Teatro

50 anni

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…e niente da aggiungere.

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Itis Galileo

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Non so come funziona altrove, ma nella mia città, quando ero in età da scuole superiori, ITIS era sinonimo di scuola per uomini duri: gente che fumava a 16 anni, buttava sodio metallico nelle turche dei gabinetti, organizzava feste alcooliche, sempre nei suddetti (che, peraltro, erano un luogo di terrore se eri un “primino”) il giorno prima delle vacanze di Natale,  faceva avances spudorate in aula magna -e davanti a tutto il corpo docente- ad una professoressa che si presentava in minigonna di pelle. Ma era anche la scuola del massacro: non si contavano sezioni con magari uno o due promossi a giugno e tutti gli altri a settembre o a casa direttamente… la scuola dove in cinque anni ho rimediato una squallida gita di un giorno a Bergamo (che è una bella città ma i miei amici allo scientifico se ne andavano tipo a Parigi 5 giorni)… la scuola dove sono diventato anche metallaro, tra le altre cose, sfoggiando (in maniera molto pudica) una toppa a tutta schiena di “Somewhere in time” degli Iron Maiden, con la kefiah perennemente al collo.

Quindi quando Marco Paolini è giunto in città con uno spettacolo intitolato “Itis Galileo”, mi sono sentito in dovere di andarci, anche perchè l’attore, quasi conterraneo di mia madre, mi aveva emozionato tantissimo (come a molti credo) con la sua “Orazione civile sul Vajont”  e da lì avevo iniziato a seguirlo anche con i suoi “Albums” e a stupirmi notandolo in “Caro Diario” di Moretti. Inotre era un’ottima occasione per approfondire la mia conoscienza di Galileo Galilei, un personaggio per il quale nutro, da sempre, una stima sconfinata. E poi, con quella parlata, non potevo non sentirmi a casa…

Ebbene: era impossibile restare delusi, lo spettacolo vale assolutamente TUTTI i 17 € del biglietto. Coinvolgente, eclettico, versatile, divertente, rimarca molte cose dell’epoca in cui è vissuto il protagonista di questa piece teatrale… e soprattutto è stato incredibilmente efficace nel ribadire l’importanza suprema del pensiero in faccia all’ipse dixit, ai dogmi imposti dagli altri alla volontà di rifuggire da ogni comodità anche mentale. Per non restare fermi, ma muoversi di un moto chiamato ri-vo-lu-zio-ne.

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(130 minuti di pausa dalla depressione, anche questo non è male)