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Vi presento Hella!

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Hella: Reanault 4 GTL 1.1 1981
Hella: Renault 4 GTL 1.1 1981

Hella, magari qualcuno l’ha intuito, è stata la mia prima automobile. Una Renault 4 GTL millecento del 1981 battezzata come la fulva cameriera del professor Woland de “Il Maestro e Margherita”. Quando la acquistammo, la mia famiglia ed io, aveva già moltissime primavere sulle spalle, eppure fece di tutto per farsi amare da noi tutti. I suoi precedenti proprietari avevano escluso il circuito frenante dei tamburi posteriori e la portiera del passeggero difficilmente poteva essere chiusa a chiave: solo se si infilava un cacciavite in una feritoia nel montante della porta. Inoltre non c’era il posto per l’autoradio a meno che non si procedesse ad installare un’apposita staffa atta a sostenere adeguatamente l’apparecchio, cosa che, in effetti, facemmo. Sembra quasi archeologia dell’automobile!

Aveva il famoso cambio “a ombrello”: comodissimo, il freno a mano era una leva sulla sinistra del volante (ma più in basso) mentre lo specchietto retrovisore interno era montato sul cruscotto ma, per questo, era in basso anziché in alto come nella maggior parte delle auto e aveva anche dei finestrini a scorrimento: una serie di soluzioni originali per abbattere i costi. Aveva quattro freni a tamburo (che frenavano veramente poco), una lancetta (anziché la spia) della batteria, cosa che, una volta, mi fece rimanere a piedi ma, nonostante questo, fu eletta immediatamente “auto della vita” dal sottoscritto e nessuna delle sue successive sorelle è stata mai in grado di spodestarla, per rispetto credo che non ci abbiano nemmeno provato.

Perché era spartana, essenziale eppure incredibilmente ben progettata. Una capacità di carico invidiabile, una facilità di utilizzo unica, anche in condizioni difficili: particolarmente sulla neve grazie al peso ridotto e alle ruote sottili, addirittura si sarebbe anche potuto avviarla “a manovella” come le auto di inizio secolo. Fortunatamente, essendo la versione GTL, i sedili erano anche comodi e a parte qualche sballonzolamento di troppo (comunque mai quanto la cugina due cavalli della Citröen) il comfort di marcia era fantastico. Non comodo, ma proprio fantastico perché dopo essere andato avanti a passaggi per una vita finalmente la strada poteva essere percorsa in totale autonomia.

Gli amici avrebbero potuto vomitarci dentro, avresti potuto caricarci gli strumenti, farne vibrare i vetri a forza di musica pesante in cassetta: RATM, Helmet, Down avevano, tra gli altri, messo radici nell’autoradio e uscivano attraverso due casse GBC, di quelle esterne però, perché non volevo forare i pannelli delle portiere. Avrei potuto andarci ai concerti, alle mostre e perfino a trovare gli amici lontani… o magari anche una ragazza che abitava appena sotto Milano. Anche farci gli incidenti, come quello testimoniato dall’ammaccatura in fotografia, rimediato per evitare una due cavalli bicolore che non aveva messo la freccia per svoltare, peccato fossero le due di mattina…

Poi un difetto congenito, che a detta di un amico meccanico è comune a tutte le R4, ne fece marcire la scocca fino a renderla troppo pericolosa da guidare e, nonostante il cuore piangesse lacrime amarissime, fui costretto a sostituirla. Di lei mi restarono i ricordi, qualche foto, un coprimozzo e un paio di multe arrivate qualche tempo dopo da Barletta (?) prontamente riportate al concessionario… che però mi fecero sorridere al pensiero che non si fosse arresa!

[youtube http://www.youtube.com/watch?v=bfyPmyUFTJY]

Un grande classico in cima alla programmazione di helliana memoria.

La maledizione dei dischi dell’anno continua!

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Abracadabra
Abracadabra

Analizziamo i fatti con calma: un altro anno sta per essere lasciato alle spalle… ed è stato un anno personalmente iniziato male, ma nel quale il finale potrebbe riservare delle sorprese. Ciò che non dovrebbe sorprendere è che sono le 17 e 24 minuti di un martedì freddo e sono chiuso in una camera a guardare il soffitto senza lo straccio di un’idea su cosa scrivere per riempire lo spazio vuoto di una pagina digitale su questo blog. Non dovrebbe sorprendere nemmeno che, alla fine, ricada nell’errore di proporre la classica lista dei dischi di fine anno, praticamente una tradizione di ogni musicofilo che si rispetti.

A cosa serve? Non so… a me a ricordarmi dei dischi che ho amato durante l’ultimo anno e anche a disperarmi cinque minuti dopo averla postata per aver dimenticato questo o quel gruppo, una sorta di esercizio mentale, quasi masochistico. A voi a confrontarvi con le scelte del sottoscritto se trovate un senso nel farlo, altrimenti a riempire i commenti di pernacchie ed insulti dei quali vi sono grato fin d’ora.

Esordio dell’anno: Black Moth: “The Killing Jar”– Mi sono affezionato a questi ragazzi albionici prodotti da Jim Sclavunos… mi piace il loro rock nato dagli Stooges e dai Black Sabbath, pieno di buone premesse per il futuro. We hail you… Black Moth!!

…appena fuori dalla top ten: Enslaved:”Riitiir”– Decisamente un gruppo dal quale non si può prescindere questi norvegesi di Bergen, sia nel loro retaggio vichingo e blackmetallaro degli esordi che nel loro attuale viaggio introspettivo e progressivo con destinazione le nebulose e lo spazio interstellare ma senza dimenticare la madrepatria. La formula si consolida!

10. Unsane: “Wreck”– Io sono uno di quelli che si portano il gruppo newyorkese nel cuore, che si farebbe tatuare da Vinnie Signorelli, guidare per la città da Chris Spencer e che prenderebbe lezioni di basso da Dave Curran. Il loro ritorno non può che essere salutato ossequiosamente su queste pagine. Urbani, disturbati e con i nervi a pezzi: questi sono gli Unsane!

9. Melvins Lite: “Freak Puke”– Un’altra leggenda per il sottoscritto che ritorna in una veste inedita e “Lite” con Trevor Dunn (John Zorn, Mr. Bungle e Fantômas) al (contrab)basso. Giocano con il jazz ed i suoni vintage, con le spazzole e le batterie d’annata… possono legittimamente ostentare un menefreghismo senza limiti e rimanere fedeli a loro stessi, un gruppo al di sopra del bene e del male, un matrimonio artistico Dale/Buzz che supera agevolmente i 25 anni… Hats off, Mr. Rip-off!

8. Godspeed You! Black Emperor: “Allelujah! Don’t Bend! Ascend!”– Sovversivi dalla progressione facile, colmano rapidamente anni di silenzio con due canzoni maratona e due umanamente più corte. Personalmente mi sono mancati. La magia attraversa il tempo e si rinnova, fino al prossimo posto di blocco…

7. Deftones: “Koi No Yokan”– Un altro ritorno, anche se non avevano mai abbandonato le scene, però un disco di questa portata mancava almeno dal disco omonimo se non proprio da “White Pony”… un ritorno alla forma di un tempo che scalda il cuore e lascia spazio ai sogni. Intensi ed emozionanti, così ce li ricordavamo e così sono tornati…

6. Baroness: “Yellow And Green”– Con un sentitissimo augurio per una pronta ripresa dell’attività spezzata da uno sciagurato incidente stradale lo scorso agosto, accogliamo nella top ten il gruppo georgiano. Un doppio CD, che in parte tiene conto del retaggio sludge, ma che sviluppa maggiormente la parte prog e sperimentale soprattutto nell’episodio giallo…

5. Pallbearer: “Sorrow And Extinction”– Un esordio in classifica è cosa rara, ma onore al merito: il doom non ha mai avuto così bisogno di forze fresche e di dischi come questo. Se è difficile innovare in questo contesto è altrettanto vero che la tradizione, se trattata con personalità ed intelligenza, continua ad avere il suo fascino!

4. Swans: “The Seer”– In tema di ritorni fruttuosi un posto d’onore lo meritano senz’altro gli Swans di mr. Michael Gira, che qui si avvale addirittura della vecchia compagna Jarboe. “The Seer” è il disco della compiutezza degli Swans, dove tutte le anime del gruppo trovano spazio e convivono in armonia, dalle inquietudini industriali alle incursioni acustiche. Un lavoro mastodontico e impegnativo per chi l’ha concepito e per chi ne dovrà fruire… ma con un fascino enorme.

3. High On Fire: “De Vermis Mysteriis”– Matt Pike e soci sono probabilmente fra i gruppi fieramente heavy metal quelli più sottovalutati. Questo disco ha guidato ha lungo la classifica per quest’anno prima che i due nomi che seguono mettessero a segno due dischi superlativi. Tuttavia ciò non deve distrarre dal considerare il lavoro di Matt e soci: nonostante l’età di servizio elevata se l’heavy metal ha un futuro lo si deve a loro.

2. Converge: “All We Love We Leave Behind”– Ancora una volta sul podio, con i Converge è inevitabile. Sono un gruppo decisamente troppo avanti per personalità e coesione, in grado di modellare l’hardcore come nessun altro può anche solo ambire a poter fare. Dietro la furia, la passione e la perizia rendono questo gruppo inarrivabile.

1. Neurosis: “Honor Found In Decay”– Direte che sono di parte e io scrollerò semplicemente le spalle. Questo è IL disco dell’ anno. Dopo che la loro evoluzione sembrava essere giunta ad un punto morto, hanno ripreso in mano la loro carriera con una maestria incredibile e se ho parlato forse in toni un po’ tiepidi al tempo di questo disco era solo perché bisognava farlo crescere con gli ascolti. Recuperano venature sonore dalle carriere solistiche del duo Von Till/Kelly, si aprono solo all’apparenza ad una maggiore accessibilità e ribadiscono la loro ispirazione… adesso non resta che augurarsi il loro imminente ritorno dal vivo, con la curiosità del dopo Josh Graham…


Yeah!

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Kyuss: "Blues For The Red Sun" 1992
Kyuss: “Blues For The Red Sun” 1992

Cominciamo dalla fine: uno “Yeah” pronunciato da qualcuno dei quattro guasconi californiani, probabilmente con la bocca piena, rappresenta la 14esima traccia e chiude uno dei più bei dischi degli anni ’90 e, per me, di sempre. Basta?

In questo ultimo periodo mi sono ritrovato a parlare spesso di dischi usciti nel 1992 e parlando dei QOTSA, qualche giorno fa mi sono reso conto che anche questo capolavoro compie quest’anno vent’ anni, mette quasi paura dirlo! Il disco esce il 30 Giugno 1992 per la misconosciuta Dalì Records, evidentemente un’etichetta indipendente locale (il cui fallimento, qualche anno dopo, metterà seriamente in forse la pubblicazione di quell’altra gemma denominata “Sky Valley”), ed è stato registrato a Van Nuys nello studio Sound City col producer Chris Goss (Master Of Reality).

Il disco si presenta da subito come qualcosa di straordinario: la copertina con le tempeste solari, il suono che fonde volutamente sonorità settantiane e psichedeliche con una pesantezza terrosa difficilmente riscontrabile in precedenza. Per la chitarra un giovanissimo Josh Homme decide di utilizzare un amplificatore da basso cosicché la caratteristica del disco finisce per essere una costante grevità nel suono, che, le prime volte che il disco finiva nel lettore, sembrava assomigliare a una curiosa amalgama di chitarra e basso, tenuta assieme dalla batteria ed in contrasto con la voce di John Garcia che risulta muoversi alla perfezione in un simile magma sonoro. Personalmente, per la scoperta di questo disco, devo rendere grazie alla trasmissione “Planet Rock” della Radio Rai e, segnatamente al dj Mixo che adesso è di stanza a Radio Capital. Sulle prime non è che mi fosse piaciuto poi molto, anche se il singolo “Green Machine” è ancora una cosa piuttosto abbordabile, era forse troppo diverso per coglierne il fascino al volo… tuttavia qualcosa era scattato nell’apparato uditivo: il bisogno di un suono totalmente greve e valvolare!!!

Spilletta dei Kyuss recuperata in un negozietto ad Amsterdam
Spilletta dei Kyuss recuperata in un negozietto ad Amsterdam

Quindi in capo a quindici giorni (considerati anche i tempi biblici dei negozi di provincia quasi un miracolo!) il disco si trova nelle mie mani e, quasi per magia, quando lo depongo nel lettore è amore a primo ascolto!!! Insieme al giro iniziale di “Thumb” si espande anche il sorriso, quando la distorsione entra a piena potenza è un tale visibilio sonoro che difficilmente si può descrivere!!! Tornano in mente immagini vecchie di vent’anni: il fantasma dei tripli stack di amplificatori dei Blue Cheer, della SG consunta di Toni Iommi, della batteria enorme di John Bonham… si fantastica (?) tra i fan di leggendarie sessions nel deserto, supportati dall’immagine interna della copertina che mostra un amplificatore monolitico sullo sfondo della mesa con un basso a terra e i raggi di luce violenti che sbucano da dietro…

E parlare delle singole canzoni non rende… anche se quando irrompe “Freedom Run” l’intero disco sembra bloccarsi per far passare un TIR sonoro enorme come solo certi trucks che solcano i deserti americani sanno essere… ed un titolo come “50 milion year trip (downside up)” la dice lunga sul contenuto della canzone stessa. Il blues straripa in “Thong Song” inno sulfureo al rock’n’roll, mentre “Allen’s Wrench” sfinisce definitivamente l’ascoltatore prima che quel tripudio di distorsione interstellare che è “Mondo Generator” (vi dice qualcosa cari Ufomammut?) conduca il lavoro alla fine.

“Blues For The Red Sun” non è un semplice disco… è una leggenda!!!

Orgoglio italiano!

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Che io non ami particolarmente la musica italiana è cosa risaputa. Che non possa soffrire argomenti triti e ritriti, arrangiamenti e musica stucchevoli è addirittura palese, per non giungere a parlare di quell’ignobile baraccone che è Sanremo che, se fosse possibile, mi rifiuterei categoricamente di finanziare col mio sudatissimo canone… eppure questi fenomeni sussistono e sono (temo) impossibili da deradicare nemmeno con la violenza intellettuale o fisica che sia.

Se penso al panorama italico mi assale un gran sconforto, non come metallaro, ma proprio come amante della musica! Mi sembra di essere senza speranza. Sarà pur vero che ho passato un anno della mia vita a consumare i primi tre dischi (più due dischi dal vivo) dei Litfiba, trovandoli tra le cose migliori mai prodotte nel nostro paese, almeno a livello di fenomeno giovanile. Poi ad un livello di nicchia c’è da dire che l’Italia può vantare un vasto e rilevante movimento progressive rock negli anni ’70 la cui punta di diamante è (almeno a livello di popolarità anche e soprattutto extra-italica) la (gloriosa) Premiata Forneria Marconi PFM, senza però dimenticare gruppi come Area (ammesso che si possano definire progressive), Le Orme, il primo Battiato e, quelli che personalmente preferisco, ovvero una sorta di ‘Sabbath italiani, i Balletto Di Bronzo. Maggiormente di nicchia è poi, negli anni ottanta, il movimento hardcore nell’ambito del quale l’Italia ha recitato un ruolo di primaria importanza nell’ambito del punk internazionale tramite gruppi come Negazione, Nerorgasmo, Upset Noise, Fall Out, Wretched, I Refuse It e Stige, solo per citarne alcuni.

Però ciò che ha risollevato a livello popolare la musica italiana, a mio parere, sono senza dubbio i cantautori, di seguito una fredda lista dei miei preferiti (ovviamente l’ordine non conta):

– Fabrizio De Andrè: Difficile aggiungere la propria voce al coro che accompagna, lodandolo, quello che, a tutti gli effetti, rimane un poeta ispiratissimo dal raffinato gusto musicale, i cui testi  non possono non imprimersi a fuoco nella memoria di chi li ascolta. Non aggiungerò parola, salvo dire che tra tutti, il suo disco che amo di più è uno di quelli meno citati, il suo lavoro “Tutti morimmo a stento” (cantata in si minore per solo, coro ed orchestra, del 1968). Un disco cupo, iper arrangiato, che sembra affossare ogni speranza anche quando propone scorci che sembrano assomigliare più a quadri impressionistici che a una canzone vera e propria come nel caso di quel brano che mi permetto umilmente di proporre, un brano che letteralmente mi squarcia in due…

– Paolo Conte: Astigiano, proviene dalla mia regione di adozione ed è un musicista e compositore sopraffino, al punto che quando venne dalle mie parti stregò letteralmente me e la mia famiglia (alla quale avevo pagato l’ingresso senza battere ciglio) con un concerto sublime sia dal punto della presenza scenica (un carisma unico!) che, ovviamente, da quello musicale ed interpretativo. Tuttavia quello che mi conquista sul serio del cantautore è il fatto che mi sembra di parlare con mio nonno… di sentire le storie di appena dopo la guerra, come testimoniano tanti testi da “Topolino amaranto” a “Genova per noi” dove sembra proprio descrivere l’inquietudine di un astigiano che, magari già in età avanzata, veda il mare per la prima volta.

– Francesco Guccini: Dell’emiliano ammiro il lato rustico ed anche la lucidità che ha nell’affronatare certi temi come la contestazione giovanile -“Eskimo”- oppure l’occupazione della Cecoslovacchia -la bellissima “Primavera di Praga”- o anche solo il tempo che passa -la tristissima “Compleanno”-. Poi, oltre a questo, ha scritto una canzone su di me:

– Franco Battiato: Ci ho messo un bel pezzo ad apprezzare il siciliano… alla partenza piuttosto sperimentale, per diventare sottile e ispirato cantautore negli anni ’80, fino alla attuale aristocrazia intellettuale. Canzoni, anche quelle sentimentali, come possono essere “La stagione dell’amore”, “E ti vengo a cercare” o “La cura”, che sono tutto tranne che banali o compiacenti nei confronti del pubblico. Come tacere poi delle suggestioni di “Summer on a solitary beach” o del richiamo di “Patriots” o di “Povera Patria”? Quello che ho scelto tuttavia è qualcosa di ancora diverso:

– Luigi Tenco: Quello che mi ha colpito immediatamente dell’artista ligure si può riassumere con un termine solo, dalle mille sfaccettature, ovvero: sensibilità… nelle musiche e nelle liriche, la sua opera ne è intrisa oltre ogni dire… difficile dire se poi l’abbia reso fragile al punto da fargli porre fine alla sua stessa vita…

Solitudine: postille d’autore

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“Era inutile cercare di liberarsi della propria solitudine. Bisognava tenersela per tutta la vita. Solo a volte, a volte, l’abisso si sarebbe colmato. A volte! Ma bisognava aspettare quelle volte. Accetta la tua solitudine e tienitela tutta la vita. E poi accetta le volte in cui l’abisso si colma, quando vengono. Ma devono venire da sé. Non le si può costringere”.

David Herbert Lawrence

Motivetti Diabolici

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Sì lo so, non dite nulla, ve lo leggo nello sguardo che volete che io tratti di crocicchi malfamati, New Orleans, “Sympathy For The Devil”, del blues e di “The Number Of The Beast”, ebbene non vi faccio questa concessione. Ci sono parecchi satanassi nelle canzoni che ascolto, quindi per ora basta, concedetemelo, stasera avevo in mente di dare libero sfogo alla mia nota vena positiva, postando “The Weeping Song” di Nick Cave And The Bad Seeds, anche perché sono un paio di mattine che mi sveglio dopo aver sognato di scoppiare in lacrime ed ho esattamente quella sensazione appena il sonno se ne va: come se avessi appena finito di piangere a dirotto cosa che però non è mai successa. Ma non doveva andare così, sarebbe stata una scelta scontata, nonostante ami quella canzone anche per essere finita in un cortometraggio di Wim Wenders. Il fatto è che uno di quei maledetti motivetti mi si è piazzato in testa e non ne è più uscito! I motivetti diabolici sono esattamente questo: canzonette capaci di piazzarsi tra le pieghe del cervello, tormentarti per ore o magari per giorni e facendoti sperare che si interrompa quella connessione neurale che ti rende schiavo di quella particolare sequenza di note o parole per qualche tempo lasciandoti libero… anche solo di respirare! Ecco un freddo elenco (ovviamente incompleto) di alcuni brani in grado di sortire un tale infernale effetto:

Primus- “Here Comes The Bastards”: Les Claypool è uno dei motivi per i quali ho finito per imbracciare un basso, a parte questo mi piace molto il suo immaginario improbabile e -se mi passate il termine- cartoonesco, contornato dai suoi personaggi assurdi. Il giro di basso di questo brano è assolutamente impossibile da estrarre dalle meningi!

Talking Heads- “Road To Nowhere”: I Talking Heads sono tutt’ora un mistero per me, con la loro attitudine stralunata ed impossibile tra catalogare: qui ad essere assolutamente inevitabili, per me, sono le linee vocali di Byrne e come le canta in modo sinuoso ed ipnotico. Da applausi anche il video in stop-motion: una tecnica affascinante quanto caduta in disuso…

The Proclaimers- “I’m Gonna Be”: Un accento irresistibile ed un ritmo incalzante e ripetitivo. Troppo poco? Per me è più che sufficiente per passare un paio di di giorni canticchiando questa canzoncina…

Blondie: “Heart Of Glass”: Qui il motivo dell’ossessione potrebbe essere il “U-uh oh-oh” e la voce di Debbie Harry (oltre alla sua avvenenza di cui si era accorto anche H.R. Giger), in realtà, oltre a questo, il motivo è più storico: “Heart Of Glass” è una delle prime canzoni che io mi ricordi di aver mai sentito. Da notare anche come la Harry sia l’unica del suo gruppo a sentirsi a suo agio anche dietro la telecamera!!!

The Ramones- “Surfin’ Bird”: Ve la devo anche spiegare questa??? Saltate come dei pazzi, cosa aspettate? E non scordate di fare delle facce buffe durante il “Brrrrrrrr”!!!!

‘Notte, speriamo di sognare altro stasera!!!

Super mario metal

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All hail Mario the king of metaaaal!!!

Confessatelo: avete perso ore davanti al magico tubista Mario e al suo parente stretto Luigi… quello che non sapevate è che dopo mille avventure, innumerevoli mondi, funghetti (!!!), tartarughe e quant’altro, il personaggio ideato dalla nintendo è anche autore di alcuni tra i più famosi cavalli di battaglia dell’heavy metal!!! Non ci credete? Rimanete scettici? Eppure, anche se non lo confesserebbero mai, i vari Iron Maiden, Judas Priest e compagnia gli devono tutto! Vi sento ancora increduli, con le vostre sopracciglia inarcate: eppure tutto ciò è ampiamente documentato su you tube!

Ecco solo alcuni esempi:

5. Cannibal Corpse: “Hammer smashed face” (3:28 Hurry up!!!)

4. Guns And Roses: “Welcome to the jungle” (1:02 Knees, kneeeeees!!!)

3. Judas Priest: “Painkiller” (2:08 Yeah! se possibile a 8 bit riescono anche a piacermi)

2. Iron Maiden: “Run to the hills” (0:42 Hurry up again!!!)

1. Slayer: “Angel of death” (3:33-!!!- The final rush!!! tutta, comunque, è un capolavoro!)

I dischi dal vivo

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I dischi dal vivo mi lasciano parecchio dubbioso. Quando ero un neofita mi sembravano semplicemente un sistema per accaparrarmi tutte le canzoni più famose di un gruppo senza scadere nel classico greatest hits. E già qui bisognerebbe aprire una parentesi, perchè anche i greatest hits sono discutibili… col passare del tempo ho realizzato che i dischi hanno un’anima, i greatest hits no. Per quanto magari ci siano dei riempitivi nei dischi originali, essi sono la vera espressione di un artista (o di un gruppo di artisti) in un determinato momento storico, inoltre la scelta che sta alla base della successione dei brani a mio parere ha un’importanza tutta sua. Chissà se “Black Sabbath” avrebbe avuto lo stesso impatto con un’altra canzone messa in apertura? Cosa avranno avuto in mente gli Zeppelin quando hanno posto un mattone epico (ma bellissimo: “Achilles Last Stand”!) in apertura a “Presence”, forse di mettere subito alla prova l’ascoltatore? Esiste un modo più poetico di chiudere un disco (“The Good Son” di Nick Cave and the Bad Seeds) che con una canzone come “Lucy” che con la sua coda sognante sembra insistentemente chiedere all’ascoltatore di alzare lo sguardo dall’umanità per fissare le stelle e la luna? Un greatest hits o un tasto “random” non risponderanno mai a queste domande!

Comunque, digressione a parte, ora invece guardo ai live come dischi a se stante ed è assai difficile che mi trasmettano certe emozioni perchè (oltre alle considerazioni di cui sopra, comuni ai greatest hits) se amo un gruppo ritengo fondamentale supportarlo come merita andando ai concerti e comprando i dischi (finanze e fattori contingenti permettendo) al punto tale che la registrazione di un concerto finisce per diventare una sorta di “vorrei ma non posso” anche troppo triste: un supporto musicale non può contenere le emozioni proprie di un momento artistico assoluto nel suo essere irripetibile, ne da spesso un’idea troppo vaga ed impersonale per chi abbia assistito ad un concerto sentendolo fino in fondo… senza contare che spesso certi artisti propongono versioni alternative non proprio all’altezza degli originali, solo raramente il giochetto riesce come dovrebbe. Ultimamente molti gruppi fanno date riproponendo dischi per intero: questo potrebbe essere un’interessante compromesso fra live e studio fra creatività e fisicità, tra teoria e pratica… sfortunatamente non ho ancora avuto la fortuna di assistere a nessuna performance del genere, quindi non mi posso esprimere in merito, quello che posso fare è un freddo elenco dei live che, personalmente, stanno una spanna sopra tutti gli altri…

*Ozzy Osbourne e Randy Rhoads “Tribute”: Non poteva mancare, conoscendomi già mi danno i brividi “Blizzard Of Ozz” e “Diary Of A Mad Man”, il live in tributo al giovane e sfortunato chitarrista non poteva fare a meno di toccarmi il cuore…

*Iron Maiden “Live After Death”: Il primo live ascoltato non si scorda mai, secondo la logica di cui sopra ascoltai prima questo disco che i lavori da cui le canzoni da cui provenivano, queste versioni finirono per essere considerate da me, per tanto tempo, quelle originali… registrato durante il faraonico “World Slavery Tour” e infarcito di sovraincisioni rimane comunque un disco più che storico per la band albionica.

*Portishead “Roseland NYC”: Un live assolutamente sorprendente: il freddo e quasi sintentico trip hop britannico prende vita e corpo attraverso orchestrazioni assolutamente contestualizzate, avvolgenti e, a tratti (“Sour Times”!!!), assolutamente commoventi… l’espressone “dal vivo” credo non sia mai stata più azzeccata, bellissimo!

*Alice In Chains “Live”: Disco piuttosto sconosciuto ai più, che però presenta una carica ed una passione che trasuda direttamente da ogni nota, oltre al malcelato rimpianto di non averli mai potuti vedere quando ancora il povero Layne era tra noi…

*Jane’s Addiction “Jane’s Addiction”: Esordire con un disco dal vivo è sicuramente uno strano destino ed una curiosa scelta (condivisa anche da altri, si vedano i Primus di “Suck On This”) ma non se si tratta di una delle più incendiarie compagini che abbiano mai calcato un palco a cavallo tra gli anni ’80 e ’90… il disco mette in luce una band assolutamente vivida ed ispirata che darà alle stampe dischi fondamentali prima del ritiro dalle scene. Il triste tentativo recente di riverdire certi fasti, a mio parere, è da considerarsi fallito miseramente come da me testimoniato in una loro data milanese qualche anno fa, non fosse stato per l’esecuzione di “Three Days” -un brano assolutamente superlativo- sarebbe stato uno dei concerti più deludenti cui io abbia mai assistito, sic transit gloria mundi!

*Enstürzende Neubauten “Live at Teatro Colosseo 03/06/2011”: Quando li vidi dal vivo per la prima volta dal vivo (all’ Alcatraz di Milano anni prima) compresi appieno quanto enorme fosse la portata del gruppo dell’ex Bad Seeds Blixa Bargeld! Una vera e propria rivelazione: uno si chiede come possa essere possibile riprodurre certe sonorità dal vivo: non vi rispondo… dico solo andateli a vedere e di corsa! Non solo ci riescono, ma ci mettono un tale trasporto ed un tale pathos da abbagliare ed affascinare la tempo stesso… li ho visti tre volte e continuo a considerarli imperdibili! Nella fattispecie non si tratta di un disco vero e proprio ma di una registrazione professionale che i nostri vendevano all’uscita del concerto su chiavetta usb. Normalmente non l’avrei mai presa, ma visto il gruppo e l’occasione (il concerto del trentennale…) alla fine me la sono sentita di compiere l’insano gesto… con somma soddisfazione postuma!

*C.S.I. “In Quiete”: Quando staccare i jack era diventata una moda, il gruppo italiano emerse dalla massa con un disco intenso, con degli arrangiamenti perfettamente contestualizzati e riusciti molto più di blasonati nomi esteri. Un impresa quasi irripetibile!

*Sepultura “Under A Red Blood Sky”: Anche qui il rimpianto per non averli potuti vedere con la formazione originale probabilmente la fa da padrone, però il disco merita per la scaletta, il momento storico livemente anteriore al famoso scisma dei Cavalera, e per l’energia primordiale che sprigiona…

*Jeff Buckley “The Mystery White Boy Tour”: I live postumi si portano dietro sempre uno strascico di sospetti per l’opportunismo economico ed il rispetto per l’artista passato a miglior vita. Lasciando ad ognuno le opportune considerazioni da farsi secondo coscienza (anche nel caso dello sfortunato Randy Rhoads o degli Alice In Chains), questa rimane una vibrante testimonianza.

La tempesta dopo il sorriso

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In questi giorni è stata rilevata una tempesta solare di proporzioni ragguardevoli, tanto da poter provocare malfunzionamenti nei sistemi gps, nelle reti elettriche e danneggiare i satelliti che orbitano attorno al nostro pianeta.

Gli effetti (aurore boreali comprese) potrebbero già manifestarsi questa sera e fino alle 6 di domani mattina. Ironicamente viene da pensare che, quando ti sbagli a sorridere pensando che vada tutto bene, poi la tempesta sia sempre in agguato dietro l’angolo. Non c’erano dubbi.

1.Black Sabbath “Under The Sun”

Canzone principe, per quello che mi riguarda, nel rivendicare la propria secrosanta indipendenza di pensiero e di opinione. Oltre ad un’altrettanto giustificata scarsa fiducia nel prossimo…

I wanna live my life, I don’t want people telling me what to do
I just believe in myself, ‘cause no one else is true

[Ogni giorno poi è d’obbligo per me rivolgere un pensiero a Tony Iommi]

2. Soundgarden “Black Hole Sun”

Si diceva, è il 1994 e tutto va bene. Attesi l’uscita di “Superunknown” per diverso tempo e poi i Soundgarden divennero un fenomeno mondiale grazie a questa canzone che, a detta di una mia cara amica -tra i loro fan più accaniti- non sembra nemmeno scritta da loro… Io speravo soltanto che prima o poi il sole lavasse veramente via la pioggia e ci spero anche adesso che il cielo è molto,molto più cupo.

3. Nirvana “All Apologies”

“In the sun I feel as one”.

4. Rage Against The Machine “People Of The Sun”

“Yeah, people come up!”.

5. PJ Harvey & John Parish “Un Cercle Autour Du Soleil”

Un brano strano, tratto da un disco stranissimo, eppure affascinante.

6. The Animals “The House Of The Rising Sun”

7. The Doors “Waiting For The Sun”

“A flash of Eden” ne avrei davvero bisogno.

8. The Cult “Sun King”

9.The Police “Invisible Sun”

10. Mogwai “The Sun Smells Too Loud”

Almeno qualcuno ride

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Almeno la luna sorride… ho sempre provato una grande attrazione per il nostro satellite, sono contento per lei perchè il venerdì 24 si metterà a ridere, assumendo una posizione assai strana alle nostre latitudini (potrete trovare altre informazioni qui) e visto che saranno tre mesi che ho il morale sotto le scarpe un sorriso in cielo è un modo per rompere questo muro del pianto che è diventato il blog. Se qualcuno mi conoscesse bene saprebbe anche che la prima tentazione è stata comunque quella si intitolare questo post “C*#@0 ti ridi?!?” ma non me la sento di essere sempre e irrimediabilmente caustico, lei non se lo merita. Del resto io sono un animale notturno e non posso che trovarla affascinante anche se se la ride quando io sono depresso, probabilmente ne ha facoltà, ed è molto meglio di quando lo fa un umano, comunque. Ecco alcuni dei suoi inni:

Billie Holiday “Blue moon”

Billie in qualche modo canta di me… almeno nella prima parte.

Jimi Hendrix Experience “Little wing”

Moonbeams and fairytales are all I need now.

Sting “Moon over bourbon street”

Strani scherzi che può fare la luna… stare sotto una finestra a lottare contro il proprio istinto nella pallida luce lunare. Eh…

Pink Floyd “Brain Damage/Eclipse”

“There’s someone in my head but it’s not me…”

Nick Cave and the Bad Seeds “Lucy”

La canzone d’amore che avrei sempre voluto scrivere a qualcuna, nella quale la luna gioca un ruolo fondamentale.

in ordine sparso:

ahahahah 😀