Music

i twist and turn i can’t sleep at night

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Chissà cosa diavolo faceva Marc Almond quando, preso dai suoi tormenti, non riusciva a dormire la notte, magari fantasticava su satana o Crowley o, più facilmente, La Vey? Non lo so ma svegliarsi alle 4.00 di mattina e poi non riuscire più ad addormentarsi è un’esperienza piuttosto comune per me, un’esperienza che anche stamattina non mi sono fatto mancare, come se già tutto il contorno di disillusione e depressione non bastasse.

Yeee! Io sono sveglio e voi no! Accidenti a me. Stare lì a rigirarsi come un sandwich inquieto tra due lenzuola che, ben presto, si trasformano in mostri che ti si avvolgono attrorno, traformandoti immediatamente nella caricatura tragicomica di Tutankhamon, senza nemmeno avere un minimo conforto dal fido Anubi. Cadendo, ovviamente, tra le braccia della paranoia e dei pensieri ossessivi e compulsivi… non c’erano dubbi.

Allora ti alzi e l’atmosfera è surreale, la neve caduta riflette la poca luce e sembra quasi mattina inoltrata ma, se guardi fuori dalla finestra per bene ti accorgi che in giro ci sono solo panettieri ed assassini. Almeno sono svegli per un motivo remunerato da soldi o soddisfazione intrinseca o, magari, da entrambi. Io no! Allora molle come un budino scendo le scale, mi lavo la faccia e faccio colazione. Accendo la Tv guado svogliatamente un episodio di una serie poliziesca canadese che mi lascia totalmente indifferente, gioco con la gatta, la faccio uscire dietro pressante richiesta, penso ai miei occhi crepati dalle quattro ore scarse di sonno spengo la luce e tento maldestramente di dormire sul divano. Tentativo misero per un misero fallimento. Mi butto su rai news 24 e mi rattristo ancora di più. Alla fine il sole sorge, ma non è un gran sollievo considerando che c’è un’altra giornata da affrontare e mi sento uno straccio e mi sta anche venendo il mal di gola.

Mi sovviene il dubbio che, forse, pensare al diavolo ed ai suoi amichetti era meglio… magari è così che si diventa satanisti, tu che dici Marc? Tuttavia un agnostico non può fruire di siffatta tematica…

Don’t eat snow

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Con la seguente colonna sonora:

L’ho lasciata entrare

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Nevica e mi va di parlare della neve. Di quale meraviglia susciti nella mia anima. Finalmente nevica, anche quest’anno. Mi mancava come una magia che non si perpetra, come una promessa in attesa di essere mantenuta. La neve è sempre stata vicina al mio cuore. La neve è sempre stata compagna dei miei sogni e sorella dei miei silenzi leggeri e lieti. Vederla attraverso gli occhi di un cucciolo che la incontra per la prima volta e sembra ipnotizzarsi al suo discendere. Vederla negli occhi di un autore desaparecido che la rende fosforescente e mortale. Evocarla nella canzone di un gruppo musicale, non avendo paura di andare fuori contesto. Ricordare i pupazzi uccisi dal sole e la tristezza nel vederla sciogliere. Richiamare il ricordo di una serata tra amici terminata con una passeggiata solitaria e bellissima sotto le sue algide coltri mentre ognuno tace nel sonno al sicuro sotto le coperte. Una silente armonia che nemmeno il fragore dissennato del lavoro è riuscito a cancellare. Eppure quest’anno il ricordo più caro è legato ad una nevicata estiva, sullo schermo, ed a una meraviglia ancora più grande al mio fianco e nella mia anima. Ed è grande, enorme, insostenibile la mancanza che suscita. Raggela l’anima.

(Delle stelle non oso parlare)

canzone con dedica

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Il peso di queste distanze

Via di qui

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Il viaggio, di per se stesso, ha sempre avuto un ruolo fondamentale per vincere la depressione, almeno per quanto mi riguarda. Fin dal primo viaggio di un certo rilievo nell’ormai lontano 1998 alla volta di Parigi/Londra che fu una vera e propria ciambella di salvataggio, all’ultimo effettuato in Norvegia nel 2010, ogni viaggio è stato una pulsione a conoscere luoghi, persone e situazioni nuove, qualcosa che mi ha sempre molto aiutato a vincere la mia naturale tendenza a chiudermi in me stesso ed a pensare che tutto sia come la squallida realtà quotidiana che ingrigisce anche le cose positive. Oltre che naturalmente ad ammirare la bellezza dei posti, siano essi siti naturali oppure costruzioni artichistiche o architettoniche. Non potendo partire adesso mi metto a sognare pensando a quei luoghi lontani e a canzoni che parlano di quei posti:

1. Guccini: Primavera di Praga

Bellissima, enorme canzone per una meravigliosa città visitata in circostanze piuttosto tragiche, visto che fu una sorta di viaggio d’addio (1997). Ciò non tolse niente al fatto che questa città da sogno entrasse direttamente nella mia personale triade magica insieme a Londra e Stoccolma (per la quale non ho trovato alcun commento sonoro purtroppo ma che rimane nel cuore come prima città visitata completamente in solitaria). La canzone, attraverso il suo lirismo rende assolutamente giustizia alla città, ricordandone alcuni eventi storici, pur senza cantarne la bellezza intrinseca.

2. Litfiba: Paname

  Qui si parla di Parigi, bella città che però non sono mai riuscito a sentire propriamente come un posto che mi appartenesse. Troppo enorme, dispersiva e “francese”, mentre io rimango nettamente più anglosassone o prussiano, senza togliere nulla a una città che per qualche tempo fu pur sempre al centro del mondo. Nel 1998 ebbi un incontro ravvicinato con questa Grandeur, ma anche con il suo quartiere turco…

3. Litfiba e Diaframma: Amsterdam

Case sbilenche, museo Van Gogh e Rijksmuseum (“La ronda di notte” di Rembrandt!!!), i canali, le biciclette ma anche il porto, il quartiere a luci rosse, i coffee shops… serve dire altro? Un coacervo di contraddizioni, un posto dove mettersi decisamente alla prova (2000).

4. Celestial Season: Vienna (lo so, era degli Ultravox ma sono un metallaro che volete….)

Vienna: magnifica, sublime… imperiale! Non entra di diritto nell’Olimpo solo perchè decisamente troppo decadente (intendiamoci, è tenuta come un confetto, ma si respira ancora la brutta fine dell’impero Asburgico, a mio parere) e per la zona del Prater, non esattamente un quartierino raccomandabile ed esteticamente bellissimo. Però se parliamo d’arte Vienna è meravigliosa, visitai una media di 3 musei al giorno, senza contare che poi me li sognai anche di notte. Soprattutto però, l’incontro spirituale con Klimt e l’innamoramento inevitabile con la sua Danae (2005) che ebbi la fortuna di vedere esposta all’accademia Albertina in una mostra, visto che appartiene ad una collezione privata.

5. Misfits: London Dungeon

Di certo non ho conosciuto Londra come Danzig che compose questa canzone mentre passava una notte in galera dopo una rissa ad un concerto dei Misfits. Suppongo non ne abbia un bel ricordo, al contrario di me. 10 giorni dalle parti di Highgate (1998) mi rimisero in vita! Pubs (la guinness!), case con i mattoni a vista, Camden Town (ed il “The world’s end”!!!), lo stadio di Highbury (e l’Arsenal di conseguenza),tutti i monumenti del centro, le gallerie d’arte ed i negozi di dischi: un mondo dentro al mondo! Ci sono anche tornato per il concerto d’addio dei Cathedral…(2011)

6. Corrado Guzzanti: Grande Raccordo Anulare

Altro posto (Roma) del quale non conservo un bel ricordo dovuto alle circostanze (sempre il dannato 1997), anche in questo caso ero un uomo distrutto, ma dopo tutto rimane sempre Caput Mundi.

7. Talking Heads: Road To Nowhere

Ovviamente qui è dove sto andando adesso, pur essendo agli antipodi dell’ottimismo di David Byrne:  questo testo, per come la vedo ora, dovrebbe essere interpretato da un punto di vista assai sarcastico. Comunque il video in stop motion e il motivetto da piccolo mi ipnotizzavano (più o meno come “Heart Of Glass” di Blondie, che sarebbe perfetta per parlare di New York, visto che il video è girato allo studio 54, peccato che io non ci sia mai stato e difficilmente ci andrò).

Anatomia di una battaglia persa

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A volte ho la tentazione di considerare la mia vita una battaglia persa. A volte, come ora, ne sono sicuro.  A cosa serva poi studiarne l’anatomia mi risulta oscuro, ma tanto lo farò lo stesso -mi conosco bene, testardo idiota che sono- fino al parossismo. Come quando mi rosicchio le dita fino a vedere il sangue: strappi ogni piccola cuticola e loro continuano beatamente a riformarsi, ora dopo ora secondo dopo secondo.

Uno impiega una vita a capire chi è, a costruirsi impegnativamente una personalità perchè non sopporta l’idea di vivere trasportato dalla corrente di parole e consuetudini, non sopporta l’idea di essere guidato dagli altri nelle sue scelte. Costa fatica, concedetemelo… ebbene fa tutto questo per arrivare all’amara conclusione che ogni porta gli è stata chiusa in faccia: lavoro, affetti, soddisfazioni di qualsiasi tipo. Ok, non è tutto nero, ma grigio antracite sì, direi carbonifero, visto che siamo in tema.

Ed in testa questo marasma che non accenna a tacere, questa festa di dissonanze dodecafoniche sparate a tutto volume. Pensieri che non vengono mai a capo di nulla. Pensieri come scaglie di amianto, scaglie finissime, che si staccano dalla logica portante per conficcarsi in quell’alveolo più remoto del polmone senza possibilità di essere rimosse. Chissà che un giorno germoglino e finiscano per originare qualcosa di nuovo e migliore, di assolutamente adatto a questa realtà.

Per adesso vorresti solo fare, per la millesima volta, lo “zero”, trovare un minimo appiglio, un punto fermo dal quale ripartire, un po’ di conforto per l’anima. Vorresti avere solo gelo e neve attorno, visto che tutto il resto ti è clamorosamente negato. Ma neppure l’inverno fa il suo dannato mestiere.

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Depression’s got a hold on me