Music

16 Luglio 2017

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Più di un mese e mezzo. E ancora non ci credo. Seriamente, la notizia dell’incidente stradale occorso a Marco Mathieu quel giorno mi arriva dopo aver visto messaggi e foto sue ovunque su Facebook. Doveva essere successo qualcosa ma mi prese una frenesia tale che continuavo a pigiare sullo schermo senza che fossi in grado di capire bene cosa fosse successo. E poi ho capito: lo storico bassista dei Negazione era stato vittima di un grave incidente stradale che lo aveva ridotto in coma.

Non riuscivo a crederci. Un fulmine a ciel sereno. Fino al giorno prima leggevi dei suoi libri, delle sue partite a calcio degli articoli del film su Socrates… pochi mesi prima c’era stato addirittura stato il lancio del box antologico dei Negazione in vinile, voluto dall’etichetta indipendente toscana Contempo: sembrava più attivo e vivo che mai. Ora questo. Tutt’oggi le sue condizioni non sembrano essere molto evolute, dalle poche parole intercettate qua e la,  tutto ciò che si può fare è mandare a lui ed ai suoi cari tutta la positività possibile. E sperare che le sue condizioni finalmente migliorino, che lui si svegli e finalmente sorrida per tutti coloro che gli vogliono bene. In primis la sua famiglia ed i suoi affetti (compresi i “fratellini” Tax e Zazzo) e poi anche, in disparte, per tutti quelli che sono cresciuti grazie alla sua musica. Tra questi, con la dovuta modestia, mi ci metto anche io.

Ho già espresso molte volte la riconoscenza e l’affetto che mi lega al gruppo Torinese. Ho già detto che furono il primo gruppo che vidi “consapevolmente” a 16 anni con mia madre che mi accompagnò in macchina, che le orecchie mi fischiarono tre giorni, che quel concerto ed il loro modo di essere mi cambiarono la vita. In meglio. Non ho abbastanza parole per esprimere la mia gratitudine: quando non riuscivo a trovare i loro dischi (la fine degli anni ’80 era un periodo duro in provincia) gli scrissi una lettera e mi rispose come se fossi un amico, mi fece anche gli auguri per la scuola. Ero quasi sconvolto dalla sua disponibilità e gentilezza. Gli mandai dei soldi imboscati nella carta carbone e pochi giorni dopo i loro dischi irruppero nella mia vita. Ci misi un po’ a recepirli e ho ancora davanti un po’ di tempo per ascoltarli.

Spero che anche a Marco di tempo ne rimanga ancora tanto davanti e che lotti per la sua vita con tutto se stesso. Se serve dirlo i miei pensieri ed il mio cuore sono con lui.

FORZA MARCO!

NEGAZIONE17

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…A parte il fatto che ora so anche chi sono

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Torno, dopo mesi di assenza per parlare dell’adolescenza. Ritardata, che oggi si diventa adulti anche più tardi. Dopo aver letto l’amico di Neuroni mi sono comprato il demo dei Lomax. Accidenti a loro: mi piacciono. Non solo mi piacciono, mi hanno fatto diventare nostalgico della mia adolescenza.

Non so come si faccia ad essere nostalgico di un siffatto periodo, penseranno i più. In verità, per me, l’adolescenza non è stata l’età delle stupidaggini, è stato un periodo travagliato, ma è stato il periodo maggiormente istruttivo ed evolutivo della mia esistenza. Non amando particolarmente l’800 italiano letterariamente parlando, mi ricordo a malapena del fanciullino di Pascoli, l’autore sosteneva che ognuno di noi dovrebbe avere dentro di se stesso lo spirito di un fanciullo, mantenerne la purezza. A me sembra invece che, per quanto mi riguarda, io voglia mantenere dentro di me lo spirito di un adolescente in perenne (e affannosa) ricerca di se stesso, in conflitto col mondo, in confusione continua, non abbastanza uomo e nemmeno abbastanza ragazzo (avete presente eighteen?). Un caos completo, in completa ed eterna agitazione.  Che mi costringa a non rimanere fermo, a rifiutare il quieto vivere e le convenzioni, un ribelle antisociale e con tendenze depressive/autodistruttive.

Oggi non potrei vivere come un adolescente, sarebbe ridicolo, eppure nemmeno posso sedermi e dimenticare quello che sono stato, i pensieri di allora, per quanto utopici ed irrealizzabili, continuano a bruciarmi dentro.

I tre film che amo maggiormente sull’adolescenza sono:

Fucking Åmål

-Paranoid Park

-Fa’ la cosa sbagliata

Non posso essere lui, però ho bisogno di quell’adolescente, senza di lui sono un patetico borghese privo di personalità ed asservito alla parte pratica e convenzionale della vita. La parte che mi fa più orrore. Il problema però è che quando hai l’età di un adolescente, quando sbagli la gente è più tollerante, man mano che cresci, gli errori li paghi molto più cari ed è per questo che quell’adolescente si nasconde da qualche parte, in qualche anfratto del cervello. Forse è inaccettabile per la società che un adulto sia ancora in perenne ricerca, faccia ancora errori come un ragazzo. Forse, ad un certo punto, dovrebbe calmarsi, abbassare la testa, lavorare e pensare al mutuo, alla casa e alla famiglia. Certo, contateci. Non che non siano aspetti importanti, ma il giorno in cui mi lascerò travolgere da queste cose qualcuno mi finisca, per pietà.

I Lomax parlano di odio e augurano la morte alle persone, quando ero adolescente lo facevo anche io. I Lomax sono arrabbiati e disillusi come lo ero io. Nei momenti più rabbiosi la musica era il canale giusto per convogliare la negatività verso qualcosa di più costruttivo, forse la ricerca di anime affini, forse di compagni di viaggio, forse persone che con la loro musica possano leggerti dentro ed aiutarti a capire chi sei. o forse, semplicemente trasfigurava la tua rabbia repressa e ti impediva di sfasciare tutto, riuscendoci solo a volte (ha ha ha).

I Lomax sono giovani ma musicalmente parlano un linguaggio che nasce da musica di venti o trenta anni fa e forse per questo li capisco. Mi vengono in mente i Dinosaur Jr. in “Rigore”, i Joy Division in “Mahnattan” o il cantato di Ferretti (terra emiliana non mente?) in “Non vedo l’ora che muori”. Tuttavia, se fosse mero citazionismo il loro, non starei qui a parlarne. Questi ragazzi hanno personalità e coraggio da vendere. Distorsioni, feedback e una doppia voce strafottente e sbeffeggiante. Sfrontati perdenti consapevoli, che però stavolta hanno vinto: in fondo dare contro a se stessi a volte sprona a farcela.

Ora so meglio chi sono, come nella citazione di Edda nel titolo. Ho una consapevolezza e delle responsabilità in più ma non ho ucciso quella parte di me.

Zu Live @ Magazzino sul Po 06/04/2017

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Restando in argomento Italia, se c’è un gruppo di cui dobbiamo andare orgogliosi nel nostro paese sono gli Zu. Non li ho citati in precedenza perché, a ben vedere, sono una realtà piuttosto avulsa dal solito giro di squallidi gruppi proto-alternativi. Sono semplicemente sopra a tutti gli altri.

Dopo la separazione col batterista storico (Jacopo Battaglia) è seguito un lungo silenzio e poi il rientro con “Cortar Todo” e Gabe Serbian. A due anni di distanza, in occasione dell’uscita del nuovo “Jihator” unscito un paio di giorni or sono per l’etichetta degli Ulver, si ripropongono dal vivo a Torino con un nuovo oscuro batterista: Tomas Järmyr.

Il locale si trova sui murazzi e fa sempre una certa impressione trovarsi a breve distanza dal Po. Anche l’interno è piacevole, seppure un po’ risicato negli spazi, discretamente finto-rustico.

Ovviamente il concerto inizia in ritardo e non la faccio lunga come faccio di solito sul fatto che la gente lavora e magari si spara un centinaio di kilometri per raggiungere il posto etc etc etc… Ovviamente il gruppo di supporto non mi piace, oltretutto mi indispettisce il batterista con una maglietta dei dismember… alla fine non riesco nemmeno a trattenenermi e gli urlo anche di togliersela un paio di volte.

Fortunatamente gli Zu spazzano via tutto e mi ricordano nel giro di un paio di minuti perchè mi sto sorbendo tutto questo. Perché semplicemente sono enormi. Intensi, spietati, incredibilmente furenti. Un live compatto e dove anche le sbavature (minime sia detto) sono un valore aggiunto, perché altrimenti verrebbe da pensare che sono sovrumani. Il nuovo batterista sembra un mix incredibile dei due che l’hanno preceduto: la tecnica di Battaglia e l’ assalto continuo di Serbian, bravissimo benché io ammetta candidamente di non averlo mai sentito nominare prima.

Ho perso il conto delle volte in cui li ho visti dal vivo, credo di essere abbastanza nel giusto dicendo che sono il gruppo che ho visto il maggior numero di volte, ogni volta però torno a vederli e non smettono di entusiasmarmi. Oltre a questo hanno un attitudine encomiabilmente indipendente e fiera, una fiducia in loro stessi che forse ha anche vacillato ma che poi è sempre emersa. Sono dei grandissimi e c’è solo da essere orgogliosi di essere loro ammiratori accaniti.

Grazie di cuore!

Musica indipendente italiana

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La domenica pomeriggio Rai tre decide di dedicare uno speciale alla musica indipendente italiana. Quando me ne accorgo mi chiedo cosa aspettarmi dal servizio pubblico nazionale, non faccio in tempo a formulare un’ipotesi quando si concretizza davanti agli occhi l’ineluttabile.

Una lunga parata di bellimbusti dall’aspetto tutto sommato conformato ad uno standard, una serie di suoni, parole, musica… forse. Non salvo nessuno se non gli Zen Circus, i meno peggio, loro che, comunque, hanno un’ idea di che prezzo abbia realmente essere indipendenti, gente che si trova nel mucchio per caso, che non si arrende dal ’94. Inoltre un loro album ha un titolo altamente esplicativo del mio pensiero su quello che sto vedendo: andate tutti affanculo.

Scusate la brutalità. La musica indipendente italiana ha una spocchia, una puzza sotto al naso, una supponenza insopportabile. E, infatti, io non la sopporto: non sopporto gli Afterhours, i Marlene Kuntz, il Teatro degli orrori e nemmeno tutti gli altri messi in fila. Ricollegandomi al mio post precedente gli ultimi esponenti degni di attenzione ed adorazione sono rimasti i CSI, il punto più alto, poi il vuoto. O quasi.

Il “quasi” di cui sopra si chiama Stefano Rampoldi.

Edda. E’appena uscito il suo nuovo album “Graziosa utopia” ma ovviamente il tg3 non se ne avvede. Edda è scomodo, incostante, esplicito, incontrollabile, delirante e dolcissimo. Decisamente troppo per loro, per essere inquadrato, per essere pubblicizzato. Edda non ha paura. O forse ne ha troppa.

E’ uno che ha vissuto e non a parole. E’ uno che ha sbagliato e non per moda. E’ uno che si è esposto e non per esibizionismo. Soprattutto ha affrontato il suo inferno personale e si vede, si sente e si percepisce in ogni cosa che fa. Forse sono io ma mi sembra l’unico nel marasma ad essere sincero fino ad essere scomodo, come dovrebbe essere un vero indipendente.

Edda riesce a destabilizzare, a far pensare e a commuovere. Ve lo vedete un Agnelli (nome non citato a caso) che riesce a fare altrettanto? Davvero potreste sostenere che sia credibile? Siate seri…

Quando parte il brano d’esordio del suo ultimo disco, mi sento partire la pelle d’oca e nemmeno so perché.

Mi spezza in due l’anima in pochi minuti. E non posso farci nulla. “Spaziale” è un pugno allo stomaco che lascia senza fiato e senza parole, che non fa male ma mi rivolta come un calzino. Edda riesce a usare parole banali (“Tu finalmente tu/ E’ arrivato il nostro momento/ per fortuna che ci sei”)  e a contestualizzarle senza renderle odiose come fanno mille altri, in questo è un maestro (si veda anche “Tu e le rose” del disco precedente) e non è una cosa da tutti.

Ha un’anima grande e fulgida, costruita sulla vita. Il resto del disco scopritelo da solo o non fatelo affatto. Io me lo tengo stretto, ne ho bisogno. Ho bisogno di addentrarmi nella notte con le sue parole, ho bisogno di confrontarmi con le sue immagini, di rispecchiarmi nei suoi stati d’animo. Artista e pubblico: finalmente un rapporto autentico.

E anche se scrivo questo per non pensare ad altro, non lo rende meno vero.

Grazie Edda, davvero.

 

“Questo è per i cuori che ancora battono”

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Forse sembrerà strano, eppure è un verso dei Converge (“First light/ Last light” da “You fail me”)

L’ Hardcore è musica viscerale, ferale, istintiva. Nata dal disagio e dall’iconoclastia del punk nichilista eppure consegue ad essa, si ribella alla tabula rasa mutandosi in costruzione, tentando di rimettersi in moto, come un cuore che, dopo una violenta scossa di defibrillatore, riparte più determinato di prima. Si nutre di rabbia: di quella positiva, di quella che fa reagire. Di quella che fa immaginare un mondo diverso e migliore, libero dal peso dello sfruttamento e dalle diseguaglianze, che lascia spazio (finalmente) ai sogni ed alle utopie.

Non sempre il mezzo, la violenza a lungo invocata, può essere condivisibile tuttavia, se si limita alla musica, non può far male.

Sebastian invece ama un’altra musica: il Jazz. Il Jazz è soprattutto comunicazione, ad un livello più ancestrale e profondo delle parole, una comunicazione fatta di musica.

Avede mai visto un musicista sorridere mentre un altro suona? Ebbene è probabile che il primo abbia appena accennato a qualcosa di spiritoso, solo che non l’ha fatto a parole.

E Sebastian ama Mia. Lei è bellissma, lui brillante e pieno di passione: questo la conquista e questo apre le porte al loro sogno. Due ribelli con una causa.  Fatta di stelle proiettate nel cielo, della stessa materia di cui sono fatti musica e teatro. Il sogno è la loro storia, bohemien ed idilliaca, in una città fatta di stelle che non si incendiano e non cadono, ma che non per questo non portano con loro dei desideri.

Qualcosa di eterno sovviene all’anima sotto le stelle. Qualcosa che, nonostante tutto, resiste, una luce che non si può spegnere, anche se vive solo di un fuggevole sguardo al passato.

Una luce che ferisce per le possibilità perdute, per gli orizzonti che non tornano mai. Una luce che, ciò nonostante, freme per non consumarsi e continua a baluginare, per quanto triste e afflitto sia ora il suo brillare. Un cuore che batte e la sostiene, un motore occulto di una passione sommessa che arde come brace sotto strati e strati di cenere, gettati crudelmente dal mondo e dagli eventi che ora li separano.

Seb e Mia si sono persi inseguendo i loro sogni separatamente ma, prima di questo, hanno sognato tanto assieme.

Su uno schermo, in qualche cinema, il loro sogno vive ancora. In cinemascope su una superficie argentata ed intrisa di fascino, nei ricordi di chi ha assistito ai loro sguardi.

Il sogno finge d’essere immortale, si ammanta di lirismo e di struggente nostalgia. Serra la gola in un nodo che si sente appena eppure toglie un poco il respiro.

Soprattutto il sogno sarà in perenne lotta per non farsi disarmare dal quotidiano, per non farsi imbruttire dalla realtà, per non farsi inghiottire, lui che può, in una quieta rassegnazione.

“L’innamorato, come il poeta, è una minaccia per la catena di montaggio” Rollo May “Love and Will”.

Barrett fluxus

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[Syd tu guardi a te stesso come a un uomo-vegetale, io mi sento di più come un elefante effervescente]

Dissolversi in mille milioni di bollicine.

Non esistere ogni tanto è un’idea affascinante, non fare alcuna differenza a questo mondo già assai poco rilevante. Non aver mai calcato suolo alcuno. E vedere, dal nulla, che succede. Un occhio che osserva dal vuoto. Un paradosso effervescente, iniettato di sangue, che osserva benché non esista.

Vedere com’è fatto il mondo senza di me. Come sarebbe la vita di ogni persona che ho conosciuto se non fossi mai esistito. Io non ci sono mai stato. Nessuno può aver mai detto di conoscermi, di aver provato un flebile sentimento nei miei riguardi. Suadente desiderio di non esistere. Di non essere mai esistito.

Dura un attimo, poi mi accorgo di esserci. O di esserci stato.

E allora non riesco a non esistere.

Sono l’anello di congiunzione tra Syd Barrett e i Fluxus.