Music

Any Cure?

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I would say I’m sorry
If I thought that it would change your mind
But I know that this time
I have said too much
Been too unkind

I try to laugh about it
Cover it all up with lies
I try and laugh about it
Hiding the tears in my eyes
Because boys don’t cry
Boys don’t cry

I would break down at your feet
And beg forgiveness
Plead with you
But I know that it’s too late
And now there’s nothing I can do

So I try to laugh about it
Cover it all up with lies
I try to laugh about it
Hiding the tears in my eyes
Because boys don’t cry

I would tell you
That I loved you
If I thought that you would stay
But I know that it’s no use
That you’ve already
Gone away

Misjudged your limit
Pushed you too far
Took you for granted
I thought that you needed me more

Now I would do most anything
To get you back by my side
But I just keep on laughing
Hiding the tears in my eyes
Because boys don’t cry
Boys don’t cry
Boys don’t cry

[L’idea che sta dietro al video mi è sempre piaciuta però il Robert Smith piccolo ha una les paul e quello vero una stratocaster, inoltre il Simon Gallup piccolo ha suona una chitarra anzichè un basso ma, dopotutto, son ragazzi…]

i-crap

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Qualche mese fa l‘isteria collettiva ha colpito tutti quanti alla morte di Steve Jobs, questo è indiscutibile. Come è indiscutibile che io non voglia avventarmi come una iena su questo fatto, la morte di qualcuno merita rispetto, sempre e comunque, questo non è in discussione, non venga in mente a nessuno di pensare differentemente.

Tuttavia, se posso dire la mia, penso che la Apple non sia stata esattamente una manna per una delle forme d’arte che mi sta più a cuore e cioè la musica. A parte che, alla morte del suddetto, le librerie si sono riempite di tomi dal titolo agghiacciante di “Pensare come Steve Jobs” e non si capisce perche io dovrei ridurmi ad uccidere la mia personalità e pensare come qualcun’altro, seppure tutto il mondo lo consideri un vincente il che -di solito– fa sì che io lo consideri un perdente, anche se in questo caso non sono acculturato a sufficienza per esprimere un parere circostanziato a dovere.

Comunque sia, voglio dirlo una volta per tutte, un i-pod ed il download NON SONO il modo migliore di fruire della musica. Se mi viene chiesto, per me, l’idealità sarebbe un amplificatore valvolare, due buone casse in legno solido ed un piatto per i vinili decente. Ma neppure il CD è tanto male (alla fine mi sono appassionato alla musica negli anni ’90!). Il punto comunque è che la musica, in se stessa, non basta. Molte delle persone che friuscono delle musica oggi giorno finisce per essere assuefatte a suoni plastificati e scadenti, alla scarsa considerazione di cose fondamentali come la progressione del suono di un gruppo, quello che intende comunicare nei suoi testi (sempre più ridotti ad un orpello insignificante), l’artwork in copertina… e poi come suona senza avere delle frequenze inesorabilmente tagliate, senza nessuna pietà.

A volte va bene farsi un’idea in questo modo e non voglio dire che il downloading sia da condannare incondizionatamente (un sito come bandcamp.com offre musica in un modo eticamente corretto e mp3 di qualità accettabile) soprattutto quando si vuole conoscere un gruppo senza averne mai ascoltato una sola nota, ma quando si è deciso di fare sul serio occorre andare in profondità, occorre conoscere la storia di un gruppo, emozionarsi di fronte ad una copertina, scandagliare le loro parole e ascolarli come si deve, se li sentiamo vicini a noi è una cosa che dobbiamo ai gruppi che abbiamo deciso di seguire. Mercificare una delle forme di comunicazione più alte che ci possano essere è un crimine, almeno su queste pagine.

There’s a light that never goes out

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 Non avresti mai creduto che una tale meraviglia in cielo sarebbe stata foriera di sventura, eppure il 1997 si trasformò presto in un incubo terribile, in parte imposto, in parte cercato, provando a soddisfare quella voglia di autodistruzione che a tratti assale dritta alla gola. E continui a vorticare su te stesso in una spirale che punta verso il basso, non accorgendoti affatto del male che fai a chi ti sta vicino, perchè di quello che fai a te stesso ne sei fin troppo consapevole. Non accorgendoti affatto dell’ inutilità di fare del male a se stessi nella speranza che il mondo se ne accorga. La notizia è che al mondo non importa nulla e le persone non sono troppo portate ad avvicinarsi ad un essere dedito all’auto distruzione. [Questo però, si sappia, è un ragionamento a posteriori e, soprattutto, a mente fredda].

Può darsi dunque che al mondo non importi della tua afflizione, eppure il mondo stesso può curarti mostrandoti che le quattro mura astratte che ti sei scelto come prigione non corrispondono esattamente a tutta la realtà che ti circonda. Mentre annaspi nel tuo dolore salta fuori un amico con un programma grandioso: una settimana a Parigi e dieci giorni a Londra. Questo non sarà un resoconto di quel viaggio, bensì di un incontro quello con la musica degli Smiths e di Morrisey.

E non mi importa di come un certo numero di persone li giudica… a parer mio, e senza che mi piaccia poi tutto quello che hanno prodotto, hanno il pregio di essere popolari senza essere scontati (o venduti), sentimetali (e, in un certo qual modo, “sensibili”) senza essere sdolcinati e non è poco.

Dunque nell’anno 1998 mentre sto per lasciare Parigi mi assale la voglia di possedere un CD di musica che suonasse incontestabilmente “british” e, non solo, doveva anche essere lontana dalla musica britannica che avevo conoscuito fino ad allora (Iron Maiden, Black Sabbath, Pink Floyd e tutta la compagnia). In virtù del fatto che avessi apprezzato a dismisura “Everyday Is Like Sunday” (una canzone che, a mio parere, coniuga magistralmente il desiderio di autodistruzione -anche abbastanza estremo- con la dolcezza dell’atmosfera che crea) acquistai “Bona Drag” di Morrisey in un megastore sui campi elisi.

A distanza di tempo, lo scorso anno è stato un ulteriore concentrato di sventure, la differenza con il passato sta nella strenua resistenza all’ autodistruzione, all’annichilimento ed alla voglia di inferire su se stessi. Benchè non sempre ci si riesca, non manchino pensieri che ti assalgono col loro gelo, benchè la solitudine si dimostri spesso insopportabile ed il dolore tenda a sopraffarmi in ben più di un occasione… ancora le canzoni mi sono venute incontro ed una di queste è “There’s a light that never goes out”.

A volte, se la vita finisse in determinati momenti, acquisterebbe senso (sarebbe quasi, paradossalmente, una celebrazione della vita stessa), ma siamo sicuri che tutto questo debba avere senso (vedi post precedente)? E comunque i sentimenti, per quanto adesso facciano male, non si possono eliminare a piacimento. Elementare, mio caro Morrisey. C’è una luce che non si spegne mai.

I know the pieces fit

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I know the pieces fit
‘Cause I watched them fall away
Mildewed and smouldering
Fundamental differing
Pure intention juxtaposed
Will set two lovers’ souls in motion
Disintegrating as it goes
Testing our communication
The light that fueled our fire then
Has a burned a hole between us so
We cannot see to reach an end
Crippling our communication

I know the pieces fit
‘Cause I watched them tumble down
No fault, none to blame
It doesn’t mean I don’t desire to
Point the finger, blame the other
Watch the temple topple over
To bring the pieces back together
Rediscover communication

The poetry
That comes from the squaring off between
And the circling is worth it
Finding beauty in the dissonance

There was a time that the pieces fit
But I watched them fall away
Mildewed and smouldering
Strangled by our coveting
I’ve done the math enough to know
The dangers of our second guessing
Doomed to crumble unless we grow
And strengthen our communication

Cold silence has
A tendency to
Atrophy any
Sense of compassion
Between supposed brothers
Between supposed lovers

I know the pieces fit
I know the pieces fit
I know the pieces fit
I know the pieces fit
I know the pieces fit
I know the pieces fit
I know the pieces fit
I know the pieces fit

Mad Season

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La stagione è impazzita. E’ impazzito il tempo. Ore. Minuti. Secondi. Trascorsi amaramente. E quando la Terra ha compiuto il suo giro attorno al Sole, ancora qui con lo stesso vuoto nell’anima. Ancora qui con pensieri fratturati e sensazioni troncate. Di netto.

Un inverno che non vuole rispecchiare il freddo che gela ogni vena. Alberi rosso sangue indomiti nel loro scorrere. Un inverno che non spegne il dolore con il più antico di ogni anestetico, non graffia le gote, non cristallizza i secondi, non  ottenebra l’azzurro del cielo. Non ricopre il paesaggio e la sua miseria con una bianca coltre misericordiosa. Quanto è crudele l’indifferenza e quanto ferisce il silenzio.

Una stagione destinata a passare, in un modo o nell’altro, lasciandosi alle spalle il suo carico di afflizione, il suo strascico di pelle lacerata e rinsaldata. Eppure indimenticabile.

For all the times you let them bleed you…

My pain is self chosen…

See you all from time to time. Isn’t so strange. How far away we all are now. Am I the only one who remembers that summer. Oh, I remember. Everyday each time the place was saved. The music that we made. The wind has carried all of that again…

We’re all alone… (I’ve never felt SO alone)

[Non crederò più alle stelle che si incendiano cadendo nel cielo.Al loro presunto potere. Piuttosto al vuoto nel quale si perdono]

Melvins

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Certo che i nuovi vicini di casa sono proprio strani. Una coppia che sta assieme da più di 25 anni Buzz (ma forse si chiama Roger) e Dale. Sono tutt’altro che monogami, cambiano partners con un’ assiduità senza pari, ti ricordi Joe? Quel tipo che voleva avere una maggior visibilità all’interno della famiglia? Scrissero il suo nome a caratteri cubitali sul campanello di casa e poi lo buttarono fuori, dei simpatici buontemponi, mi verrebbe quasi da pensare. Da non credere. E prima ancora ci fu Lori, lì mi parve che stessero bene, anche economicamente, ma poi non se ne fece nulla, ed allora Mark, Kevin e chissà quanti altri… fino a Coady e Warren, stavolta addirittura due, chissà che quadretto disgustoso. Per non parlare di quel pazzo anarchico fatto di gelatina arrivata da chissà dove… Jello Biafra, sarà mica un nome da prendere seriamente?!?

Non si capisce bene che lavoro facciano, cambiano datore di lavoro come la biancheria. E, se ascolti me, deve esserci sotto un giro losco… con quei nomi tipo Ipecac, Amphetamine Reptile, Boner, Alternative Tentacles… non oso immaginare che lavoro facciano, giusto Atlantic mi sembra un nome un tantino normale… infatti li hanno scaricati subito. Che gente!

Anche come vestiario siamo mal messi… soprattutto Buzz, ogni tanto ama mettersi delle tuniche improponibili, ha la pettinatura di telespalla Bob, quello dei Simpson, ama i ventilatori e si annoia con una facilità debordante. Dale invece è più distaccato ed ombroso, suona le caffettiere e non si sa bene dove si nasconda, dio ce l’abbia in gloria.

Una volta li ho sentiti anche ciarlare con certi loro amici, tutti assieme emettevano dei suoni astrusi (giurerei di var sentito anche la colonna sonora de “Il padrino” in mezzo a quel marasma) con quel crimnale di Fantômas a dirigere un’orchestra di folli. Seguirli in tutte le loro avventure è impossibile e spesso sono fuori casa… eppure il vicinato sta allerta, sappiatelo cari Melvins. A proposito: la vita è una tempesta di merda.

Fugazi. F**ked Up Situation.

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Una situazione fottuta. Come camminare in pantaloncini corti per il proprio paese all’alba del 3 gennaio e leggere lo stupore sulla faccia delle persone, mentre le foglie marce di ghiaccio ed acqua gelida ti scricchiolano sotto le suole, vecchie di tre anni, lise e consunte, a tratti abbrustolite dal tempo. Come una libera associazione di idee che ti fa star male.

Libertà. Incomunicabilità. Verità. Fiducia. Solitudine. Speranza.

Ognuno trovi le sue connessioni seguendo il filo rosso del ragionamento e dell’esperienza: è un percorso irto di spine esistenziali, di contusioni morali, di sfibramenti nervosi, di umiliazioni sostanziali: unire i puntini da  qui al giorno della nostra dipartita più o meno definitiva. Non arrendersi innanzi alla pochezza dei risultati, non essere soddisfatti di quozienti deludenti, non fidarsi di risultati falsati dal prossimo e nemmeno delle parole pronunciate al di fuori della nostra testa.

Ognuno di noi è un codice in attesa di essere decifrato correttamente, una sonda scagliata nel buio e freddo ignoto, nella speranza di venire raccolta ed accolta. Una prospettiva affascinante ma a tratti tragica, poiché ciò che va perso nell’opera di decriptaggio ci restituisce la misura del nostro isolamento non volontario. E mina pesantemente la strenua opera di avvicinamento tra esseri (si suppone) simili. Ancora una volta occorre dedizione, impegno e forza di volontà nel tentativo quotidiano di superare l’oceano di pressapochismo spirituale che ci circonda, ancora una volta la sensazione è quella di essere cani impazziti che tentano di mordere la propria coda. Un gioco che stanca in fretta, una situazione fottuta, come ogni essere umano sensibile e pensante.