Personalità

10 domande agli Zolle!

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Fai qualcosa di nuovo, rompi gli schemi, esci dal seminato. Fare interviste è una cosa che avevo già sperimentato, nel mio passato fanzinaro, ma che poi non avevo più ripreso. Ci voleva l’ispirazione, che è arrivata ascoltando “Macello” l’ultimo lavoro degli Zolle. Non saprei come spiegarlo diversamente, in qualche modo ho sentito che dovevo intervistarli, ho percepito che mi avrebbero risposto e che mi sarei molto divertito nel farlo. Stefano e Marcello si sono mostrati molto disponibili e gentili nel rispondere a queste dieci domande, nonostante questo sia un piccolo blog con un piccolo seguito, per questo non posso fare altro che ringraziarli e invitare tutti a entrare in contatto con la loro musica dal vivo e su disco, perché hanno molto da dire e, nonostante il sorriso che mi hanno strappato, si percepisce il loro impegno e la loro passione per quello che fanno, quindi su il volume e in alto i boccali!

Volutamente non mi sono preso molto sul serio, loro mi sono venuti dietro e questo è quello che risulta della nostra conversazione epistolare:

1. Quando sento il vostro nome mi torna in mente qualcosa di profondamente legato alla terra, oltre che San Siro negli anni ’90. Da cosa prendono spunto gli Zolle, partendo da nome per arrivare alla musica?

M: Se ti dicessimo come ci chiamavamo poco prima dell’uscita del nostro primo album, credo che non saresti qui a farci delle domande! Ahah! Su suggerimento dei baldi giovani di Supernatural Cat, che produssero il nostro esordio, abbiamo optato per un nome più consono al nostro immaginario, anzi, più che immaginario, rappresentativo della realtà in cui ci troviamo quasi ogni sera per fare le prov(ol)e.

S: Beh! Sveliamo il nome iniziale allora: Uilli Uolli. Chissà che karma avremmo avuto … Rispetto alla musica, ci sentiamo in viaggio. Oggi è molto più complesso ed affascinante comporre rispetto al passato. Abbiamo descritto il processo compositivo di Zolle del primo disco con l’immagine di un bovino disinvolto nel defecare. Oggi siamo più due nonne col setaccio in mano. Uguali sono rimaste la libertà, il piacere e quel connubio di impegno e leggerezza.

2. Un’altra domanda che nasce spontanea è quella legata al tema di fondo legato ai maiali… Mi sono sempre chiesto come vi fosse venuta in mente una tematica del genere, poi mi sono ricordato che da Casalpusterlengo in giù la presenza suina è assolutamente avvertibile a livello olfattivo. Credete che sia una formula che è possibile rinnovare all’infinito?

S: Non so se sia una formula rinnovabile all’infinito, per ora lo è stata. Come la mafia. Si ripete, contemporaneamente si rinnova. A livello estetico il maiale ci accompagna, ma in ogni album cambia di significato. Nel primo album, “Zolle”, maiale come divinità (tra il resto, dalle nostre parti e non solo, il porco ha rappresentato veramente una divinità sino agli anni ‘50, perché la sussistenza delle famiglie era in buona parte legata a lui…). Nel secondo, “Porkestra”, maiali in orchestra, a grappolo… perché è noto che maiali e vino vadano a nozze. Nel terzo, “Infesta”, Marcio ed Io, in sembianze suine, a festeggiare. Nell’ultimo, “Macello”, la faccenda si complica … il suino è l’abitante del mattatoio … ed il mattatoio simboleggia il luogo dell’ambivalenza e del paradosso: perdita e nascita. Il porco muore per dare vita ad altro da sé.

M: quella che senti, non credo sia profumo di maiali, ma odore di merda (nella migliore delle ipotesi) e di concime (spesso) chimico. Il maiale è comunque imprescindibile, è la canapa degli animali (cit.).

3. L’ immaginario fumettistico è un’altra costante della vostra produzione, seguite qualche fumetto in particolare o avete preso spunto da qualcuno per sviluppare il concetto grafico?

M: i disegni delle nostre copertine (a parte quella del primo album, che è un capolavoro di Malleus), partono da mei disegni e sono colorate da Eeviac. Sono rappresentate in quel modo (fumettistico?!? Non ci avevo mai pensato!) perché mi viene più naturale disegnare così (sono autodidatta, non riuscirei a fare una Gioconda, ahah!). Le influenze sono nomi enormi (nulla di nicchia), che mi vergogno di citare, potrebbero rivoltarsi nella tomba o denunciarci.

S: Io mi occupo del convivio mentre lui lascia segni grafici.

Ed ecco la mia copia di “Macello” che fa fiera mostra di sé

4. Passando alla musica: nel 2020 è difficile trovare un gruppo dal suono riconoscibile e senza troppe scopiazzature o ispirazioni palesi, voi come ce la fate?

M: Noi ce la facciamo? (Certo! molto più di tanti altri che se la tirano il triplo! nda)

S: Come vedi, nonostante l’età, la capacità di stupirci non molla! Mah …tutto nasce nel nostro incontro, un incontro che sta in piedi sull’anima e non su altre finalità. Forse questo modo di essere e di vivere l’esperienza compositiva fa arrivare all’orecchio dell’ascoltatore un qualcosa di “genuino”.

5. Immagino sia piuttosto semplice suonare dal vivo (ed in studio) essendo in due: la coesione tra di voi dev’essere veramente forte… alla fine però, ammettiamolo, è bello non avere troppi musicisti tra i piedi: quali sono i vantaggi di essere un duo? Percepite qualche limite?

S: In sintesi: vita di coppia. Zolle nasce nel 2013 come entità, Considera però che suoniamo insieme da 25 anni.

M: La semplicità dell’essere in due dipende dai problemi che crea l’altro (in genere solo lui). A parte questi milioni di problemi, devo dire che la dimensione duo, non è poi così male. Noi siamo (s)fortunati perché siamo molto amici e suoniamo insieme da 25 anni, riusciamo a mandarci affanculo in amicizia. Suonare con persone con cui non si è amici non è certo la stessa cosa. Ecco, poi c’è questa cosa degli arrangiamenti a causa della quale spesso tocca stare in equilibrio sui pedali o sulla sedia. A parte anche tutti questi altri problemi, direi che sono più i pro(blemi) che i contro.

6. Nell’ultimo lavoro c’è un accenno di uso della voce. Innanzitutto complimenti per il testo di “S’offre” che mi pare una cosa che forse potete capire a fondo solo voi (ma che ci sta benissimo) e poi quanto intendete sviluppare questo aspetto nel futuro?

S: Beh! Sveliamo il testo iniziale, che ha dato vita alla “melodia” attuale. Pronti? Hey Stefano, mi fai proprio schifo. Hey Stefano. Hey Marcello, mi fai proprio schifo. Hey Marcello. Giuro! Poi dalla risata, come spesso accade, siamo passati al concetto: “Morte non più morte, forte è forte”. Sofferenza è offerta.

M: L’uso della voce fa parte della lista dei problemi della risposta precedente. L’abbiamo usata un po’ per scherzo (dovresti sentire il testo originale di S’offre!, ahahah!), ma poi ci abbiamo preso gusto.

7. Un altro aspetto che mi piace molto del vostro progetto è il fatto di essere piuttosto legati ad avere un suono “live” per quanto curato anche nelle produzioni in studio. Francamente non se può più di suoni iperprodotti ed iperpompati. Com’è andata la registrazione di “Macello” con Giulio Ragno Favero?

M: Ti prego, non chiamarci “progetto” altrimenti non ti rispondiamo più! 😀 (azz… se n’è accorto! nda) Beh, Macello è abbastanza iperpompato, ahahah! Anche se l’approccio in studio è stato decisamente Live, abbiamo suonato insieme, poche sovraincisioni, registrato su nastro. Giulio è la persona giusta quanto c’è bisogno di alzare il volume, speriamo abbia la pazienza di registrare anche i nostri prossimi 100 dischi.

S: Chiamaci matrimonio! Eheheheh!

8. La chitarra ha un suono decisamente eclettico: Wah-wah, bottleneck, effetti e via discorrendo, tutto perfettamente amalgamato nell’economia generale del suono. Quanto è importante diversificare i suoni essendo l’unico strumento (batteria a parte)?

M: (Wow, grazie!) In linea di massima ho cercato di diversificare i suoni (non sono poi così tanti), in base all’esigenza della canzone, abbiamo cercato di fare un disco musicale, ci piacciono i riff, l a canzone così viene più arzilla e non scadiamo nei soliti accordi e scale in minore (che non ne posso più) 😀

9. Visto tutto quello che è successo negli ultimi mesi “Macello” è stato un titolo purtroppo profetico… come sono andate le cose dalle vostre parti? Quanto vi manca suonare dal vivo?

S: Guarda, stavamo iniziando a lavorare allo spettacolo di Macello…Poi quarantena … Ora per i live se ne parlerà forse ad ottobre all’estero … Abbiamo ripreso in sala prove a Maggio e sai cosa? Stiamo già pensando al prossimo disco. Abbiamo molti spunti, anzi, qualcosa in più di spunti. Chissà! Magari l’estate prossima registreremo l’erede di Macello. Cerchiamo di cogliere gli aspetti positivi …

M: Dalle nostre parti è successo che la cosa sia nata proprio dalle nostre parti. Viviamo nella prima zona rossa, siamo dei precursori noi! Eheheh! Detto questo, a noi personalmente, non è andata poi così male (PER ORA), ma c’è un sacco di gente che si è vista la morte in faccia. I concerti ci mancano, certo, ci pare di capire che la nostra forza sia dal vivo (e in Macello, ahah!), per noi non è un lavoro, ma è una grossa valvola di sfogo, a partire dalle note fino alle gite. Oh, poi guarda che noi dal vivo siamo bravi, eh! Ahahaha! (Mai avuto nessun dubbio su questo! E spero di venire a sentirvi presto… o appena si può! nda)

10. Un’ ultima domanda: Prossimamente vedremo mai i maiali volare o è una cosa che succede solo ai concerti black metal o nelle copertine dei Pink Floyd?

M: i Black Floyd?

S: Speriamo

Poteva esserci una conclusione migliore? In attesa dei porci con le ali… Grazie ancora e a risentirci presto!

Sing Backwards and weep

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Mark Lanegan: Sing backwards and weep [Fonte: Amazon]

Iniziare a leggere un libro senza sapere bene cosa aspettarsi.

Si sono sentite voci su voci riguardo a questa autobiografia di Mark Lanegan e visto che, a mio parere, ha une delle voce più belle ed intense del pianeta ho dovuto recuperarla e leggerla in lingua originale. Operazione forse un po’ faticosa ma ogni tanto utile e, nel caso, anche coinvolgente. Elimino subito il dubbio: il cantante di Ellensburg qui ha buttato fuori l’immondizia. Questo è un libro che nonostante il celestino della copertina è nero come la pece.

I pochi spiragli di luce che emergono sembrano quasi buchi fatti con un ago ipodermico su un foglio scuro, la luce filtra ma è rada e puntiforme. Se pensate di scoprire qui il fervore che induce un giovane a cantare, se ritenete che si tratti dell’arte come forza catartica, se credete che parli dell’adrenalina che ti sale in gola in quei 5 minuti che precedono l’ascesa sul palco o della gioia che ti scoppia in petto quando senti il pubblico che applaude o canta un tuo brano, qui troverete ben poco. I pochi spiragli sono dati dalla prima serata passata dal nostro con Lee Conner quando nacquero gli Screaming Trees, l’amicizia con Dylan Carlson, Kurt Cobain, Layne Staley e Josh Homme, lo scazzo duro con Noel Gallagher e le poche pagine finali dedicate alla timida risalita dopo aver toccato il fondo. Poco altro.

Il resto è il fondo del pozzo, il resto è l’ondulare del pendolo. Il pessimo rapporto con la madre, gli amici che ti muoiono attorno come fili d’erba recisi dalla vita, un gruppo musicale che prima di tutto è un modo per scappare di casa, l’impossibilità di un rapporto solido con una ragazza e poi, ovviamente, l’eroina. La vita assurda del tossico in tour, i salti mortali per continuare a farsi, i rapporti con la malavita, la discesa negli inferi e l’annichilimento di qualsiasi legame, vendersi tutto per mantenere la propria abitudine alla droga pesante. Questi sono i reali protagonisti di questo libro, anche se ha un lieto fine e Mark (fortunatamente) è ancora qui, ringraziando la signora Love ed il suo programma di riabilitazione per artisti.

Per chiunque dubiti del reale interesse di questi argomenti risponderei, per citare lo stesso cantante, It’s time to grew the fuck up. Non si può amare l’arte del cantante e ignorarne la vita ed il percorso. Certo ogni cosa si può fare ma, visto che ha scelto di condividere con il pubblico le sue vicende, ignorarle sarebbe quantomeno superficiale.

Non ne esce un bel quadro per Mark. Scontroso, cinico, ombroso e scostante, per fagli dei complimenti, sicuramente instabile e a tratti impazzito. Il libro è schietto e crudo, una rasoiata di scabra realtà tumefatta e a tratti svuotata di calore. Un’immersione negli inferi senza abbellimenti o concessioni. Non so perché spesso mi ha fatto pensare a Pasolini, al fatto che la sua scuola fosse quella di coloro che dovevano provare ad ogni costo lo squallore sulla loro pelle per poter esprimere la propria arte. Magari solo io posso venirmene fuori con un’ associazione del genere. Eppure spesso leggere questo libro equivale a conficcarsi a forza la realtà negli occhi, una realtà dolorosa e degradante.

Non fatevi illusioni dunque, leggete a vostro rischio e pericolo, consapevoli però del fatto che, se amate la voce e le canzoni dell’autore di Blues Funeral, questo libro vi prenderà e vi costringerà ad essere letto, anche con una certa avidità.

Perle ai porci

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Dite la verità… sentite la mancanza del pippone annuale Radikvlt contro sanremo, vero? Ebbene quest’anno ho saltato l’appuntamento, però c’è qualcosa che comunque voglio dire, tanto le mie motivazioni per il boicottaggio totale e senza compromessi della manifestazione sono arcinote. Il festival è concettualmente insostenibile: falso, vuoto ed inutile, se non per conformisti col cervello spento che mandano avanti un’ idea reazionaria ed asservita della musica. Il peggio è che i fondi per mantenere il baraccone li sborsiamo tutti.

Ah scusate sono nuovamente partito in quarta, è più forte di me. Stavolta però vorrei parlare di due personaggi che, in crisi discografica e di idee manifesta, si sono piegati miseramente alla logica della visibilità a tutti i costi presentandosi al festival canoro più amato dalle cap… ehm, dagli italiani.

Franco alta energia aka Frankie HI-NRG: Franco, onestamente, godeva di tutta la mia stima: componeva rime nient’affatto banali, parlava di cose serie con una lucidità ed un cipiglio ividiabili. Non fosse stato per lui non ascolterei nemmeno quel poco di rap che ascolto. Avendo ritenuto per lungo tempo insoddisfacente il rap per via del fatto che mi sembrava campionato piuttosto che propriamente suonato, decido di vederlo dal vivo: una folgorazione. Mi aspettavo di vedere lui ed un DJ con i piatti e basta. Si presenta al Babylonia con una band di strumentisti più il DJ e suonano. Bravi, non saprei dirlo altrimenti: un concerto duro e serrato, senza fronzoli e troppe concessioni all’intrattenimento. Una prestazione propria di chi ha dei concetti chiari e vuole che passino al pubblico, che smovano le coscienze e facciano riflettere. Ne esco conquistato e, benché continui a non essere casa mia musicalmente parlando, da lì è un crescere di Beastie Boys, Cypress Hill, RUN DMC, Public Enemy ma anche Assalti Frontali e Colle Der Fomento (se qualcuno non se ne fosse accorto adoro “Adversus” senza ritegno). Poi il buio degli ultimi anni: dischi che si filano in pochi e che qualitativamente sono nettamente inferiori, poco ispirati e poco incisivi. Partecipa pure a sanremo e a quella manifestazione pessima di jovanotti, tra le polemiche. Avevo anche la mezza intenzione di leggere il suo libro ma, vista la comparsata della scorsa estate, sinceramente mi è passata la voglia. Mi mette una gran tristezza, ora come ora. Scriverà mai più un brano come questo?

Cristian Bugatti aka Bugo: Bugo è storia attuale ma solo per i meno attenti. Essendo molto vicini territorialmente parlando, sento circolare il suo nome più o mano dai tempi di “Sentimento westernato”, ovvero quasi dalla notte dei tempi. Ovviamente risulta sconosciuto alla maggior parte di coloro che seguono l’odiato festival, eppure mi ricordo ancora di quando me ne parlò un caro amico dicendomi di ascoltarlo. Anche qui mi conquistò, l’ovvio accostamento con Beck (quello di “Mellow Gold” più o meno) però nella mia testa Bugo era molto più loser: proveniva dalla provincia italiana il che, parlando di perdenti e di sfigati, è già un ottimo biglietto da visita: più o meno come venire da Aberdeen per un americano. Arrangiamenti lo-fi, insofferenza ostentata e apatia latente, aspetto trasandato e trasognato, si circondava di strumentisti underground seri (all’inizio lo supportavano addirittura dei membri dei leggendari R.U.N.I.) e incideva per un’etichetta (Bar La Muerte) che, credo, nessuno di voi abbia mai sentito nominare (e se l’avete sentita avete la mia stima). Insomma era un vero fenomeno underground i cui testi rimandavano a sfighe quotidiane, episodi insignificanti e figuracce varie, non impegnati, ma comunque assolutamente lontani dallo standard sanremese. Persi le sue tracce dopo un divertente concerto al Babylonia e l’uscita del suo quarto disco. Pensavo fosse scomparso. Invece ha ancora fatto qualcosa, perdendo ciò che lo rendeva particolare e quindi la stima di quelli che lo seguivano fin dall’inizio, cercando di incuriosire un pubblico più vasto, senza per altro riuscirci in modo significativo. Com’è finita lo sapete e io non commenterò… ma anche lui mi mette una gran tristezza, se ci penso. Almeno quella di questo brano fa sorridere, lui nemmeno più quello.

Quando Endrigo vinse il festival con la canzone che hanno rifatto quei due mentecatti, fuori c’era gente che protestava contro l’insensatezza del festival (era il ’68 o giù di lì). Oggi nemmeno più quello. Sono 70 anni che ci ingozzano con certa triste pochezza culturale. E quel che è peggio è constatare che pure gli alternativi lo seguono con la scusa dei percularlo. Bravi.

Dove la terra finisce (ed inizia la musica)

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A chiunque sospetti che la musica di un certo tipo (estrema) sia finita e non abbia più nulla da dire farei ascoltare gli Storm{O} da Feltre. E’ appena uscito il loro nuovo “Finis Terrae” e quale occasione sarebbe migliore per cominciare a conoscere il gruppo? Dopo due dischi che li hanno messi all’attenzione generale, il terzo non tradisce le attese. Hardcore moderno, tirato, nervoso, teso come una lama e violento. Quasi sicuramente figlio imbastardito di uno di quei gruppi, i Converge, che molto tempo fa mi sembrava rappresentassero il futuro della musica. Dalla loro fondamentale lezione gli Storm{O} sono partiti, per rileggere la materia sonora in chiave estremamente personale, con il cantato in italiano e i testi sempre ispirati e mossi da una passione fiammeggiante ed autentica.

L’evoluzione continua, anche in questo lavoro. Sinceramente: vedere dei ragazzi (l’età media è comunque relativamente bassa) che se ne escono da una provincia della quale i più non hanno nemmeno mai sentito parlare (con Biella è lo stesso discorso) con una simile proposta ed un simile livello di ispirazione, passione e, diciamolo pure, preparazione tecnica è qualcosa che lascia intravedere delle possibilità di vita per il genere tutto.

Il disco è una mazzata in piena faccia. Il disco, però, non è solo una mazzata in piena faccia, si profilano all’orizzonte degli scenari evolutivi interessanti: basta sentire le aperture quasi industrial di “Niente” (il cui titolo ricorda una storica canzone dei Negazione, ma musicalmente mi ha riportato alla mente qualcosa dei Jesu/Godflesh più tesi) e negli episodi maggiormente ragionati come “Progresso”. Il resto è furioso, il resto sono schegge impazzite ed incontrollabili di rabbia, dissonanze, accelerazioni e rasoiate sonore: non ci si protegge dagli Storm{O}, li si lascia passare, si gode dello spettacolo della tempesta e alla fine si contano le ossa per vedere se è ancora tutto a posto. Impossibile restare indifferenti di fronte all’enorme lavoro compiuto dalla batteria (vero punto di forza del lavoro), di fronte alla coesione generale di un gruppo che rimane tra i fari illuminanti (ed illuminati) della scena italica.

Se proprio devo muovergli una critica riguarda la produzione, in quanto spesso il cantato nella lingua madre diventa, nell’aggressione generale, quasi intelleggibile sommerso com’è da tutto il resto. Non è una grave pecca perché sono sicuro che, testi alla mano, sia possibile capire ogni parola, tuttavia si perde un po’ di quella immediatezza nel messaggio che dovrebbe essere tra le caratteristiche base del genere. Altri appunti al disco non mi sento di muoverne: gli Storm{O} tornano a presentarsi come una delle più convincenti e belle realtà in ambito di musica estrema in Italia, consolidano la loro posizione e gettano un paio di idee sul piatto per il futuro. Dal prossimo lavoro sono auspicabili maggiori spinte evolutive nel suono, ma per ora il disco funziona alla perfezione e, al momento, non si può chiedere di più.

Ho ancora un rammarico personale: quando passarono da qui, in un concerto nell’unica vera (e meritevole) sala da concerto locale (l’ Hydro) , si esibirono assieme ai locali O (che colpevolmente non avevo citato nel post sulla scena locale) e furono massacrati da suoni pessimi che ne rovinarono irrimediabilmente la prestazione riducendola ad una poltiglia sonora dalla quale a mala pena si scorgevano le potenzialità della band. Spero di poterli rivedere presto in un contesto migliore: gruppi come questo necessitano assolutamente di avere fonici in grado di farli rendere al meglio per non vanificarne il talento.

Il futuro della musica II

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chelsea
Deranged for rock’n’roll

Se mi avessero chiesto una quindicina di anni fa quali gruppi avessero in mano il futuro della musica, avrei risposto senza esitazioni: Neurosis, Tool e Converge. Mi fa piacere che oggi quei gruppi siano ancora in relativa buona salute. Solo che, nel frattempo, Tool e Neurosis sono diventati gruppi dalle tempistiche mastodontiche, un po’ per narcisismo e un po’ per necessità e non si intravvedono in esse i margini di evoluzione del suono che sembravano esserci un tempo. Circa i Converge, godono di buona salute devo dire, “The dusk in us” è un disco che tiene altissimo lo standard qualitativo dei loro lavori. Con qualche momento di stanchezza relativa nella loro discografia (chi ha detto “No heroes”?) e qualche distrazione di troppo di Kurt Ballou, impegnatissimo sul fronte produzione, sono forse quelli che hanno retto meglio il passare degli anni.

Ma oggi, sinceramente, cosa tiene viva la musica? Si fa prima a dire cosa la ammazza: i maledetti talent show, la maledetta mania del tutto e subito di porcherie come spotify, i concerti faraonici dal prezzo impopolare ed ingiusto: cose come queste. Io mi sento braccato da queste cose, ma non mi hanno ancora preso. E resisterò fino alla morte.

Poi in un mese escono tre dischi come l’ultimo dei Tool, “Free” di Iggy Pop e “Birth of violence” di Chelsea Wolfe. Non può che essere un segno che non sono solo nella mia battaglia. Sul primo posso accettare obiezioni, e qualcuna è venuta in mente anche a me, sugli altri due no.

Lo sapevo che ascoltare un brano in anteprima su you tube sarebbe stata una mossa sbagliata, infatti con le altre anteprime ho resistito. Ma era talmente tale tanta l’attesa di lasciare entrare nelle orecchie qualcosa di nuovo firmato da CW che per liberarmi della tentazione ho dovuto cedere. Ero già consapevole dell’errore: “The mother road” non mi fece una bella impressione, invece ascoltata su disco mi ha ammaliato, per un attimo ho quasi pensato che Siouxsie si fosse appropriata del microfono, e da lì in poi è stata solo adorazione per questa fantastica artista californiana che ben difficilmente si fa cogliere in fallo con lavori che siano anche solo meno che coinvolgenti.

Un disco intimo ed intimistico. L’ho ascoltato per la prima volta nell’isolazione di un abitacolo, col sole che giocava a fare l’ effetto serra per farlo sbocciare meglio. In autostrada e stanco dopo una giornata di lavoro. Mi ha tenuto sveglio ed attento pur cullandomi. Perché, in questo lavoro, è questo che fa Chelsea: da una parte ti avvolge e ti riscalda con poche note acustiche e con la sua voce meravigliosa e, quando hai abbassato la guardia, inietta il ghiaccio nelle tue vene, l’inquetudine nell’anima, il buio nei pensieri.

Nonostante questo, ti fa sentire maledettamente vivo: allontana la solitudine con un soffio di grazia inaudita. Senza nascondere la realtà, getta un ponte in direzione dell’ascoltatore, offre una possibilità di salvezza nella condivisione. Almeno questa è la sensazione che ne ho ricavato fin’ora perchè mancano ancora svariati ascolti per cogliere quest’ opera in modo maggiormente compiuto. Mi manca di addentrarmi meglio nei testi, di scorgere i dettagli sonori sfuggiti e mi manca di far germogliare le canzoni con attenzione amorevole negli organi sensoriali.

Comunque appare assolutamente chiaro che chi riesce ad evocare tale sensazioni, chi riesce a dipingere scenari musicali di una tale intensità ha in mano il futuro della musica. E non si può fare a meno di volerle bene.

All’inferno (e ritorno)

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Poco tempo ha ho rivisto “Mediterraneo” e se nel 1991 o giù di lì mi piacque, nel 2019 ho pensato che il film di Salvatores oscar come miglior film straniero fosse invecchiato davvero male. Fa ancora più male pensare che vinse il premio lasciando a bocca asciutta un’opera di valore assoluto come “Lanterne rosse” che non vinse nulla. Per quanto possa valere un Oscar.

Alla fine del film mi colpì la frase “dedicato a tutti quelli che stanno scappando” al termine dei titoli di coda. Personalmente invece dedicherei qualcosa a tutti quelli che hanno il coraggio di tornare. E’ una tematica che mi ricorre spesso ultimamente e non ultima durante la lettura delle memorie di Lol Torhurst dei The Cure.

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Leggere biografie di componenti (o di gruppi) che ammiro è uno sport che pratico spesso. Parlo di sport perché questo mi sembra piuttosto che lettura propriamente intesa. Tra un romanzo ed un altro mi immergo nella lettura di libri che narrano della vita di alcuni dei miei eroi musicali. Quella con i The Cure è una storia che dura da lunghissimo tempo, forse dai primi anni delle superiori, quando ancora giravano le cassette. Il loro concerto, nel tour di “Wish”, fu uno dei primi che vidi non ancora ventenne: una piccola avventura al palasport di Torino, quando a causa di “ondate di folla”, caddi tra i piedi del pubblico e probabilmente non mi sarei più rialzato se qualcuno non mi avesse notato e mi avesse fatto spazio. Un’ esperienza che mi sarei aspettato di fare ai concerti di musica violenta più che a un loro concerto.

Comunque sapevo (e forse so) poco di loro, quindi il libro di Tolhurst è stato una bella esperienza consumata nel giro di un paio di settimane. A parte la parte sugli esordi ed un simpatico aneddoto sul nostro che piscia su una gamba di Billy Idol quando ancora era nei Generation X, narra dei suoi trascorsi nel gruppo e dei suoi problemi personali che lo hanno portato a rompere col gruppo prima dell’uscita di quel capolavoro che risponde al nome di “Disintegration”.

C’era di mezzo l’alcolismo, certo, forse anche l’abuso di sostanze, può darsi. Ma aveva dentro qualcosa che ha dovuto affrontare e che lo ha fatto deragliare in malo modo. Sono demoni che qualcuno di noi si porta dentro e che, ad un certo punto dobbiamo fronteggiare, demoni che possono far perdere il lume della ragione, demoni che spesso fanno in modo che distruggiamo tutto (o quasi) quel che ci circonda. Soprattutto le persone che più ci stanno a cuore. Una perdita di lucidità inaudita, della quale non siamo consapevoli, o comunque non abbastanza. Come spesso non siamo altresì consapevoli che si tratta di una fase, tragica a volte, che però è destinata, prima o poi, a finire.

La crisi può essere lunga, i ragionamenti estenuanti, gli sforzi tremendi. Ma nessuna crisi dura per sempre, sia che abbia una risoluzione tragica oppure no.

E se un giorno ci si sveglia senza quel macigno sul petto, se si riesce a vincere quella guerra coi propri demoni, non è una cosa da poco. Se, oltre a questo, si riesce  guardarsi indietro e fare ammenda o semplicemente trovare la pace con chi è stato coinvolto (o travolto) è un atto degno di ammirazione, comunque la si voglia vedere.

Tolhurst è riuscito a fare pace con Smith, hanno anche suonato ancora insieme. É solo una delle tante storie del genere che conosco e che, di solito, finiscono bene. Vale comunque la pena provarci, vale comunque la pena di non lasciare irrisolto il proprio passato. Una sorta di guarigione, anche spirituale. Ed è una delle (poche) cose per le quali vado fiero di me stesso.

Devo aver già scritto qualcosa su quanto significa per me questa canzone, comunque son due settimane che ascolto The Cure a ripetizione… e non capita spesso.

Brina celtica sul trono oscuro della contessa Bathory.

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E’ il 1984, in una zona non meglio specificata di Zurigo qualcuno si sta armando. Quel qualcuno ha appena chiuso una delle parentesi, musicalmente parlando, più grezze e violente degli anni ’80, tuttavia sente stretto per le proprie ambizioni quel nome, Hellhammer, che pure tanto ha seminato senza vedere praticamente germogliare nulla, almeno nell’immediato. In quel bunker si stanno gettando le basi della musica estrema che verrà, lì ed in qualche parte di Stoccolma, stanno prendendo forma delle minacciose entità musicali che porteranno quelle abbozzate da Venom e Motorhead ad un altro livello. Un’ ondata malefica si sta per abbattere prima in Europa e poi nel resto del mondo… i responsabili si chiamano Martin Eric Ain, Tom Gabriel Fisher e Quorthon.

Stiamo palando di Celtic Frost e Bathory. Detto questo tutti i metallari che vogliano fregiarsi dell’appellativo “estremi” dovrebbero già essersi tolti il cappello, se non proprio fatti lo scalpo in loro onore. Tutto parte da qui. Niente sarà più come prima.

A questi combattenti del metal va tributato ogni onore e gloria, come fece il gestore di un negozio di dischi di musica estrema sulla St. Erik Gatan a Stoccolma, che teneva regolarmente il “santino” di Quorthon vicino al registratore di cassa. Che ci proteggano  dalla musica melensa e senza spina dorsale, che salvaguardino il mondo dalle produzioni plastificate di etichette come la Nuclear Blast, che sorreggano  lo spirito autentico dietro ogni genere di nicchia e che salvaguardino anche il sacrosanto desiderio di evolvere nella musica. Possibilmente in eterno. Sì perché non ripeterono sempre e solo gli schemi che li portarono al successo (sia pure ben lontano dalla scena principale). Sono uomini che hanno portato avanti un’idea, che hanno fatto progredire un certo tipo di concetto musicale che ancora resiste. Almeno fin quando ci saranno Fenriz e Nocturno Culto.

In questi giorni esce il nuovo lavoro dei Dark Throne. E a qualche disattento potranno sembrare dei reazionari del metal. Invece partono con il Death, approdano al Black e finiscono con i Celtic Frost ahahah. Soprattutto Fenriz è un vero malato di musica: vive, respira e trasuda musica e passione da tutti i pori. Zero chiacchiere, zero pose, attitudine pura e fiera devozione alle onde sonore. Se qualcuno di voi ha visto “Until the light take us” (invece del romanzato “Gods of chaos”) si sarà reso conto che tra tutti gli intervistati uno solo parla sempre e solo di musica (si esalta davanti ad una copia di “The Ritual” dei Testament… il che forse è anche troppo). Gli altri blaterano delle loro imprese TRVE: dagli omicidi alle chiese bruciate oppure danno vita a gratuite performances dal retrogusto autolesionista. Ora, con tutto il rispetto per salme e chiese bruciate del caso, queste sono pose di gente con l’aria compressa nel cervello che può anche aver tirato fuori qualcosa di significativo a livello musicale, ma poi ha spento il cervello e si è abbandonata a questi atti inutili (anche dai risvolti tragici) che nulla hanno a che fare con la musica. Tutte le scemenze su satana, sul dover apparire malvagi a tutti i costi, sulle tradizioni e la purezza della razza, per non parlare degli alieni (avete letto bene: il libro “Gods of chaos” è intriso pure di tali castronerie) non servono a nulla: sono un atteggiamento da ragazzini deficienti portato all’estremo. La musica era l’unica cosa che doveva contare.

Magari in ritardo (e facendo qualche errore) ma Fenriz l’ha capito. E adesso va avanti per la sua strada, con Ted (Nocturno Culto) ha stretto una fratellanza senza eguali, nella quale addirittura non conta confrontarsi col pubblico. Loro bastano a loro stessi. Su le corna per i Dark Throne: ora e sempre, evviva la musica.

Fenriz

Parental Advisory

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Avviso: Conformemente a quanto proposto da “Tipper” Gore nel lontano 1984 appongo prima di questo post una apposita etichetta che avverte dei contenuti espliciti ed (eventualmente) offensivi del medesimo. Inoltre mi riservo di non ledere la sensibilità di coloro che leggono mediante l’avviso iniziale, credo almeno di aver avvertito. Ribadisco che la mia “linea editoriale” (ahahah) non prevede la correttezza, questa non è una testata giornalistica ma rispecchia solo le mie idee: criticabili, soggettive, arroganti ma pur sempre mie. Io sono aperto al dialogo e consapevole di non essere depositario della verità assoluta. Non mi stancherò di ripeterlo, anche perché è un concetto che, evidentemente, non passa.

A un certo punto degli anni novanta, verso la fine credo, nella mia cerchia di amici dediti alla musica più o meno alternativa vennero fuori dei nuovi nomi che si misero ad ascoltare più o meno tutti. Incuriosito da questa nuova, ed in taluni casi spasmodica, attenzione incomiciai a prestare l’orecchio a queste nuove sonorità, trovandole rivoltanti.

I colpevoli di tali nefandezze sonore si chiama(va)no Daft Punk, Prodigy e Chemical Brothers. Ci ho provato e riprovato ma non c’è verso, mi fanno proprio venire in mente la scena de “L’attimo fuggente” quando il professore parla di ridurre ad un grafico l’importanza di un componimento, un allievo scrive una cosa tipo “la gatta è sul tetto” ed il professor Keating gli fa i complimenti per aver centrato l’origine degli assi cartesiani. Se mettiamo sull’asse delle x la musica e su quello delle y il testo, questi gruppi (?) centrano esattamente l’origine, proprio come il componimento risibile del ragazzo. Sono lo zero assoluto.

Musicalmente li trovo insopportabili. Come se, ad un certo punto, si tentasse di nobilitare i tamarri al rango degli alternativi. Ma per piacere, l’operazione gli sarà anche riuscita con i più, con me non attacca. Non vedo molta differenza tra loro e la musica da discoteca, gente che smanetta con piatti, campionatori o react table tirandone fuori un suono plastificato e vuoto, con un costrutto ed un intenzione sonora che musicalmente, se il metal sta alle elementari, loro forse sono alla nursery se non addirittura ancora nell’embrione. C’era tutta questa mania per i “suoni”, si diceva all’epoca: “senti che bei suoni” bah.

Premesso che preferisco sempre quello che si suona al come lo si suona, se mi parlate di cose come il trip hop che pure era un genere tirava all’ epoca posso darvi ragione, se mi parlate di Bijork anche. Nel metal ci furono Fear Factory (“Demanufacture”!), Nine Inch Nails (“The downward spiral” entra di diritto nei primi 5/10 dischi da avere degli anni ’90) e Genghis Tron (se non li avete mai sentiti provate “Board up the house” che è una bomba! Anche se è del 2008) a tentare con successo la carta dell’elettronica. Ma nel caso dei gruppi (?) di cui sopra direi proprio che non ci siamo e non solo perchè niente batterà mai una SG con un amplificatore valvolare sull’ 11 (anche per questo chiaramente).

Vogliamo davvero soffermarci sui testi? Il top lo si è raggiunto in un libro che mi hanno fatto leggere dove si afferma che il testo di “hey boy, hey girl” sta alla nostra (?) generazione come “mi illumino d’immenso” sta a quella di Ungaretti. No dai non fatemi davvero commentare questa roba che poi divento cattivo sul serio. Davvero volete che io dica qualcosa su una canzone che ripete un numero ignoto di volte Suck my ketchup oh, scusate, Smack my bitch up!? o Around the world, around the world? Va a finire che nemmeno il bollino che ho messo all’inizio diventa sufficiente per coprire le mie sensazioni a riguardo.

Tutto questo per dire che la morte di una persona (in questo caso, il suicidio) è una tragedia, anche se questa persona fa parte di un gruppo che propone musica che detesto, ma non sarò mai abbastanza ipocrita da dire niente di diverso da quello che ho scritto sopra.

Intanto pare che i Genghis Tron ritornino sulla scena…

Ludwig Van Eddohven

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Edda Live allo Spazio 211 10/02/2018

 

Sono quasi quasi tentato di rimangiarmi tutto quello che ho scritto su san remo, solo per far partecipare Edda e vedere le facce di pubblico e critici mentre canta uno dei suo testi: onestamente non avrebbe prezzo. Ma questo è un pensiero che scaccio via subito.

Dopo il suo disco capolavoro ovvero “Graziosa utopia” adesso è tempo di “Fru fru” e non  è stato amore a prima vista. Anche perché il precedente più che mai aveva creato un mare di aspettative, almeno per il sottoscritto. Ma quello che ha di bello Stefano  Rampoldi è che è imprevedibile e senza filtri (vedasi il suo delirante profilo facebook, una roba che vale la pena di iscriversi solo per seguirlo). Io, comune mortale, avevo avuto l’assurda arroganza di pensare di averlo capito, ingabbiandolo nelle mie aspettative. I due anni passati evidentemente mi avevano fatto scordare la sua personalità unica.

Durante il primo ascolto mi è partito un malevolo “ma che cazzo è ‘sta roba!”

E per un altro paio di volte la reazione non  è stata molto diversa. Perché il nuovo parto dell’ex- Ritmo Tribale è una tremenda accozzaglia pop-synth-funk. Proprio tremenda, con dei testi ancora più strampalati del solito, tanto che ipotizzare che sia tornato a farsi non sembra un’idea campata per aria (anche se non glielo auguro). Poi uno realizza che è pur sempre lui e che, al pensiero che stai schifando il suo nuovo lavoro, la sua reazione sarebbe una grossa risata.

Ed il senso ultimo di “Fru fru” è proprio questo: una grossa risata. Dopo l’autoritratto sofferto di “Semper Biot”, la radiografia al negativo di “Odio i vivi”, le coltellate da schivare di “Stavolta come mi ammazzerai” e la sublimazione lirico-musicale di “Graziosa utopia” ci aspetta una grossa risata. Forse l’evento tragico della morte della madre ha portato a questo: ad una disconnessione dalla serietà, dai temi pesanti come macigni che pure è stato in grado di trattare nei dischi precedenti (detto per inciso “Edda”, la canzone dedicata alla madre è l’eccezione che conferma la regola in questo lavoro). Forse semplicemente era tempo di mettersi in discussione e sfornare un’opera che spiazzasse tutti (o almeno me) nel suo comico nonsense dei testi e nelle scelte sonore spesso dancerecce ma mai scontate o volutamente ruffiane.

Per apprezzarlo devi lasciarti andare, dimenticare i dischi passati e realizzare che, ad un certo punto, ci sia bisogno di farsi una risata, di vedere che faccia fa la gente quando la spiazzi con dei testi pieni di bestialità (incesti, droga pesante ai minorenni, scene da film pornografico etc…) e tenuti insieme da una logica stralunata e che a malapena intuisci. A un certo punto è possibile che servano degli arrangiamenti fatti per essere ballati, con troppa elettronica rispetto a quanto sei solito fare. Quando realizzi tutto questo, ti ritrovi ad ancheggiare come uno scemo mentre sei in giro a passeggiare con il disco in cuffia e scusate se è poco.

Edda rimane comunque uno degli artisti più sinceri e veri del panorama italiano, il suo nuovo lavoro alla fine non ti si scolla dalla testa, anche se il modo con cui ci si appiccica assomiglia molto al modo con cui la carta igienica si attacca alla suola delle scarpe e se sapesse che sto scrivendo una cosa del genere probabilmente ne andrebbe fiero. Non si può non rendergli il dovuto omaggio. Grazie Edda.

saḿsāra-dāvānala-līḍha-loka!!!

…A parte il fatto che ora so anche chi sono

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Torno, dopo mesi di assenza per parlare dell’adolescenza. Ritardata, che oggi si diventa adulti anche più tardi. Dopo aver letto l’amico di Neuroni mi sono comprato il demo dei Lomax. Accidenti a loro: mi piacciono. Non solo mi piacciono, mi hanno fatto diventare nostalgico della mia adolescenza.

Non so come si faccia ad essere nostalgico di un siffatto periodo, penseranno i più. In verità, per me, l’adolescenza non è stata l’età delle stupidaggini, è stato un periodo travagliato, ma è stato il periodo maggiormente istruttivo ed evolutivo della mia esistenza. Non amando particolarmente l’800 italiano letterariamente parlando, mi ricordo a malapena del fanciullino di Pascoli, l’autore sosteneva che ognuno di noi dovrebbe avere dentro di se stesso lo spirito di un fanciullo, mantenerne la purezza. A me sembra invece che, per quanto mi riguarda, io voglia mantenere dentro di me lo spirito di un adolescente in perenne (e affannosa) ricerca di se stesso, in conflitto col mondo, in confusione continua, non abbastanza uomo e nemmeno abbastanza ragazzo (avete presente eighteen?). Un caos completo, in completa ed eterna agitazione.  Che mi costringa a non rimanere fermo, a rifiutare il quieto vivere e le convenzioni, un ribelle antisociale e con tendenze depressive/autodistruttive.

Oggi non potrei vivere come un adolescente, sarebbe ridicolo, eppure nemmeno posso sedermi e dimenticare quello che sono stato, i pensieri di allora, per quanto utopici ed irrealizzabili, continuano a bruciarmi dentro.

I tre film che amo maggiormente sull’adolescenza sono:

Fucking Åmål

-Paranoid Park

-Fa’ la cosa sbagliata

Non posso essere lui, però ho bisogno di quell’adolescente, senza di lui sono un patetico borghese privo di personalità ed asservito alla parte pratica e convenzionale della vita. La parte che mi fa più orrore. Il problema però è che quando hai l’età di un adolescente, quando sbagli la gente è più tollerante, man mano che cresci, gli errori li paghi molto più cari ed è per questo che quell’adolescente si nasconde da qualche parte, in qualche anfratto del cervello. Forse è inaccettabile per la società che un adulto sia ancora in perenne ricerca, faccia ancora errori come un ragazzo. Forse, ad un certo punto, dovrebbe calmarsi, abbassare la testa, lavorare e pensare al mutuo, alla casa e alla famiglia. Certo, contateci. Non che non siano aspetti importanti, ma il giorno in cui mi lascerò travolgere da queste cose qualcuno mi finisca, per pietà.

I Lomax parlano di odio e augurano la morte alle persone, quando ero adolescente lo facevo anche io. I Lomax sono arrabbiati e disillusi come lo ero io. Nei momenti più rabbiosi la musica era il canale giusto per convogliare la negatività verso qualcosa di più costruttivo, forse la ricerca di anime affini, forse di compagni di viaggio, forse persone che con la loro musica possano leggerti dentro ed aiutarti a capire chi sei. o forse, semplicemente trasfigurava la tua rabbia repressa e ti impediva di sfasciare tutto, riuscendoci solo a volte (ha ha ha).

I Lomax sono giovani ma musicalmente parlano un linguaggio che nasce da musica di venti o trenta anni fa e forse per questo li capisco. Mi vengono in mente i Dinosaur Jr. in “Rigore”, i Joy Division in “Mahnattan” o il cantato di Ferretti (terra emiliana non mente?) in “Non vedo l’ora che muori”. Tuttavia, se fosse mero citazionismo il loro, non starei qui a parlarne. Questi ragazzi hanno personalità e coraggio da vendere. Distorsioni, feedback e una doppia voce strafottente e sbeffeggiante. Sfrontati perdenti consapevoli, che però stavolta hanno vinto: in fondo dare contro a se stessi a volte sprona a farcela.

Ora so meglio chi sono, come nella citazione di Edda nel titolo. Ho una consapevolezza e delle responsabilità in più ma non ho ucciso quella parte di me.