Music

Musica per organi freddi

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Nemmeno negli anni d’oro del movimento il black metal ha mai fatto troppa presa dalle mie parti. Anzi. L’ho sempre considerato musica per personaggini equivoci, per gente che fa della posa un’attitudine al punto di venerare satana senza nemmeno avere un minimo di retroterra culturale per capire cosa voglia dire, per gente che si trincera dietro corpse painting e pose malvage per nascondere la propria pochezza, per gente a cui piace provocare gli altri ma non è in grado di sostenere uno sguardo o argomentare un discorso, senza contare (perché sono palesemente fuori scala) quelli che proprio spensero il cervello facendo fuori persone e bruciando chiese. Adesso che a tutto questo si sono aggiunti (o c’erano già prima?) hipster, psicolabili, gente con idee reazionarie e altri discutibili (e rincoglioniti) figuri siamo messi ancora peggio.

Anche dal punto di vista musicale non mi sono mai piaciuti:

-Il cantato in screaming

-Il tono acuto delle chitarre

-Gli inserti tipo folk o neo folk (qui si tratta di metal estremo e alzateli sti cazzo di ampli!)

-Le derive sinfoniche (ancora peggio del folk)

-Le produzioni plastificate di mr. Tägtgren e della Nuclear Blast

-Le infinite dispute sul fronte trve/untrve (vedasi anche Batushka, di recente)

E pensare che le origini del movimento mi piacciono: io adoro i Celtic Frost e anche i Bathory… eppure, fatti salvi certi capi imprescindibili (Dark Throne, Mayhem…) tutto il resto mi risulta indigesto. Non che voglia fare una pessima generalizzazione del discorso, ci saranno sicuramente persone meritevoli nel giro black e poi c’è chi risolleva un minimo la situazione rinverdendo la formula vedi Klevertak e, perché no, Whiskey Ritual, chi invece lo prende come punto di partenza per giungere a risultati sublimi (…In The Woods, Ved Buens Ende/Virus, Ophthalamia) però per me qualcosa non torna ed è inutile: se voglio sentire qualcosa che davvero metta tutto sotto i propri cingoli mi tocca rivolgermi altrove. Al caro vecchio Death Metal, al fedele compagno Grindcore. Non c’è partita. Anche una cosa quasi universalmente riconosciuta come la tamarraggine scassatutto di “Panzer division marduk” alla fine non fa presa su di me. Ho un disperato bisogno di growling iper-gutturale, chitarre a motosega (grazie Tomas Skogsberg) e batteria a maglio.

Capita che  ogni tanto io, non dico mi dimentichi, ma metta da parte tutto questo. Tuttavia alla fine qualcosa giunge a sussurrarmi che avevo bisogno di della sana violenza messa in musica. ontro il logorio della vita moderna è meglio del Cynar, non me ne vogliano Ernesto Calindri ed Elio. Soprattutto meglio la violenza messa in musica che prendere a sprangate il prossimo. Questo è un messaggio che non è mai passato: non parlo per gli altri, ma per il sottoscritto questa non è incitazione alla violenza, è un modo per non diventare violenti:

Non sopporti la merdosa proposta musicale di radio e televisione? Metti “Left Hand Path” e subissali di volume.

Il lavoro ti opprime e non ne esci? Prova con “World Downfall” sparato al massimo.

Gli amici si imborghesiscono e svaniscono nel nulla? Credo che “Cause Of Death” faccia al caso tuo.

Ti fregano il parcheggio? Abbassa il finestrino e fai un furioso headbanging sulle note di “Hammer Smashed Face”, ti sentirai subito meglio.

Continuano a cercare di importi scelte non tue? Insistono nel dirti che musica ascoltare, come vestirti, cosa leggere, in cosa credere? La risposta è ovvia: lascia che siano i Nasum a chiarire il concetto:

 

Quale sogno sublime potrebbe essere rispondere a tutti i fastidi alzando il volume e zittendo tutti? Sarebbe una gran soddisfazione di sicuro. Ogni qualvolta la situazione si fa pesante, la manopola è la soluzione.

Ora (Grazie a Blogthrower per avermene parlato) abbiamo un nuovo gruppo che può accostarsi alla schiera e farci scapocciare tutti quanti alla faccia delle disavventure quotidiane. Benvenuti Thulsa Doom !

 

 

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Gruppi ai cui concerti non vorresti assistere e concerti che vedresti all’infinito

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Negli anni novanta esisteva una formazione milanese che si vantava, probabilmente essendo nel giusto, di essere tra i pionieri del thrash metal in Italia. Tale formazione aveva un chitarrista che era facile incontrare, nel ruolo di intortatore, in un altrimenti mitologico negozio di dischi sotto il Duomo a Milano. Il “Maryposa” era (ed è!) un posto fantastico (sono onorato di citarlo nelle mie umili pagine): i due commessi storici, che credo ci siano ancora, erano competenti e simpatici… perché volessero servirsi di un simile individuo mi è oscuro. Saccente ed insistente, ostenta il suo successo locale e cerca di propinarti i dischi che piacciono a lui, se non proprio quelli del suo gruppo. Non succede solo questo:

Evento n. 1: Concerto dei Metallica allo stadio delle alpi (To) nel ’92: un’occasione fantastica, gruppi enormi nel bill (Voivod, The Cult, Suicidal Tendencies e, incredibilmente Megadeth che paiono aver fatto pace con il gruppo di punta). Notizia spiacevole: I Voivod danno forfait… e a sostituirli il suddetto gruppo milanese. Dopo una mezz’oretta di scimmiottamenti ai Pantera la loro esibizione finisce e, più tardi, hanno pure l’ardire di pubblicare un EP con la registrazione del concerto e alcune foto che li ritraggiono immersi in un bagno di folla evidentemente non intervenuta per loro. Va bene.

Evento n.2: Negli anni ’90 al parco Acquatica di Milano si svolgeva un grosso festival chiamato Sonoria (sono sicuro di due edizioni, ma potrebbero anche essere state tre o quattro), di solito aveva lo sgradevole, almeno per il sottoscritto, vizio di mettere insieme gruppi che non c’entravano nulla ma un anno propone un programma di tutto rispetto: Pardise Lost, Rollins Band, Danzig, Primus, Faith no more. Se non che il giorno stesso (internet era un miraggio e l’organizzazione italiana di certi eventi ha sempre lasciato a desiderare) si apprende che Danzig e Primus danno forfait e… indovinate un po’ chi prende il loro posto? Ma certo! La suddetta band milanese e Paul Weller (PAUL WELLER?!?!?!?).

Innanzitutto su biglietti campeggiava la scritta: “in caso di rinuncia di uno dei gruppi, la sostituzione avverrà con un gruppo di pari livello”… che fate, prendete in giro la gente?! E poi chissà perché sempre lo stesso gruppo chiamato a tappare i buchi. Misteri sepolti nel tempo.

Misteri che continuano anche oggi, nel giro di pochi mesi mi sorbisco due volte un gruppo nei cui componenti milita qualcuno coinvolto con la grafica di taluni manifesti dei concerti, fortunatamente l’altra sera arrivo in ritardo e me li risparmio.

Scusate, sono un sonicopatico e divento di pessimo umore (tra l’imbufalito e il nevrotico) se devo sorbirmi musica che detesto… non che normalmente sia una persona solare e di ottimo umore, chiaramente. Tuttavia è incredibile come, nonostante proprio non ti piaccia la loro proposta musicale, certi gruppi ti risaltino fuori solo perché qualcuno li ritenga simili ai tuoi gusti musicali. Credo sia lo stessa ragione per cui gli algoritmi dei social falliscono spesso inesorabilmente.

Fortunatamente un valido motivo per sorbirsi certi gruppi c’è: il gruppo principale della serata, ovviamente. Nel caso dello scorso venerdì sera i Neurosis. ho fatto pochissime foto, un po’ per l’assenza di memoria nella scheda della fotocamera un po’ perché, una volta tanto, mi sono goduto il concerto. Credo che sia circa (?) la quarta volta che li vedo e non deludono mai. Sono uno dei pochi gruppi in grado di trasportarti in una dimensione parallela con una energia intrinseca tale da ammutolire. Mi ricordo un paio d’anni fa, dopo 10 minuti ritrovarsi a pensare che avevano già polverizzato tutto quello che ti era capitato di vedere quell’anno. Questa volta si fanno ben pagare (35 sudatissimi euro) e sono supportati, oltre che dai suddetti, anche dagli Yob che non faccio parimenti in tempo a seguire. Stare qui a fare la telecronaca del concerto è inutile, posso solo dare un consiglio, per quel che può valere: andateli a vedere, fatevi questo piacere.

Dall’apertura affidata a “A sun that never sets” a quando Scott Kelly se ne esce zoppicando vistosamente (!) sono coesi, concreti ed incredibilmente intensi. Ecco: se non avete idea di cosa sia un concerto intenso, vado sul sicuro a consigliarvi una loro performance. Nonostante da più parti li accusino di un certo immobilismo creativo, di avere delle tempistiche da pachiderma per dischi e tour (vengono in Italia senza un disco da promuovere…) non stateli a sentire: non sono più dei giovincelli, hanno lavori e famiglie cui badare (lo stesso Scott è una specie di patriarca), abitano in diversi stati e tutto questo ne limita l’azione, ma quando si riuniscono su un palco è pura magia. P1020587

 

…a proposito di Baronesse

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L’altra sera, mentre fuori c’era la tempesta, ho finito di leggere l’autobiografia per recensioni di Lester Bangs ascoltando il nuovo dei Baroness. Un modo come un altro per passare la serata invece di smadonnare davanti a canali che perdono il segnale quando mancano 10 minuti alla fine del film, cosa che, in realtà, è successa la sera prima. Ci ho messo una vita a leggere il libro di Bangs (sarebbe utopico avere le tempistiche di una volta) eppure, quando ho finito, mi sono reso conto che molti dei pensieri che ho formulato in vita mia li aveva già elaborati lui prima e con molti anni di anticipo. Probabilmente lui avrà pensato la stessa cosa di qualcun’altro: è una ruota che gira.

Più probabilmente a girare è un cerchio nero con un forellino in mezzo, oppure un dischetto iridescente con un buco più grande sempre nel mezzo. Gli mp3 non girano, forse è per questo che, pur essendo comodi e tutto, non mi convincono, come del resto non lo riescono a fare gli ebook. Il fatto che qualcun’altro abbia già elaborato i tuoi stessi pensieri non significa che tu non debba sforzarti di formularne di nuovi. Anzi. Significa esattamente quello. E comunque il percorso intrapreso per formulare determinate riflessioni ha il suo peso, come pure hanno il loro peso il contesto e le piccole differenze che comunque non possono non esserci.

Da più parti sento dire che la musica pesante ha perso stimoli, la furia che denotava certe proposte musicali ha perso il suo impeto di ribellione se anche nelle catene di vestiti da centro commerciale si vendono magliette metal. E ripenso al me stesso che quasi nascondeva le toppe degli Iron Maiden nel gubbotto di jeans delle superiori. La risposta che mi sono dato e che, alla fine, non mi interessa. Non amo questa musica perché è sinonimo di ribellione. Amo questa musica perché fa parte di me. Apprezzo altri stili misicali ho sempre considerato il goth la mia seconda casa, ho sempre apprezzato il jazz e, anche se per un numero ristretto di artisti, rispetto anche (e perfino) il rap senza nessuna “t” davanti (sia chiaro!) e tanti altri “amori musicali episodici” dei quali non importa a nessuno se non a me stesso. Tuttavia questo non cambia il fatto che un bel suono di chitarra distorta, una batteria menata a sangue e un basso che ti smuove le viscere rimangono il mio territorio e fin quando ci sarà qualcuno a suonare cose di questo tipo io sarò qui ad ascoltarli.

Il declino è evidente. Soprattutto dal punto di vista creativo credo che sia sotto gli occhi di chiunque abbia ben presente le proposte musicali in abito pesante dalla seconda metà degli anni ’60 alla fine dei ’90: non raccontiamoci balle, certi dischi non torneranno mai più. Ma da qui a dire che è tutto finito ce ne corre, e parecchio. L’entropia è un processo irreversibile, le cose peggioreranno sempre e comunque, non si sfugge: se addirittura le grosse case produttrici di strumenti musicali (Gibson e Fender su tutti) sono in crisi perché ci sono molti meno ragazzi che smaniano per tenere in mano uno strumento credo che il fenomeno sia assolutamente tangibile. Pazienza. Ho fatto una buona scorta di bordate sonore, potrebbe anche bastarmi per una vita, rischierei di annoiarmi forse, ma potrebbe bastare.

Tuttavia sarebbe un accontentarsi triste, un immobilismo sterile, perché che lo neghiate a voi stessi o meno, siamo tutti in costante e continua evoluzione. Possiamo anche rallentarla allo fino allo sfinimento, tentare di controllarla o lasciarla correre senza freno, ma non possiamo fermarla. Dobbiamo tendere a qualcosa, almeno provarci. La musica pesante non è morta. Molti la danno per spacciata ma non è morta, sta a noi trovare nuovi stimoli. E ogni qualvolta un disco ci piace o almeno ci lascia perplessi abbiamo il dovere di esultare. Se ci piace è ovvio il perché, ma se ci lascia perplessi dovremmo esultare ancora di più perché dovremo fare un’ulteriore sforzo per entrare nelle sue dinamiche, per capire se le emozioni che ci genera sono noia o estasi, dobbiamo adoperarci per capire se ci appartiene o meno. Se tocca le corde delle nostre emozioni. In una parola dovremo rimetterci in gioco. Esattamente ciò che dovrebbe fare ogni artista quando si approccia ad un nuovo lavoro, a delle nuove composizioni.

Per il momento il disco dei Baroness, che continuano ad intitolare i loro lavori come dei colori (“Gold & grey”, nel caso), sta esattamente in quel limbo. Intuisco della grandezza in esso, percepisco lo sforzo evolutivo rispetto al passato (“Purple”, di qualche anno fa sembrava alla lunga fin troppo statico e quasi manieristico) ma ancora mi sfugge se può ergersi a grande lavoro o finirà sugli scaffali a prendere polvere. E questa sospensione, che non resterà tale in eterno, mi piace, perchè mi da modo di confrontarmi e crescere, anche solo ascoltando un disco. E’ un ottimo punto di partenza.

Aggiornamenti:

  • Sono stato raggirato da Chelsea Wolfe: Il nuovo disco esce a settembre! Il singolo on-line non mi dice un granché ma sono comunque fiducioso.
  • I Crushed curcuma hanno messo on-line un disco disponibile per download gratuito o formato fisico: cosa aspettate?

Hai sentito le bombe che cadono?

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Ecco, io amo profondamente “Crazy love” perché ha in se stessa il suono delle bombe che cadono. Un precipitare cupo e disperato. Anche se si tratta di un sentimento positivo, eppure forse pericoloso, forse irrealizzabile, forse eccessivo. Ti mette in allarme perché ti sta per cadere addosso qualcosa che ti travolgerà, che accelererà il tuo battito cardiaco, che ti sconvolgerà fino a farti impazzire, fino a farti desiderare di non vivere più senza di esso. Sono concetti già trattati, parole già spese e forse ridondanti eppure mi ipnotizzano, mi scavano dentro e mi lasciano esposti i nervi, le sensazioni, mi lasciano piacevolmente vulnerabile, pronto ad essere sconvolto ancora una volta.

Dopo verrà la paura, dopo verranno i pensieri, dopo verranno le conseguenze. Verranno ma, per una volta, verranno dopo. Verranno quando la canzone finisce, quando l’idillio si spezzerà, quando riaprirai gli occhi e ridiventerai il te stesso quotidiano, quello forzato ad affrontare la vita di ogni giorno. Tuttavia per quei pochi istanti, in quella successione di note, a causa di quella flebile voce hai sognato di essere travolto ed è stato estasiante come staccarsi dalla realtà, come distruggere le sterili abitudini ed essere al di sopra di tutto. Volteggiare eterei, come la musica e perdersi in essa come in un sentimento meraviglioso. Crazy Love.

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Era nel bellissimo”Abyss” e, dopo il parimenti meritevole “Hiss Spun” del 2017, secondo la sua pagina Facebook, la settimana prossima esce il nuovo disco di Chelsea Wolfe. Un’altra bomba che sta per cadermi addosso… e sono felice.

Brina celtica sul trono oscuro della contessa Bathory.

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E’ il 1984, in una zona non meglio specificata di Zurigo qualcuno si sta armando. Quel qualcuno ha appena chiuso una delle parentesi, musicalmente parlando, più grezze e violente degli anni ’80, tuttavia sente stretto per le proprie ambizioni quel nome, Hellhammer, che pure tanto ha seminato senza vedere praticamente germogliare nulla, almeno nell’immediato. In quel bunker si stanno gettando le basi della musica estrema che verrà, lì ed in qualche parte di Stoccolma, stanno prendendo forma delle minacciose entità musicali che porteranno quelle abbozzate da Venom e Motorhead ad un altro livello. Un’ ondata malefica si sta per abbattere prima in Europa e poi nel resto del mondo… i responsabili si chiamano Martin Eric Ain, Tom Gabriel Fisher e Quorthon.

Stiamo palando di Celtic Frost e Bathory. Detto questo tutti i metallari che vogliano fregiarsi dell’appellativo “estremi” dovrebbero già essersi tolti il cappello, se non proprio fatti lo scalpo in loro onore. Tutto parte da qui. Niente sarà più come prima.

A questi combattenti del metal va tributato ogni onore e gloria, come fece il gestore di un negozio di dischi di musica estrema sulla St. Erik Gatan a Stoccolma, che teneva regolarmente il “santino” di Quorthon vicino al registratore di cassa. Che ci proteggano  dalla musica melensa e senza spina dorsale, che salvaguardino il mondo dalle produzioni plastificate di etichette come la Nuclear Blast, che sorreggano  lo spirito autentico dietro ogni genere di nicchia e che salvaguardino anche il sacrosanto desiderio di evolvere nella musica. Possibilmente in eterno. Sì perché non ripeterono sempre e solo gli schemi che li portarono al successo (sia pure ben lontano dalla scena principale). Sono uomini che hanno portato avanti un’idea, che hanno fatto progredire un certo tipo di concetto musicale che ancora resiste. Almeno fin quando ci saranno Fenriz e Nocturno Culto.

In questi giorni esce il nuovo lavoro dei Dark Throne. E a qualche disattento potranno sembrare dei reazionari del metal. Invece partono con il Death, approdano al Black e finiscono con i Celtic Frost ahahah. Soprattutto Fenriz è un vero malato di musica: vive, respira e trasuda musica e passione da tutti i pori. Zero chiacchiere, zero pose, attitudine pura e fiera devozione alle onde sonore. Se qualcuno di voi ha visto “Until the light take us” (invece del romanzato “Gods of chaos”) si sarà reso conto che tra tutti gli intervistati uno solo parla sempre e solo di musica (si esalta davanti ad una copia di “The Ritual” dei Testament… il che forse è anche troppo). Gli altri blaterano delle loro imprese TRVE: dagli omicidi alle chiese bruciate oppure danno vita a gratuite performances dal retrogusto autolesionista. Ora, con tutto il rispetto per salme e chiese bruciate del caso, queste sono pose di gente con l’aria compressa nel cervello che può anche aver tirato fuori qualcosa di significativo a livello musicale, ma poi ha spento il cervello e si è abbandonata a questi atti inutili (anche dai risvolti tragici) che nulla hanno a che fare con la musica. Tutte le scemenze su satana, sul dover apparire malvagi a tutti i costi, sulle tradizioni e la purezza della razza, per non parlare degli alieni (avete letto bene: il libro “Gods of chaos” è intriso pure di tali castronerie) non servono a nulla: sono un atteggiamento da ragazzini deficienti portato all’estremo. La musica era l’unica cosa che doveva contare.

Magari in ritardo (e facendo qualche errore) ma Fenriz l’ha capito. E adesso va avanti per la sua strada, con Ted (Nocturno Culto) ha stretto una fratellanza senza eguali, nella quale addirittura non conta confrontarsi col pubblico. Loro bastano a loro stessi. Su le corna per i Dark Throne: ora e sempre, evviva la musica.

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Indipendenza dichiarata

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Se la parola “indipendente” ha mai assunto un qualche significato quando si tratta del mondo della musica, questo significato si deve, in massima parte, a tutte le persone che fieramente si sono costruite da sole la propria etichetta discografica al di fuori delle logiche corporative e di affari.

Sia sempre lode e gloria a voi etichette indipendenti, solo voi sapete quanta fatica sta dietro al vostro lavoro, quanto impegno e quanta dedizione siano necessari a portare avanti un progetto senza contare su uffici stampa e promoter prezzolati, infischiandosene (o quasi, pure loro devono restare in vita!) delle logiche di mecato massive, delle mode e delle tendenze commerciali.

La madre di tutte voi, mi sento di dirlo, è la Dischord Records, l’etichetta dei mai troppo celebrati Fugazi, di Ian MacKaye e tutti gli amici suoi. Proprio in questi giorni è circolata la notizia del grande rifiuto dei nostri di riunirsi dietro compenso. Ian si è limitato a dire che gli sembrava più un’ attestazione di stima che una reale offerta, quindi ringrazia per le belle parole ma non ritiene che ci sia nulla da prendere in considerazione. Ciao ciao Ted Leonsis, il quale dal canto suo, dichiarò che avrebbe offerto dei soldi a nome della band alle principali associazioni di carità locali ma poi non ha nemmeno insistito troppo: forse non ci credeva fino in fondo.

Di quando in quando, è risaputo, i nostri si incontrano ancora per suonare. Lo fanno per loro stessi. In anni e anni il loro telefono ha squillato tantissime volte: dall’altra parte del filo etichette maggiori, impresari, agenzie di promozione di vario tipo… tutte le loro proposte sono sempre state rispedite al mittente, sia per riformare il gruppo, sia per assorbire l’etichetta.

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Joe Lally e Brendan Canty

Questi ragazzi iniziarono presentandosi di tipografi con copertine di LP “smontate” e gli chiesero se potevano farne di similari, poi se le incollarono da soli, cominciando a prendere contatti per far stampare i vinili.  Iniziarono in questo modo e finirono per vendere circa 4 milioni di dischi in tutto il mondo. La loro esperienza è stata fonte di ispirazione per tantissime altre realtà nella musica indipendente, la dimostrazione che l’impegno e la passione pagano. E, alla fine, anche l’integrità morale.

Dalla fine dei Fugazi hanno avuto origine alcune altre compagini e, tra queste, The Massthetics che ereditano dalla band madre la sezione ritmica ovvero Joe Lally e Brendan Canty. Si tratta di un trio, completato alla chitarra da un nerdissimo Anthony Pirog, dedito a composizioni musicali che si muovono da qualche parte tra il rock ed il jazz, senza una parola cantata. Ad un primo ascolto si rimane un po’ interdetti, ma lentamente le loro canzoni si insinuano nell’apparato uditivo come un accompagnamento cangiante nei toni e nell’umore, ed alla fine entrano. E sono un bel sentire.

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Anthony Pirog

Personalmente quest’ anno ricorre l’anniversario della prima (ed unica) volta che vidi il gruppo di Washington D.C., nel 1999 appunto al Leoncavallo. Inutile dire che fu un evento storico che aprì le porte ad una serie di concerti che perdura ancora oggi. Per 5000 lire avevi l’opportunità di assistere ad un concerto indimenticabile, due ore e più di musica (chi diavolo è che, ad oggi, suona ancora per due ore!?) suonata con un’intensità incredibile pescando da quasi tutto il repertorio dei quattro. Una roba da libidinosi sonori. Ne uscii con una cassettina registrata clandestinamente e le costellazioni di stelle negli occhi. Più tardi, una volta scoperto che molti loro concerti erano disponibili in rete, mi scaricai l’intero concerto che, a mia insaputa, era stato a sua volta catturato.

E così il capitolo si chiuse. Fino all’altra sera quando, dopo 25 anni, ho rivisto Joe e Brendan allo Spazio 211 di Torino. In realtà Joe l’avevo già visto qualche anno fa alla gloriosa associazione “Perché no?” di Verbania (un posto che rimane consegnato alla storia) dove suonò assieme agli Zu… però era decisamente un contesto diverso.

Credo che tutti quelli dell’ambiente Dischord siano persone che, per i loro meriti artistici e non, potrebbero tranquillamente peccare di superbia con chiunque. Invece sono umili, semplici e con i piedi per terra: Joe e Brendan sono esattamente così, tranquilli ed alla mano… li vedi da come si mischiano alla gente, da come ti sorridono, da come salgono sul palco. E, a parte la musica, quest’attitudine ti colpisce: fanno sembrare tutto naturale e semplice… hanno un’aura da belle persone, anche se non li conosco, non so come dirlo altrimenti, quindi non uso giri di parole.

Il concerto fila via liscio, concreto e coinvolgente. Come dicevo, loro a parte, il chirarrista è un prototipo di secchione dello strumento, suona circondato da effetti sui quali mette le mani in continuazione e a tratti pare pure una versione dimagrita di Verdone. Però nulla da dire su come suona:  il suo compito è ricamare su quello che gli altri due costruiscono e, probabilmente, gli elementi jazz sono un suo retaggio. Non c’è traccia di nostalgia o elementi che possano eccessivamente rimandare alla band madre, vivono di vita propria con una personalità ben definita pur essendo, in parte, le stesse persone.  Era la prima esibizione in terra italiana ed è stato un privilegio assistervi e dimenticare la quotidianità per tutta la durata del concerto.

La Dischord (ed i Fugazi) appartengono alla storia, ma la fiamma è accesa, arde e freme e spero che non smetta mai.

10 anni dopo Carboniferous: la vera eccellenza italiana!

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Vista la pochezza dell’offerta musicale attuale, spesso si è costretti a guardare indietro per trovare dei lavori che veramente abbiano rappresentato un significativo apporto alla causa della musica. Su “Carboniferous” degli Zu mi auguro non ci siano dubbi. Dopo dieci anni i romani tornano a riproporre quello che, probabilmente, risulta essere il loro lavoro più popolare dal vivo e l’occasione è clamorosa perché alla batteria torna a sedere, dopo anni di defezione, il Signor Jacopo Battaglia. Un mostro di bravura, stile, potenza e tecnica. Ho visto gli Zu con almeno tre batteristi diversi e, per quanto tutti bravi, Jacopo è IL loro batterista e non si discute.

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Personalmente non ho mai avuto ben chiare le motivazioni della scissione, tuttavia solo rivederlo dietro ai tamburi mi rincuora, vederlo agitarsi con le bacchette in mano, mi rimette in pace con il mondo. Quanto ci sei mancato Jacopo. Alla fine gli avrei anche fregato le bacchette, ma  mi son trovato davanti la batteria e mi sembrava di profanarla. Ci ha comunque pensato una ragazza, senza troppe remore reverenziali.

Tutto questo, forse, andava scritto alla fine. Questo è stato un concerto voluto, bramato, inseguito fin dall’annuncio, dato con mesi di anticipo. Lo Spazio 211 (locale cui siamo affezionati da anni dopo averci visto Suffocation, Unsane, Electric wizard, Neurosis, Isis et cetera) finalmente si risolleva da un torpore atarassico e propone una serata degna di questo nome (magari poi vedremo se presenziare anche per The Messthetics di fugaziana sezione ritmica).

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Gli Zu, come i Sunn 0))) o gli Einstürzende Neubauten, sono un gruppo che VA VISTO DAL VIVO. I dischi vanno bene, ben fatti anche dal punto di vista estetico, ma la fisicità di un loro live è un’altra cosa. Sono di un’intensità senza pari o quasi. Suonano per circa un’ ora e non fai nemmeno in tempo ad accorgerti di quanto siano bravi talmente ti lasciano senza fiato. Seguirli mentre suonano ipnotizza e la musica diventa una scheggia impazzita che rimbalza da ogni parte mentre tu tenti di seguirne invano la traiettoria come farebbe un gatto con un puntatore laser. Ed il bello è che, come nel caso del felino, ti sembra la cosa più emozionante del mondo. Come per gli altri due gruppi citati in precedenza, la mia sensazione, quando si assiste ad una loro esibizione, è quella di essere trasportato in un altrove fantastico dove, per la durata del concerto, esistono solo la musica, lo stupore e la meraviglia. Qualcosa di molto vicino al concetto di felicità. Se non proprio ad uno stato di grazia.

Basterebbe questo per parlare del concerto di ieri sera. Esibizioni come le loro ti ricordano perché ami così tanto la musica, cosa di essa ti smuove così tanto l’anima. E’ qualcosa che, se non lo provi, non lo puoi spiegare. Ma è dannatamente reale.

Stasera Jacopo è loquace: presenta i brani come se fossimo a sanremo e l’ospite Stefano Pilia risulta, senz’altro, un gradito inserimento… poi ad un certo punto dichiara “questa è l’ultima volta che sentite Carboniferous a Torino” gettando tutti nello sconforto. Finché un valoroso lo prende in contropiede “Vi aspettiamo a Grugliasco!!!!”. Anche a Biella, quando volete!

Postilla: Questo post era nato come un immenso pippone sul fatto che i concerti di grandi dimensioni sono pessimi: costano un sacco di soldi, sono male organizzati, spesso con suoni indecorosi e gruppi bolliti da seguire magari solo su megaschermo, asfissiati da troppa gente che se va bene poga, se va male ti prende a pestoni o a spintoni senza conoscere il passato glorioso del gruppo. Il tutto adesso viene reso ulteriormente inaccettabile con biglietti vip il cui prezzo rasenta la follia, per non parlare del bagarinaggio legalizzato del secondary ticket. Dopo aver assistito ai Sabbath sull’ asfalto nel ’98 ho chiuso con festival e megaconcerti… in giro c’è di molto meglio e alla fine se la gente non lo capisce, peggio per loro. Del resto quando continui a seguire un gruppo nonostante abbia usufruito dell’illegalità per poi scagliarsi contro di essa e nonostante 25/30 anni di dischi pessimi, te li meriti i metallica a 90€ (o anche dippiù).