particolare che ti ha colpito o qualche luogo o persona che ti sono rimasti nella memoria?

Sicuramente i due tour fatti all’estero. Sono stati una grande formazione sia dal punto di vista musicale che umano, ci hanno aiutato a comprendere altre dimensioni portandoci a maturare un’altra visione rispetto quella locale italiana.

      •     Gli Electric Ballroom basavano molta della propria musica su delle solide basi blues. Pur essendo questo genere di musica alla base di buona parte di tutto ciò che è venuto dopo, oggi viene spesso ritenuta musica datata, poco attuale. Ovviamente io non sono affatto d’accordo, ma sono incuriosito da voi, cosa vi ha fatto prendere il via da questo genere di musica?

Filippo è stato la chiave di questa scelta musicale, la base blues era solo un punto di partenza. L’unione fra i vari gusti musicali, molto distanti tra loro, ci ha incuriositi, portandoci a mescolare le varie influenze.

      •     Una domanda al batterista: la vostra musica si basa su batteria, chitarra e voce e siete stati davvero molto bravi ad ottenere un suono così pieno con solo due strumenti. Che effetto fa suonare senza un basso, senza una vera e propria sezione ritmica classicamente intesa?

L’assenza del basso non è mai stata un problema, la base ritmica della chitarra di Filippo era sufficiente a tenere in piedi il groove. Inoltre non abbiamo mai sentito la necessita di un quarto membro all’interno del progetto. (per quel che vale sono assolutamente d’accordo n.d.a.)

      •     Parlando ancora del tuo strumento: spesso i batteristi si ritrovano a dover utilizzare pezzi di batteria altrui dal vivo, portandosi dietro magari solo il rullante o i piatti, è sempre difficile adattarsi a questo tipo di soluzioni oppure riesci a trovare un suono soddisfacente? Dove sta il segreto in questi casi?

L’unica risposta, a mio avviso, è quella di avere la capacità di adattarsi alle varie situazioni, nessun trucco o segreto. Non ho mai avuto grandi pretese di backline.

      •     Voi provenite da Biella, in questi giorni esiste un’ iniziativa (La Biella che suonava) che sta raccogliendo materiale sui gruppi biellesi di fine anni ’80 e del decennio successivo. Per essere una piccola provincia, si scopre che, se uno va a scavare, ci sono stati molti gruppi, alcuni anche decisamente dotati, nel passato che però difficilmente si sono poi imposti all’attenzione generale. Se avessi dovuto scommettere su un gruppo che avrebbe potuto farcela io avrei scommesso su di voi ad occhi chiusi (e magari sui Fermat’s Last Theorem quando c’erano ancora). Avete suonato molto sul nostro territorio ma che rapporto avevate con Biella? Pensi che provenire dalla provincia vi abbia limitato?

Biella essendo una piccola provincia, dà a piccoli gruppi la possibilità di emergere, ma è limitante perché è lontana dalle grandi città. Nelle piccole province, essendoci meno realtà, i gruppi sono più uniti e questo aiuta la formazione di collettivi, pronti a sostenersi l’un l’altro. Nelle Grandi province invece, secondo me, tende a perdersi un po’ questo fattore, dando però molti più spazi in cui esibirsi e far sentire la propria musica.

      •     Proseguendo sul filone Biella, vale la pena di parlare anche della Kono dischi, un’etichetta assolutamente importante per la scena locale. Conosci sicuramente altri gruppi di questa etichetta, ti piace qualcuno in particolare? E come vi siete trovati a collaborare con loro?

Kono Dischi è una realtà che a noi piace definire Famiglia, è stata sempre di enorme supporto al progetto. Il catalogo Kono invece, è molto vicino ai miei gusti musicali, non sento di avere preferenze, posso solo dire che sono tutti grandi musicisti dal buon gusto.

      •     Prima abbiamo parlato del Blues, che altra musica ascolti e quanto quello che ascolti si riflette nel tuo modo di suonare e concepire la musica?

Ho iniziato il mio percorso musicale da piccino con le influenze rock psichedeliche ’70 di mio padre, passando poi a cose più spinte come Grunge, Stoner e Hardcore. Queste influenze si sono poi intrecciate nel mio modo di suonare la batteria e si sono poi unite alla base “Blues” degli Electric Ballroom.

      •     Ora, per concludere, uno sguardo oltre gli Electric Ballroom. Tu, Giulia e Filippo siete tre musicisti molto dotati e spero che continuiate a produrre musica nel futuro. Siete rimasti in contatto? Ci sono all’orizzonte nuovi progetti?

Lo scioglimento del gruppo non ha per nulla incrinato i rapporti, siamo comunque in contatto. Riguardo i progetti, ognuno proseguirà il proprio percorso musicale; Giulia con i suoi progetti a Milano, Filippo con il progetto Ho.Bo ed io con i Sabbia.

Alla fine degli Electric Ballroom segue allora nuova musica, seppur in altri contesti. Non resta che tener vivo il ricordo delle loro esibizioni e dei loro brani e volgere lo sguardo a ciò che seguirà in termini musicali. Grazie di tutto!

*Se interessati, andete al link relativo: c’è un sacco di materiale in podcast!

2020

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10. Jesu- Terminus.

Avevo lasciato un po’ perdere di seguire quello che a tutti gli effetti si può ben considerare uno dei massimi padri della musica estrema, Mr. Justin Broadrick dopo l’ ultima uscita di questo stesso progetto denominato Jesu. Premesso che i primi due capitoli erano di una qualità indiscutibile per quanto mi riguarda, successivamente hanno cominciato a venirmi a noia, a sembrarmi meno ispirati e, per quanto concerne l’ultimo capitolo, a svoltare pericolosamente verso un addolcimento sonoro tale da farli diventare stucchevoli. Onestamente dopo 8 anni non sapevo cosa aspettarmi. L’ho comprato un po’ per supportare il notevolissimo negozio di dischi di Ivrea discoccasione e un po’ per nostalgia. Da principio mi sono detto subito che era una palla, fino a sentirmi davvero infastidito dall’uso di certi effetti vocali (“Consciousness”). L’effetto è durato un altro paio di ascolti, poi piano piano il disco ha cominciato ad insinuarsi e adesso mi ritorna in mente a spezzoni e sono arrivato ad assimilarlo. Se volete farvi un’idea di come suona guardate la copertina: abeti, nebbia, neve. Un inno al silenzio, al morbido sprofondare dei passi tra le cotri candide: lento, leggero eppure intenso con scariche elettriche ad appuntare il maestoso paesaggio. Sono quasi arrivato a sopportare anche la molestissima effttistica di cui sopra, credo che meriti dunque una certa attenzione: bentornati.

9. Scorched Oak -Withering Earth.

Non so voi ma io sento il bisogno di omaggiare i Black Sabbath con un disco di loro adepti almeno una volta all’anno. Fortunatamente qualcosa di decente su questa falsariga di solito si palesa: l’anno scorso i Monolord (sempre corna al cielo per loro!), quest’ anno gli Scorched Oak. Tedeschi, alternano voce maschile e femminile in brani che non indugiano molto sulla lentezza o sulla pesantezza del suono considerato il genere. Si muovono in un’atmosfera decisamente grassa musicalmente parlando ma mantengono un sound dinamico e ricercato (grande merito al batterista che sorregge la struttura alla grande) che li porta a comporre brani dalla lunghezza medio-alta ma non giocata su effetti ipnotici, quanto sulla costruzione del brano a partire dai riff. Decisamente una buona prova, se potete soprassedere ( in questo caso lo si fa volentieri) sull’ originalità a tutti i costi.

8. Mr. Bungle- The Raging Wrath Of The Eastern Bunny.

Altro caso in cui occorre non aspettarsi chissà quale innovazione, anche se da un gruppo come i Mr. Bungle sembra assurdo non aspettarsela. In realtà questo disco è senz’altro la loro uscita più canonica: hanno ripreso un vecchio demo e lo hanno risunato ad anni di distanza con l’aiuto di Scott Ian degli Anthrax e Dave Lombardo degli Slayer. Quello che ne esce è un disco di thrash metal con le palle fumanti, come si diceva una volta. Un superlativo esempio di come i vari Municipal waste, Toxic holocaust e compagnia siano davvero poca cosa rispetto a chi con il thrash c’è nato. Semplicemente questo. Chi si accontenta gode e tanto!

7. Kvelertak-Spid.

Un gruppo che, per molti, ha rappresentato una sana ventata di aria fresca nell’asfittico panorama del metal post 2000, uno dei pochi a uscirsene con qualcosa di personale e ben architettato, una diretta evoluzione di quello che c’era prima ma con un valore aggiunto importante che rendesse loro il merito di aver codificato un nuovo stile. Purtroppo, dopo il botto del primo disco (assolutamente ottimo), la conferma del secondo, comunque non all’altezza del primo, il terzo disco suonava decisamente sottotono e diversi punti interrogativi si palesavano all’orizzonte per il proseguio della loro carriera. Dopo aver cambiato formazione si ripresentano invece in una forma più che buona, rilasciando un disco fresco, in continuità con i primi due, ma soprattutto in grado di restare in mente e di esaltare in diversi passaggi da headbanging e corna al cielo. Una rimonta come se ne vedono poche.

6. Zolle-Macello.

Unico gruppo italiano della lista (forse), unico duo e unico disco (quasi) strumentale. Di loro ho già detto tanto, mi hanno anche fatto l’onore di concedermi un’intervista. Sono ruspanti, genuini e combattono dalla bassa lombarda a colpi di riff, disegni (animati), salami e vino. Dall’alto dei loro trattori nonostante i ritardi in sala prove… avete bisogno di altro?

5. Deftones-Ohms.

Ennesima prova per il gruppo di Chino Moreno e Stephen Carpenter. Ennesimo bel lavoro, anche loro in rimonta vista la prova un po’ sottotono (per i loro standard, sia chiaro) del disco precedente. Da un disco dei Deftones chiunque dovrebbe ormai sapere cosa aspettarsi, più che altro la domanda da porsi è quale forrma daranno questa volta alla loro proposta, come saranno in grado di miscelare i vari elementi che contraddistinguono la loro musica e quanto sapranno essere coinvolgenti nel farlo. Bene, in questo caso, tutto riesce alla grande, sono tornati a dei livelli più che buoni con un disco che a pieno titolo entra in molti listoni di fine anno. Grazie: la musica ha bisogno di un gruppo come voi.

4. Nothing-The Great Dismail.

Questa è storia recente, come potete leggere dal post precedente a questo. Un disco ispirato e avvolgente, a tratti intriso di inquietutine e sogni. Sanno far viaggiare l’immaginazione per poi abbatterla con bordate ad un volume smodato. Un lavoro che cresce con gli ascolti e si perde nel cielo notturno, affascinante e assordante, chilometri al di sopra delle strade deserte.

3. Celestial Season- The Secret Teachings.

Qui gioco in casa, “Solar Lovers” è uno dei miei dischi preferiti di sempre, anche se giocare in casa a volte è più difficile che in trasferta. La pressione è molto maggiore e qui era alle stelle: era questione di rimettere in gioco i propri sentimenti, di confrontarsi con un passato impossibile da eludere. Missione compiuta, se parliamo di essere all’altezza del proprio passato, il resto lo dirà il tempo e gli ascolti accumulati. Ovviamente ho preso tutto il cofanetto “The Doom Era”, non c’era nemmeno da chiederlo.

2. Human Impact- S/T.

Altra vecchia conoscenza: Chris Spencer, che posso farci se ben pochi giovani sono in grado di smuovere le mie emozioni? Messi in soffitta gli Unsane, ecco gli Human Impact esordire praticamente assieme alla pandemia. Il disco pesca a piene mani nel sound degli Unsane ma riesce a rivisitarlo e a mettere in evidenza diverse sfaccettature interessanti che nella band madre non emergevano vista la natura monolitica della loro proposta. Come già i Celan, anche gli Human Impact riescono quindi a ritagliarsi una fetta di personalità distinta, soprattutto grazie ai tocchi elettronici di Jim Coleman che inseriscono una sfumatura greve e delineano le nuove coordinate stilistiche del gruppo, già dotato di una coesione e comunione di intenti ammirabile e solida.

1 .Coriky-S/T.

Disco dell’anno. Finalmente Ian MacKaye rompe la quiete dei suoi progetti post Fugazi (gli Evens, soprattutto) e torna a scrivere una musica con un grado di intensità finalmente elevato. Non che mancasse la qualità, ma era proprio il trasporto a mancare: gli Evens erano soprattutto la parte calma e riflessiva di MacKaye e della sua compagna, a volte però lo erano fin troppo, al punto che, pur riconoscendone i meriti si correva il rischio di annoiarsi (anche a morte). Nulla di tutto questo qui. Un disco che riprende il discorso dei Fugazi e gli dona nuova linfa e nuove voci, dimostrando che la fiamma non è spenta, il cammino non è finito, l’integrità paga e il cielo non è più il limite.

Alla fine dell’anno giunge la notizia dello scioglimento del gruppo biellese Electric Ballroom. Sinceramente una bruttissima notizia, visto che erano senz’altro uno dei gruppi più promettenti della nostra zona. Lascia l’amaro in bocca che l’annuncio venga dato in concomitanza con la pubblicazione on line delle loro ultime registrazioni. Lasciano con un solo EP all’attivo oltre al disco postumo di cui sopra, con una miriade di potenzialità inespresse, come se questi 366 giorni non fossero già stati pesanti abbastanza. Andate sul loro Bandcamp e abbracciateli idealmente, il disco è gratis.

Now I’m nothing

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Negli anni ’90 questa scritta appariva allegramente su molte delle magliette dei Nine inch nails. Ho sempre pensato che fosse una figata e, se non fosse che è finita in modo tragico, ho sempre pensato anche che “I hate myself and I want to die” fosse un titolo magnifico da dare a una canzone. Chiamare un gruppo Nothing sembra un po’ una di quelle cose da quadretto nero di Malevic, una cosa facile ma alla quale nessuno pensa. Magari poi ci sono migliaia di gruppi che si chiamano Nothing in giro per il pianeta; quello di cui ho sentito parlare io è quello di Dominic Palermo che ha da poco fatto uscire “The great dismail”, per la mai troppo lodata Relapse relapse records che evidentemente ha ampliato non poco i propri orizzonti.

Non sono un grande fan conoscitore dello shoegaze, del nu-gaze del queldiavolochevipare-gaze, questo va detto subito, ma apprezzo in genere la gente che alza gli amplificatori come se l’udito non fosse un bene prezioso (però a conti fatti per me lo è!).

Sono arrivato ai Nothing per vie traverse dunque, un intervista su Rumore e qualche blog che ne parlava. Ci sono arrivato e mi sono fermato perché il loro ultimo lavoro è un disco che merita. Nelle foto promozionali appaiono in tuta anti-gas (non si limitano alla maschera, per dire) il che rende perfettamente l’idea del periodo storico nel quale il disco esce: alla fine della pausa estiva che sembrava essersi presa la pandemia. Il brano che ci introduce il disco “A fabricated life” è già un ottimo biglietto da visita: sommesso inno fragile concepito senza batteria, una partenza lieve ma una solida dichiarazione di intenti. Già dalla successiva “Say less” il gruppo mette le carte in tavola, introdotti da un jingle pubblicitario, liberano le sonorità gonfiandole a dismisura. Le origini del gruppo sono chiare: anni ’90. Dentro alle loro canzoni ci ho sentito distintamente i Dinosaur Jr., i Jane’s addicition e gli Smashing pumpkins, potrebbero tanquillamente aprire un concerto per ognuna di queste tre band e fare comunque felici i loro fan. La differenza la fanno la loro attitudine a divagare e a rendere maledettamente carico il suono imprimendogli a forza le distorsioni proprie del genere che si ritrovano in tutti i capostipiti (Slowdive, per dire, ma anche i nostrani Klimt 1918 dell’ultimo disco). Un suono dinamico e fluido, nonostante incline a trattare di sentimenti malinconici e riflessivi, se non proprio depressivi. Sembra che in questo ultimo capitolo si sia trovata la messa a fuoco definitiva per il loro sound: gli inserimenti effettuati rispetto al passato hanno apportato una maggiore lucidità in fase compositiva rispetto al passato portando il gruppo a rilasciare forse il più completo tra i loro lavori.

La metamorfosi appare completa a questo punto, lasciati alle spalle i retaggi hardcore che sono anche costati cari al loro componente fondatore, i Nothing hanno davanti uno spazio del quale non si intravvede la fine e diverse direzioni verso le quali fare rotta da qui in avanti. Sicuramente una delle proposte migliori di quest’anno disgraziato.

Gente con ancora qualcosa da dire? Parte 2: Deftones.

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Ohms è gia uscito da più di un mese, ho avuto tempo per pensare se acquistarlo o meno. Alla fine ho deciso per il sì. Alla fine anche perché ho tutte le altre uscite del gruppo di Sacramento (che sembra una esclamazione folkloristica che era solito utilizzare mio nonno, con diversi punti esclamativi successivi), sono un loro fan dall’uscita di “Around the fur” e credo che siano uno dei pochi gruppi longevi e con scarsi cambiamenti di formazione rimasti. Già questo di per sé non è poco, nel loro caso poi il cambio del bassista è anche dovuto ad un evento tragico, quindi la sorte nel loro caso ha avuto un corso beffardo: si narra infatti che Stephen Carpenter abbia avuto la possibilità di imparare a suonare la chitarra a causa di un incidente in skateboard (che con i dovuti rimborsi servì anche a comprare l’attrezzatura) e sempre per lo stesso motivo persero il loro bassista storico Chi Cheng.

Nonostante questo hanno tirato avanti dagli anni ’90 ai giorni nostri. Ingiustamente, fino a quando il fenomeno è durato, accostati al movimento del cosiddetto nu-metal un po’ per il periodo storico, un po’ per certe assonanze stilistiche (chitarroni ribassati, uso della voce e groove ritmici) hanno saputo guardare oltre e rinnovarsi, con alterne fortune fino ai giorni nostri. Solo per questo mi verrebbe da dire: avercene.

Ovviamente non è tutto così perfetto, almeno un paio di episodi debolucci nella loro carriera sono indubitabili: “Saturday night wrist” e il disco precedente a questo “Gore” suonano un po’ sottotono nonostante alcuni picchi notevoli a livello di singoli episodi siano innegabili (io continuo ad avere un debole per “Phantom Bride” per esempio), anche “Diamond eyes” girava un po’ su regimi bassi per i loro standard. Quindi il dubbio se fosse la pena di acquistare il nuovo “Ohms” lo ritenevo legittimo.

C’è da dire subito che i loro punti più alti in carriera: “Around the fur”, “White pony” e “Koi no yokan” rimangono lontani all’orizzonte, non aspettatevi un rientro su tali livelli. Se sapete ascoltare però alcuni punti a suo favore il nuovo disco li ha. Carpenter continua ad aggiungere corde alla sua chitarra (siamo a nove tipo Matt Pike? il prossimo traguardo forse è lo stickman di Tony Levin con 10 corde) chissà se poi servono oppure no, rimane il fatto che l’ispirazione, pur con qualche calo sembra non esaurirsi e, se a un primo ascolto sembra non esserci un guizzo particolare in questo disco, man mano che si continua ad ascoltarlo, le melodie ti si piazzano in testa e riemergono di quando in quando nei momenti più inaspettati. ho sempre pensato che la capacità di un disco di rimanerti in testa viaggi di pari passo con la sua qualità.

Almeno per decidere se acquistarlo o meno, per decretare il capolavoro è poi necessario andare oltre… spingere avanti il suono, cercare il lampo di originalità, fare emergere la propria personalità e ispirazione. Sulla personalità dei nostri mi auguro non ci siano dubbi, mentre forse quello che manca a questo disco è una spinta innovativa spiccata. Mi viene anche da pensare però che in questo loro hanno già dato in passato: non voglio ripetere le considerazioni fatte per i Tool, ma anche nel loro caso forse non è più il loro ruolo quello di cercare nuove strade, quanto piuttosto quello di ribadire quelle che loro stessi hanno tracciato rendendole grandi ancora una volta: in questo si può dire che siano riusciti. A più di vent’anni dall’ esordio è sempre meglio che vivacchiare all’ombra del loro stesso nome con dischi scialbi e troppo ripetitivi.

Deftones (Fonte Wikipedia)

Quindi riecco l’elettronica, l’amore mai sopito per gli anni ’80 (“Pompeij” sembra uscito dalla colonna sonora di Twin peaks), i chitarroni ribassati, la voce capace di passare attraverso vari registri con scioltezza le ritmiche serrate e sfaccettate, in poche parole i Deftones, uguali a loro stessi ma senza annoiare, senza restare troppo a corto di argomenti. Scusate se è poco.

Postilla personale: il mio attaccamento ai Deftones arriva direttamente da una delle loro canzoni più famose “Be quiet and drive (far away)” , quando uscì arrivai ad ascoltarla quasi prima che il mondo stesso si accorgesse della loro esistenza. Mi colpì come un diretto alla bocca dello stomaco, mi fece quasi male: era esattamente la summa dei miei sentimenti di inadeguatezza, della mia sensibilità instancabile che mi costringeva a ridurre ogni cosa ad un’estenuante riflessione, che mi teneva ingabbiato al tetro me stesso che ero allora. Sentirmi sussurrare “Now drive me far… don’t care where but far” era esattamente ciò di cui avevo bisogno: che qualcuno mi allontanasse dal mio stesso mare dei sargassi perché da solo non avevo abbastanza forza per farlo e sarebbe stato così ancora per tanto tantissimo tempo. Non importava dove ma lontano, da me e da tutto.

Gente con ancora qualcosa da dire? Mr. Bungle!

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Mr. Bungle

Ormai dal Sig. Patton ci si aspetta di tutto: dopo aver collaborato con chiunque, formato i Fantômas, prestato la voce a Bjork, essere ritornato ai Faith No More, aver cantato delle canzoni italiane degli anni ’60, mancavano i Mr. Bungle. Detto, fatto. Rieccoli qua. In realtà solo tre di loro: Patton, Dunn, Spruance.

Dopo un passato fatto di crossover e schizofrenia musicale, senza pubblicare nulla da più di vent’anni (una volta per tutte: il loro esordio rappresenta IL disco crossover per eccellenza) ritornano con la brillante (?) idea di ripubblicare il loro primo demo. Essendo californiani ed avendo esordito negli anni ’80 cosa vi aspettate che suonassero agli esordi? Esatto. I tre superstiti uniscono le forze con -Attenzione!- Dave Lombardo e Scott Ian e ri-registrano un demo di Thrash metal!!!

Mr. Bungle 2020 (fonte: Ipecac Records)

Mi spiace per tutti ri revivalisti del genere ma, visti i risultati, prendete pure tutti vostri bei dischetti di Toxic Holocaust, Municipal Waste e compagnia (compresi anche gli ultimi dei quattro grandi del thrash e dei Testament) e buttateli nel cesso perché questo disco, nella sua desueta e folle intenzione, incenerisce qualsiasi concorrente istantaneamente. Per di più con una dose di autoironia (vedi Bio, proclami pubblicitari vari e la cucaracha) che gli altri militanti severi si sognano solamente e che è sicuramente un valore aggiunto.

In conclusione: che senso ha ri-suonare adesso un vecchio demo di thrash metal del 1986? Non lo so, ma il fatto è che mi ha dato una gran gioia sentirlo. Ha finalmente(!!!) dei suoni decenti e nient’affatto plastificati e poi ci suonano dei veri maestri del genere e della musica in generale (Trevor Dunn è un genio del suo strumento, per dire). Molta nostalgia? Certo! Stanno raschiando il fondo del barile? Forse! Hanno ancora qualcosa da dire con un’operazione del genere? Secondo me sì, nonostante tutto… Dunque, per una volta, alziamo il volume e chissenefrega!!!

Don’t act bad Mr. Bungle!

3 vs 1

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L’ estate è trascorsa veloce, nascosti in una città abbandonata eppure viva. Come la brace sotto la cenere. Il senso di vuoto degli alberghi abbandonati e di un luogo che, un tempo, era in grado di ospitare le persone bisognose di cure. La decadenza degli edifici e la tenacia di chi ancora abita quei luoghi. Come sempre le vacanze estive sono quel non-luogo dove vorresti fare tutto quello che, nel trascorrere dell’anno, non ti è riuscito. Leggere un libro o ascoltare musica con calma. Ovviamente non ti riesce. Ti togli qualche fugace soddisfazione, fai appena in tempo ad accorgerti di avere del tempo libero che subito ti viene negato. A pensarci tutte le volte sembra l’ora d’aria dei carcerati. In quest’ ora ho ascoltato quattro nuovi dischi e me ne è piaciuto veramente solo uno, che terrò per ultimo.

Mrs. Piss “Self surgery”: Mi imbatto in questo disco solo perchè vede coinvolta la signora Wolfe. Tutto mi direbbe di non farlo: il nome e l’artwork sono già di per sé squalificanti, per non dire pessimi. Fortunatamente il disco non è peggio (bisognava effettivamente impegnarsi) ma decisamente non brilla. La registrazione è molto piatta, quasi malfatta e questo non giova: non stiamo parlando di musica che trae giovamento da una registrazione ai limiti del low-fi, soprattutto non con la voce di Chelsea di mezzo. Poi poche idee e sviluppate male, a tratti la classe della cantante emerge, ma più spesso appare ficcata a forza in un contesto davvero povero in termini di idee e soluzioni. Non mi è venuta voglia di andare oltre il primo ascolto. Se proprio volete godervi qualcosa di nuovo che coinvolga l’autrice di “Birth of violence”, allora ascoltate questa: è una cover, ma almeno non è niente male.

King Buzzo (with Trevor Dunn) “Gift of sacrifice”: Seconda puntata acustica e (quasi solistica) per il leader dei Melvins. In questo caso sono arrivato almeno al secondo ascolto. Se il primo episodio aveva convinto, il secondo non centra l’obbiettivo. Magari mi ricrederò quando mi verrà voglia di riascoltarlo, per ora purtroppo è triste constatare che anche con il coinvolgimento di un musicista sopraffino come Mr. Dunn, la situazione non migliora e c’è poco da fare. Poco più di mezz’ora di brani acustici per archi e chitarra che non coinvolgono pur non essendo oggettivamente brutti, il problema è che lasciano indifferenti. Che i Melvins siano uno dei gruppi che lavorano più duramente nel panorama della musica pesante penso sia indubitabile, solo che sono diventati… logorroici, adattando il termine alla produzione musicale: buttano fuori roba a ripetizione, senza tregua e quasi senza riflettere. Un album almeno all’anno, più gli album solisti del buon Buzzo e di Dale Crover usciti di recente; obbiettivamente è quasi impossibile mantenere gli standard qualitativi elevati del in passato a questi ritmi e con anni di carriera alle spalle. Danno l’idea di non scartare mai nulla, nessuna idea, nessuna collaborazione, nessun progetto collaterale: è chiaro che il talento si diluice e si finisce per annoiarsi all’ascolto. Qui King sembra riciclare riff (e lui è una vera riff-machine forse la più prolifica dopo Tony Iommi) e avere idee confuse. Spiace dirlo anche perchè l’ EP “Six Pack” uscito in anteprima a questo su Amphetamine reptile records, era decisamente molto più coinvolgente e ben fatto anche al netto della divertente cover dei Black Flag. Se i Melvins si decidessero a far uscire meno dischi (che siano al verde?) e a licenziare quell’inutile buffone dei Redd Kross al basso, forse riavremmo il nostro grande gruppo indietro, per ora sono abbastanza vittime della loro stessa iperproduttività.

Mark Lanegan “Straight songs of sorrow”: Accanto all’uscita del discusso memoir “Sing backwards and weep” arriva questo nuovo lavoro del (un tempo?) fulvocrinito cantante americano. Fermo restando che “Blues funeral” era un capolavoro di stile e “Gargoyle” gli andava appena sotto, con un 1-2 micidiale (“Goodbye to beauty”/”Drunk on destruction”), da lì in poi l’ispirazione è andata scemando anche per lui. Lasciando perdere “Imitations” che è un disco di cover e lo zoppicante “Phantom radio”, l’ondata elettronica che ha invaso i suoi lavori si è fatta quasi opprimente e sbilanciata nell’economia dei brani che via via stanno perdendo quell’opacità fumosa e distruttiva che li rendeva tanto affscinanti. Probabilmente sono anche io il problema, essendo legato alla sua produzione più datata e acustica, per cui soprattutto “Somebody’s knocking” ma anche questo “Straight songs of sorrow” mi risultano un tantino indigesti. Non sono brutti, ma hanno perso il magnetismo e almeno una fetta di magia dei precendenti e anche qui non mi hanno catturato al punto di entrare in un ciclo ripetuto e piacevole di ascolti. Dev’essere una costante del periodo, ma già la canzone di apertura mi sfianca dopo pochi minuti… Fate voi.

Steve Von Till “No wilderness deep enough”: Dopo tre ascolti colpevoli di avermi tolto parte della fiducia nei rispettivi autori, arriva la certezza, solida come una roccia. Il cantante/ chitarrista dei Neurosis rilascia un altro disco solista e nemmeno questa volta è possibile muovergli una critica. L’unico limite di questo disco, se vogliamo chiamarlo così, è che risulta difficile essere dello stato d’animo adatto per ascoltarlo, perché è un disco che letteralmente ti scava dentro, ti svuota e ti lascia nudo di fronte a te stesso. Una visione che non tutti (io per primo) riescono a sopportare per tempi troppo lunghi. Steve è un autore autentico, profondo e sensibile, nonstante il suo gruppo madre abbia messo a dura prova l’udito di più di un fan con sperimentazioni pesantissime e a volte indigeste (confesso candidamente di non riuscire ad arrivare in forndo a “The world as law”, per esempio), quando si tratta dei sui dischi solisti il discorso cambia.

Partito da splendide suggestioni acustiche (il meraviglioso “As the crow flies”), album dopo album, il suono votato al minimalismo si è via via arricchito di sfumature sicuramente apprezzabili in termini di inserti elettronici e archi che completano lo spettro sonoro rendendo il suono ricco ed avvolgente, tutto corredato dai testi sempre ispirati che recentemente hanno anche trovato una dimensione grafica affascinante in un libro corredato da suggestive immagini. Il cerchio si chiude intorno alla sua magistrale interpretazione vocale sempre intensa ed emozionante. Finalmente, ne avevo bisogno.