Music

2021

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10. Melvins: working with god. Questo disco è un classico disco dei Melvins vecchia maniera. Per chi li conosce nulla di nuovo: ci sono i loro classici scherzi da prete (la proto-versione del classico dei Beach Boys e quella in cui mandano tutti affanculo), bei riffoni portanti a supporto delle composizioni. In questo disco è tutto apposto, i Melvins che, finalmente, tornano a fare i Melvins. Non finirà in nessuna lista di fine anno ma finisce nella mia perché, da loro ammiratore, avevo bisogno di un disco come questo. Salvo che poi si siano subito smentiti: certo che se c’è una cosa da dire sul gruppo del Washingston state è che non sono fatti per accontentare tutti.

9. Nick Cave, Warren Ellis: Carnage. Spero di non prendermi del nostalgico a tutti i costi ma pur trovando spunti interessanti nel nuovo corso di Nick Cave con il timoniere Warren Ellis, io continuo a preferire la vecchia produzione con i vecchi Bad Seeds. Per me non c’è partita. Eppure questo nuovo capitolo convince, è bello nel suo essere scarno come al solito. Però forse con l’età è venuto a mancare l’impeto emozionale dei vecchi tempi. Senza contare che restare senza due geni musicali come Herr Bargeld e Mr. Harvey, per un pur meritevole Ellis, sicuramente è un’operazione al ribasso. A me questi dischi piacciono ma mi risultano freddi, in molti li apprezzano, io faccio molta fatica pur riconoscendone il valore.

8. Carcass: Torn arteries. Sempre un piacere parlare di Jeff Walker e soci. Questa volta non fa eccezione, sono in forma e all’altezza del nome che portano. Se poi volete fare dei paragoni ingombranti col loro passato, continuare a lagnarvi che Ken Owen non è più della partita e via discorrendo, siete liberi di farlo. Io ho scelto di alzare il volume e godere della loro ultima fatica, non è un’impresa impossibile nemmeno nel 2022.

7. Mondaze: Late Bloom. Mentre molti indugiano in cosucce tipo la synth wave et similia, per il secondo anno di fila ospito nel listone di fine anno un gruppo che fa un genere con dentro la parolina gaze. Stavolta, dopo i Nothing l’anno scorso, tocca a i Mondaze da Faenza con furore. La cosa bella di questo genere è che potenzialmente a tutti gazer piace alzare il volume a dismisura facendo rimbombare tutto. Sembrerà una bestemmia ma la cosa funzione bene con i Carcass e anche con i Mondaze, ovviamente sono diverse le sensazioni ma questo disco ha comunque molto da offrire anche ad un appassionato di cose molto più brutali e trucide. Un bellissimo esordio.

6. Coverge: Bloomoon I. Di questo disco ho già parlato, mi sembra un lavoro meritevole ma un po’ discontinuo e che, alla lunga, non mi ha fatto venire troppo spesso voglia di essere riascoltato. Ancora un giudizio un po’ sospeso: magari poi a distanza di tempo potrebbe venire assimilato meglio almeno dal sottoscritto, le perplessità tuttavia non smorzano l’interesse per un possibile vol. 2.

5. Amenra: De Doorn. Poco da aggiungere anche qui, il solo limite degli Amenra è che fanno musica che è di difficile ascolto. Bisogna essere nella giusta predisposizione spirituale e allora se ne fruisce nel modo migliore e se ne traggono belle soddisfazioni. Il cantato in lingua fiamminga, a mio modo di vedere, aumenta di molto il fascino della loro proposta, anche se non ne capisco praticamente una parola.

4. Godspeed you! Black Emperor: G_d’s Pee AT STATE’S END! Bellissimo lavoro della band canadese, che questa volta, più che in passato, riesce ad essere quasi più fruibile, con passaggi di una bellezza assoluta che rimangono molto più in testa anche a distanza di tempo. Non vedo l’ora di sentire questi brani dal vivo, con il supporto della parte visiva: in tale caso sarebbero già da adesso da mettere al primo posto.

3. Jointhugger: Surrounded By Vultures. Buonissima seconda prova della band norvegese, che incorpora maggiore psichedelia nel proprio suono rinunciando a qualcosa in pesantezza: il risultato è comunque da applausi, un gruppo come ormai se ne sentono pochi. A partire da qui, le loro possibilità evolutive per il futuro hanno mille direzioni, tutte da esplorare.

2. Monolord: Your Time To Shine. Gli svedesi sono ormai un’istituzione e si confermano ancora alla grande con questo disco, molto più oscuro e dolente del precedente. Inizialmente mi aveva quasi respinto, poi mi ha definitivamente conquistato: è un vero e proprio gioiello.

1. Green Lung: Black Harvest. Vincono a mani basse. Hanno i riff, hanno il groove, soprattutto l’immediatezza ed il coinvolgimento che creano con le loro canzoni non hanno praticamente eguali nel panorama odierno. Per riassumere: hanno un gusto per la canzone invidiabile. Ogni brano è un inno da cantare a squarciagola, una marcia trionfale, un coro da stadio dell’occult rock. Forse poco impegnativi e un po’ facili ma in questi tempi difficili avevo proprio bisogno di un disco del genere.

31/05/2009

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O’Malley e Andreson più un terzo figuro (fonte Bandcamp)

La data è un’altra di quelle impresse a fuoco nella memoria. Per i 10 anni di “Grimm robe demos” i Sunn 0))) fanno tappa a Bologna. Dopo averne sentito parlare in termini che oscillano tra l’incubo e la leggenda, si decide di affrontare la trasfertona fino al Locomotiv. Si tratterà di una due giorni dove al ritorno è prevista tappa a Maranello a visitare il museo della Ferrari, oltretutto il giorno dopo è il primo maggio, quindi tranquillissimi.

Arriviamo accaldati a Bologna nel primo pomeriggio e ci fiondiamo a immediatamente visitare il centro: tra negozi di dischi, portici e circoli arci a fine giro ho in mano un picture disc di “Reign in blood” e sto sorseggiando un amarone in un’ enoteca del centro (“Alto tasso” si chiamava: un nome una garanzia) con sullo sfondo un accenno di tramonto, davvero non male come scenario. La cena consta in una pizza da asporto trangugiata alla veloce con tavolini improvvisati e birra in lattina: l’amarone è diventato un pallido ricordo e siamo tornati ai nostri standard.

Dopo qualche altro bighellonare nelle vie del centro ci avviciniamo al luogo del misfatto: nulla e dico nulla può prepararci a quello che sta per succedere. Il Locomotiv si trova in una zona circondata da alberi, dove la solita mandria di personaggi singolari sta già bivaccando in attesa di entrare.

Piano piano si forma una coda per l’ingresso. Prima di poter entrare si deve firmare una liberatoria circa i possibili danni all’udito, una delle due firme non sarà propriamente un nome ed un cognome. Sembra quasi una trovata propagandistica, ci ridiamo sopra ed entriamo. Solo poco dopo capiamo che non si trattava affatto di un’esagerazione, anche se ad un concerto analogo in Svizzera non ci faranno firmare nulla, ma ci forniranno direttamente i tappi. Non divaghiamo in facile retorica, siamo comunque muniti di tappi, quindi no problem… forse.

E dico FORSE perché i Sunn 0))) dal vivo sono una cosa che va vista. Non si può tradurre in italiano correttamente, in inglese si direbbe “it has to be experienced”, più che visti vanno sperimentati sulla propria pelle. Forse pensate di avere un impianto stereo potente e fedele, pensate che mettendolo al massimo ci arriverete vicino: nemmeno per sogno. Al più farete vibrare i vetri, ma che succede quando tutto vibra, quando qualsiasi cosa, animata ed inanimata, ha un fremito all’unisono? Quando le teorie di Nikola Tesla secondo cui la terra stessa sarebbe un’enorme cassa di risonanza trovano conferma durante un “concerto”? Questo è quello che succede durante la loro esibizione. O per lo meno è la descrizione più accurata che le parole mi consentono.

Ma procediamo con ordine, dopo aver espletato le operazioni burocratiche imposte per l’entrata entriamo nel locale e veniamo subito accolti da una fila interminabile di amplificatori (di marca Sunn o))) appunto) che occupano tutto il parco nella dimensione della lunghezza. A volte è capitato di vederne così tanto ma spesso è tutta scena. Qui no. Nessuna scena, funzionano tutti e tra poco ne avremo la riprova. L’attesa si fa spasmodica: io mi piazzo davanti al palco, il mio compare lungo i muri perimetrali. Per sua sfortuna io avrò la meglio. Dopo un paio di mezz’ore salgono sul palco, non prima che tutto sia completamente inondato di fumo al ghiaccio secco.

Una Pallida impressione di quello che successe…

E poi partono con le note, mai avresti supposto che un suono del genere potesse uscire dalla Gibson Les Paul gold top di Greg Andreson o dalla chitarra di alluminio Electrical Company di Stephen O’Malley. È qualcosa di assolutamente travolgente che ti afferra alla bocca dello stomaco e ti fa vibrare tutto, dai peli sulle braccia alle parti basse. Niente risulta immune. Difficile dire se effettivamente poi i brani rispondano al contenuto dei Grimm robe demos, io francamente mi ci sono perso e va benissimo così: è stata un’esperienza mistica. Chi non crede che la musica (in questo caso sarebbe meglio dire “il suono”) sia qualcosa che eleva ad un’altra dimensione dovrebbe provare un concerto dei Sunn 0))). Tocca delle corde che nemmeno pensavi di avere ti avvolge azzerando qualsiasi altro senso: il fumo serve presumibilmente a questo a “fare lo zero” di olfatto e vista, in modo che rimanga solo il tatto (la vibrazione) ed il suono (l’udito). Poi non tutti sono pronti per questo: noi stessi non lo eravamo e ne siamo usciti estasiati e distrutti al tempo stesso, eppure consci della portata assoluta di tutto ciò a cui avevamo assistito. Da allora ogni loro concerto è un rito che si perpetra.

In molti mi guardano storto quando dico che la musica è la mia religione. Ma, sul serio, è così. E andare a quel concerto dei Sunn 0))) fu un passo in più nel rendersene conto. Le valvole incandescenti degli amplificatori accesi sono come delle candele votive, ascoltare un disco equivale a una preghiera, andare a un concerto è un rito, gli artisti degli sciamani e non temo di essere blasfemo nell’affermare questo, perché più passa il tempo più mi accorgo che questa è la mia verità sull’intera faccenda. Questo è il mio modo di smuovere energia, di partecipare ad una collettività che non mi impone nulla, che non mi dice come devo vivere e che al massimo (e non è poco) mi ha fatto riflettere ed evolvere come essere umano. In pratica ciò che dovrebbe fare una religione.

I Sunn 0))) sono ancora attivi, fanno uscire dischi a profusione ed il loro concerto è stato uno degli ultimi che io abbia visto prima di questa dannata pandemia. Li abbiamo visti molte altre volte, tra cui una particolarmente suggestiva nelle carceri di Torino e un’altra in un labirinto in Emilia.  Mancano come una boccata di fumo (da ghiaccio secco, beneinteso).

Del Locomotiv non ho più sentito parlare ma spero che sia ancora attivo, ha comunque retto strutturalmente all’evento e non è poco.

Noi manchiamo sempre dai concerti (che non siano locali) dal 19/02/2020. Sigh.

Tripod

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David Lynch avrebbe potuto sognarla una cosa del genere.

Immagini sconnesse, sequenze senza soluzione di continuità, storie che si sovrappongono in una linea temporale non stabilita. Impossibile trovare un filo conduttore che non sia una sorta di delirio onirico. In preda al timor panico di un futuro impossibile da conoscere. Confuso e stordito da ricordi distorti che ritenevi dissolti.

L’invito.

Una sera scendi per le vie umide del tuo paese. L’asfalto riflette la luce dei lampioni, per qualche motivo riappaiono due giganteschi abeti abbattuti anni prima. Inali aria umida che dilata i bronchi, in un attimo tutto è ancora più buio. In lontananza di fari, si avvicina un’ automobile lunghissima con andatura calma, sa benissimo che non scapperai. Non puoi farlo. Scende una signora con occhiali da sole e un vestito di lustrini neri con un cappellino rosso. Accanto a lei quattro guardie del corpo con completo di pailettes rosse e casco cromato. Ti guarda, ti sorride e ti consegna un biglietto dorato. È un invito. Sai benissimo da chi proviene, è un passato che riappare, un fantasma che si materializza dopo essere sparito dietro le porte lucide di una metropolitana 24 anni prima. La musica da balera tratta dalle scene danzanti di Mulholland Drive sottolinea l’epicità del momento, una solennità fatta di polvere accumulata su tutto.

La scala mobile.

La scena cambia, sali su una scala mobile, le pareti sono fatte di cemento armato grezzo,  ci sono diversi pianerottoli che intervallano le rampe, ma oltre a questo non si vede nulla. I gradini sembrano insolitamente molto più alti del solito, finalmente incontri un altro essere umano.  È un signore in camicia e scozzese gliet di lana verde scuro fatto a mano, con pantaloni di velluto a coste larghe beige scuro. Ha i capelli brizzolati di media lunghezza e la faccia stanca, da dietro i suoi occhiali con la montatura dorata ti lancia uno sguardo sfuggente. All’improvviso ti volti e la sua testa tagliata giace sui gradini della scala mobile. È palesemente finta, come in un film dal basso budget, si muove a scatti e urla:

“Tu sei una leggenda!”

“Ognuno di noi è una leggenda!!”

“Ogni secondo vissuto veramente è una leggenda!!!”

Ogni interrogativo è lecito.

Il ritrovo.

Alla fine il momento arriva, bisogna rispondere all’invito. L’incontro si volge in una libreria. È un ambiente stretto ma accogliente, stipato di libri. Sul soppalco il fantasma autore dell’invito sta parlando con un ragazzo, probabilmente mulatto, in attesa che l’incontro cominci. Mi guarda e sorride con gli occhi, si gira verso il ragazzo e lo bacia abbracciandolo. Distolgo lo sguardo, alzo le spalle e mi sposto. Lo sapevo già, pensa di farmi male, non ci riesce più. Seguo con uno sguardo assente l’oratore. Non so di cosa sta farneticando. Forse nemmeno mi interessa. All’improvviso evado, senza scappare inforco la porta ed esco. Il sole avvolge tutto.

il 7 di novembre 1995 usciva l’album omonimo degli Alice in Chains, che qualcuno conosce col nomignolo “Tripod”, lo stesso giorno di quest’anno arrivo a leggerne su “In Catene” libro incredibilmente esaustivo di Giuseppe Ciotta. Da allora nelle mia mente risuona “Shame in you” e per oggi è tutto.

Doom On!

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Dove eravamo rimasti? Green Lung e Jointhugger. Alla fine i rispettivi lavori sono usciti, con qualche ascolto alle spalle posso parlarne come segue:

Green Lung: “Black harvest” è un serissimo candidato a finire nella playlist di fine anno in posizione decisamente alta. Si confermano sui livelli dei dischi precedenti con alcuni punti evolutivi in rilievo, in primis l’uso delle tastiere che qui si conquistano uno spazio maggiore entrando sicuramente a far parte dei tratti distintivi di questo lavoro, dove prima avevano un ruolo di contorno, in diversi punti arrivano quasi ad avere una posizione di rilievo rispetto agli altri strumenti. Le parti maggiormente aggressive dei dischi precedenti subiscono una lieve smussatina (niente di preoccupante) a favore della melodia che ora si palesa con maggiore forza rispetto al passato. Il risultato finale, seppure con una tensione che si allenta un poco nel finale del disco, è un ottimo hard rock di stampo occulto-settantiano in grado di far felice un po’ tutti i fan del genere e di catturare qualche occasionale ascoltatore che non disdegna. La speranza è che non perdano la verve di brani come “ Reaper’s schyte” (un vero e proprio inno, che diventerà presto un classico del gruppo) e che non inizino a vaneggiare in lidi più melodici o prog perdendo del tutto l’impeto come sembra essere di moda nei gruppi cosiddetti “maturi”. Personalmente la maturità è molto poco rock’n’roll, su le corna e via.

Jointuhugger: Usciti da pochissimo, quei pochi ascolti al nuovo “Surrounded by vultures” confermano quanto di positivo scritto in precedenza. I ragazzi hanno stoffa e personalità per diventare una realtà importante in campo stoner/doom. Non ravviso particolari variazioni sul tema e nel loro caso, trattandosi del secondo disco, che consolidino la propria attitudine musicale è un bene. Nel proseguio della loro carriera avranno modo di ampliare i loro orizzonti e di raggiungere altre forme espressive, per ora il nuovo lavoro è una solida conferma e, anche in questo caso, una sicura presenza negli ascolti a venire. Il prossimo 5/11 è di nuovo bandcamp Friday: volete farvi sfuggire l’occasione?

Oltre a questi due gruppi, recentissima è anche l’uscita dei neo-veterani Monolord, di cui tratterò di seguito. Il nuovo disco degli svedesi, ormai sulla scena da parecchio, consta di cinque brani che fanno seguito a quel “No Confort” che si palesa da subito come un lavoro dalla difficile eredità. In quel disco i nostri erano infatti riusciti a rendere un genere, in teoria piuttosto pesante per i non avvezzi, maggiormente fruibile e scorrevole, sottolineando la melodia attraverso un bel lavoro sulle parti vocali, il tutto senza rinunciare ad un’oncia in termini di pesantezza del suono. Considerati gli standard attuali, un disco riuscitissimo, in grado di insinuarsi nell’apparato uditivo innescando un sommesso ed ipnotico headbanging che però diventava difficile da eludere.

Monolord (fonte Bandcamp)

Il nuovo lavoro va maggiormente assimilato. Sicuramente quell’immediatezza palesata in precedenza è andata a scemare, “Your time to shine” appare fin da subito un lavoro dal sentore autunnale, malinconico e riflessivo, come se i numi tutelari del gruppo non fossero più degli Electric Wizard più melodici ed immediati, bensì dei Candlemass magniloquenti ma al tempo stesso dolenti. La stessa canzone che da il titolo al disco parte come una triste litania funerea che da ben poco spazio alla linearità del disco precedente, come se nel frattempo si fossero addensate chissà quali nubi sul capo dei tre svedesi. Probabilmente ci si è messa la pandemia di mezzo: sui social i tre paiono aver somatizzato male l’assenza dal palco e come dar loro torto.

Per tornare a noi, un disco sicuramente di difficile presa, un passo in una direzione che non mi sarei aspettato, che francamente mi ha un po’ spiazzato ma che comincia a far breccia con gli ascolti e che ha le potenzialità per entrare di diritto fra i classici del gruppo, superato lo scoglio iniziale dato da cotanta mestizia. Occorre avere pazienza e lasciare che questo disco si insinui con il tempo, dargli fiducia è sicuramente d’obbligo, la soddisfazione non mancherà.

Il personaggio più interessante del paradiso perduto

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Donald Sutherland in animal house lo scrive chiaramente e a caratteri cubitali sulla lavagna: questo personaggio è satana. Ora, da persona che segue il metal fina dalla fine degli anni ’80, satana mi ha un filo stracciato le gonadi. Credo che, a un certo punto, facesse figo riempire i testi delle canzoni di riferimenti demoniaci, cose truci e macabre, invocazioni varie, esoterismo e tutto: per molti era una finzione, altri ci credevano sul serio. A me ha fatto sempre solo sorridere, tranne in quei casi in cui qualche decerebrato acefalo si è fatto prendere un po’ troppo la mano, vedi il conte in Norvegia. Del resto, come la nazione scandinava ha dimostrato in tempi recentissimi, certi fanatismi sono il vero male, non certo quattro gruppi musicali che blaterano di satanassi vari.

Detto questo, nonostante la mia palese insofferenza, di gruppi che utilizzano certe tematiche continuano ad essercene e io li schiverei anche, però fanno uscire dei signori dischi, dandomi delle soddisfazioni non da poco quando li ascolto, quindi diventa difficile ignorarli. Questo è il caso delle due formazioni di cui vado a disquisire oggi, se non siete annoiati da certe tematiche probabilmente li apprezzerete anche più di me.

Green Lung

Green Lung (fonte bandcamp)

Sono arrivato a loro su segnalazione di un’amica che non faceva altro che parlarne in tutte le salse. Peccato che le indicazioni che mi ha fornito fossero poco centrate con la proposta del gruppo. Sembrava fossero i nuovi Electric Wizard, mi aspettavo qualcosa di pesantissimo, lentissimo, sulfureo e composto sotto l’influenza di chissà quali alterazioni sensoriali. Quando sono arrivato a sentirli la prima volta mi sono sembrati molto scarichi e leggerini. Una robetta da poco, insomma. Però, sull’onda dell’entusiasmo, avevo acquistato l’intera discografia in digitale su bandcamp (il formato fisico ormai è riservato solo ai grandissimi… e comunque non lo escludo in un secondo tempo per loro) e mi seccava da morire non trovarci nulla di speciale. Quindi, di quando in quando, mi sono quasi forzato ad ascoltarli e alla fine mi hanno conquistato. Bastava che cercassi nel posto giusto, invece mi è capitato come quando ti propongono un caffé ed invece ti ritrovi a bere una limonata, che è buona ugualmente ma non è quello che ti aspettavi, anzi non c’entra proprio nulla.

I Green Lung sono fautori di un hard rock anni ’70 dalle sfumature silvestri che a volte si avvale pure di hammond e ammennicoli vari, tutti al posto giusto. Trattano la maniera satanica in modo non distante da certi gruppi deviati dei figli dei fiori che arrivarono a certi culti esoterici pur mantenendosi lontani da Charles Manson. Il cantante ha un timbro molto particolare che tuttavia si incastra nell’ossatura del gruppo alla perfezione, a questo aggiungete un gusto sopraffino per la melodia e un estro chitarristico veramente eclettico e contestualizzato. Ora molti avranno pensato ad una roba tipo Ghost, nemmeno per sogno: sono infinitamente più rocciosi e massicci (soprattutto il primo EP), quindi gettatevi indietro di cinquant’anni e non pensateci più: aprite il vostro cuore e fate posto a un polmone verde: è in uscita in questi giorni il loro nuovo disco e le premesse per un buon lavoro ci sono tutte!

Jointhugger

Jointhugger logo (fonte Bandcamp)

Mi era comunque restato un certo appetito per qualcosa di decisamente più pesante e opprimente. È esattamente questo il caso i Jointhugger (norvegesi, guarda il caso): fanno musica pesantissima, decisamente intensa e a tratti soffocante. Per me sono comunque una boccata d’aria fresca e iodata come una lunga inalazione di… aria di mare. Ok, nulla di troppo nuovo, ma questi norvegesi sanno imprimere la loro personalità a una formula consolidata nella quale si pensava che non ci fosse più spazio per nessuno. Personalmente apprezzo sempre molto un gruppo che riesce a fare una cosa del genere.

Si tratta di un piccolo anfratto, scavato nella roccia millimetro per millimetro, ma i Jointhugger (Amsterdam meets alien?) la loro nicchia se la sono ricavata con delle sane bordate sonore che li collocano forse ancora qualche passo indietro rispetto ai capofila delle nuove leve in campo stoner/doom che sono i Monolord (evidentemente in Scandinavia ci danno dentro alla grande), ma che tuttavia li impogono con forza all’attenzione degli amanti del genere.

Per dire: sono uno dei pochi gruppi dell’ultima ondata in grado di scrivere brani a volte anche lunghissimi senza farmi raggiungere un quasi inevitabile stato catatonico a causa della noia. Questo grazie ad una grande preparazione in fase di scrittura ed esecuzione che rendono i brani estremamente dinamici (non mancano tra le loro cose delle sfuriate quasi inaspettate, tipo l’era Pre-Electric Wizard dei maestri oppure inserti dalle sfumature psichedeliche) che riescono nell’impresa di mantenere viva l’attenzione e in qualche caso fanno addirittura saltare sulla sedia. Attesi alla prova a breve (31/10, che caso!) dopo le prime pubblicazioni del ’20 sono un gruppo che difficilmente fallirà l’obbiettivo, almeno a giudicare dai brani apripista pubblicati sul loro bandcamp e su youtube. Preparatevi al meglio!

Fall out distruttore!

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Un po’ di tempo fa rumore se ne esce con una pubblicazione aggiuntiva sulle testate dedicate alla musica. Personalmente sono sempre stato molto legato ad H/M una rivista quindicinale che trattava di metal e affini, quando ne parlano gli “esperti” di rumore usano una parola che mi ha fatto inorridire “reazionario”. So benissimo che esiste una frangia becera di amanti della mia stessa musica che è intransigente e estremamente rigida, sarebbe inutile negarlo, una quantità di persone che non è in grado di dire che (per quanto io li ami alla follia) i dischi dei Motorhead e degli Ac/Dc finiscono per assomigliarsi tutti, però dire che H/M fosse una rivista reazionaria è una falsità. Basterebbe già il fatto che ci scriveva Paolo Piccini, che militava nel gruppo hardcore capitolino Growing Concern, si potrebbe poi aggiungere che, in un epoca in cui le commistioni fra vari generi erano blasfemia pura, in H/M trovava largo spazio anche l’hardcore, ma soprattutto, per quanto mi riguarda, H/M mi fece scoprire uno dei miei dischi preferiti in assoluto ovvero “Mondo criminale!” degli spezzini Fall Out. E tutto di loro si può dire tranne che siano reazionari.

La città è La Spezia, sul finire degli anni ’80. Dopo parecchi anni di militanza, concerti nei centri sociali (di cui uno al Virus rimasto nella storia per non aver avuto luogo), un ep cantato in inglese (Criminal World) approdano al cantato in italiano e danno alle stampe il loro vero capolavoro, quel “Mondo Criminale!” di cui vado cianciando oggi.

Inspiegabilmente non trovano spazio assieme alle glorie dell’ HC italiano, non  li si sente nominare quasi mai, eppure il loro, assieme a “Lo spirito continua”, “Osservati dall’inganno” o “Libero di vivere, libero di morire” rimane uno dei lavori meglio riusciti di tutta la scena. Un perfetto bilanciamento tra melodia ed aggressione, a tratti assai cupo, a tratti rabbioso, è lo specchio di tutto il disagio interiore accumulato in un decennio terribile per superficialità e finto-perbenismo. A tutto questo aggiungete una città industriale dura e monolitica, dove i cantieri navali occupano la maggior parte delle persone in turni estenuanti e in condizioni difficili (di questo parleranno in “Acciaiolandia”, in un disco successivo “Xenodrome”, altrettanto bello).

Si tratta di HC, ma in una forma estremamente evoluta e tagliente, distante dal cassico uno-due-tre-quattro e via canzoni da due minuti con un accordo e correre: se prendete un brano come “Post mortem”, per fare un esempio, l’immaginario vi si apre davanti agli occhi. “A chi ci accusa di essere tetri e funerei, rispondiamo che della vostra new wave da sanremo non ce ne frega un cazzo” sono le loro parole nel libretto allegato al vinile. E poi foto delle personalità più in vista del momento (Woitila, Reagan etc…), immagini brutali di tortura, insetti, citazioni da Silvano Drago, Rollo May, Octave Mirbeau. Per un neofita come il sottoscritto che apre per la prima volta il libretto è qualcosa di quasi sconvolgente. La grafica scarna, le parole che sembrano provenire da ciclostili (e probabilmente è proprio così), sullo sfondo un impenetrabile colore nero e poi un’illustrazione di Gianluca Lerici (Prof. Bad Trip, spezzino pure lui e amico di Benzo, il cantante) a completare il quadro, con un personaggio chiaramente antagonista guardato a vista da una sorta di scienziato pazzo e delle macchine vagamente antropomorfe sullo sfondo.

Inquietante eppure, tralasciando per un secondo il contesto, affascinante. Il disco si apre con alcuni dialoghi (apparentemente) tra un aereo e una torre di controllo. Visto il testo mi sono sempre immaginato che fossero i dialoghi tra il personale dell’ Enola Gay e il controllo americano, anche se non so se esistano effettivamente delle registrazioni simili e, soprattutto, non avrei idea di come qualcuno possa esser entrato in possesso di un siffatto materiale.

L’equipaggio dell’ Enola, Carlinga d’argento, in quel mattino di agosto, pronti allo sterminio, Fall out distruttore! (fonte wikipedia)

Finito il dialogo parte la musica “Fall out distruttore” mette subito le carte in tavola: questo è un disco che ti afferra per la nuca e ti costringe a guardare in faccia cose che non vorresti vedere, cose che fanno male e che fanno parte del vissuto di tutti noi: guerra, religione, controllo delle masse, il decadimento dell’ecosistema e questo molto prima che la maggior parte delle persone prendesse coscienza di queste problematiche o facesse finta di farlo.

Il contesto temporale nel quale è stato concepito (metà/fine anni ’80) è significativo. La cortina di ferro è ancora alta, la minaccia di un conflitto nucleare è reale e concreta; mentre la cultura popolare si popola di leggerezza e di televisioni private, di yuppies e capitalismo sfrenato in stile wall street, nessuno o pochi sanno cosa succeda realmente al di sotto di questa patina di spensieratezza. I Fall Out non hanno troppe possibilità di parlarne alla massa (che con tutta probabilità comunque non ascolterebbe), raggiungono un buon livello di popolarità però a livello underground e se il loro intento era quello di risvegliare le coscienze, il loro disco d’esordio ha tutte le carte in regola per riuscirci (col sottoscritto l’ha fatto).

E poi c’è la musica a sorreggere tutto. Quello che ha di bello e di riuscito questo disco è di riuscire a portare l’ Hardcore ad un livello superiore. Ogni brano appare assolutamente curato e rifinito, senza venire meno alla politica fieramente DIY che questo tipo di musica deve avere. Si percepisce dietro ogni brano uno sforzo evidente di andare oltre il minimalismo solitamente associato al genere, al punto che un purista potrebbe quasi storcere il naso. Eppure i contenuti sono talmente ben esposti che muovere una critica all’etica (al tempo molto ferrea) del gruppo sarebbe davvero ingiusto. Ci sono alcuni dischi che hanno l’innegabile merito di alzare l’asticella, di superare gli standard, di gettare il cuore oltre l’ostacolo e questo è assolutamente il caso.

Non amo particolarmente le recensioni canzone-per-canzone ma, per quello che mi riguarda, ogni canzone di questo disco è un mondo a parte, qualcosa da scoprire e uno spunto di su cui riflettere. Non si avvertono cadute di tono di sorta, il cantato in italiano è gestito con una maestria invidiabile ed ogni strumento riesce a farsi sentire a dovere.

Buon Ascolto.

Fall Out – Mondo Criminale! (Cobra Records1988)

L’articolo viene pubblicato il 6 Agosto alle ore 8:16.

Hiroshima dopo lo sgancio della bomba (fonte Wikipedia)

Doom’n’ bass

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Seum, Fonte Bandcamp

Ho sempre pensato che la chitarra non fosse uno strumento indispensabile per certe sonorità. Aspettavo con ansia che qualcuno finalmente ne facesse a meno e, finalmente, sono arrivati i canadesi Seum a darmi ragione. Non trovate nulla di fuori dall’ordinario qui, se non l’assenza dello strumento con sei corde. Questo è un disco di sludge/doom metal ferale, suonato ad un volume assordante e con un cantante con la bava alla bocca e un sospetto di idrofobia. Scusate se è poco. Ogni tanto sarebbe corretto abbandonare tutta quella necessità che paiono avere tutti i recensori di trovare il disco della vita, sedersi e distendere i nervi con un disco come questo. Serve a ricordarci di adorare le valvole incandescenti e gli amplificatori in fiamme, che stanno alla base della religione di ogni rocker che si rispetti.

Al diavolo tutto, birra in mano e corna al cielo per i Seum.

Here I am baby and I’ve got what it takes, Raw power it sure come runnin’ to you!

Gente con ancora qualcosa da dire parte 4: Amenra

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Ancora una volta chiunque predichi la fine della musica pesante ha sbagliato i conti. Il punto è che spesso si guarda nel posto sbagliato. Si rincorrono nomi storici che però trascinano stancamente le loro carriere, mollemente adagiati sugli allori che furono, si corre dietro all’ultima tendenza fatta di suoni compressi e senz’anima, si seguono progetti che si dissolvono nel giro di un paio di dischi senza lasciare nulla.

Amenra “De Doorn” Fonte: Bandcamp

Fortunatamente non tutti i gruppi seguono queste strade, il punto sta nel mettersi di impegno per scovare quei rari esempi di ispirazione ed integrità che ancora ci sono se uno guarda bene. E a volte occorre guardare fuori da quei tre-quattro paesi cui si è soliti rivolgere lo sguardo. Gli Amenra arrivano dal Belgio, dalle fiandre più precisamente, un’insolita patria per chi faccia un certo genere di musica, eppure la loro proposta non cessa, a distanza di anni, di affascinare. “De Doorn”, cantato interamente nella loro lingua di origine è una pietra miliare nella loro discografia: giunge dopo una lunga saga di lavori intitolati semplicemente “Mass” seguito da un numero, giunge come un’ulteriore evoluzione del percorso musicale e spirituale del gruppo. Oltre a questo, è il primo loro lavoro ad uscire per la mai troppo lodata Relapse Records, che arricchisce ulteriormente il proprio elenco di gruppi, con l’ennesima proposta meritevole.

Il disco, intitolato semplicemente “La spina”, come intuibile dalla copertina, evoca immediatamente scenari lividi, plumbei, inesplorati. Un’ immagine di debolezza e forza allo stesso tempo, un viaggio spirituale dal buio alla luce, passando attraverso spettrali evocazioni, lampi incendiari, ombre tangibili. Gli Amenra sono tra i pochi gruppi in grado di mettere in musica tutto questo: ovviamente nulla di facile e di leggero tra questi solchi, ma proprio in questo sta il suo fascino, nell’affrontare qualcosa di lontano dalla maggior parte dei panorami sonori oggi a disposizione dell’ascoltatore di musica. Ascendere e non perdersi nelle nebbie delle pianure senza picchi né profondità; ascendere prevedendo la fatica, accettando scoscesi pendii e sentieri disconnessi, guardando, come premio finale, al contempo il baratro e il cielo senza null’altro a contrastare la vista.  Questo è ciò che sono in grado di offrire a chi si sente di arrischiarsi lungo le loro spire. Oggi come oggi non è poco. Il lirismo e l’intensità di queste composizioni difficilmente avranno eguali in questo 2021, con buona pace di chi ancora insegue gruppi bolliti, gente che non ne azzecca una da anni, capaci solo di riproporre il passato non essendo in grado di rompere gli schemi e proporne di nuovi. Se lo stato generale della musica pesante non è buono, essa è comunque in grado di dare dei sussulti potenti, sta all’ascoltatore saperli cogliere.

Una storia d’amore: il Maryposa* Duomo e i negozi di dischi nella Milano anni ’90.

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Tanto per restare in tema di Milano e d’ammore

Ricordi che sfrecciano come treni su una tratta prestabilita, incuranti di spazio e tempo, si muovono in due direzioni andata e ritorno. Come un ideale ponte che copre in un istante un lasso di trent’anni. I treni sono diventati peggiori, invece che migliorare. Il tempo ha smussato gli angoli ma ha privato ogni cosa della appagante intensità che aveva un tempo. Milano negli anni ’90 era bellissima ai miei occhi: un turbine in continuo movimento, un’ebrezza di possibilità che non avevo mai avuto, un contenitore di stimoli che non si erano mai palesati. Andarci era un pellegrinaggio spirituale da perpetrarsi ogni fine settimana. Su tutti tre loghi del cuore: Brera, il Castello sforzesco e la zona di via Torino-Porta ticinese.

Brera spero che non perda mai il suo fascino, i suoi soffitti alti, i gessi per quanto sfregiati, l’orto botanico, le aule e gli anfratti per giovani amanti. La pinacoteca al piano superiore che sembra sovrastare l’accademia come una sorta di motto: Per Aspera, ad Astra. Del Castello ricordo meglio le panchine esterne e le ore spese allontanando il mondo: come a guardarlo da un binocolo al contrario e quella volta che esposero dentro un quadro attribuito da Federico Zeri a Antonello Da Messina. Via Torino all’epoca non era mondana come ora: passato il primo tratto c’erano i capannelli di ragazzi alle colonne di San Lorenzo, l’austera Sant’Eustorgio, la fiera di Sinigallia e porta Ticinese. Un’atmosfera quasi irreale ed io che ci galleggio dentro intontito dai miei stessi sentimenti al punto di non essere quasi per nulla disturbato dal caotico andamento che forse sarebbe la prima cosa che oggi non sopporterei e che allo stato odierno mi tiene lontano dalle spire del biscione.

Questa lunga introduzione per proseguire nel viaggio attraverso i negozi di dischi. Perché alla fine, andando a Milano tutti i sabati, era fatale che spendessi un sacco di soldi in dischi che dalle mie parti ero ben lungi dal poter pensare di reperire. La pandemia ha portato via un quarto luogo del cuore di Milano, il Maryposa Duomo. Se per coloro che mi precedevano di qualche anno il punto di riferimento era il Transex (altro posto leggendario) io ci andai solo di striscio prima che finisse per chiudere, e poi fu quasi solo Maryposa.

Busta del negozio con il nuovo logo e tre CD acquistati da loro

Prima però di parlare del Maryposa, vorrei fare un breve escursus nei negozi di dischi attivi nella città meneghina negli anni ’90:

Sound Cave: Attivo ancora oggi tramite mail order (non credo che il negozio fisico esista ancora). Era un buggigattolo vicino a porta ticinese, praticamente una sorta di replica italiana del leggendario Helvete di Oslo. Legato a doppio filo con l’etichetta Avantgarde music (quelli che hanno avuto a che fare con i Katatonia, Ulver e Ophtalamia per dire) era la patria della frangia più estrema del metal (Black e Death soprattutto, ma non solo): quando aprivi la porta venivi investito da un urlo preistorico a 1000 watt e cominciava la festa. Dentro era tutto un fiorire di etichette indipendenti e misconosciute, fanzine, edizioni limitate e quant’altro. Ammesso che riuscissi a farti sentire, i commessi erano assolutamente folkloristici e competenti: era anche un interscambio di informazioni tra i fan e tra le band. Forse oggi avrebbe poco senso con internet, ma all’epoca rappresentava una risorsa davvero preziosa.

Supporti Fonografici: Posto di fronte a Sant’Eustorgio era specializzato in musica alternativa, con un campionario interessante e ben fornito. Non ci acquistai molto ma ricordo di aver preso lì i miei primi dischi degli Einstürzende Neubauten, nello specifico un’edizione fantastica, doppio CD, di Strategien gegen architektur II: basta e avanza per ricordarselo.

Negozietto di cui non mi ricordo il nome: Anch’esso sito di fronte a Sant’Eustorgio era un po’ la continuazione del Transex (o di Videomusic di Torino, città a cui dedicherò un post più avanti) più improntato sul merchandising che sui dischi, abbigliamento “alternativo”, magliette, toppe, piercing, tinte stravaganti e chincaglieria varia soprattutto. Non era raro scovarci anche qualche bel disco. Aveva degli orari che non sono mai riuscito a memorizzare.

Zabrinskie point: a proposito di negozi che non si capisce bene quando siano aperti, Zabrinskie point era l’esempio perfetto: specializzato in punk HC, dovevi scovarlo ed il 90% delle volte era chiuso. In  anni non sono mai riuscito a capire come diavolo funzionasse…

Ma veniamo al Maryposa. Su segnalazione di Metalskunk vengo a sapere che il negozio ha chiuso più o meno nel periodo del primo lockdown che, evidentemente, dopo l’avvento del supporto digitale prima e dello streaming poi gli ha dato il colpo finale.  Non dico che sia stato come perdere un amico… ma quasi. Anche se non lo frequentavo da anni, sapere che c’era e sapere che se avessi fatto una puntata a Milano sarei potuto passare mi faceva sopportare di più l’idea di doverci andare. Negli anni novanta, durante i miei pellegrinaggi, era una tappa fissa. Si trovava nelle gallerie della metro sotto al duomo, lo trovavi subito se scendevi alla scala a lato della cattedrale dalla parte che punta verso San Babila. Forse secondo solo al Soundcave come ristrettezza delle dimensioni aveva i caratteristici espositori chiusi a chiave per i CD e i vinili messi dalla parte opposta (all’epoca se ne producevano comunque pochi) nella parte in fondo libri VHS e DVD, qualche gadget qui e lì. C’era un’ottima sezione di offerte e c’era anche un’aggiornata bacheca con le prevendite dei concerti: era piccolo ma c’era tutto insomma. Il vero valore aggiunto però erano i due commessi Dario e Valerio, il primo un appassionato di death metal dall’aspetto sobrio e austero che poi si stemperava con delle battute e degli ammiccamenti, il secondo un ragazzo dimesso, un po’ timido, che aveva una gran passione per la musica alternativa: nella memoria ho l’immagine sua con la felpa grigia dei Nine Inch Nails e la scritta “Now I am nothing” che penso renda bene l’idea.

Un punto di ritrovo, luogo di aggregazione e interscambio un po’ meno estremo e underground di Sound Cave ma per questo più inclusivo e meno settoriale, oltre al fatto che, trovandosi in una zona molto più frequentata ci andasse molta più gente “esterni” compresi, come il sottoscritto. Ovviamente non mi ricordo tutti i dischi comprati lì, alcuni casi però mi sono rimasti impressi tipo “World demise” degli Obituary o “Roots” dei Sepultura (tutti e due in edizione cartonata e limitata e tengo a precisare che, a scanso di equivoci, mi piacciono tutt’ora e per me sono grandissimi dischi). “Welcome to sky valley” dei Kyuss che, visto il fallimento della loro precedente etichetta ed il passaggio all’ Elektra, ci impiegò un’eternità ad uscire tanto che l’avevo ordinato in tre posti differenti (ovviamente amo il gruppo alla follia) e alla fine finì per prenderlo nel primo posto che ne avesse delle copie fisiche (il Maryposa appunto) e dovetti improvvisare delle scuse con gli altri del tipo me l’hanno regalato, sono rimasto chiuso nell’autolavaggio, ho le papille gustative interrotte etc…

Poi ci sono quegli acquisti legati a momenti particolari: mi ricordo soprattutto di “Sleep’s holy mountain” avvenuto in un momento in cui la vecchia magia era svanita ed i pellegrinaggi a Milano erano un ricordo assai doloroso, ci capitai e feci un giro nei vecchi luoghi: una pugnalata. Quando arrivai a pagare, forse fu un’impressione ma l’espressione di Dario fu una cosa tipo “mi ricordo chi sei e so anche che cosa stai passando” arraffai il disco e uscii, sapendo che per un bel periodo non ci avrei fatto ritorno. Inutile dire che adorai il disco nonostante le circostanze, comunque quella non fu l’ultima volta: dentro a quel negozio o nei suoi pressi successero tante altre cose, ma nulla fu più come prima e mi mancò non andarci con regolarità per un lungo periodo: una fase della vita si stava chiudendo ed era il caso di prenderne atto.

In tempi recenti però ogni volta che capitavo in città e ne avevo possibilità facevo un salto, quando fu passata più o meno la nottata. Ovviamente c’era sempre un retrogusto nostalgico, ma finalmente apprezzai il posto per quello che era: un negozio di dischi, di quelli dove comunque ti senti a casa. Un posto legato a doppio filo con la mia storia personale che potrà anche chiudere, patire una sorte avversa senza che tutti quelli che ne hanno usufruito e si sono sentiti a casa sotto terra, nel suo perimetro, ci possano fare nulla ma che ha influito in maniera importante nella mia formazione di musicofilo e di persona.

In definitiva un posto indelebilmente impresso nei ricordi e con un posto speciale in essi. Per il resto per riprendere la tematica ferroviaria iniziale Il treno dei desideri nei miei pensieri all’incontrario va… e non vedo un granché di nuovo in questo.

Mica pensavate che avrei messo l’originale eh?

L’ultimo disco acquistato fu “Been caught buttering” dei Pungent Stench, quello con la foto di Joel Peter Witkins in copertina: una cosa di tutto rispetto e che fece sorridere Dario, anche se non una chiusura col botto.

*Io mi ricordo della dicitura con la “y”: nel logo nuovo, quello senza farfalla e con le fiamme, c’è una “i”: ho preferito la versione dettata dalla mia memoria.

Gente con ancora qualcosa da dire parte 3: Red Fang

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Mentre le parole degli angeli del post precedente sembrano riassumere l’ultimo periodo (“non ho voglia di cazzate”, “umani e sub umani”, “non è così che va” ecc..) e sto per domandarmi per l’ennesima volta che senso abbia la mia esistenza, spunta il nuovo dei Red Fang. Almeno loro hanno qualcosa da dire e sfido chiunque  a contestarlo.

Sarà perché sono dell’ Oregon (uno dei pochi posti degli Usa che vorrei vedere forse per via dei Goonies o di Palahniuk), sarà per la desolazione del panorama musicale degli anni ’20 (magari avessimo ancora il charleston o qualcosa del genere), sarà perché sono tra i pochi tra quelli usciti dopo l’anno duemila a appassionarmi o magari perché sembrano ancora un gruppo vecchia maniera, uno di quelli con la formazione solida e la voglia di costruirsi un percorso musicale, piuttosto che sparare fuori un disco e poi svanire nel nulla. Comunque sia avercene di gruppi così, con anche una sana dose di autorironia incorporata.

Ci sono dei riferimenti: lasciando stare “Take it back”, sorta di intro sconnessa, quando parte “Unreal estate” sembra quasi ci sia Matt Pike dietro al microfono, in certi cori (“Arrows”) ricordano i migliori Baroness (quelli del doppio “Yellow & Green”per intenderci), spesso si rincorrono anche dei riferimenti ai Melvins più lineari e rock e non si stenta a credere che siano stati inseriti nel filone Sludge/Stoner. Tuttavia, come dicono gli anglofoni, i Red Fang sono more than meets the eye.

Non sono solo la somma di queste cose: il disco è vario, melodico e moderno pur essendo memore della lezione dei mostri sacri del passato, tanto che “Fonzi Scheme” sembra quasi la forma che potrebbe assumere “Kashmir” 50 anni dopo, con quegli azzeccatissimi ed inaspettati inserimenti di archi, cosa che in pochi possono obbiettivamente permettersi risultando credibili ai giorni nostri. Non mancano nemmeno assalti sonori di notevole pesantezza (“Two High”) o momenti più cupi come “Days Collide”.

Una robusta iniezione di genuinità di cui la scena ha disperatamente bisogno, una proposta solida e concreta che ti si piazza in testa come i migliori dischi sanno fare con quella copertina impossibile da non notare (pare che l’abbiano adottata anche all’ ANAS per le segnalazioni nelle notti particolarmente buie) “Arrows”, nonostante le vicissitudini che tutti i dischi hanno dovuto attraversare per essere pubblicati in tempi di pandemia, risulta un valido candidato contro il piattume che ci divora, la noia che striscia ed il nulla che avanza. Non puoi fermare il caos, né limitare l’aumentare dell’ entropia, nel frattempo però puoi comunque toglierti qualche soddisfazione.

Nota a margine: È un piacere notare che tre dei dischi migliori dell’ultimo periodo (Arrows, No Comfort e The Great Dismail) siano usciti su Relapse, un’etichetta che pensavo ripiegata su se stessa e che invece ha saputo ampliare i propri orizzonti con risultati mirabili.