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L’eterno ritorno

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Gli anni novanta marcarono un territorio, forgiarono diversi generi di musica pesante, furono insomma l’ultimo periodo realmente florido per il proliferare di un certo tipo di musica. Le cose si sono via via diluite dopo l’anno 1999, fino ad essere pesantemente annaquate e quasi sterili ai giorni nostri. Non che tutto sia perduto, ma tanto, forse troppo, è stato già detto e fatto, manca il gusto per la scoperta e l’esplorazione. Manca l’estro. Attenzione non manca del tutto, ma è diventato sempre più difficile sapere dove cercare.

Molti gruppi rinascono dalle proprie ceneri, e non sempre è un male, non sempre si tratta di minestra riscaldata, spesso può trattarsi di ribollita che, a chi piace, è in grado di dare notevoli soddisfazioni: basta saperla gustare e non pretendere che sia qualcosa di diverso da quello che è.

Il fatto che i Celestial Season tornassero tra noi con un disco doom mi ha messo l’ansia. Chi non li conosce colmi immediatamente questa gravissima lacuna:

Gli Olandesi non sono mai stati un gruppo dalla solida identità definita, partirono da un doom malinconico e sognante con archi e aperture melodiche a contorno di un’atmosfera quantomai greve e plumbea, per evolvere verso direzioni stoner anche piuttosto prevedibili vista la loro patria. Scherzi a parte però furono in grado di far uscire un disco rimasto ineguagliato per aver saputo essere un meraviglioso punto di incontro tra le loro due anime. “Solar lovers” è semplicemente sublime in questo, penso che nessuno, all’epoca ed anche adesso, sia in grado di ipotizzare una sorta di “stoner con gli archi” in grado di funzionare così bene come in questo caso. Rimane un disco unico nel suo genere, una vetta rimasta solitaria ed ineguagliata, con buona pace di chi un’impresa del genere nemmeno l’ha mai concepita.

Dopo quel disco c’è stata una progressiva svolta stoner, dapprima lieve (l’E.P. “Sonic Orb”) e poi definitiva con “Orange” ed i dischi successivi, che pur non sfigurando, non si distinguevano certo per originalità. In seguito il silenzio, fino ad essere riemersi nel 2012 al glorioso Roadburn festival in madrepatria.

Oggi si ripropongono al pubblico con un nuovo disco ed io, che ho venerato per decenni il loro nome in relazione al loro capolavoro, sono rimasto spiazzato ed ho atteso parecchio prima di mettermi all’ascolto. Da questi ritorni non sai mai bene cosa aspettarti, potrebbero rovinare tutto, fare uscire un bel lavoro che sposta ancora in alto i loro standard oppure semplicemente uno dignitoso che comunque finisci per volere nella tua collezione e al quale sei comunque affezionato.

Terrore puro fu per “13” dei Black Sabbath: lì veramente si è rischiato grosso ma, alla fine fu un lavoro, al netto dell’assenza di Bill Ward, che non aggiungeva nulla al loro gloriosissimo passato, ma rappresentò comunque qualcosa in più di una mera operazione nostalgica, avendo delle buone canzoni al suo interno; io lo ricordo e lo riascolto con piacere.

Nel loro caso però un ritorno alle radici doom dava adito a qualche perplessità, un po’ per il tempo trascorso, un po’ perché non suonano quel genere da moltissimo tempo, se consideriamo che hanno finito per diventare un gruppo stoner eliminando gli archi. L’ultimo forte legame col doom forse fu proprio “Solar lovers” che però aveva già mutato forma ed è di ben 25 anni fa.

Ebbene “The secret teachings” scarta in toto (o quasi) la componente stoner. Questo è un disco di death/doom duro e puro come si faceva negli anni ’90. Se non amate la strada intrapresa dai My Dying Bride dalla dipartita di Martin Powell in poi (detto per inciso molta critica continua a osannarli ma a me non dicono più nulla e il loro ultimo dico ha dei suoni che sanno veramente di plastica rancida), se amate i Saturnus ma, ecco, con “Martyre” sono mutati anche troppo, se patite per la fine ignomignosa fatta dagli Anathema e i Paradise lost vi aggradano solo da quando sono tornati sui loro passi, questo è il disco che fa per voi.

Nessuno (o quasi) suona più in questo modo negli anni 20. Il nuovo dei Celestial season parla soprattutto a chi sentiva la mancanza di dischi che necessitino di uno sforzo per essere ascoltati ma che poi ripaghino con delle belle soddisfazioni. Lascia spiazzati il fatto che sembra uscito 30 anni fa eppure non risulta superato e nemmeno nostalgico: quando le note partono ci si ritrova immediatamente catapultati indietro nel tempo e l’atmosfera eterea e sognante del primo brano, peraltro ombreggiata a tratti con un’oscurità familiare, funziona alla perfezione per introdurre l’intero lavoro.

È un lavoro, non è un capolavoro, questo sia chiaro. Forse in alcuni brani si sente della prolissità eccessiva, in altri frangenti le orchestrazioni non sono così necessarie o ben focalizzate ma questi, a ben pensarci, erano tutti difetti propri del genere già all’epoca e che sono stati risolti brillantemente solo da loro e dai My Dying Bride di “The angel and the dark river”.

Sul fatto che sia fuori dal tempo non ci sono dubbi tuttavia che sia fuori tempo massimo io non credo. Il Doom è, per definizione, un genere in grado di dilatare la percezione temporale e mi piace pensare che questo disco sia una bolla a sé nello spazio e nel tempo. Questo è il suo limite e il suo pregio al tempo stesso. Sembra che ci siamo dimenticati troppe cose su come certa musica debba suonare e questo disco è qui per farcele ricordare tutte. A trent’anni quasi di distanza può lasciare attoniti, soprattutto perchè fa male accorgersi, tutto in un colpo, di quanti passi indietro abbiamo fatto.

Il Mariposa non riaprirà — Metal Skunk

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Volevo unirmi agli amici di Metalskunk per dire addio ad uno dei negozi di dischi storici a Milano, chi lo frequentava, come me, quasi tutti i fine settmana nei primi anni novanta sa che Valerio e Dario erano (e sono!) due persone d’oro, molto più che due semplici commessi, qualcuno finalmente compente e a cui non devi fare lo spelling del nome dei gruppi anzi spesso di sommergevano di informazioni preziosissime, quando ancora i gruppi musicali erano avvolti nel mistero in assenza di internet.

Con la chiusura del Mariposa Duomo si perde l’ennesimo pezzo in quanto a negozi storici e non so esprimere la quantità di ricordi e di emozioni legate a quel luogo, non solo nel trovare, finalmente, il disco a lungo deisiderato o il biglietto del concerto, ma anche per il rapporto umano che si creava non solo con i commessi ma anche con gli altri clienti. Negli anni ci sono andato sempre meno spesso, Milano mi è diventata piuttosto indigesta sia per motivi personali, che per il fatto che, in tempi non sospetti, ero già pesantemente affetto da allergia per gli assembramenti. Rappresentava comunque una tappa obbligata ogni volta che capitavo in città ed ho sempre avuto la sensazione che ad anni di distanza i due commessi comunque si ricordassero di me. Non so esprimere altrimenti le sensazioni che mi suscita sapere che non riapriranno più. Dire “una gran tristezza” non mi sembra abbastanza. Ora mi auguro solo che la stessa sorte non tocchi altri negozi storici (il primo che mi viene in mente è il glorioso Rock’n’folk di Torino) io, vivendo nel mezzo tra le due grandi città, ne ho frequentati tanti nei due capoluoghi di regione e sono tutti saldamente presenti nella memoria.

Sicuramente avrete già letto questa notizia su altre webzine che si occupano di metal. O quantomeno lo spero, perché non vorrei essere io a darvi la cattiva notizia, anche se, si sa, ambasciator non porta pena. Ad ogni modo, è quanto si è scoperto ieri; senza comunicato, attraverso un semplice commento della pagina Facebook del […]

via Il Mariposa non riaprirà — Metal Skunk

A.D. 2019

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Ho volutamente aspettato fino alla fine nella speranza di qualche nuovo spunto, mi sono giunti all’orecchio solo i Naga da Metal skunk che però, per quanto mi concerne, pur concordando sui loro meriti, risultano troppo derivativi  per entrare nel novero dei migliori dieci dischi usciti quest’ anno.  Dunque andiamo con ordine.

10. Liquido di morte IIII: Nuova prova per i Milanesi, ancora una volta un disco strumentale carico di pathos e trasporto emozionale. Stavolta si muovono ancora su lidi onirici, spesso dilatati, a volte sottilmente inquietanti. Si confermano come una bella realtà che purtroppo non sono ancora riuscito a vedere dal vivo. Valore aggiunto (senza dubbio) lo stellare artwork di Luca SoloMacello che produce addirittura 200 copertine diverse. Da avere,

9. Crushed curcuma Tinval: Un doveroso omaggio alla Biella che mi piace. Un disco ancora una volta strumentale da parte di un gruppo che va via via aumentando il suo bacino di ascolto, finendo per suonare anche in posti lontani da casa (ultimamente Roma e Milano) e raccogliendo consensi da parte della critica specializzata. La loro proposta promette un tappeto sonoro elettronico sul quale svetta un sassofono in grado di apportare un’ulteriore apertura al suono. A momenti suonano quasi etnici, molto più spesso psichedelici e a tratti dilatati. Difficile descriverli oltre, provate ad addentrarvi e lasciatevi catturare.

8. Saint Vitus Saint Vitus: dentro nuovamente Scott Reagers, fuori Mark Adams, Dave Chandler rimane sempre di più al comando della sua creatura, facendo uscire il secondo disco omonimo della storia del gruppo e centrando l’obbiettivo maggiormente rispetto a quanto fatto anni prima con la formazione con Mr. Wino dietro al microfono. I brani appaiono maggiormente focalizzati, benché la durata del lavoro risulti sempre piuttosto risicata, c’è un impeto maggiore, una maggiore convinzione. Il lavoro appare più organico e coeso ed anche l’ ennesimo reinserimento del cantante originale sembra riuscire più del ritorno con Wino dietro al microfono che, comunque, nel frattempo ha pure trovato il sistema di rientrare egregiamente con gli Obsessed. Non siamo ai livelli del pre-reunion, ma comunque un lavoro per il quale vale la pena di scucire qualche pizza di fango.

7. Edda Fru Fru: Dopo ancora altri ascolti, l’opinione in merito non è cambiata. Si tratta di un’opera frivola e leggera dietro la quale si agita uno degli ultimi artisti sinceri e veri della musica italiana. Graziosa utopia era di un altro pianeta, ciò non significa che questo nuovo non sia piacevole e regali dei momenti di godimento sonoro (e anche lirico) notevoli, pur non raggiungendo certe vette, rimane una spanna sopra ciò che l’ Italia in media ha da offrire.

6. The Haunting Green Natural Extintions: Una gran bella scoperta fatta grazie a Blogthrower. Un duo dedito ad una musica quasi strumentale i cui numi di riferimento sembrano arrivare in parte da certo black metal evoluto ed in parte da una forma di post metal (Neurosis e compagnia), il tutto rivisto in un’ottica molto personale e intensa. assolutamente degni di attenzione e supporto.

5. Monolord No comfort: Un gruppo derivativo, ne convengo. Ma posso fare eccezioni e per loro le eccezioni le faccio più che volentieri. La prima volta che ho ascoltato questo disco mi sono detto che era tutta roba che avevo già sentito da qualche altra parte. Ma poi l’ho ascoltato una seconda, una terza, una quarta volta e così via, finché non sono più riuscito a scrollarmelo di dosso. Non importa se poi i rimandi a Black Sabbath ed Electric Wizard si sprecano, alla fine i Monolord vivono di vita propria. E che vita! Io avrò sempre bisogno di dischi come questo. Grandissimi Monolord!

4. STORM{O} Finis terrae: Non c’erano dubbi che finissero anche i feltrini in questa lista. Un disco vibrante e veemente, nel quale esce probabilmente quello che è il loro lato più nervoso e violento. Un disco teso, instabile eppure solido e con le idee incredibilmente chiare con momenti più riflessivi e, a tratti, quasi evocativi ma che fa dell’impeto il suo credo. Superlativa la prova del batterista Stefano. Tremate. Tutti.

3. Iggy Pop Free: Ho già parlato anche troppo di questo lavoro, se ancora non l’avete ascoltato, fatelo.

2. Chelsea Wolfe Birth of violence: Posso solo aggiungere a quanto riferito  a suo tempo che più uno si inoltra negli ascolti, più le sfumature si insinuano nell’ascoltatore ed il disco aumenta di spessore. Una ulteriore sfumatura di se stessa messa in musica da parte di quella grandissima artista che è Chelsea Wolfe, che con un altro disco superlativo, si conferma ad altissimi livelli.

1. Tool Fear Inoculum: Sono già pienamente al corrente di tutte (e dico tutte) le critiche sono state mosse al gruppo e a questo disco. Alcune le condivido, altre meno, alcune per niente. Però ad un certo punto bisogna anche guardare in faccia alla realtà: questo è stato il disco che ho ascoltato, gradito e ammirato di più durante tutto il 2019. Il resto sono chiacchiere.

Gente che è rimasta fuori:

Sunn 0))): Ben due uscite per il gruppo di O’Malley e Anderson. Nessuna delle due è in lista, eppure sono uno dei miei gruppi preferiti. Pur riconoscendone il valore ed adorando la proposta non li ho messi perché non vedo l’ora di vederli dal vivo e la trasposizione su vinile di quello che sviluppano in sede di concerto non è che un pallido tentativo di descriverlo. Vale la pena averli ed ascoltarli. Comunque.

Baroness e Nick Cave and the Bad Seeds: La verità è che non sono riuscito ad ascoltarli a dovere: i Baroness mi suscitavano emozioni troppo contrastanti e mi mettevano in un pessimo stato d’animo senza una spiegazione oggettiva del perché lo facessero. Di “Ghosteen” ho ascoltato solo un brano che mi è parso più pesante di un macigno. Non ho ancora avuto la presenza di spirito e la forza d’animo per approfondire.

Colle der Fomento e Carmona Retusa: Fuori tempo massimo. Non ho inserito i Colle solo perché l’anno scorso non ho fatto in tempo ad ascoltare debitamente “Adversus” e quest’anno non posso inserirlo perché è temporalmente sbagliato. Comunque il loro lavoro, a mio parere, confermando la mia ignoranza relativa sul genere, rappresenta il più bel disco di rap mai scritto in Italia per testi e musiche.

I Carmona Retusa li ho scoperti in concomitanza con l’intervista rilasciata con Blogthrower ma il loro disco, dal titolo ispirato ad Andrea Pazienza è addirittura uscito a marzo del 2018, quindi nulla. Ciò non tolga nulla al loro valore, sono bravissimi e meritano molto più successo.

Dal vivo

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Aver perso la recente data milanese dei Godspeed you! Black Emperor (o ovunque abbiano deciso di mettere il punto esclamativo) mi è dispiaciuto: purtroppo a volte dopo un lunedì lavorativo farsi, tra andata e ritorno, tre ore di auto con la prospettiva di un intera settimana ancora davanti non aiuta a decidere positivamente. Avevo già avuto due occasioni di vederli dal vivo e restare coinvolto dalla loro grandissima forza corale, dal loro strenuo continuum sonoro che dal vivo si esalta oltremisura. Mancata l’occasione ne colgo un’ altra per mettere su queste pagine qualche considerazione sui gruppi che vanno assolutamente visti dal vivo. In molti casi ben poco di quello che potete sentire su disco sarà in grado di rendere un’ idea di quello che vi aspetta in sede di concerto. Con questi gruppi infatti, ciò che hanno dato alle stampe lambisce appena le emozioni che sono in grado di suscitare nel momento in cui salgono sul palco.

Einstürzende Neubauten: Un bel giorno arriva il momento nel quale uno fa finta di suonare la batteria con  le pentole, l’abbiamo fatto tutti. Ma l’arte suprema del Signor Bargeld e soci sta nel portare tutto ad un livello sublime utilizzando letteralmente qualsiasi cosa come strumento a percussione, facendo suonare saldatori e molle, tubi di plastica ed aria compressa, inventandosi letteralmente gli strumenti in officina e creandogli attorno una proposta musicale che funziona con tanto di cantato in tedesco. Basta ed avanza a far crollare la mandibola… solo che poi si finisce per chiedersi come porteranno tutto questo dal vivo. Io sinceramente mi aspettavo di rimanere deluso: nemmeno per idea. E’ la loro dimensione congeniale, fanno tutto come e meglio che su disco, con una naturalezza disarmante. Su tutti svetta Blixa: quando urla ti fa rizzare peli che nemmeno sapevi di avere, ma il resto del gruppo segue a ruota con una resa sonora che ha dello stupefacente se consideriamo quello che suonano: il palco è una ferramenta ricoperta da microfoni in ogni dove. Forse su disco non si apprezzano altrettanto bene perché non si ha un’idea effettiva di cosa facciano mentre suonano, mentre dal vivo è tutto lì davanti ai tuoi occhi esterrefatti: incredibile. Catturano la tua attenzione come gli sarebbe impossibile fare su disco e suonano come degli dei.

Si vocifera di un nuovo disco nel 2020, speriamo ne segua un tour!

 

Zu: Anche su di loro mi sono già sperticato in lodi più volte, probabilmente (anche per questioni di comodità) sono il gruppo che ho visto più volte dal vivo in senso assoluto e quindi posso ben dirmi esperto delle loro esibizioni live. Già in studio hanno dato più volte prova della loro maestria, dal vivo risultano esplosivi, sia che si esibiscano da soli che in compagnia (negli anni li abbiamo visti con Mike Patton, Joe Lally ed altri) la loro proposta musicale diventa una scheggia impazzita che finisce per afferrarti i sensi e farti concentrare su quell’amalgama assoluta di suoni. Assolutamente da vedere, adesso che è tornato anche Jacopo Battaglia alla batteria e si è aggiunta una chitarra non ci sono scuse che tengano: Nell’ultimo concerto a Torino dissero, usando un francesismo, che non avrebbero più suonato “Carboniferous” perché si sono rotti il cazzo: speriamo che questo implichi nuovo materiale presto…

Godspeed you! Black emperor : L’ ensamble canadese rappresenta la supremazia assoluta della musica: minime concessioni ai singoli strumentisti e impatto corale debordante. Si muovono in sordina entrano sul palco trafelati e silenziosi come ombre e dal silenzio parte la loro progressione sonora senza eguali. Il termine “progressivo” è forse quello che li descrive meglio, ma nella sua definizione originale che poco ha a che fare con l’idea che ci si è fatti di questo termine per definire un genere  negli anni ’70. Pulite lo schermo da idee preconcette i GY!BE le trascendono con una naturalezza impressionante, la loro progressione significa proprio partire dal silenzio per arrivare ad un estasi sonora con pochi eguali nella scena attuale, tanto che vedendoli dal vivo (e azzardando un paragone) la cosa che mi sembra più vicina a loro potrebbe essere il “Bolero” di Ravel traslitterato secondo una decodificazione moderna, elettrica e appassionata:  un crescendo travolgente di emozioni.

Una componente aggiuntiva notevole è inoltre quella visiva: in particolare in una occasione si portarono dietro un proiezionista che mandava spezzoni di film in 8mm come farebbe un dj con la musica, avendo a disposizione diversi proiettori. A un certo punto cominciò ad aggiungere effetti (lenti), filtri, a far bruciare la pellicola creando un’atmosfera assolutamente unica.

 

Sunn O))): Qui siamo all’apoteosi, al punto che uno finisce per comprare i vinili per dare supporto al progetto, li ascolta anche, ma da quando li ha visti dal vivo, sa che nulla è in grado di eguagliare quell’esperienza unica, quel momento estetico di creazione di realtà parallele senza spazio e tempo. Le luci, il fumo, le vibrazioni, l’ aura di un concerto dei Sunn O))) non possono essere riportate su supporto fisico. Occorre esserci e perdersi. Visti nelle situazioni più incredibili (in carcere a Torino, nel labirinto in Emilia, in un cinema di Losanna) ogni volta è un viaggio, ogni volta una scoperta. La prima volta a Bologna c’era di che essere sconvolti, solo in due sul palco produssero una tale ventata sonora che occorreva aggrapparsi per stare fermi, con tutti gli organi interni in vibrazione… Potrei stare qui per ore a parlarne e comunque non riuscirei a rendere l’idea. Il prossimo gennaio saranno a Trezzo, un po’ di delusione per il locale, fin troppo convenzionale, però ho già i biglietti in tasca.

N.B.: Ho lasciato fuori gruppi assolutamente meritevoli come Neurosis, Tool, High On Fire, Melvins etc… non perché vederli dal vivo non sia intenso o emozionante, ma perché non mi ha spiazzato così tanto rispetto a sentirli su disco (a parte l’aspetto visivo degli show dei primi due che è assolutamente notevole), qui ci sono gruppi che dal vivo assumono una statura tale che è quasi inimmaginabile sentendoli su disco.

…A parte il fatto che ora so anche chi sono

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Torno, dopo mesi di assenza per parlare dell’adolescenza. Ritardata, che oggi si diventa adulti anche più tardi. Dopo aver letto l’amico di Neuroni mi sono comprato il demo dei Lomax. Accidenti a loro: mi piacciono. Non solo mi piacciono, mi hanno fatto diventare nostalgico della mia adolescenza.

Non so come si faccia ad essere nostalgico di un siffatto periodo, penseranno i più. In verità, per me, l’adolescenza non è stata l’età delle stupidaggini, è stato un periodo travagliato, ma è stato il periodo maggiormente istruttivo ed evolutivo della mia esistenza. Non amando particolarmente l’800 italiano letterariamente parlando, mi ricordo a malapena del fanciullino di Pascoli, l’autore sosteneva che ognuno di noi dovrebbe avere dentro di se stesso lo spirito di un fanciullo, mantenerne la purezza. A me sembra invece che, per quanto mi riguarda, io voglia mantenere dentro di me lo spirito di un adolescente in perenne (e affannosa) ricerca di se stesso, in conflitto col mondo, in confusione continua, non abbastanza uomo e nemmeno abbastanza ragazzo (avete presente eighteen?). Un caos completo, in completa ed eterna agitazione.  Che mi costringa a non rimanere fermo, a rifiutare il quieto vivere e le convenzioni, un ribelle antisociale e con tendenze depressive/autodistruttive.

Oggi non potrei vivere come un adolescente, sarebbe ridicolo, eppure nemmeno posso sedermi e dimenticare quello che sono stato, i pensieri di allora, per quanto utopici ed irrealizzabili, continuano a bruciarmi dentro.

I tre film che amo maggiormente sull’adolescenza sono:

Fucking Åmål

-Paranoid Park

-Fa’ la cosa sbagliata

Non posso essere lui, però ho bisogno di quell’adolescente, senza di lui sono un patetico borghese privo di personalità ed asservito alla parte pratica e convenzionale della vita. La parte che mi fa più orrore. Il problema però è che quando hai l’età di un adolescente, quando sbagli la gente è più tollerante, man mano che cresci, gli errori li paghi molto più cari ed è per questo che quell’adolescente si nasconde da qualche parte, in qualche anfratto del cervello. Forse è inaccettabile per la società che un adulto sia ancora in perenne ricerca, faccia ancora errori come un ragazzo. Forse, ad un certo punto, dovrebbe calmarsi, abbassare la testa, lavorare e pensare al mutuo, alla casa e alla famiglia. Certo, contateci. Non che non siano aspetti importanti, ma il giorno in cui mi lascerò travolgere da queste cose qualcuno mi finisca, per pietà.

I Lomax parlano di odio e augurano la morte alle persone, quando ero adolescente lo facevo anche io. I Lomax sono arrabbiati e disillusi come lo ero io. Nei momenti più rabbiosi la musica era il canale giusto per convogliare la negatività verso qualcosa di più costruttivo, forse la ricerca di anime affini, forse di compagni di viaggio, forse persone che con la loro musica possano leggerti dentro ed aiutarti a capire chi sei. o forse, semplicemente trasfigurava la tua rabbia repressa e ti impediva di sfasciare tutto, riuscendoci solo a volte (ha ha ha).

I Lomax sono giovani ma musicalmente parlano un linguaggio che nasce da musica di venti o trenta anni fa e forse per questo li capisco. Mi vengono in mente i Dinosaur Jr. in “Rigore”, i Joy Division in “Mahnattan” o il cantato di Ferretti (terra emiliana non mente?) in “Non vedo l’ora che muori”. Tuttavia, se fosse mero citazionismo il loro, non starei qui a parlarne. Questi ragazzi hanno personalità e coraggio da vendere. Distorsioni, feedback e una doppia voce strafottente e sbeffeggiante. Sfrontati perdenti consapevoli, che però stavolta hanno vinto: in fondo dare contro a se stessi a volte sprona a farcela.

Ora so meglio chi sono, come nella citazione di Edda nel titolo. Ho una consapevolezza e delle responsabilità in più ma non ho ucciso quella parte di me.

“Questo è per i cuori che ancora battono”

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Forse sembrerà strano, eppure è un verso dei Converge (“First light/ Last light” da “You fail me”)

L’ Hardcore è musica viscerale, ferale, istintiva. Nata dal disagio e dall’iconoclastia del punk nichilista eppure consegue ad essa, si ribella alla tabula rasa mutandosi in costruzione, tentando di rimettersi in moto, come un cuore che, dopo una violenta scossa di defibrillatore, riparte più determinato di prima. Si nutre di rabbia: di quella positiva, di quella che fa reagire. Di quella che fa immaginare un mondo diverso e migliore, libero dal peso dello sfruttamento e dalle diseguaglianze, che lascia spazio (finalmente) ai sogni ed alle utopie.

Non sempre il mezzo, la violenza a lungo invocata, può essere condivisibile tuttavia, se si limita alla musica, non può far male.

Sebastian invece ama un’altra musica: il Jazz. Il Jazz è soprattutto comunicazione, ad un livello più ancestrale e profondo delle parole, una comunicazione fatta di musica.

Avede mai visto un musicista sorridere mentre un altro suona? Ebbene è probabile che il primo abbia appena accennato a qualcosa di spiritoso, solo che non l’ha fatto a parole.

E Sebastian ama Mia. Lei è bellissma, lui brillante e pieno di passione: questo la conquista e questo apre le porte al loro sogno. Due ribelli con una causa.  Fatta di stelle proiettate nel cielo, della stessa materia di cui sono fatti musica e teatro. Il sogno è la loro storia, bohemien ed idilliaca, in una città fatta di stelle che non si incendiano e non cadono, ma che non per questo non portano con loro dei desideri.

Qualcosa di eterno sovviene all’anima sotto le stelle. Qualcosa che, nonostante tutto, resiste, una luce che non si può spegnere, anche se vive solo di un fuggevole sguardo al passato.

Una luce che ferisce per le possibilità perdute, per gli orizzonti che non tornano mai. Una luce che, ciò nonostante, freme per non consumarsi e continua a baluginare, per quanto triste e afflitto sia ora il suo brillare. Un cuore che batte e la sostiene, un motore occulto di una passione sommessa che arde come brace sotto strati e strati di cenere, gettati crudelmente dal mondo e dagli eventi che ora li separano.

Seb e Mia si sono persi inseguendo i loro sogni separatamente ma, prima di questo, hanno sognato tanto assieme.

Su uno schermo, in qualche cinema, il loro sogno vive ancora. In cinemascope su una superficie argentata ed intrisa di fascino, nei ricordi di chi ha assistito ai loro sguardi.

Il sogno finge d’essere immortale, si ammanta di lirismo e di struggente nostalgia. Serra la gola in un nodo che si sente appena eppure toglie un poco il respiro.

Soprattutto il sogno sarà in perenne lotta per non farsi disarmare dal quotidiano, per non farsi imbruttire dalla realtà, per non farsi inghiottire, lui che può, in una quieta rassegnazione.

“L’innamorato, come il poeta, è una minaccia per la catena di montaggio” Rollo May “Love and Will”.

Barrett fluxus

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[Syd tu guardi a te stesso come a un uomo-vegetale, io mi sento di più come un elefante effervescente]

Dissolversi in mille milioni di bollicine.

Non esistere ogni tanto è un’idea affascinante, non fare alcuna differenza a questo mondo già assai poco rilevante. Non aver mai calcato suolo alcuno. E vedere, dal nulla, che succede. Un occhio che osserva dal vuoto. Un paradosso effervescente, iniettato di sangue, che osserva benché non esista.

Vedere com’è fatto il mondo senza di me. Come sarebbe la vita di ogni persona che ho conosciuto se non fossi mai esistito. Io non ci sono mai stato. Nessuno può aver mai detto di conoscermi, di aver provato un flebile sentimento nei miei riguardi. Suadente desiderio di non esistere. Di non essere mai esistito.

Dura un attimo, poi mi accorgo di esserci. O di esserci stato.

E allora non riesco a non esistere.

Sono l’anello di congiunzione tra Syd Barrett e i Fluxus.

 

Count down to 2017

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Odio capodanno. Amo l’inverno. E’ il periodo per tirare le somme. Ma è una mera convenzione presa in prestito da anni di calendario gregoriano. Potrei tirare le somme anche a marzo o a novembre, ma oramai ho cominciato a farlo a dicembre e mantengo le tradizioni. Odio le tradizioni, le occasioni, le feste comandate. Non mi servono per ricordarmi le cose. Non le festeggio. Sdegno le convenzioni eppure ne accetto una minima parte per inerzia e per pigrizia. E perché alla fine di ogni anno devo tirarne le somme musicalmente parlando, almeno per ricordarmi di dov’ero e cosa facevo. Capirete cosa state per affrontare. 10 dischi per il 2016. E via.

10. Deftones “Gore”

Tutti hanno fatto a gara a parlare male di questo disco. Spero si divertano. A me è piaciuto. E’ da due tornate discografiche che i Deftones mi emozionano, certo, non come negli anni ’90 ma, a mio parere, hanno riguadagnato smalto e ispirazione. Felice di essere l’unico a pensarla in questo modo. In particolare “Phantom bride”, bellissimo testo e chitarra di Jerry Cantrell.

09. Melvins: “Basses unloaded”

Non potevano mancare. Un gruppo degno di venerazione, anche se ultimamente Dale e Buzz finiscano per timbrare dignitosamente il cartellino ogni anno, in compagnia di questo o quell’amico a me non importa. Penso che i due abbiano abbiano ampiamente dimostrato tutto quello che dovevano e adesso finiscano per mantenersi senza dover cercarsi un lavoro comune. Rimane il fatto che Mr. King, per quanto mi concerne, è secondo solo a Mr. Iommi per la capacità di mettere in fila delle semplici note. Up the Melvins no matther who plays bass!

08. Iggy Pop “Post Pop Depression”

Bowie è morto. E non troverete il suo disco in questa lista, così come non troverete quello di Leonard Cohen. Non li ho ascoltati, non volevo gettarmi nel calderone delle condoglianze, della tristezza, dei riconoscimenti dovuti per due artisti che non ho approfondito come avrei dovuto. Al cordoglio ci ha pensato Iggy e lascio a lui la parola per piangere Bowie. Pensatela come volete, questo disco, per me, è un enorme tributo al Duca Bianco, ripesca l’atmosfera di “The Idiot”, il primo disco della nuova carriera dell’iguana solista, in tutto e per tutto patrocinata dall’amico. E mi faccio beffe di tutti quelli che sono stati delusi aspettandosi che Josh Homme prendesse il posto di Ron Asheton per dare vita ad una nuova incarnazione degli Stooges. Le sue parti di chitarra avrebbe potuto suonarle chiunque, però fortunatamente il disco funziona.

07.In the woods… “Pure”

Un ritorno che non ti aspetti per una band norvegese che ha prodotto uno dei dischi più toccanti degli anni ’90 (“Omnio”) e come al solito non sai cosa aspettarti. Avrebbero potuto rovinare ogni bel ricordo… e fortunatamente non lo fanno, la paura era tanta. Certo a volte il disco suona stanco e fatica a prendere il volo, ma nella seconda parte sembra veramente ritornato agli antichi fasti, lontane le radici black metal, la fiamma del prog è ancora splendente e tutt’altro che autoindulgente. Bentornati.

06. Liquido di Morte “II”

Un disco strumentale? Certo. E’ una rarità che non può mancare, soprattutto se si tratta di uno dei migliori gruppi italiani al momento. Coinvolgenti. Ipnotici. Ispirati. Occorre essere dello stato d’animo adatto ma poi ti trascinano via. Lontano.

05. Kvelertak: Nattesferd

I gufi non sono quel che sembrano. I Kvelertak escono dal pantano (per quanto intrigante) del loro secondo lavoro e ritornano con un disco fresco dal deciso piglio rock’n’roll con pochi fronzoli e molta decisione. In pochi ci avrebbero scommesso eppure il disco vince in freschezza compositiva e trascinante foga. Mischiare black metal e rock può sembrare azzardato e loro ci sono riusciti, riprendere le redini di una proposta che aveva mostrato un po’ la corda solo alla seconda uscita forse era ancora più difficile. Ora non c’è due senza tre. Norway, here we come!

04. Darkthrone: Arctic Thunder

Io e l’altro unimog consideriamo i Darkthrone come i nostri padri spirituali, specialmente dopo l’abbandono della fase blackmetal. A loro non importa nulla e nemmeno a noi. Impegnati nella loro sempiterna crociata per il metal, quello esente da ogni suono plastificato, che ha il suo habitat naturale in qualche bunker svizzero impenetrabile nella prima metà degli anni ottanta, come fai a non stimarli? Quando poi abbiamo visto un fuoco rupestre in copertina, la vicinanza si è accorciata ancora. Rustici e veri, nel senso più genuino del termine, incidono un altro disco alla faccia di chi gli vuol male. E tanto basta.

03. Nick Cave and the Bad Seeds: “Skeleton tree”

Credo di aver scritto già a sufficienza di questo disco quando uscì. E visto che fa della sottrazione la sua forza non mi sento di aggiungere nulla se non che, a ben vedere, dovrebbe essere fuori “classifica” in quanto troppo intimo e sofferto per poter figurare in una cosa così frivola e vacua. Ci finisce solo perché non posso non ricordare un dico come questo. Curioso come la separazione tra lui e Blixa alla fine ce li restituisca entrambi in splendida forma (così ricordo anche “Nerissimo” e il bellissimo concerto a Milano con Teho Teardo).

02. Klimt 1918: “Sentimentale jugend”

Otto lunghissimi anni di silenzio. A me i Klimt 1918 sono mancati e parecchio. Il mio incontro con loro avvenne in una situazione che mi rende impossibile non considerarli vicini al cuore. Durante un viaggio a Vienna, in pieno trip Klimtiano da tre musei al giorno senza tregua, entro in un negozio di dischi (c’erano dubbi?) e scartabellando tra i CD mi viene tra le mani il loro, bellissimo, “Dopoguerra”. L’ho preso come un segno del destino e da allora occupano un posto speciale tra i miei ascolti.

Un doppio CD potrebbe essere una mossa decisamente pretenziosa e forse azzardata. Ebbene non lo è. Il lavoro è inteso, pregno di lirismo e ispirazione, magari non semplice da ascoltare di seguito eppure assolutamente affascinante nel concept (Germania anni ’80 e Roma), soavemente etereo e atmosferico. Non fateci mai più attendere tanto!

01. Neurosis: “Fires within fires”

Mi spiace, nessuna sorpresa. Dopo 10 minuti della loro esibizione bresciana dello scorso 11 agosto avevano agilmente spazzato via qualsiasi cosa avessi visto dal vivo nell’ultimo periodo. Semplicemente questo. Possiedono un’intensità ineguagliabile. Un suono personale e mutevole, senza che per questo si snaturi. Evolvono disco dopo disco, concerto dopo concerto. La loro ultima incarnazione è scarna, essenziale diretta.

Dritta al cuore, dritta all’anima all’origine stessa della musica. Il viaggio continua.

In Busta Chiusa: V – Veloce — Fuochi Anarchici

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Veloce come un bel libro Sai, piccola L, il mondo è un posto strano. Ha tante cose bellissime, ma anche tanti difetti. Uno dei peggiori, forse perché non c’è modo di correggerlo, è il suo sfrecciare veloce attraverso il monotono ma inesorabile ticchettio del tempo. È difficile da spiegare, soprattutto a chi, come […]

via In Busta Chiusa: V – Veloce — Fuochi Anarchici

Nero in copertina

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Nick Cave appartiene a quel periodo della mia (fortunata) formazione musicale nel quale ogni nuovo artista che incrociava il mio udito rappresentava un viaggio, un mondo da scoprire, una terra incognita da esplorare. E di cose da scoprire con lui ce ne sono state tante, molto poche rassicuranti, comode o semplici ma molto spesso intense, ispirate e sincere.

Nick Cave ha rappresentato, per me, un prototipo dell’artista, uno che non teme di mettersi a nudo, fin sotto la pelle, tra i muscoli, in mezzo alle ossa, dentro al midollo. Nick the stripper, appunto. E quando uno con quella fama pubblica un disco dalla copertina nera e dal titolo Albero scheletrico cosa puoi aspettarti?

Ammetto che ci eravamo allontanati: album come Nocturama o Dig, Lazarus, dig!!! (ma non il meraviglioso doppio Abbattoir blues/Lyre of orpheus) o anche il secondo Grinderman mi avevano un po’ deluso ma poi Push the sky away aveva magicamente riacceso la luce sul gruppo, tutto in quell’album (a partire dalla copertina sovraesposta) appariva pieno di luce anche se rarefatto (non che sia un male, beninteso) e comunque distante dalle vecchie produzioni, ma in modo interessante e fresco.

Poi la tragedia che una volta ancora ha colpito quest’uomo, la tragica perdita del figlio. Il nero che scende su di lui. E lui che ritorna alla radice: al suono delle sue corde vocali. E’ un processo che mi sembra familiare, di fronte ad una tragedia torna a ciò che conosci, ad un porto sicuro a qualcosa su cui puoi contare e riparti da lì. E lui riparte dal nero, riparte dalla sua voce dalla sua fedele compagna, anno dopo anno, incisa sui suoi dischi. Ha portato la sua poesia a tante, tantissime persone che in essa si sono riconosciute, perse, ritrovate ed in fine ammantate di bellezza, per quanto a volte tragica o sporca, sicuramente mai facile.

Stavolta la musica gli fa da cornice, resta in sottofondo, lo accompagna facendosi sentire, ma con discrezione, quasi rispettosa dell’abisso nel quale Cave è stato costretto a guardare.

Ho letto parole come capolavoro per definire quest’album. Non so se lo è, so che non ha bisogno di esserlo. Il tempo dirà come potrà incastrarsi nel suo immaginario, nelle sue esperienze, nella sua vita. Ma a ben pensarci, importa davvero?

Se volete la mia opinione, no non importa. Liberatevi dalle domande e ascoltate, riascoltate e ascoltate ancora poiché questo lavoro ha tanto da dire, senza inutili sovrastrutture o classificazioni. Non perdete tempo a analizzare, a formulare opinioni, una volta tanto non ce n’è bisogno. Tutto è sotto i vostri occhi, a cavallo di quel particolare filo che unisce musicista ed ascoltatore.