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Notturno Californiano

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Avete mai suonato in una jam session? Io non sono un musicista tuttavia mi diletto a suonare completamente a caxxo con un amico e, anche se ultimamente non siamo riusciti quasi più a farlo, lasciando andare gli strumenti si provano certe sensazioni che è difficile descrivere. E se siamo riusciti a farlo noi che non siamo capaci, riesco a malapena ad immaginare cosa può succedere con gente che, invece, è sul serio in grado di tenere uno strumento in mano.

Ci ha letto qualche recensione qui sopra sa che di solito non amo i dischi strumentali e monotraccia (o quasi). Mi tocca fare un’eccezione questa volta.  Sarà che qui si percepisce veramente il feeling tra i musicisti, una cosa che, generalmente, è molto difficile da riscontrare in dischi del genere che finiscono per essere (almeno per me) oltremodo prolissi e noiosi. Mi sovvengono solo pochi (grandissimi) dischi in grado di reggere il peso di un’unica traccia lunga quanto tutto il disco magari “Flood” dei Boris, “Dopesmoker” degli Sleep e “Jesus blood never failed me yet” di Gavin Bryars, già il disco “postumo” dei Pink Floyd “The endless river”, con tutto il suo carico emotivo, fa molta fatica. Se poi si tratta di un disco puramente strumentale diventa ancora più difficile.

Eppure qualcosa si muove in california.

Sarà che è un po’ la patria di tutto questo, con il deserto sempre in prima fila a muovere le cose, sotto cieli assurdamente stellati e cieli tersi, in terre nelle quali letteralmente si può perdere qualsiasi orientamento.

Fino a ritrovarsi in Giappone, dall’altra parte della terra per assistere ad  una parata notturna di mille demoni. Dev’essere ciò che è successo agli Earthless, mentre suonavano questo ispiratissimo disco, in una sessione infinita, lunga forse più di una notte.

Un disco magico. Forse difficile da ascoltare visto il poco tempo che ognuno di noi ha ogni giorno ma, una sera, una volta ogni tanto, spegnete tutte le luci, snobbate netflix e tutti quanti, sedetevi comodi ed ascoltate questo disco scacciando ogni altro pensiero. Vi farà bene.

Come un disco del genere riesca ad uscire su nuclear blast è un mistero.

Tenebra: Moongazer

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Il 2022 potrebbe essere effettivamente l’anno del doom, almeno in Italia. Dopo lo stellare “Close” dei Messa, un altro grandissimo disco si palesa all’orizzonte ed è “Moongazer” dei Bolognesi Tenebra. Anticipato da un ep e, a quanto pare, rinviato a causa della pandemia valeva bene l’attesa.

Tenebra (fonte: Bandcamp)

Va detto che è un disco decisamente più canonico rispetto a quello dei veneti, gioca le sue carte con i piedi ben piantati negli anni ’70 e più precisamente nei primi tre album dei Black Sabbath, mai abbastanza glorificati e qui decisamente omaggiati con gusto e personalità. Questo riferimento in alcuni tratti assolutamente palese (chi di voi non coglie “War pigs” in “Space child” si ripassi la lezione dei maestri) alla fine però non risulta particolarmente fastidioso o citazionista: si coglie solo la passione sconfinata dei quattro per gli eroi di Aston, Birmingham ed io in questo li posso assolutamente capire.

Detto questo, c’è molto di più nella musica dei Tenebra. Rileggono la materia in modo magistrale, aiutati sicuramente molto dalla voce di Silvia che risulta come un tratto distintivo innegabile nella musica degli emiliani. Una sorta di Janis Joplin con un’ anima oscura, arrochita e selvaggia, che canta direttamente dal centro della terra, con un piglio vissuto e blues che non si risparmia mai. In generale tutto il gruppo, partendo da un punto di riferimento ben preciso lo infarcisce con influenze blues, pescando nel contempo a piene mani in tutti gli anni ’70. Dimostrano una notevole cultura e preparazione nel campo e nel disco si sente tutta.  Le canzoni sono dinamiche e scorrevoli pur nella pesantezza del suono quello che risalta è una notevole abilità negli arrangiamenti e nel feeling vigoroso che riescono ad imprimere alle loro composizioni.

In definitiva, “Moongazer” è di sicuro una delle uscite dell’anno nel genere, dopo un primo album sicuramente all’altezza, il secondo li vede compiere un decisivo salto in avanti, evolvendo verso una maturità artistica che, a questo punto, si palesa in tutta la sua maestria, considerati anche i contributi a contorno di Giorgio Trombino (sax e punto in comune coi Messa) e di Gary Lee Conner. Dal vivo saranno incendiari a dir poco, ed è auspicabile che adesso si espandano ancora esplorando nuovi territori terreni e musicali.

Absent In Body: Plague God

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Absent in Body (Fonte Bandcamp)

Uno che cosa può mai pensare dei supergruppi? A volte cose egregie e a volte cose pessime. Quando è uscita fuori la notizia che per Relapse sarebbe uscito il primo lavoro degli Absent in body con dentro due Amenra, Scott Kelly e Iggor Cavalera (ma la seconda “g” c’è sempre stata?) la notizia è mi ha trovato impreparato. Tra Amenra e Scott Kelly le similitudini ci sono eccome, ma Cavalera? Come è arrivato a collaborare con gli altri tre? Dopo il bello ed estenuante “De Doorn” dello scorso anno non mi sarei aspettato che avessero qualcos’altro in programma, meno che mai cotanta collaborazione.

Che razza di disco ci si può aspettare? Qualcosa di profondo e livido, che tuttavia lascia intravvedere un tenue spiraglio di luce fioca. Le coordinate sono queste, c’è molto dell’oscurità sonora degli Amenra in questo disco, fortunatamente però non c’è solo quello. A colpire subito è l’uso della voce, quasi cavernosa ed intellegibile eppure perfettamente contestualizzata. Il resto è una orchestrazione mesta e greve, un viaggio in un tunnel imbrattato di caligine solo a tratti spazzata via dal vento che sveste la superficie. Prendete la magistrale “The acres/ the ache”, con quelle aperture nel finale che portano una luce iridescente un brano altrimenti impenetrabile. Sarò strano io ma questo disco a me emoziona e rende finalmente accessibile, sia pure a tratti, una musica che altrimenti può risultare affascinante ma corre continuamente il rischio di appesantire l’ascolto.

Il disco risulta essere dunque un esperimento riuscito: condensa in una durata ridotta una materia oscura sonora inquietante ed affascinate al tempo stesso, un suono che attrae e allontana al tempo stesso con il quale gli Absent In Body lanciano un macigno nello stagno e smuovono uno tsunami. Non è dato sapere se riusciranno a portare la loro musica dal vivo né se la collaborazione avrà mai un seguito, tuttavia un segnale è stato lanciato nell’ etere… e si sente bello forte.

Muschio: Acufene al cubo

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Verbania, e con essa tutta la parte nord del piemonte nota come verbano-cusio-ossola, è un posto che ho sempre percepito come vicino, non solo per chilometri ma anche in spirito. Sembra uno di quei classici posti dimenticati dal tempo e dallo spazio, un luogo sospeso dove non ti fermi per caso: devi proprio volerci andare e per me, è il caso di dirlo, è un bene. Tempo fa un gruppo di amici, meglio noti come Adam 7, ci hanno fatto scoprire la zona anche come luogo di concerti con la storica associazione Perché No? Responsabile tra l’altro di aver fatto suonare gente non da poco come i Converge all’epoca di Jane Doe, tanto che poi, ogni volta che mi è ricapitato di vederli dal vivo ho sempre visto l’organizzatore spuntare, segno del legame che si era creato col gruppo.

Nel tempo non è mancata l’occasione per concerti memorabili tra cui una storica data degli Zu con Joe Lally dei Fugazi nella sede denominata Kantiere, dopo essersi spostati dallo storico scantinato in centro città. Da questa realtà, se vogliamo defilata ma vitale, nel panorama italico, nasce il gruppo di cui parlo oggi. Poco tempo fa ho avuto modo di elogiare i Totem prog-rockers di quelle parti, oggi è il momento dei Muschio.

Per qualche stana ragione entrambi i gruppi propongono musica tendenzialmente solo strumentale ed è una scelta difficile: demanda agli strumenti tutta l’espressività artistica del gruppo senza mai ricorrere alle parole. L’impianto che sorregge questa scelta deve dimostrarsi solido ed all’altezza del compito affidato, cosa che succede in entrambi i casi, sebbene sia per i Totem che per i Muschio, in qualche modo, si è affacciato anche uno sparuto tentativo di incursione vocale.

Rispetto ai conterranei i Muschio la buttano molto più sul concreto: le loro radici indie-rock sono stabili e solide. Un acufene o tinnito in medicina, è un disturbo uditivo costituito da rumori (come fischi, ronzii, fruscii, pulsazioni, ecc.) che l’orecchio percepisce come fastidiosi a tal punto da influire sulla qualità della vita del soggetto che ne è affetto.

Questo è il titolo che decidono di dare alla loro terza uscita discografica. Non solo: Acufene al cubo. Terzo disco dall’anno di formazione 2011, qualcosa che si muove all’interno delle orecchie, una distorsione percettiva. Solo che non è spiacevole, anzi. In alcuni momenti richiamano certe progressioni sonore, come se fossero dei GY!BE minimalisti, con solo tre strumenti (“Dave cocks”), in altri si palesano certi spettri da Washington DC (“Tramontana scura” nella seconda parte richiama i Fugazi), tentano perfino la via del cantato in quella che forse è la migliore traccia del disco “FFF” o l’assalto quasi stoner di “Sicario”. Sono assolutamente in grado di rimodellare secondo i loro canoni una materia sonora che è patrimonio comune di tutti gli amanti certe sonorità, arrivando a imbastire un disco riesce nell’intento di coinvolgere e farsi ricordare, cosa non proprio scontata per una prova quasi interamente strumentale. Inoltre la produzione ed il suono di questo disco portano ancora più in alto il risultato finale, facendo letteralmente saltare per aria le casse se lo suonate a un volume consono.

Adesso la speranza è che si presentino finalmente le possibilità di proporre questo materiale dal vivo, dove le senzazioni fisiche si ampliano e un gruppo come i Muschio può realmente dare il meglio. Forti di una invidiabile esperienza dal vivo su palchi di mezza Europa, non mancheranno di dar vita a dei concerti memorabili.

Mark Lanegan, 57 anni

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L’annuncio è laconico. Salta fuori in mezzo a mille altre insostenibili notizie sciatte da social, è morto Mark Lanegan. Devo rileggerlo, una, due, tre, dieci volte. Non è mai stato un salutista l’amico di Ellensburg, ma nulla lasciava presagire una sua dipartita a 57 anni appena, sembra incredibile pensando alle cose che avrebbe ancora potuto dire e che adesso non verranno dette mai più.

La sua autobiografia racconta di una vita difficile, di un carattere scontroso e respingente, di amici morti come mosche tutto intorno e adesso anche lui. Sembrava un sopravvissuto in mezzo a tutto quel silenzio che era rimasto dopo la fine degli anni novanta, uno dei pochi che speri non abbandoni mai le scene, che vada avanti, perché comunque ha qualcosa da dire: un’anima profonda come un abisso che ancora non è stato sondato fino in fondo, un’anima profonda come la sua voce.

Sono riuscito a vederlo all’ Alcatraz di Milano nel 2015, aggrappato all’asta del microfono e quasi immobile, ogni tanto inforcava gli occhiali, avvolto nelle scarse luci colorate. Forse non era più in forma come un tempo, ma il fascino non l’aveva comunque perso e fu un onore assistere a un suo concerto e vederlo sorridente abbracciare i fan alla fine.

Una mia amica mi ha scritto che resteranno solo pessimi musicisti, la mia risposta è stata che non è vero ma ieri sera abbiamo fatto un enorme passo in quella direzione. Oggi il mondo è un posto più vuoto e non c’è nulla da fare.

Odio gli epitaffi on line ma due parole dovevo dirle.

L’ultimo profeta!

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Dovendo scrivere un post su  Mauro Guazzotti, in arte MGZ, non so davvero da dove cominciare. La prima immagine che ho di lui è in un’improbabile costumino rosso attillato da pseudo lottatore che saltella ovunque durante il leggendario concerto dei Negazione al 2 di Cigliano lamentandosi di qualcuno che gli aveva staccato la coda e voleva tenersela come cimelio. Durante un concerto hardcore (il primo conecrto della tua vita scelto autonomamente, tra l’altro) vedi questo tizio peloso ma calvo, coi capelli laterali lunghi saltare fuori dal nulla, misurando a balzelli il palco e facendo delle smorfie improbabili. Sicuramente un’immagine che lasciò il segno… solo che non avevo la minima idea di chi fosse.

Occorrerà aspettare qualche anno perché torni a farsi viso sul palco del Babylonia anche se non collegai le cose e mancai l’appuntamento. E poi, a forza di frequentazioni, articoli su riviste, amici vari il Profeta mi apparve. Più o meno all’epoca dell’uscita di “Cambio vita”, imprescindibile primo capitolo discografico del nostro. Non assomigliava a nulla di quanto avessi visto fino a quel momento. La musica mi era resa sopportabile solo dalla chitarra di Roberto “Tax” Farano o di Dome La Muerte, per il resto era elettronica piuttosto tamarra e mi schifava abbastanza. Solo che aveva dei test geniali e, alla fine, riuscii a contestualizzare anche quella.

La sua proposta era teatro, cabaret, musica: punk, elettronica… solo apparentemente demenziale. Personale, sognante e visionario come solo un personaggio assolutamente fuori dal mondo può essere. Su di lui girano leggende e dicerie, oscuri esordi nell’ambiente punk fatti di performance sullo sfondo di diafane lastre a raggi x. Chissà cosa c’è di vero. Io Mi ricordo leggendari concerti, questo sì. Sempre seguito da gruppi di persone, all’epoca furono “Le Signore” in seguito le “Buru buru girls” e poi chissà che altro, sul palco è uno spettacolo multicolore con travestimenti, balli e saltimbanchi. Coriandoli, bolle di sapone, stelle filanti, trucco e bandiere sventolanti in quello che potrebbe sembrare un circo deviato o una festa per bambini cresciuti con qualche turba, ma non di quelle moleste.

Alcuni dei concerti di MGZ resteranno nella storia, purtroppo non ho grandi rifermenti temporali, le date si confondono nella memoria, eppure la prima volta dopo tantissimo tempo dopo che ne avevamo perso le tracce fu una storica serata al CSA “Il Gabrio” di Torino. Un vero e proprio evento che fece sì che ci muovessimo in quattro dalla provincia con due bottiglie di CocaCola truccata col rum del discount. Sapeva di acquaragia e ne bevetti mezzo sorso per poi lasciarlo ai compagni di viaggio. Ovviamente uno finì per disegnarmi una “fiamma delle hot wheels” di vomito sulla portiera mentre parcheggiavo una volta giunti a destinazione: aspettare di scendere no eh?! Il concerto fu divertentissimo e dissacrante… peccato che due settimane dopo chiusero il centro sociale a causa di un’infestazione da vibrione che si pensava estinto in Italia. Ad ogni modo sopravvivemmo.

Un’altra volta finimmo nel nulla cuneese a una specie di festa di paese alla quale il signore solo sa come mai decisero di farlo suonare. Avvicinato da un compare ebbe a commentare “Lascia stare… è un posto allucinante!”, comunque poi salì sul palco e fu anche una grande festa, credo che comunque in parecchi affrontarono la trasferta, del resto un profeta è pur sempre un profeta.

Ci fu poi la data, l’ultima volta che lo vedemmo, all’Hiroshima mon amour a pochi giorni di distanza da un altro storico concerto degli Einstürzende Neubauten all’ auditorium RAI (nientemeno) dove incontrammo Tax Farano. Roberto era presente anche a quella serata e ci salutammo, noi assolutamente increduli, due volte in un mese.

Ed eccolo, fotografato da me, all’ Hiroshima Mon Amour nel 2014

In ogni occasione fu una grande occasione di divertimento, anche nel suo caso una performance che va assolutamente vista e vissuta.

Il suo nuovo album “Vale tutto” è uscito da poco e porta una ventata di spensieratezza in questi tempi difficili. Sogniamo tutti in coro Burulandia dove tutti sono luminosi, telepatici, innamorati e immensamente liberi e felici!

Lotta giusta, motivi sbagliati.

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Per quanto mi riguarda Spotshit è il male, è la peggior cosa che potesse mai capitare alla musica, la peggior cosa che potesse capitare a chi suona e, alla fine, anche a chi ascolta. Se siete di un’altra opinione contento per voi, però io non ho mai nemmeno pensato di avvicinarmi a quella app e non lo farò mai. Nei giorni scorsi Neil Young e poi Joni Mitchell hanno iniziato una campagna di boicottaggio nei confronti della piattaforma (purtroppo) svedese fino ad arrivare a far togliere la loro musica da Spotishit. Quando ho letto la notizia ho esultato: Neil, paladino di mille battaglie, finalmente si scagliava contro questo mostro che fagocita artisti e poi ne sputa fuori le ossa schifato. Evvai.

Quando ho letto i motivi ho gioito un po’ meno. Sostanzialmente ha fatto togliere le proprie canzoni per protestare contro un tale, del quale ignoro il nome (e continuerò a farlo) reo di aver immesso un podcast in particolare nel quale si diffondevano notizie, a dire del cantautore americano, false sulla pandemia. Ora i podcast non sono una cosa da poco come ero propenso a ritenere: Spotishit ci fa di soldoni belli grossi, a quanto pare e in particolare con questo tizio che mi dicono sia seguitissimo. Detto questo, mi permetto di esprimere la mia opinione, per quanto poco peso possa avere.

  1. Io detesto Spotishit, lo dico apertamente, ma credo che, in questo caso, Neil non abbia tutte le ragioni. Per quanto sia discutibile il diffondere informazioni senza verificarne appieno la veridicità scientifica, credo che non sia corretto nemmeno censurare qualcuno o fare pressioni perché venga messo a tacere. Il punto è sempre quello: la gente dovrebbe avere gli strumenti per discernere e non le vengono dati. L’informazione confonde le idee invece di chiarirle, le fonti sono troppe e la loro autorevolezza spesso discutibile. In molti cercano qualcuno da seguire per spegnere il cervello e non pensarci più (che cosa orribile) e spesso è la persona sbagliata. Ma è davvero colpa di chi gli fornisce un canale? Non sono convinto, ovviamente poi loro ci lucrano sopra ed è forse questo ad essere esecrabile più di tutto. Ma ognuno di noi ha il diritto ed il dovere di pensare con la propria testa prima di tutto. Ognuno di noi ha il diritto ed il dovere di avere uno spirito critico con il quale filtrare le informazioni. Se ci facciamo influenzare da fonti di dubbia competenza, è maggiormente colpa nostra, poi possiamo discutere del mezzo.
  2. Neil aveva già più volte espresso dubbi sulla necessità di diffondere la propria musica via Spotishit, ma più che altro per la qualità del suono. Neil. Il problema non è quello. Il problema è che Spotishit segue delle logiche (degli algoritmi?) che uccidono la musica, favoriscono i grossi nomi ed estinguono il sottobosco. Il problema è che non tratta eticamente gli artisti. Promuove il mero prodotto e lo priva dell’anima.
  3. Io NON sono contrario alla circolazione della musica in formato elettronico. Siamo tutti (mi auguro) d’accordo che non avrà mai e poi mai lo stesso fascino di quello fisico (confezione, copertina, testi, fotografie, note etc…) ma resta comunque un valido strumento per far circolare la musica, anche considerati i limiti sonori del formato compresso. Non avrà la stessa resa in termini di fedeltà, ma i cd saltano, i vinili idem (in più si impolverano, si caricano elettrostaticamente e da quanto tempo non cambiate la puntina?) e le cassette si magnetizzano. Ogni supporto ha i suoi benedetti limiti, motivo per il quale occorrerebbe anche andare ai concerti. Fatto salvo ciò, il supporto perfetto non esiste e, per quanto mi concerne, l’mp3 rappresenta un compromesso accettabile. È estremamente fruibile (sul serio volete girare ancora con un CD portatile o magari con un piatto da 33giri appeso al collo?), si risparmia spazio e consente di acquistare molti più dischi, visto il prezzo ridotto. Personalmente ormai prima compro l’mp3 e, se il disco merita, poi compro anche il supporto fisico. Il problema però è che va venduto e gestito in maniera etica: chi registra deve vedere i proventi degli sforzi sostenuti a comporre, suonare e registrare, altrimenti tutto è destinato all’estinzione. Tutto qua. Non usiamo più spotishit ADESSO!
  4. Postilla: Mi sono dimenticato di dire che la piattaforma ormai ha raggiunto un livello tale di influenza sul mondo della musica che un artista emergente è quasi costretto a metterci la propria musica se vuole un minimo di visibilità. Ed è triste sapendo che poi, a meno che non faccia un serio exploit in termini di ascolti, non vedrà un centesimo in cambio. È un fenomeno ignobile al pari del pay to play e di altre cose tremende che l’industria della musica ha visto via via adottare fino a farle assurgere a normalità. La vita senza la musica sarebbe un errore… ma a quale prezzo?

Ero un tasso prima di te

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Il tasso è un animale che chiunque abiti nella mia provincia consce bene. Sembra una nuvola grigio chiaro che cammina ed ha dei contorni indefiniti che assumono una forma compiuta solo quando lo si guarda in faccia. Da noi ha la fama di essere discretamente irascibile soprattutto se si entra nel suo raggio d’azione. Anni fa ho anche scoperto a mie spese che con il suo pelo si fanno pennelli da barba, l’avessi saputo non avrei mai comprato un pennello da barba. A me sta simpatico come animale, anche sulla copertina dei Del Norte da Pesaro.

Questo disco sembra uscito dalla produzione di Steve Albini, invece hanno fatto quasi tutto in casa (ad eccezione della batteria) con un suono finalmente sporco, grezzo e genuino come quasi non se ne sentono più. Sonorità come queste mi fanno pensare al me stesso 20enne alle prese con Nirvana e Dinosaur Jr. a quel periodo magico che furono gli anni ’90, ai CD, alle cassette ed ai vinili che allora erano pesantemente in declino. Non ho realizzato quanto ne avessi bisogno fino a quando è partita la prima nota, al che ho realizzato che avevo incosciamente abbandonato quel filone tempo fa ma senza una ragione precisa, forse anche perché nessuno lo suonava più. A un certo punto, morto Cobain, sciolti i Dinosaur jr., in crisi di identità un po’ tutti gli altri e con l’avvento dei suoni digitali, l’interesse era andato un po’ scemando, ma aveva continuato a covare sotto la cenere tanto che poi lo stesso J Mascis ha rianimato il dinosauro (anche se con meno ispirazione di prima…) e l’interesse si è ridestato in tutti coloro che hanno amato certe atmosfere .

Piazzate in un vecchio frullatore rumoroso i Dinosaur Jr., i Nirvana e molto noise-rock, con un retrogusto di fuzz e distorsioni assortite, aggiungete una voce stralunata ed a tratti eterea, una batteria possente e un suono sornione e ipnotico come un mantra elettrico. Frullate tutto nel cuore della notte fino a svegliare il quartiere intero. Questi sono i Del Norte, o almeno la descrizione migliore che riesco a farne, salvo che poi in qualche frangente tirino fuori anche un lato più intimista che completa il quadro.

Difficile descrivere le sensazioni che provocano, almeno a me fanno venire in mente il tempo che fu; ad ascoltatori più giovani non ho proprio idea di che effetto possano fare, ma proprio per questo sarebbe il caso di provare: la versione digitale del disco costa 3€ ma ne vale molti di più.

Ps.: Se ne parla anche qui e qui

Gli algoritmi non funzionano (almeno con me)

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Ormai è esperienza comune che vi siano siti che suggeriscono qualche prodotto in base a ciò che uno ha comprato in precedenza. I siti lo fanno con un algoritmo di profilazione che serve a farsi un’idea dei gusti e delle esigenze delle persone per, in qualche modo, indurre le persone al consumo di prodotti similari. A parte che è un detestabile tentativo di ridurre tutto a un modello matematico per cui se amo i Carcass o i Napam death non sarò mai un fan dei Sigur Ros, per dire, a mio parere è anche un’intollerabile intromissione nella mia sfera privata e nel mio portafoglio. Quindi ignorateli e basta. Un conto è la chiacchierata con il commesso di un negozio di dischi con il quale si scambiano opinioni circostanziate e competenti, un altro una macchina che fruga nelle tue tasche. Solo perché mi piace il metal si suppone che mi pacciano:

  1. I Judas Priest: Mai potuti sopportare pur riconoscendone i meriti, non è il genere di metal che fa per me con quelle voci acute e la tendenza all’epicità che poi è sfociata in un genere che detesto chiamato power metal. Non ci siamo, al massimo arrivo agli Iron Maiden dei primi sette dischi però: i primi due avevano addirittura un’irruenza post punk che i Priest non hanno mai avuto.
  2. I Manowar: Vedi sopra ma all’ennesima potenza, con un restrogusto tamarro e intransigente che me li rende ancora più invisi. N.C.S. come diceva il vecchio Zampetti.
  3. Il Power Metal: Per estensione di quanto tetto sopra, salvo che poi sono arrivate certe estremizzazioni risibili che non riesco a reggere, in particolare l’uso delle tastiere che sono uno strumento che riesco a reggere solo in pochi gruppi (Type O Negative, Skepticism e chi altro?) e che, in certi casi, arrivano a sovrastare tutto con un retrogusto di plastica anni ’80 (chi ha detto Rhapsody?)

Tanto per fare degli esempi, è poi bellissimo che vedendo la mia passione per il rock mi vogliano rifilare vasco e ligabue. Grazie, mi sembra di rivivere i vecchi tempi in cui tutti quelli che mi circondavano tentavano di rifilarmi le due glorie nazionali, solo che ricoprire di improperi uno schermo non dà la stessa soddisfazione.

La consapevolezza di non poter essere ridotto ad un modello o ad un algoritmo fornisce una dose di soddisfazione. Il fatto che mi vengano in mente letteralmente canzoni di qualsiasi tipo (anche che detesto) dagli inni sacri alla bieca musica commerciale degli anni ’90 mi riempie di orgoglio. Inquadratemi se ci riuscite. Una sera non riesco a levarmi dalla testa una tamarrissima “What is love” di Haddaway (ho duvuto guardare come si scriveva che non me lo ricordavo più accidenti a lui agli Snap! ed ai Technotronic), degna delle peggiori discoteche del biellese di un epoca lontana e giunta da chissà dove ad infestarmi la mente, la sera dopo sono qui che sbavo sull’ esordio dei W.A.S.P. del 1984 pensando che, vaffanculo, chi diavolo sono i Motley Crue? Una bomba rock del genere se la sognano solamente. Il batterista era un vero animale, Chris Holmes animale a sua volta (ma per altri motivi eh eh) e su tutti Blackie Lawless: che frontman e che voce ineguagliabile! Su il volume!!!

2021

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10. Melvins: working with god. Questo disco è un classico disco dei Melvins vecchia maniera. Per chi li conosce nulla di nuovo: ci sono i loro classici scherzi da prete (la proto-versione del classico dei Beach Boys e quella in cui mandano tutti affanculo), bei riffoni portanti a supporto delle composizioni. In questo disco è tutto apposto, i Melvins che, finalmente, tornano a fare i Melvins. Non finirà in nessuna lista di fine anno ma finisce nella mia perché, da loro ammiratore, avevo bisogno di un disco come questo. Salvo che poi si siano subito smentiti: certo che se c’è una cosa da dire sul gruppo del Washingston state è che non sono fatti per accontentare tutti.

9. Nick Cave, Warren Ellis: Carnage. Spero di non prendermi del nostalgico a tutti i costi ma pur trovando spunti interessanti nel nuovo corso di Nick Cave con il timoniere Warren Ellis, io continuo a preferire la vecchia produzione con i vecchi Bad Seeds. Per me non c’è partita. Eppure questo nuovo capitolo convince, è bello nel suo essere scarno come al solito. Però forse con l’età è venuto a mancare l’impeto emozionale dei vecchi tempi. Senza contare che restare senza due geni musicali come Herr Bargeld e Mr. Harvey, per un pur meritevole Ellis, sicuramente è un’operazione al ribasso. A me questi dischi piacciono ma mi risultano freddi, in molti li apprezzano, io faccio molta fatica pur riconoscendone il valore.

8. Carcass: Torn arteries. Sempre un piacere parlare di Jeff Walker e soci. Questa volta non fa eccezione, sono in forma e all’altezza del nome che portano. Se poi volete fare dei paragoni ingombranti col loro passato, continuare a lagnarvi che Ken Owen non è più della partita e via discorrendo, siete liberi di farlo. Io ho scelto di alzare il volume e godere della loro ultima fatica, non è un’impresa impossibile nemmeno nel 2022.

7. Mondaze: Late Bloom. Mentre molti indugiano in cosucce tipo la synth wave et similia, per il secondo anno di fila ospito nel listone di fine anno un gruppo che fa un genere con dentro la parolina gaze. Stavolta, dopo i Nothing l’anno scorso, tocca a i Mondaze da Faenza con furore. La cosa bella di questo genere è che potenzialmente a tutti gazer piace alzare il volume a dismisura facendo rimbombare tutto. Sembrerà una bestemmia ma la cosa funzione bene con i Carcass e anche con i Mondaze, ovviamente sono diverse le sensazioni ma questo disco ha comunque molto da offrire anche ad un appassionato di cose molto più brutali e trucide. Un bellissimo esordio.

6. Coverge: Bloomoon I. Di questo disco ho già parlato, mi sembra un lavoro meritevole ma un po’ discontinuo e che, alla lunga, non mi ha fatto venire troppo spesso voglia di essere riascoltato. Ancora un giudizio un po’ sospeso: magari poi a distanza di tempo potrebbe venire assimilato meglio almeno dal sottoscritto, le perplessità tuttavia non smorzano l’interesse per un possibile vol. 2.

5. Amenra: De Doorn. Poco da aggiungere anche qui, il solo limite degli Amenra è che fanno musica che è di difficile ascolto. Bisogna essere nella giusta predisposizione spirituale e allora se ne fruisce nel modo migliore e se ne traggono belle soddisfazioni. Il cantato in lingua fiamminga, a mio modo di vedere, aumenta di molto il fascino della loro proposta, anche se non ne capisco praticamente una parola.

4. Godspeed you! Black Emperor: G_d’s Pee AT STATE’S END! Bellissimo lavoro della band canadese, che questa volta, più che in passato, riesce ad essere quasi più fruibile, con passaggi di una bellezza assoluta che rimangono molto più in testa anche a distanza di tempo. Non vedo l’ora di sentire questi brani dal vivo, con il supporto della parte visiva: in tale caso sarebbero già da adesso da mettere al primo posto.

3. Jointhugger: Surrounded By Vultures. Buonissima seconda prova della band norvegese, che incorpora maggiore psichedelia nel proprio suono rinunciando a qualcosa in pesantezza: il risultato è comunque da applausi, un gruppo come ormai se ne sentono pochi. A partire da qui, le loro possibilità evolutive per il futuro hanno mille direzioni, tutte da esplorare.

2. Monolord: Your Time To Shine. Gli svedesi sono ormai un’istituzione e si confermano ancora alla grande con questo disco, molto più oscuro e dolente del precedente. Inizialmente mi aveva quasi respinto, poi mi ha definitivamente conquistato: è un vero e proprio gioiello.

1. Green Lung: Black Harvest. Vincono a mani basse. Hanno i riff, hanno il groove, soprattutto l’immediatezza ed il coinvolgimento che creano con le loro canzoni non hanno praticamente eguali nel panorama odierno. Per riassumere: hanno un gusto per la canzone invidiabile. Ogni brano è un inno da cantare a squarciagola, una marcia trionfale, un coro da stadio dell’occult rock. Forse poco impegnativi e un po’ facili ma in questi tempi difficili avevo proprio bisogno di un disco del genere.