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La scena locale biellese anno 2019

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Avedo più volte fatto mio l’assunto di (freak) antoniana memoria secondo cui “l’Italia è la provincia di qualche altro posto” sarebbe spontaneo chiedersi cosa sia, a sua volta, la provincia italiana. Verrebbe da pensare ad un anticamera del purgatorio dove arriva tutto in ritardo, la cultura sonnecchia, la gente ha vedute ridotte, il lavoro -soprattutto ultimamente- latita così come gli stimoli. Tutto vero. Però forse è proprio per queste condizioni non proprio colme di possibilità che in provincia si nascondono realtà interessanti che, magari proprio in virtù di quanto scritto prima, risaltano maggiormente rispetto a quanto potrebbero fare perdendosi nel marasma culturale di una grande città. oltre al fatto che la mancanza di stimoli spesso porta a creartene autonomamente.

Dopo un passato colmo di astio e risentimento (in parte ingusto) per la città attorno alla quale gravito ho iniziato ad apprezzarne molti aspetti tra cui la natura, la pace e quel minimo di tranquillità in più della quale possiamo godere da queste parti. Con il tempo impari a farti scivolare addosso i giudizi della gente, la grettezza e l’ignoranza del volgo e persino la loro malcelata e sciatta attitudine da ignoranti e contenti: con il tempo tutto assume dei contorni migliori.

Biella è sempre stata un posto fuori dalle logiche, anche quando l’industria tessile girava a pieno regime, qui non è mai arrivata nemmeno l’autostrada (arrivarono a fatica anche l’adsl e il metano) e personalmente ne sono quasi contento. Attualmente sono anche contento della iniziale diffidenza che siamo soliti risevarci anche l’un l’altro. Solitamente, sorpassata questa impasse iniziale, si stringono rapporti lunghi e duraturi esattamente il contrario di quello che di solito succede in realtà più vaste dove si è tutti subito amici ma poi l’amicizia si rivela evanescente come le bollicine di una bibita gassata di terz’ordine.

Non essere considerati toglie tante cose ma offre anche la possibilità di nascondersi e lo sa bene anche la nostrana autrice Aislinn che ambienta da queste parti un suo romanzo urban fantasy nel quale il fatto di nascondersi gioca un ruolo fondamentale. Che vi devo dire a me piace il fatto di essere al di fuori di certi giri.

Detto questo lo scopo di questo post è quello di parlare della scena locale. Ovviamente senza avere la pretesa di essere esaustivi, posso però parlare di quattro realtà che conosco molto bene essendo, in alcuni casi, in contatto personale con alcuni (se non tutti) musicisti coinvolti. Quattro (più uno) casi in cui c’è da essere orgogliosi della terra che ti ha visto crescere.

1. Closer to the sun

Precedentemente noti con il nome di Fermat’s last theorem, si prendono un anno di tempo per cambiare nome e bassista ma, soprattutto, per realizzare il nuovo Lp sulla lunga distanza. Rispetto alla proposta musicale della denominazione precedente occorre rilevare una maggiore componente progressiva e melodica, che ora trova più spazio che in passato. Partiti da un approccio hadcore/punk, si muovono gradualmente verso un genere riconducibile a Meshuggah, Tool, Deftones e Periphery con una forte attenzione per l’eletronica (non a caso erano soliti suonare brani di Aphex Twin ed Enter Shikari, tragli altri) adesso alleggeriscono leggermente la loro furia fatta di chitarroni a otto corde, risultando più ragionati e maturi nell’approccio (uno dei pochi casi in cui questa non è una parolaccia). Un esordio assolutamente in grado di raccogliere la loro eredità sonora pregressa, facendola ulteriormente salire di livello. Preparazione tecnica e compositiva di altissimo livello, senza paura di affondare il colpo quando serve. Io li seguo da poco dopo che esordirono con la vecchia denominazione (ormai sono anni) e spero che con la nuova formazione raccolgano i frutti del loro duro lavoro: se li meritano tutti, anche perché dal vivo sono stupefacenti per precisione e potenza.

2. Electric Ballroom

Questo trio, che prende il nome da un noto locale londinese, è un’altra eccellenza del nostro territorio. Forse anche grazie al genere maggiormente accessibile rispetto ai Closer to the sun, hanno raccolto molto di più in termini di critica e pubblico. Con un EP auto intitolato ormai piuttosto datato alle spalle (Bagana rec.), si sono fatti le ossa su palchi italiani ed inglesi mettendo in mostra un’innata attitudine live. Suonano un blues elettrico, distorto e molto fisico ma comunque piuttosto lontano dalla banalità. Chitarra batteria e voce: tre componenti alle quali è difficile trovare un difetto che si amalgamano alla perfezione. Marco ha un drumming possente e tira fuori passaggi assolutamente pregevoli ed energici da un drum kit ridotto all’essenzale, la chitarra di Filippo, inventa passaggi slide e distorti dal sapore terroso e riarso che sembrano usciti da qualche anfratto dimenticato della Lousiana e la voce della minuta Giulia sfodera un feeling invidiabile e nient’ affatto distante da una consumata e corpulenta blues woman. La componente fisica esce alla grande dal vivo, dove il trio si distingue per presenza scenica e trasporto emozionale. Davvero bravi. Sono in fase di produzione del primo lavoro sulla lunga distanza (pare che sia un parto un po’ travagliato…), le premesse per una ottima prova ci sono tutte.

3. Sabbia

Altra compagine molto interessante, propone brani strumentali con suggestioni desertiche e nomadi, inserti tastieristici e sassofono sempre piuttosto in primo piano. Si muovono in territori che sembrerebbero richiamare un certo tipo di rock di stampo cinematografico e dinamico: sarebbero ottimi come compositori di colonne sonore, in questo verrebbe spontaneo accomunarli a gruppi come i Calibro 35 sebbene presentino un taglio meno settantiano, più rock e a tratti quasi sfiorati dallo stoner. Buona personalità ed idee decisamente ispirate ed interessanti. Al link bandcamp sono presenti un paio di lavori in download gratuito, non si potrebbe desiderare di meglio.

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4. Crushed curcuma

Decisamente la proposta più sperimentale ed ostica tra tutte. Duo che si divide tra sax e tastiere, loops ed effettistica varia. Il risultato, ancora una volta è meramente strumentale e di difficile classificazione tuttavia, una volta entrati nell’ottica, i Crushed curcuma si distinguono per originalità ed inventiva e sono in grado di regalare un panorama sonoro molto personale ed architettato molto bene tra elettronica ed oscura psichedelia. Finora non hanno pubblicato molto ma dal vivo vantano una buona attività dal vivo che sta fruttando una serie di concerti molto evocativi ed intensi.

 

4+1. Totem

Da biellese di residenza, ho sempre considerato Verbania come la provincia maggiormente affine alla nostra per indole ed attitudine, per tanto, anche se non sono di Biella, voglio parlare comunque dei Totem. Stellare trio dedito al prog-rock strumentale di taglio moderno. Autori di un ep “Manitou” e di un singolo “Fight or flight” hanno appena pubblicato su bandcamp un nuovo brano (vedi video) dal loro imminente nuovo lavoro “Oculus mundi”. Posso solo dirvi che rispetto alle precedenti proposte sembra si stiano muovendo maggiormente su territori prog rispetto al passato. Tuttavia il lavoro completo si deve ancora ascoltare nel suo complesso. Le aspettative sono altissime, anche loro in sede live sono estremamente validi sia dal punto di vista tecnico che scenico… essendo un trio perdono un po’ degli arrangiamenti curati dei quali godono in studio per diventare rocciosi e con meno fronzoli. All’indirizzo bandcamp è possibile trovare dei brani scaricabili gratuitamente, quindi non resta che visitare la pagina.

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Per motivi di spazio/tempo non approfondisco però, di diritto, vanno citati anche:

Luca Sigurtà, Jot Not One, Seaphic eyes, Bultaco DC (della gloria locale Rudy Medea ex-Indigesti), T.s.O. , Barbarian pipe band ed altri che al momento non mi sovvengono…  se credevate che la nostra fosse una provincia morta spero di avervi fatto ricredere!

 

25 anni dopo

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Venticinque anni dopo è tutto un fiorire di ricorrenze. Di fotografie postate a memoria, di video nostalgici, di lacrime a comando. Mi chiedo se le ricorrenze servano a qualcosa, gli anniversari, le cifre tonde o semi-tonde. Oppure sono solo scadenze autoimposte per guardarsi indietro e rendersi conto del tempo passato, magari fare un bilancio che, a ben vedere, non serve a nessuno. Perchè quello che conta è il quotidiano quello che si vive sulla propria pelle giorno dopo giorno. Lo sanno bene quelle persone che si sono svegliate dieci anni fa senza una casa e sono corse in strada nel cuore della notte. Tutto questo è senza senso, non ha alcun peso reale. Non hanno peso le fotografie, non hanno peso le parole, le fiaccolate, i ricordi.

Venticinque anni fa moriva Kurt Cobain. Da allora di suo ho ascoltato ben poco perchè mi metteva a disagio. C’era quasi da sentirsi in colpa ad aver acquistato un suo disco, secondo quello che trapela da una sua canzone (e non solo da quella), ad avergli dato parte di ciò che non voleva. E alla fine i CD hanno continuato a prendere polvere su uno scaffale, ripresi in mano pochissime volte, quasi a voler guardare dentro un abisso non mio, un’ operazione non sempre delle più agevoli o costruttive. Anzi.

Intanto il tempo è passato ed ogni cosa si è trasformata. Tutto si è spento lentamente, al contrario di Kurt che, invece, è bruciato in fretta. E adesso stanno tutti a ricordarselo più o meno all’improvviso. Negli anni trascorsi dalla suo morte sono usciti alcuni dischi, alcuni libri suoi e non suoi (mi piace ricordare Tommaso Pincio e anche Tuono Pettinato), il ricordo non si è mai più o meno spento. Anche grazie a tutti i dubbi del caso sulla sua morte, sulla sua signora e su El Duce.

Non siamo qui per parlare di questo. Come per tutte le persone morte, non serve a nulla parlarne quando sono andate. Occorreva vivere assieme a loro il tempo concesso per calpestare la stessa terra. Tutto il resto è una sorta di esercizio masturbatorio anche se non sempre fine a se stesso.

Gli anni novanta erano il mio decennio e quindi c’ero. Non ringrazierò mai abbastanza di aver avuto vent’anni in quel periodo: ero depresso ma mai quanto avrei potuto esserlo se avessi avuto vent’anni negli anni 80 o nei duemila. In primis per la musica che, salvo rare eccezioni, avrebbe fatto pena e che, invece, mi ha pressappoco salvato la vita . Poi anche per l’atmosfera che era elettrica, ti caricavi anche solo respirando… peccato che me ne sia accorto solo dopo. Ero un ragazzetto universitario insicuro con una fragilità interiore che non ero in grado di identifcare, perfettamente in linea con i turbamenti esistenziali dell’epoca. Dopo un decennio di eccessi e di apparire ma non essere, gli anni ’90 furono una brusca frenata, un rimettersi in discussione, ma anche una sorta di rinascita spirituale, uno strenuo tentativo di riprendere in mano la propria anima dopo averci sputato sopra per un decennio. Non a caso tutti guardavamo con ammirazione agli anni ’70, vera epoca d’oro per la musica e per mille altri motivi, solo che ora avevamo una cosa in più rispetto ai ragazzi di quell’epoca: la consapevolezza, qualcosa di decisamente scomodo con cui confrontarsi.

Avevamo la consapevolezza che le utopie sarebbero rimaste tali, che eravamo manovrati tutti e legati ad un futuro del quale avremmo deciso ben poco, che certi fantasmi non potevano essere elusi. Se ci pensate suona assai similare alla storia di Kurt Cobain. Non era la voce di una generazione, ne faceva parte. Era un ragazzo comune che si è trovato ad aver scritto qualcosa che non era progettato per il successo ma che ne ebbe a dismisura. E nessuno era pronto per questo. Nessuno era pronto, ma era fatale che succedesse, era proprio nell’aria. Doveva succedere che quel sentimento strisciante, quell’aura di inquetudine trovasse una valvola di sfogo. Quella più evidente si chiamava “Smells like teen spirits”, la conoscete tutti.

Non sopporto quando parlano di Cobain come l’icona di una generazione, come il portavoce di una cultura, quelli che si esprimono in questo modo non hanno capito nulla. Peggio per loro. Peggio per tutti quelli che continuano ad affibbiagli un ruolo che detestava apertamente. Era uno di noi messo sotto dei riflettori che non aveva cercato. Non c’era poi molto da stupirsi se è andata come è andata, soprattutto se aggiungiamo anche i malanni fisici oltre ai sentimenti che aveva dentro.

Nello scorso fine settimana ero in viaggio con la mia auto e mi sono messo a riascoltare “In utero”: bastava quello, dentro quel disco c’è già tutto, c’è scritta ogni cosa, ogni testo è un presagio, un’indicazione, uno sfogo. Risentirlo è stato come rivedere un amico che non senti da vent’anni: schiaffi e carezze, vuoti e pieni, tristezza e allegria. Con il panorama che ti sfreccia a lato e la meta davanti. Bastavano i suoi occhi quando parteciparono a tunnel, introdotti con difficoltà/imbarazzo dalla Dandini continuamente disturbata da Guzzanti. Un’ apparizione che, ancora adesso, mi domando se fosse reale.

Il tempo non conta un accidente di niente, basta un attimo e tutto ti investe di nuovo, come se fossero passati cinque minuti. Mi ricordo lo sbeffeggiamento di amici e professori quando seppero che si era suicidato (?), mi ricordo i concerti persi nei quali avrei potuto vederli (tra l’altro con i Melvins di supporto, parliamone!), mi ricordo le mie sensazioni autodistruttive amplificate dal suo gesto. Durò poco. Non era la mia tragedia, che si sarebbe consumata di lì a tre anni, avevo una vita da vivere (almeno provarci) e tirai avanti. Fino a scoprire che, ma questa è storia fin troppo recente, il centro di tutto stava lì, nel non permettere a niente e nessuno di fermarti, nel non dare a niente e nessuno tutto quel potere su di te. Nel comprendere che chi si ferma è davvero perduto, ma che a volte nel mare dei sargassi si trovano gli strumenti per guardare le cose nella giusta prospettiva. Questo si impara ad essere stati morti per tanti anni. Ma c’è chi l’ha detto meglio di me:

“Tra gli undici e i quattordici anni la bambina era morta per molti secoli. Quegli anni da celacanto le avevano fornito l’accesso all’archivio degli inferi. Adesso che era tornata alla vita poteva richiamare quella memoria a suo piacimento. Si guardò dal dirlo e si accontentò di un’alzata di spalle.

La persona che ama è sempre la più forte”

A. Nothomb.

Parental Advisory

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Avviso: Conformemente a quanto proposto da “Tipper” Gore nel lontano 1984 appongo prima di questo post una apposita etichetta che avverte dei contenuti espliciti ed (eventualmente) offensivi del medesimo. Inoltre mi riservo di non ledere la sensibilità di coloro che leggono mediante l’avviso iniziale, credo almeno di aver avvertito. Ribadisco che la mia “linea editoriale” (ahahah) non prevede la correttezza, questa non è una testata giornalistica ma rispecchia solo le mie idee: criticabili, soggettive, arroganti ma pur sempre mie. Io sono aperto al dialogo e consapevole di non essere depositario della verità assoluta. Non mi stancherò di ripeterlo, anche perché è un concetto che, evidentemente, non passa.

A un certo punto degli anni novanta, verso la fine credo, nella mia cerchia di amici dediti alla musica più o meno alternativa vennero fuori dei nuovi nomi che si misero ad ascoltare più o meno tutti. Incuriosito da questa nuova, ed in taluni casi spasmodica, attenzione incomiciai a prestare l’orecchio a queste nuove sonorità, trovandole rivoltanti.

I colpevoli di tali nefandezze sonore si chiama(va)no Daft Punk, Prodigy e Chemical Brothers. Ci ho provato e riprovato ma non c’è verso, mi fanno proprio venire in mente la scena de “L’attimo fuggente” quando il professore parla di ridurre ad un grafico l’importanza di un componimento, un allievo scrive una cosa tipo “la gatta è sul tetto” ed il professor Keating gli fa i complimenti per aver centrato l’origine degli assi cartesiani. Se mettiamo sull’asse delle x la musica e su quello delle y il testo, questi gruppi (?) centrano esattamente l’origine, proprio come il componimento risibile del ragazzo. Sono lo zero assoluto.

Musicalmente li trovo insopportabili. Come se, ad un certo punto, si tentasse di nobilitare i tamarri al rango degli alternativi. Ma per piacere, l’operazione gli sarà anche riuscita con i più, con me non attacca. Non vedo molta differenza tra loro e la musica da discoteca, gente che smanetta con piatti, campionatori o react table tirandone fuori un suono plastificato e vuoto, con un costrutto ed un intenzione sonora che musicalmente, se il metal sta alle elementari, loro forse sono alla nursery se non addirittura ancora nell’embrione. C’era tutta questa mania per i “suoni”, si diceva all’epoca: “senti che bei suoni” bah.

Premesso che preferisco sempre quello che si suona al come lo si suona, se mi parlate di cose come il trip hop che pure era un genere tirava all’ epoca posso darvi ragione, se mi parlate di Bijork anche. Nel metal ci furono Fear Factory (“Demanufacture”!), Nine Inch Nails (“The downward spiral” entra di diritto nei primi 5/10 dischi da avere degli anni ’90) e Genghis Tron (se non li avete mai sentiti provate “Board up the house” che è una bomba! Anche se è del 2008) a tentare con successo la carta dell’elettronica. Ma nel caso dei gruppi (?) di cui sopra direi proprio che non ci siamo e non solo perchè niente batterà mai una SG con un amplificatore valvolare sull’ 11 (anche per questo chiaramente).

Vogliamo davvero soffermarci sui testi? Il top lo si è raggiunto in un libro che mi hanno fatto leggere dove si afferma che il testo di “hey boy, hey girl” sta alla nostra (?) generazione come “mi illumino d’immenso” sta a quella di Ungaretti. No dai non fatemi davvero commentare questa roba che poi divento cattivo sul serio. Davvero volete che io dica qualcosa su una canzone che ripete un numero ignoto di volte Suck my ketchup oh, scusate, Smack my bitch up!? o Around the world, around the world? Va a finire che nemmeno il bollino che ho messo all’inizio diventa sufficiente per coprire le mie sensazioni a riguardo.

Tutto questo per dire che la morte di una persona (in questo caso, il suicidio) è una tragedia, anche se questa persona fa parte di un gruppo che propone musica che detesto, ma non sarò mai abbastanza ipocrita da dire niente di diverso da quello che ho scritto sopra.

Intanto pare che i Genghis Tron ritornino sulla scena…

Ludwig Van Eddohven

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Edda Live allo Spazio 211 10/02/2018

 

Sono quasi quasi tentato di rimangiarmi tutto quello che ho scritto su san remo, solo per far partecipare Edda e vedere le facce di pubblico e critici mentre canta uno dei suo testi: onestamente non avrebbe prezzo. Ma questo è un pensiero che scaccio via subito.

Dopo il suo disco capolavoro ovvero “Graziosa utopia” adesso è tempo di “Fru fru” e non  è stato amore a prima vista. Anche perché il precedente più che mai aveva creato un mare di aspettative, almeno per il sottoscritto. Ma quello che ha di bello Stefano  Rampoldi è che è imprevedibile e senza filtri (vedasi il suo delirante profilo facebook, una roba che vale la pena di iscriversi solo per seguirlo). Io, comune mortale, avevo avuto l’assurda arroganza di pensare di averlo capito, ingabbiandolo nelle mie aspettative. I due anni passati evidentemente mi avevano fatto scordare la sua personalità unica.

Durante il primo ascolto mi è partito un malevolo “ma che cazzo è ‘sta roba!”

E per un altro paio di volte la reazione non  è stata molto diversa. Perché il nuovo parto dell’ex- Ritmo Tribale è una tremenda accozzaglia pop-synth-funk. Proprio tremenda, con dei testi ancora più strampalati del solito, tanto che ipotizzare che sia tornato a farsi non sembra un’idea campata per aria (anche se non glielo auguro). Poi uno realizza che è pur sempre lui e che, al pensiero che stai schifando il suo nuovo lavoro, la sua reazione sarebbe una grossa risata.

Ed il senso ultimo di “Fru fru” è proprio questo: una grossa risata. Dopo l’autoritratto sofferto di “Semper Biot”, la radiografia al negativo di “Odio i vivi”, le coltellate da schivare di “Stavolta come mi ammazzerai” e la sublimazione lirico-musicale di “Graziosa utopia” ci aspetta una grossa risata. Forse l’evento tragico della morte della madre ha portato a questo: ad una disconnessione dalla serietà, dai temi pesanti come macigni che pure è stato in grado di trattare nei dischi precedenti (detto per inciso “Edda”, la canzone dedicata alla madre è l’eccezione che conferma la regola in questo lavoro). Forse semplicemente era tempo di mettersi in discussione e sfornare un’opera che spiazzasse tutti (o almeno me) nel suo comico nonsense dei testi e nelle scelte sonore spesso dancerecce ma mai scontate o volutamente ruffiane.

Per apprezzarlo devi lasciarti andare, dimenticare i dischi passati e realizzare che, ad un certo punto, ci sia bisogno di farsi una risata, di vedere che faccia fa la gente quando la spiazzi con dei testi pieni di bestialità (incesti, droga pesante ai minorenni, scene da film pornografico etc…) e tenuti insieme da una logica stralunata e che a malapena intuisci. A un certo punto è possibile che servano degli arrangiamenti fatti per essere ballati, con troppa elettronica rispetto a quanto sei solito fare. Quando realizzi tutto questo, ti ritrovi ad ancheggiare come uno scemo mentre sei in giro a passeggiare con il disco in cuffia e scusate se è poco.

Edda rimane comunque uno degli artisti più sinceri e veri del panorama italiano, il suo nuovo lavoro alla fine non ti si scolla dalla testa, anche se il modo con cui ci si appiccica assomiglia molto al modo con cui la carta igienica si attacca alla suola delle scarpe e se sapesse che sto scrivendo una cosa del genere probabilmente ne andrebbe fiero. Non si può non rendergli il dovuto omaggio. Grazie Edda.

saḿsāra-dāvānala-līḍha-loka!!!

Maschera da guerra

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Somen- Fonte Wikipedia (Vassil)

L’approccio con “Adversus” è stato unico nel suo genere, almeno per quel che mi riguarda. E’ stato uno dei pochi album che abbia scaricato legalmente e poi acquistato nel suo formato fisico talmente mi piaceva. La prima volta che l’ho ascoltato era mattina prestissimo. Svegliato verso le quattro, dopo mezz’ora di giravolte mi rendo conto di non essere in grado di riprendere sonno, mi alzo, faccio colazione e poi mi domando se sia il caso di andare a fare una passeggiata, mi vesto ed esco nel freddo di una mattinata di dicembre.

 

E’ tutto buio fuori, l’aria tagliente e parte storia di una lunga guerra. Da principio non ascolto molto: mi concentro sui passi, sui muscoli, sul paese che dorme attorno, anche le stelle nella loro fissità apparente. Poi il movimento diventa automatico e gli occhi si abituano al buio, il corpo al freddo e la musica entra. Non solo nelle orecchie.

Da bravo vetero metallaro sono sempre quantomeno dubbioso verso altri generi di musica. Sono molto più esigente quando ascolto gente che non suona con doppia cassa e chitarre distorte. E’ un mio limite e lo riconosco, però uscire dalla propria zona di conforto è un’esigenza, per non appiattirsi sulle proprie convenzioni, per ampliare il modo di concepire la musica, per non soffocare nel consueto, per restare vivi.

Il disco si snoda come le strade di un paesino di collina, una prefetta commistione tra parole, note e paesaggio. Ci studiamo con un cane per la strada, poi ognuno prosegue per la sua. La ventata di aria calda e profumata fuori dalla panetteria. Il cielo limpido sopra la testa. Siamo io e le canzoni.

Parlano di me. Con precisione. Parlano di cicatrici, ferite e sbagli, di vite passate ad incassare e a rialzarsi. Parla di tenacia, di resistenza e di orgoglio. In mezzo a queste cose ci sono anche io. Raramente nell’ultimo periodo mi è successo di sentirmi tanto affine a un disco. Raramente nell’ultimo periodo un disco mi ha messo in corpo tanta forza nell’affrontare il quotidiano. E mentre il disco prosegue inizia a fare parte di me.

Esattamente come questi passi, come queste strade che prima dell’alba assumono un aspetto diverso eppure familiare. Siamo figli della stessa rabbia, fratelli dello stesso disagio. Gente che ha imparato a non arrendersi, gente che ha bisogno di riaffermare il proprio diritto ad essere, se non unica, almeno se stessa.

Un giorno sta per cominciare e non ti aspetta. Ed anche se il tempo è riuscito a togliere la brillantezza dalle utopie giovanili, ancora non ci ha ucciso e non ha spezzato i nostri sogni. Chi si ferma è perduto, non torna indietro neanche un minuto.

Ad un certo punto la mia intransigenza mi stava strangolando ed ero schiavo delle mie stesse idee. Ho dovuto allentare la presa e mi sono sentito sconfitto, rinunciatario e debole. Pensavo che sarei morto, prima ancora avrei voluto non essere mai nato, invece il respiro non si è fermato ho raccolto i frammenti dello specchio con la mia immagine sopra e sono andato avanti. Avevo perso la battaglia, ma ero vivo e sapevo chi ero. Almeno ne avevo un’idea più precisa.

Alla fine della passeggiata ho fatto un viaggio dentro me stesso. Nel mio cortile alzo gli occhi e le stelle cominciano a girare attorno ad un fulcro, finché tutto non ritorna. Ed il giorno comincia. Eppure siamo qui. Con una maschera da guerra sul volto, segnata, scalfita ed a volte rotta, ma il tempo è passato e lei ha fatto il suo dovere, occorre osservarla bene per leggere le storie che racconta.

 

 

 

 

Sensi unici

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Per questa mia uscita parto dal commento di Pippo, avevo cominciato a rispondere con un commento, ma il discorso è troppo lungo allora riporto il suo e a quello rispondo:
Carissimo, permettimi di dirti che questi tuoi post in cui ti scagli contro chi non la pensa come te danno un impressione abbastanza puerile. Se una cosa non ti piace puoi decidere di non seguirla. Considera che ciò che non piace a te magari piace ad altri e viceversa. Credo che prima di tutto ci vada il rispetto perché in mancanza di esso si generano l’intolleranza e l’odio. E la musica qualunque essa sia non nasce per dividere ma per unire le persone.
Per quanto riguarda la cultura musicale tu sei convinto di averla ? Io credo che aver cultura musicale voglia dire conoscere la musica a 360 gradi senza preconcetti. Anche ciò che non piace o che non suscita emozioni. Cultura vuole dire coltivare e conoscere, e come si fa a conoscere se ti scagli in maniera preconcetta contro chi non la pensa come te?
Saludos
Innanzitutto saluti ricambiati, tra alti e bassi mi pare che Pippo sia uno che legge con una certa assiduità e la cosa non può che farmi piacere, quindi grazie anche per il tono del messaggio che mi permette di riprendere e fare chiarezza su certi punti espressi.
Il mio non è un attacco alle persone quanto al diffuso modo di pensare del paese in cui vivo. Son pieno di amici che ascoltano vasco e che insulto per questo regolarmente, ma non mi permetterei mai di attaccarli al livello personale: poveretti son figli dalla nostra cultura, che devono fare. Poi non è bello sparare sulla croce rossa, decisamente è da vigliacchi. Ovviamente sto scherzando.
Tempo fa la pensavo come te, ovvero ritenevo fosse puerile un atteggiamento come quello del mio post. Adesso sono dell’avviso opposto: tutta la correttezza insincera che si è instaurata negli ultimi anni ha fatto si che tutti si trincerino dietro a esternazioni che si guardano bene dall’esprimere il loro reale pensiero per evitare che tizio o caio si sentano offesi. In realtà a me questo sembra un atteggiamento puerile. Son punti di vista ma, per quanto mi riguarda, preferisco dire le cose in faccia esprimendo il mio pensiero senza curarmi di poter offendere qualcuno. Non mi trincero dietro una supposta correttezza perché mi sembra una scelta di comodo, un bel giorno non metteremo mai nulla in discussione di questo passo. E questo è un errore, perché la mancanza di confronto genera un’aridità culturale che mette paura. Non discuto di avere un atteggiamento se vuoi grezzo, sprezzante ed a tratti arrogante, ho un carattere dimmerda non ci posso fare molto. Del resto l’hai detto tu: se una cosa non ti piace puoi anche non seguirla.
E qui sta un’altra parte del problema, ovvero: il rispetto non è una strada a senso unico. Tu puoi anche decidere di non seguire questo blog. Dimenticatene: è una cosa piccola lo leggono in pochi, non ti verrò  a cercare, sei stato libero di scegliere. Io no! san remo e vasco, me li ritrovo dovunque praticamente da quando sono nato. Certo potevo diventare un eremita, azzerare tv, radio e giornali, ma comunque per mantenere quel carrozone inutile avrebbero attinto alle mie tasche, quindi dove sta il rispetto nei miei confronti che non ne voglio sentire parlare, figuriamoci mantenerli? Dove sarebbe il rispetto nei miei di confronti quando da sempre mi sento dire che la musica che ascolto è musica da drogati, delinquenti, satanisti, sovversivi, reietti, sfigati… dico abbiamo mai preso un caffè assieme che potete giudicare i miei gusti o la mia persona? Chi sarebbe che ha dei preconcetti?
Per quanto concerne la cultura musicale… dall’89 circa ad oggi seguo concerti, compro libri e riviste e dischi in quantità copiosa, quindi sì ritengo di avere una discreta cultura musicale. Sono cresciuto in un’ epoca in cui gli acculturati in materia musicale in Italia si chiamavano Mario Luzzato Fegiz e non Lester Bangs, non so se mi spiego. Se quelli come Fegiz svengono ritenuti acculturati, allora quasi quasi è meglio essere ignoranti. Hai mai letto un suo articolo sul metal? All’epoca c’erano grasse risate da farsi. Conosco gente che ascoltava certa musica di nascosto. Questo per via della cultura dominante che era molto più refrattaria e preconcetta di quanto lo sia io. Che poi preconcetto mi ci sento fino ad un certo punto visto che, seppur controvoglia, di certe cose continuo a sentir parlare anche se vorrei farne a meno, certa musica la butti fuori dalla porta e ti rientra dalla finestra. Fortunatamente quest’ anno ho saputo poco su san remo ma due cose mi sono arrivate e mi hanno fatto inorridire: la partecipazione dagli Zen Circus e poi l’apice, ovvero Mr. Baudo che presenta la canzone di Baglioni definendola la canzone d’amore del secolo cancellando, con un colpo di spugna ridicolo, John Lennon (“Real love” è la mia canzone d’amore del secolo, detto per inciso), Elvis Presley, Johnny Cash, Serge Gainsbourg, Nick Cave, I Depeche mode oppure magari De André, Tenco o Gino Paoli… devo continuare? Sentite queste due cose dovrei anche approfondire per amore di non-cultura? A mio parere la vita è troppo breve per ascoltare roba che non ti piace, se sei un ascoltatore vorace la vita è troppo breve anche per ascoltare solo la musica che ti piace.
Non sono d’accordo nemmeno sul fatto che la musica dovrebbe unire e non dividere. Per conto mio la musica dovrebbe arricchire e far riflettere, se poi dalla riflessione arriva una divisione pazienza, non siamo fatti per essere sempre d’accordo su tutto. E meno male.
Per amore di scorrettezza segue ora una play list con tutte le canzoni più scorrette che mi sono venute in mente.

E ho lasciato fuori G.G. Allin e Seth Putnam perchè non mi piace vincere facile.

 

Giù la testa!

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Mi sono lasciato alle spalle miriadi di post smozzicati, anche solo accennati nella testa, nell’ultimo periodo ma anche negli ultimi anni, nei quali questo blog ha vegetato più che vivere realmente. Discorsi iniziati ed abbandonati per mille motivi tra cui giganteggia il già sentito, serpeggia la noia o l’incapacità di articolare un pensiero come andrebbe fatto, se non altro per rispetto verso quei pochi che leggono. Ma a febbraio ho sempre e solo un pensiero: evitare (userei anche termini più pesanti ma non me ne vengono) san remo. Fortunatamente quest’anno ci sono riuscito più che in molte altre occasioni. il festival è la riprova ennesima che, come sonsteneva Freak Antoni, l’Italia è sempre la provincia di qualche altro posto.

Vorrei essere in grado di fare come Zerocalcare che su wired anni ed anni fa confessava di non potercela proprio fare anche solo a sviluppare un qualcosa su san remo. Invece a me fa proprio imbufalire come il successo di vasco rossi o di sferaebbasta. Per inciso: non vi spiegate il successo dello sfera? Genitori che ascoltano vasco secondo voi che genere di figli possono covare?

Ammettiamolo: in Italia la cultura musicale non esiste, o meglio esiste solo in una ristretta cerchia di persone (e qui parte la voce fuori campo di Nanni Moretti: “mi troverò sempre a mio agio e d’accordo con una minoranza di persone”- “mi troverò sempre a mio agio e d’accordo con una minoranza di persone”-“mi troverò sempre a mio agio e d’accordo con una minoranza di persone”-“mi troverò sempre a mio agio e d’accordo con una minoranza di persone” ad libitum) una realtà che va esplicitata ogni volta a un volume maggiore così, per acquisire consapevolezza.

La verità è semplicemente questa. Questo il motivo per cui il festival continua non solo ad esistere ma ad essere una sorta di superbowl italiano in fatto di ascolti. E quelli che lo commentano sprezzanti comunque ingrossano le fila perchè, di fatto, per commentare devi seguire. E quelli che lo schivano vengono bollati come radical chic. Per quanto mi riguarda mi smarco subito: un radical chic non ascolta death metal svedese, tanto meno ne fa una religione, per tanto cominciate a beccarvi questo:

Inoltre io non mi limito a schivarlo, lo detesto proprio. E’ uno dei tanti simboli dell’Italia conformista. Quella nazione che, per intenderci, fa dell’ignoranza un vanto e non una vergogna. Quello stato che riduce tutto ad uno squallido luogo comune. Quel modo di pensare ipocrita che si sente rappresentativo di tutto e di tutti.

Ebbene non in mia rappresentanza, giammai in mia rappresentanza.

In condizioni normali ignorarli basterebbe ma, per mia disgrazia, so bene che nonostante io non mi leghi a quella schiera (e morrò pecora nera cit.) parte delle mie tasse e del mio canone tv va a foraggiare tutto questo. Oltre al danno la beffa, mi tocca pure di mantenerli, quindi almeno che sia consentito esprimere un violento dissenso, un crudele disagio.  Purtroppo non verrà mai il giorno in cui vedrò finire questo scempio. E non verrà mai nemmeno il giorno in cui non dovrò levare la stima a gruppi che ritenevo meritevoli almeno di rispetto ma che si piegano a queste logiche infami per motivi a me ignoti (o forse fin troppo noti), per cui addio Zen Circus: mi avete profondamente deluso (e pure Brunori).

In definitiva però esiste un’ Italia musicale meritevole? Sì esiste, in questo momento sta sopra un Colle, ma non solo lì.

La diversità è un pregio e non un difetto.

Per fare l’opera completa faccio anche i miei complimenti ai talent show. Alla vecchia giuria di x factor e alla nuova di the voice. Non guarderò mai nessuno di voi e mi aguro che il vostro non-pensiero e la vostra non-arte si estingua.

Ostinati e contrari. Sempre.