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Boredom has come to town

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Ad una certa età non saper ciò che si vuole è grave, se non proprio pericoloso. A volte sembra di essersi rammolliti. La città dove vivo l’ho odiata profondamente quando ero un adolescente, adesso mi ci sento a casa, vorrà pur dire qualcosa. Di preciso non saprei. Il punto è che quando sei adolescente necessiti di informazioni ed internet non c’è sempre stato, anche se sembrebbe di sì.

Vivere in un bastardo posto è dura quando ancora non sai bene chi sei. Quando hai fame di conosenza e di esperienza, quando vuoi metterti continuamente alla prova, per capire chi sei e come ti rapporti con l’esterno. Sembra che manchi l’aria ed anche la possibilità di esprimersi, sembra che non ci sia spazio per le tue idee soprattutto se rifiuti di accettare il fatto che la maggiorparte della gente non la pensa come te. E’ un maledetto labirinto. E ti senti asfissiare.

La nostra mi appariva come la città della noia. La città dei vicoli senza uscita. Nonostante tutto c’è sempre stato un calamitone sulle nostre teste che ci ha impedito di andarcene. Personalmente ho sempre pensato che Morrisey cantasse anche di noialtri in “Everyday is like sunday” e poi sognato di fughe fantastiche a Camden Town, Gamla Stan, Staré Město… e chissà dove altro.

Eppure sono rimasto a stringere i denti, disperarmi e provare cose a me stesso. Non è stata proprio vigliaccheria, ma nemmeno si può dire che io abbia fatto poi così tanto per andarmene. Per un qualche motivo, a un certo punto, ha smesso di pesarmi, ho smesso di andare dritto contro un muro. Non ci avrei scommesso un centesimo e ce ne è voluto di tempo. Ma è successo.

Inconsciamente ho mandato tutto al diavolo. Ha smesso di importarmi. Ho deciso di fare altro.

E quel che faccio adesso è semplicemente provare a vivere. Ebbene ho la presunzione di credere di sapere in parte chi sono e quel che voglio. Dopo di che molte delle cose che mi facevano struggere e soffrire hanno smesso di farlo (o lo fanno molto meno), dopo di che ho smesso di dover provare qualcosa a me stesso ogni due secondi. Respiro profondamente, cerco il coraggio e bramo l’esperienza.

Prendi ogni decisione nel giro di sette respiri. Tratta le questioni importanti con leggerezza, dà importanza alle questioni leggere.

Risaie.

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Facevo a serpentina tra i riquadri di terreno seminati a riso. Era buio pesto ed ero stanco, c’erano riflessi e lampi dei fari delle auto che non riuscivano a vincere sull’oscurità. Un sentimento greve che mi auscultava il petto, ah gelido stetoscopio: un cuore che batte nel buio non necessita di essere amplificato per essere sentito. E’ un tamburo che si agita, poi si calma e poi s’agita ancora! Credeteci, il nulla circostante è sufficiente come cassa di risonanza, non abbisogna d’altro: davvero gli basta battere, battere e poi battere e non smettere. Non gli serve vedere la luce per sapere che esiste.

Se un’immagine è immortale che lo sia per sempre dunque. Se il buio delle pupille s’è fermato, che si fermi innanzi ad un altro buio, sia pure con un’anima dietro. Lo specchio della mia anima si arrossa spesso di sangue. E’ fastidioso ma non fa così tanto male, questione di abitudini, sbagliate quanto volete. Ci sono specchi d’acqua tutto intorno ma solo un pensiero banale fa pensare che siano piantagioni. Un bambino ci vorrebbe nuotare dentro, incurante delle bisce e dei veleni. Un bambino ci starebbe giorni e giorni e sarebbe un bel teatro per le sue bracciate spensierate, una bella fucina per i suoi sogni incontaminati.

A volte penso che la paura sia solo di questo mondo. A volte penso che tu la possa  vincere. E questo pensiero mi fa sorridere. E mi fa pensare che mentre percorro strade solitarie ed oscure, sotto la pioggia e circondato dall’acqua, c’è sempre una luce che non si spegne mai.

Passione inconfessata

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E’ una cosa della quale mi ero dimenticato. Sono colpevole di aver dimenticato una delle mie passioni più solitarie e intime di quando ero bambino. Aprire un atlante e trovarsi davanti un mondo nuovo. Che poi corrisponde anche al mondo. Da piccolo adoravo quelle pagine, seguire il bordo frastagliato di una costa e chiedersi chi mai poteva vivere proprio lì, che genere di panorama poteva presentarsi davanti ai suoi occhi e se davvero i suoi pensieri erano diversi dai miei, essendo stato influenzato da un ambiente totalmente differente, avendo vissuto in un’ altra parte della carta.

La cosa più incredibile erano i dettagli: quanto fossero precisi e quanto ancora potevano esplodere davanti agli occhi di chi si fosse trovato improvvisamente in quel posto, come se la forza di volontà ti rendesse in grado di far coincidere realtà e fantasia, come se davvero potessi soddisfare immediatamente la tua curiosità di bambino. Io mi soffermavo sulle città, soprattutto su quelle di cui non avevo mai sentito parlare, quelle leggendarie e quelle esotiche a loro modo. Ed ecco allora Arcangelo, che mi sembrava situata in un posto dove dovesse esserci il nulla più assoluto, da qualche parte in Russia, con un nome che evocava figure discese dal cielo. Thule, col suo piccolo cerchiolino vuoto a nord della Groenlandia, ultimo leggendario baluardo umano prima di un maestoso regno di ghiaccio. Ulaan-Bataar persa nelle steppe sconfinate e misteriose, in una nazione dove il deserto è sinonimo di freddo. Singapore che restava indefinita nel suo rimescolarsi, oppure ancora il cratere di Mexico City, il sole di Nassau, le chiuse di Panama, le impronunciabili città della Kamchatka, che, per me non esisteva solo sul risiko.

Per mia deformazione mentale, poi confermata dal tempo, mi concentravo tantissimo a nord: avevo l’idea che le condizioni climatiche estreme rendessero in qualche modo le persone più solitarie, ma anche istintivamente solidali e leali. Coltivavo l’impressione che quella minaccia fatta di buio e ghiaccio, potesse essere mitigata dalla luce delle aurore boreali e della luna. Che la neve potesse imprigionare una bellezza ermetica e che il buio racchiudesse non tanto la possibilità di non vedere, quanto quella di vedere tutte le cose. Era il bello di non dover per forza dover essere razionale e dire “fa troppo freddo là”. Ci pensavano gli altri il cui sport preferito, quando avevo l’ardire di accennare questa mia passione innaturale, era quello di farmi rimettere i piedi per terra dicendomi che la vita lassù sarebbe stata impossibile, che il clima mi avrebbe ucciso e sarei morto di solitudine e di ipotermia. Per me il gioco sarebbe valso la candela allora, e qualche volta, anche adesso quindi, forse, non sono del tutto senza speranza.

Dopo sono arrivate le città invisibili di Calvino e, recentemente, L’atlante delle isole remote di Judith Schalansky.

Isola degli Orsi
Isola degli Orsi

E alla fine cosa siamo senza passione?!

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Con questo interrogativo dall’esito scontato il compare giustifica l’insano gesto. Che si traduce in una disperata, strenua trasferta a Milano, per vedere quattro giapponesi più una suonare come dei Black Sabbath pesanti e strafatti. Roba per noialtri insomma. Roba senza la quale non potremmo non dico vivere ma avere una certa dignità innanzi a noi stessi. Ha ha.

Il punto è che ha ragione, ascolto musica da una vita e non mi ha mai abbandonato, è sempre stata fedele e presente. E probabilmente il concerto è l’espressione massima di tutto questo. Lo è sicuramente per i Church Of Misery, e per spezzare un digiuno che oramai sapeva di uno stantio imborghesire, abbiamo scelto loro. Non è stata una scelta casuale: oramai siamo alla terza volta che ne gustiamo le performance. La prima volta, quella della rivelazione, fu nella bassa trevigiana dove un manipolo di uomini locali li aveva chiamati a suonare al loro centro ricreativo, con anche i Minsk e una selezione di gentaglia locale, per dar vita ad un mini festival ruspante e fraterno, una cosa che difficilmente scorderemo, come pure la puntata in terra del prosecco (e della grappa) del giorno susseguente.

La seconda volta non riuscimmo a vederli come si deve al confusionario, quanto lodevole nelle intenzioni, MiOdi di qualche anno fa. Stavolta la cosa è diversa. Spesso eventi contingenti ci portano a lasciare in un angolo le nostre passioni, quello che più ci piace fare. Però queste non possono soccombere in eterno.

“That is not dead which can eternal lie,  And with strange aeons even death may die.”

Questo lo sapete tutti, mi auguro. E infatti risorge, la passione risorge. E lo fa in in tripudio di valvole affumicate! Se abbiamo scelto i CoM, lo abbiamo fatto perché dal vivo sono spettacolari. Se su disco la loro miscela di groove sabbathiano (e settantiano) e serial killers (ognuno ha le sue ossessioni) fa sfrigolare gli amplificatori a dovere, anche senza brillare in originalità, dal vivo la presenza fisica, elettrica e vibrante dei nostri diventa incontenibile. Straripante.

Questi quattro giapponesi riaccendono tutto ed il fuoco divampa in un attimo e cammina con noi. All’entrata ci accaparriamo le ultime due copie in vinile di “The second coming” con mr. Bundy in copertina, con buona pace di tutti gli altri intervenuti. La ragazza nipponica ci resta di stucco quando specifichiamo che ne vogliamo due, cosa del resto ovvia per noi. Si prosegue tra un amaro (mai notato che il dozzinale montenegro sembra chinotto alcolico?!) e quattro chiacchiere, per ammazzare il tempo aspettando che il gruppo di supporto finisca.

Poi finalmente, in netto anticipo per i pessimi standard del Magnolia, iniziano ed è come se il tempo intercorso dal primo concerto non fosse mai passato, certo: cantante e chitarrista sono cambiati, ma lo spirito è sempre quello. E pare che ogni nota concorra a ricordarci chi siamo, cosa ascoltiamo, un po’ tutte le avventure vissute assieme. Una passione che si riafferma, che non si arrende e non si estingue. Siamo noi e la musica: i piatti, le corde, i cavi, i coni, le pelli e le valvole.

Church of Misery live @ Magnolia 04/02/2014
Church of Misery live @ Magnolia 04/02/2014
Church of Misery live @ Magnolia 04/02/2014
Church of Misery live @ Magnolia 04/02/2014
Church of Misery live @ Magnolia 04/02/2014
Church of Misery live @ Magnolia 04/02/2014

Going Through Changes

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E’ l’alba appena fuori Milano, anzi è prima dell’alba. Le figure si muovono come spettri senza volto e senza umanità nella bruma del primo mattino. E io sbaglio tragicamente strada: una volta in più, la città non fa per me, nemmeno quando c’è poco traffico. Non reggo quel gomitolo impersonale di strade, quel continuo e caotico ingarbugliarsi di vite e di linee. Linee come strade, rotaie, navigli, fili elettrici, tubature. La tensione sale dall’ asfalto, diretta. Arriva come un clacson a ciel sereno. E mi scatena la tempesta. Mi tende i nervi.

Mi infilo a forza per le strade, tirandomi dietro gli strali. Mi incuneo alla fine di un semaforo giallo, magari un occhio elettrico mi sta spiando a scopo estorsivo. Non puoi mai saperlo. Ma continuo ad essere teso, non posso ascoltare nulla che sia teso come me.

Mi sono portato Mark Lanegan apposta, la sua nuova raccolta è uscita da poco. “Mocking birds” mi avvolge come una morbida ventata di malto, appena irruvidita da un sentore di torba. Quando alzo gli occhi mi accorgo che la luce sta cambiando. Quando mi guardo dentro mi accorgo che io sto cambiando.

Un po’ di tempo c’era su internet un giochino secondo il quale la prima parola che scorgevi in un’insieme di lettere avrebbe rappresentato il tuo nuovo anno. Magari a volte ci prendono, la mia era “experience”. Certo, se il mondo fosse un posto perfetto, subito dopo avrei vinto un viaggio all’indietro nel tempo a vedere l’unica, vera e leggendaria “Experience” quella con la “E” maiuscola, quella ai cui concerti le chitarre suonavano come treni e poi prendevano fuoco.

Ovviamente l’esperienza in questione è molto più terra terra ma, per riprendere le fila, è una cosa che ho voglia di fare, una cosa per me abbastanza nuova, che, ovviamente, per gli altri è normale. Tutto ciò non significa che abbandonerò le cose in cui credo, tenterò di farle coesistere, a modo mio. Finora l’esperimento è sempre più o meno fallito, ma stavolta le premesse sono molto migliori.

Certe cose dentro di me non sono fatte per essere cambiate: ci ho messo una vita a capire chi sono e cosa voglio, non sarà quest’esperienza a farmi buttare le altre alle ortiche, non sarà questa a farmi dimenticare chi sono. Ho amato gli ideali, ho sacrificato tanto per essi ma mi sono accorto che alla fine soffocano. Ti fanno mancare l’aria. Hanno spire da boa constrictor e stringono. Loro resteranno lì a ricordarmi a quale asintoto io debba tendere, ma mi lasceranno respirare stavolta.

Watch out ya rock’n’rollers

Incontri Estivi

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Pier Vittorio Tondelli, Altri Libertini, Feltrinelli 1980
Pier Vittorio Tondelli, Altri Libertini, Feltrinelli 1980

Dopo aver rimandato mille volte a causa di chissà quali paventati impegni, quest’estate ho fatto la conoscenza di “Altri Libertini” di Pier Vittorio Tondelli. Amo i libri censurati ed amo chi li censura perché mi ricorda che la libertà di espressione è una conquista. Finché ci sarà censura ci sarà anche chi si batte contro di essa e questa è un’ottima cosa, tempra il carattere, fortifica lo spirito ed inorgoglisce l’arte. Di solito si tratta di persone interessanti che sanno quale valore abbia la lotta e quanto bello sia esprimersi senza dover pensare a quanto questo possa urtare i benpensanti. Ci vogliono anche loro: è un ruolo fondamentale perché altrimenti non saremmo schifati abbastanza dallo squallore del loro essere limitati e si finirebbe in un paludoso quieto vivere che è anche peggio della censura.

Non ci fa paura, anzi ci stimola a non desistere e, se siamo fortunati, ci fa anche pubblicità gratuita.

Buona parte dei benpensanti arriva dalla provincia, che è un luogo magico. Non a caso “Altri Libertini” venne messo sotto sequestro (risibile, considerato che il libro era ormai alla terza edizione) dalla procura dell’Aquila, che pure dovrebbe essere città universitaria ed aperta culturalmente parlando. La provincia, dicevamo, un luogo dove la cultura più fastidiosa viene tenuta fuori dalla porta. Un luogo dove non arrivavano certi dischi prima degli anni novanta. Un luogo dove il denaro, la razza e il conformismo sono ancora dei valori, se dio vuole. Un luogo dove per lungo tempo non si è fatto altro che lavorare e tacere, forse pregare.

Ritrovarsi fuori dal caotico rimescolamento metropolitano e godersi la quiete  ha il suo prezzo ed è questo. Io e l’altra metà del bassistico duo l’abbiamo chiamato “calamitone” e Biella ce l’ha e piuttosto potente. E’ quella forza che ti attira nuovamente alla tua piccola e ristretta cittadina, quando tenti di andare ad un concerto e lei sfodera nebbia e neve per fermarti, è quel torpore dell’anima che ti fa pensare che, in fondo, non è tanto male rimanere a casa a roderti il fegato, è quel sinistro richiamo all’indolenza, al quieto vivere, al silenzio-assenso, è quel quieto tramare dei tuoi concittadini quando si accorgono che stai facendo del tuo meglio per sottrarti al magnetismo seducente e comodo della mediocrità e cercano di trascinarti nuovamente verso il loro baricentro paludoso. Ce l’ha anche Correggio, Tondelli l’aveva già descritto trent’anni prima di noi. E’ tutto in “Autobahn” l’ultimo racconto del libro, il resto sta al lettore curioso scoprirlo.

[youtube http://www.youtube.com/watch?v=vrpJB7ucC5Y]

Il più grande juke-box della terra

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Il mio neurone addetto all'attivazione del Juke-Box
Il mio neurone addetto all’attivazione del Juke-Box

Ed il viaggio fu. Salto sulla moto con un’irruenza non comune pronto ad aggredire la strada, non curante del fatto che io sia su uno scooter e non su una speed triple. Siamo io, la moto e l’asfalto. E i cartelli stradali. Nell’era digitale è ancora possibile fare un viaggio seguendo solo i cartelli. Di solito fanno pena ma, nel mio caso, effettivamente l’unica volta che ho sbagliato strada sono finito davanti ad un outlet di una notissima marca di cioccolato svizzero e ci può anche stare.

Qualcuno potrà domandarsi come faccia uno che ascolta e respira musica continuamente senza lo straccio di un’autoradio. Semplice, io sono il più grande juke-box della terra. La mia mente ha un database infinito per la musica che mi ha permesso più e più volte di non impazzire anche quando, tempo fa, il mio ex-lavoro si era trasformato in una sorta di stalag: cantavo nel laboratorio, cantavo in produzione, cantavo nel grigio dei magazzini. Cantare migliora le cose, sempre. Ed anche quando non puoi cantare avere una canzone in testa è una promessa di libertà, una ribellione alla realtà, io l’ho sempre vissuta così. Per quanto possano picchiare duro, ho una potente alleata al fianco. Una compagna che mi sostiene e mi rende libero: artisti con cui confrontarmi, idee da sviluppare, libertà da conquistare. Musica.

Music is your only friend… until the end!

[youtube http://www.youtube.com/watch?v=jLAr-WlxMZY]

Quindi se vedete un pazzo che gira in scooter canticchiando praticamente qualsiasi cosa, probabilmente sono io.

Poiché poi funziona random, di solito sono canzoni che mi piacciono, ma non è raro che saltino fuori sigle dei cartoni animate, jingle di vecchie pubblicità e canzoni improponibili assortite, mica ho voglia di censurarmi… e chi mi sente? E, comunque, chissenefrega?

Il problema è che se, peccando di spudorata immodestia, posso pensare a me stesso come una sorta di uomo libro della musica (citando “Farenheit 451”) quando sono tornato, mi sono recato, in compagnia di amici, ad una delle più note feste di paese locali assistendo alla seguente chicca (attenzione, i più sensibili non dovrebbero schiacciare il tasto play, non dite che non vi avevo avvertito)

[youtube http://www.youtube.com/watch?v=yCfAEGUR0kY]

Ora il mio terrore è che si riproponga nel mio juke box mentale quando meno me l’aspetto, con il rischio di disastrosi incidenti stradali… aiuto!!!