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Hey sgorbia trita

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Ci sono alcune cose che mi mettono a disagio, tra queste: i gruppi musicali con solo batteria e chitarra, gli album con una unica e lunga traccia (bello eh “Flood” dei Boris, ma quando mai ti puoi prendere il tempo si ascoltarlo tutto di fila?), gli album strumentali e qualsiasi cosa richiami la violenza sugli animali. Fatta salva la seconda, ma in futuro non si sa mai, gli Zolle centrano le altre tre in pieno. No prorio in pieno no, visto che nel loro ultimo lavoro un accenno di cantato si insinua nelle composizioni.

Quindi parto ad ascoltare “Macello” che sono già in tensione. Parto ad ascoltarlo che già vorrei trovare qualcosa di estremamente fastidioso che non me lo faccia piacere. Poi parte la prima traccia (“S’Offre”) e mi rilasso un attimo, mi libero dai preconcetti e lascio andare il disco. E mi colpisce positivamente nonostante tutti i miei pregiudizi da chiuso di mente.

Sarò io ma questo disco ha financo qualcosa di solare al suo interno che alla fine distoglie i pensieri dei maiali al macello, dall’assenza di basso e di cantato. E funziona. Prendere spunti da gruppi che di convenzionale hanno poco (mi vengono in mente Melvins e Kraftwerk, per dire) è già un grosso vantaggio, nel senso che apparendo strani, si corrono molti meno rischi di risultare già sentiti e stanchi. Da queste premesse si snoda il suono degli Zolle, intelligentemente ripartito in una mezz’ora di musica (di più forse avrebbe stancato) e divertente come il video del loro primo estratto. Anche l’idea dell’immaginario disegnato e fumettistico funziona: sembra di vedere i vecchi fumetti di Jacovitti con i salami che spuntavano dal terreno e nessuno che si spiegasse da dove saltassero fuori. Però facevano sorridere, nella loro assenza di senso. Tanto che anche gli accenni alla violenza sugli animali, secondo una citazione del fumettista, assumono una sfumatura meno truce:

«Qualcuno brontolò perché, per esempio nelle storie western, c’era qualche ammazzamento. Ma sarà violenza quella in cui il morto fa un paio di capriole, entra nella cassa e cammina per il cimitero con mani e piedi che gli escono dai legni?» (Jacovitti)

E allora ben vengano gli Zolle ed il loro immaginario, ben venga la loro musica obliqua e stralunata, ben venga il divertimento che ne deriva e le stramberie che emergono ascolto dopo ascolto. Credo che, in qualche modo, il futuro passi anche da qui, da un gruppo solido che si diverte facendo musica e producendo un disco assolutamente sfaccettato e godibile, con pochi punti di rierimento e qualche citazione (solo io ad un certo punto sento i Queen di “One Vision” in “L’aura”?), un disco massiccio e concreto che riesce nella mirabie impresa di essere assolutamente godibile da chi è avvezzo a certe sonorità benché prive di cantato e di basso. Un risultato tutt’altro che scontato.

Ora e sempre ringrazio tutti quegli artisti che mi hanno costretto ad uscire dai miei schemi e dai miei preconcetti da pigro bastardo.

Urla, distorsione e sudore

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Spero di arrivare a giovedì sera. A Milano (Segrate) ci saranno gli Unsane, un significativo pezzo di storia underground degli anni ’90. Un gruppo in grado spezzare qualsiasi resistenza dal vivo, un spaccato di pura resistenza metropolitana. Con un corredo iconografico fatto di teste mozzate, schizzi di sacgue, corpi avvolti nel cellophane, incarnano in musica la nevrosi da megalopoli con un suono monolitico e pastoso, compresso e ineludibile come una schiacciassassi.

Sul palco il cappello degli Yankees di Chris Spencer gronda sudore, il suo volto è una perenne smorfia di dolore, la sua leggendaria telecaster nera scrostata si piega sotto le sue pennate, Vinnie Signorelli accompagna con una batteria che scuote le fondamenta di qualsiasi struttura e Dave Curran rincara la dose con pesantissime note di basso ipercompresso e stordente.

Li vidi andare alla carica per la prima volta durante il tour di Visqueen in quel di Torino (al decaduto spazio 211) con Curran per l’occasione sostituito dal bassista dei Cop shoot cop a causa del patriot-act che dopo il suo matrimonio gli rese impossibile lasciare il paese e fu amore al primo concerto. Non che avessi bisogno di conferme. Collaborano con tutte le etichette indipendenti degne di nota (Matador, Amphetamine reptile, Relapse, Ipecac e Alternative tentacles… serve altro?), inanellano una seride di lavori uno più devastante dell’altro (prima o poi mi sveno e compro su ebay il loro primo in vinile…), riescono a tornare nel 2008 con quello che probabilmente è il loro capolavoro “Visqueen” quando sembravano persi nel nulla, insomma non manca nulla per elevarli alla statura di leggende che gli compete.

Non tradiranno le attese, si tratta solo di restare vivi.

Se mai dovessi farmi tatuare, dopo questa marchettona, Vinnie sei disponibile?

Un sentito ringraziamento a solomacello per i suoi eventi, sono scomodi e su settimana, ma almeno spaccano.

Metal just wanna have fun!

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Che io inizi parafrasando Cindy Lauper potrebbe già dirla lunga sulle intenzioni intrinseche di questo post. Visto il crescente successo dei video divertenti basati sul metal, vi rendo partecipi delle mie più recenti scoperte, nella speranza di strapparvi un sorriso, in questi tempi di comune mestizia e cieli plumbei… tenete duro mi raccomando!

1. In cerca di lavoro: Penso che cercare lavoro sia un calvario irto di spine. E se vi siete sentiti dire di non essere troppo schizzinosi o di cercarvi dei lavoretti alternativi, potete sempre tentare di divertirvi in qualche modo. Comunque, sappiatelo, di questi tempi è una comune malasorte e se siete alla ricerca, avete tutti i miei più sentiti e sinceri in bocca al lupo!

Magari però evitate i Dimmu Borgir!

2. Capelli, strumento di seduzione: E’ innegabile che i capelli facciano innegabilmente parte del fascino femminile, mentre non lo sono più di quello maschile da un certo punto in poi. Personalmente metto l’headbanging tra i balli più sensuali, però potrebbe avere dei contraccolpi, quindi non esagerate, nessuna conquista vale l’osso del collo!

3. Ogni metallaro ha i suoi segreti: Se pensate che uno, soltanto perché ascolta musica brutale tutto il tempo abbia sempre la mano a corna e i denti digrignati, non dovreste tornare a casa prima del tempo… quello che vedrete potrebbe sconvolgervi!

4. C’è un metallaro in ognuno di noi: Curioso come le circostanze possano trasformarci tutti in George Corpsegrinder, non ci credete? Guardate qui!

5. E chi dice che metal e chiesa non vanno d’accordo?

Vorrei ringraziare per i premi che questo blog ha ultimamente ricevuto, appena posso farò un post dedicato!

Via d’uscita?

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Ophelia di Hippolyte Delaroche

Ho sempre pensato che cedere alla follia fosse una delle possibili vie d’uscita. Non sto parlando della follia da baraccone, da sabato sera, sto parlando di quella che riempie i manicomi. Ho sempre pensato che, se un giorno non dovessi più reggere la vita comunemente intesa, sarei impazzito, come la protagonista di “Lanterne Rosse”, oppure come l’ Ophelia di Shakespeare, un personaggio che mi ha sempre affascinato nella sua capacità di impazzire piuttosto che rinnegare l’ amante (o i suoi principi). Non so cosa sia la follia, non so cosa scatta nella testa delle persone che li faccia ritrarre in loro stessi o scappare lontano, tuttavia sono sicuro che peccavo di presunzione nel ritenere la follia come una semplice via d’uscita. Sono sicuro che è qualcosa che va aldilà della mia capacità di comprensione attuale. Ho anche pensato che fosse un estrema conseguenza del senso di inadeguatezza, che per altro provo, nei confronti delle regole sociali e non è nemmeno questo. Resta una parte inspiegabile, una linea che divide le zone del cervello, qualcosa nascosto dai farmaci negli occhi a mezz’asta, nelle mani gonfie, nel ripetere le parole ancora ed ancora, nel sapore dei sali di litio. Qualcosa da tenere sedato, qualcosa che la medicina ambisce a controllare, qualcosa che mette in seria discussione il predominio dell’uomo inquadrato, che fa paura proprio perché ignoto e non esiste cosa più terrorizzante di ciò che non puoi comprendere, incasellare, in qualche modo sottomettere. E ci hanno provato, ci hanno provato per anni, anni terribili e crudeli, illuminati da scariche elettriche, immobilizzati da camicie di forza o corde strette, calmanti e convulsioni, al riparo dallo sguardo di tutti piegavano gli spiriti, estraevano i lobi da crani colpevoli… e probabilmente lo fanno ancora. Eppure non si può estirpare, si può solo tentare di capire accettando un molto probabile fallimento…

8 Ottobre 2012

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Dopo i Neurosis i Converge! In pratica due dei tre gruppi contemporanei che ammiro maggiormente fanno uscire un disco nell’anno di grazia 2012, adesso mancano solo i Tool! Escono prima ma io l’ho scoperto dopo, comunque mi sono appena svenato per acquistare l’edizione de luxe con l’artwork espanso (libro di 48 pagine) a firma Jacob Bannon, 2500 copie delle quali 350 in Europa… in fondo lavorare servirà pure a togliersi qualche soddisfazione!

Converge- All The Love We Leave Behind

Nel frattempo ecco una gustosa anteprima:

Promette decisamente bene.

Don’t walk away… in silence

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Oggi mi corre l’obbligo di tediarvi ripetendo che questo video clip è il mio preferito in assoluto, che me ne innamorai letteralmente ad una mostra al Castello di Rivoli dedicata ad Anton Corbijn ormai un’eternità or sono e che la stessa sera nel mio letto, al buio, avendo davanti agli occhi il movimento spezzato di Ian Curtis, piansi cercando di non farmi udire…

Mi andava di mantenere vivo questo ricordo.

Tre ragazzi immaginari (più uno)

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Sottotitolo: Tentativo di discorso su un esordio mirabile in forma di pseudo recensione.

Quel grandioso decennio noto all’umanità come anni ’70 sta volgendo al termine, il mondo è stato appena sconvolto da quel fenomeno dissacrante e (positivamente, forse) distruttivo come il punk. Alcune grandi bands del passato sono in grave crisi di identità, pensate ai Black Sabbath e ai Led Zeppelin, anche se qualcuno si avvantaggerà clamorosamente del dissidio per prendere una boccata d’aria e far uscire addirittura un concept album, assolutamente distante dal minimalismo imperante, che entrerà di diritto nella storia del rock e della musica stessa, sto ovviamente parlando del memorabile “The Wall” dei Pink Floyd, cui seguirà anche il famoso film di Alan Parker con Bob Geldorf.

E il famigerato punk che fa? Essenzialmente si trova davanti ad un bivio, da una parte la frangia più estrema, a tratti nichilista e a tratti consapevole, sta per inasprire ulteriormente i toni con l’Hard Core (gruppi come i Discharge, i Crass, i Black Flag, Minor Threat o Dead Kennedys), dall’altra quella intimista ed introspettiva che diventerà meglio nota con il nome Post-Punk o New Wave, con l’evolversi del movimento. I Cure fanno parte di questo movimento, sono attivi a partire dal 1976, ma il primo singolo non esce prima del 1978 e il primo long playing esce nel maggio del 1979.

Prima di entrare nello specifico, anche se è stato già detto, occorre specificare che, come già precisato in precedenza, esistono due versioni del disco, quella a sfondo rosa è quella originale, quella col collage bruciacchiato è quella americana che differisce nella scaletta includendo anche alcuni brani usciti nel regno unito come singoli nello stesso periodo. Personalmente preferisco la seconda versione, anche perchè i singoli inclusi sono brani di assoluto rispetto come “Killing An Arab”,”Jumping Someone Else’s Train”o “Boys Don’t Cry” non credo che valgano una deboluccia cover di Jimi Hendrix (“Foxy Lady”) e nemmeno gli altri brani presenti nell’edizione originale e non in quella successiva che è quella che tratterò qui e che è uscita l’anno dopo (1980). Tra l’altro, volendo fare i sofisti, le versioni su CD e su LP differiscono ancora alla traccia n°5: il CD presenta “So What”, un divertissement il cui testo cita alcune pubblicità, mentre l’ LP include “Object”.

Però sarà il caso di parlare della musica… dovendo descrivere il disco mi vengono subito in mente alcuni termini come urgente, adolescenziale, passionale, istintivo, intenso e coinvolgente. E’ un esordio che lascia il segno, magari è ancora immaturo nel suono, ma è un fatto assolutamente positivo, non ci hanno pensato troppo sopra, non avevano tempo, non avevano soldi e avevano poca esperienza… tuttavia avevano una gran voglia di esprimersi e l’urgenza di doverlo fare e di confrontarsi col mondo. Questo spesso fa produrre dei dischi molto importanti ed è assolutamente questo il caso, sarà anche immaturo ed adolescenziale ma lo è in un modo splendido, come lo sono pellicole come “Paranoid Park” o “Fucking Åmål”, poichè hanno, nei loro personaggi o nell’atmosfera del disco, al contempo il fascino di chi fa qualcosa per la prima volta e l’incoscienza che porta con sè il non avere un’idea precisa di cosa si sta per affrontare. E poi si sente la passione grondare dalle note, senza il bisogno di doversi confrontare con il passato o atteggiarsi in una qualche maniera. Questo disco E’ l’ espressione del gruppo, del suo nucleo portante, dal quale prenderà vita molto del suono che li caratterizzerà nel futuro.

All’irruenza nichilistica del punk si è sostituita a tratti l’introspezione (“Another Day”) oppure il sentimentalismo incendiario di “Fire In Cairo”, quello in preda alla paranoia di “10:15”, il terrore di un rientro a casa in “Subway Song”, “il tentativo di realizzare una canzone pop anni ’60” come in “Boys Don’t Cry” o, addirittura, le citazioni colte come in “Killing An Arab” che fece alzare un certo polverone all’epoca quando nessuno colse i riferimenti letterari (“Lo Straniero” di Albert Camus nello specifico) e tutti pensarono a un testo xenofobo, cosa che il gruppo smentì clamorosamente devolvendo in beneficenza i proventi della vendita del singolo. Del punk restano il minimalismo in produzione (tuttavia potrebbe derivare più facilmente dalla carenza di fondi) e gli arrangiamenti taglienti. La loro evoluzione è assolutamente tangibile e, per giunta, riuscita: un incredibile punto di partenza per una carriera, non priva di trasformismo (anche considerando i continui cambi di formazione che li caratterizzeranno fin dall’inizio con l’abbandono del bassista Michael Dempsey in favore di Simon Gallup -e del suo thunderbird!- che poi diventerà uno dei pilastri del gruppo negli anni) ma anche di uno sfoggio di talento difficilmente riscontrabile in altre compagini.

Una piccola curiosità deriva dal fatto che il titolo venne poi ripreso nell’omonimo film anti-omofobico del 1999 con Hilary Swank (che per questa interpretazione vinse anche l’Oscar!) a regia di Kimberly Peirce…

Like a fool I will crawl

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Quando avevo da poco superato l’età dell’autoconsapevolezza avevo una triade sacra, tre personaggi che mi ispiravano, per diversi motivi: Ozzy Osbourne, Glenn Danzig e Henry Rollins. In un certo ambiente erano nomi piuttosto noti e tenuti in un certo qual riguardo. Per motivi diversi ognuno di questi tre, col tempo, ha finito per sparire gradualmente dalla circolazione.

Di Henry apprezzavo molto la visione del mondo, la voce inconfondibile, il carisma e l’ etica, costruiti in anni ed anni di vita realmente on-the-road (il suo primo gruppo, i Black Flag, fu tra i primi a girare gli USA, e non solo, totalmente slegato da un management, con un’organizzazione DIY, esperienza poi finita sul tragicomico libro “Get in the van”), il fatto che scrivesse anche molto bene, secondo il mio parere, queste e molte altre cose…. tra cui aver reclutato nella Rollins Band l’ex bassista dei Defunkt Melvin Gibbs (ha anche suonato su “The Big Gundown” di Zorn!) hanno fatto si che si ritagliasse un posto di riguardo nei miei pensieri.

Oggigiorno, gira il mondo arringando le folle con i suoi spoken word, praticamente dei monologhi a sfono politico/sociologico/umoristico, scrive libri (ha anche una casa editrice) e fino a poco fa aveva un suo show sulla televisione statunitense, oltre ad aver recitato in qualche film, tra i più famosi direi “Strade Perdute” di David Lynch e… “Sesso e fuga con l’ostaggio” con quel salutista di Charlie Sheen…

Tuttavia se ne scrivo è fondamentalmente perchè mi è ritornata in mente questa canzone e mi ci sono ritrovato in pieno:

More than I can say

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Ogni metallaro ha i suoi scheletri nell’armadio.

Il metal è un genere che ha sempre avuto questa patina dura e pura sulla superficie, non importa quanti Mike Patton, Les Claypool, Greg Anderson possano comparire improvvisamente sulla scena, poco importa anche che esisatano gruppi che rimescolano tutto come l’ondata crossover, certe regole non scritte non le puoi tralasciare.

Non puoi, fanno parte del metal come la musica stessa, l’essere duri e puri, alieni ad ogni compromess (…Freud ed il sess, scusate mi si è intrufolato il Sig. Gaetano…) assolutamente insofferenti a tutto ciò che non contempli una chitarra distorta ed una batteria con due casse…

E’ anche anche divertente ad un certo punto, fa molto naif, per voler sintetizzare. All’inizio quel che mi attraeva di questo genere era assolutamente il fatto che respingeva automaticamente il 95% delle persone (una scrematura notevole, ne converrete), era il fatto che non sopportavo assolutamente di farmi riempire le orecchie con i sentimentalismi da quattro soldi di TUTTA la musica leggera italiana (anzi, visto che non avevo una vita sentimentale, mi sarebbe piaciuto rispondere per le rime con testi che parlano di sbudellamenti assortiti), oppure di mischiarmi anonimamente alla massa. Per me il metal era una bella risposta al disagio, solo dopo ho imparato ad apprezzarne i tratti nascosti sotto la superficie ed è diventata la MIA musica ufficiale.

Ma non divaghiamo: mi infervoro sempre troppo a parlare di certe cose… il punto, questa volta, è un altro: alcuni dei miei scheletri nell’armadio , almeno quelli di cui voglio trattare oggi, riguardano il periodo pre-metal. Cose insignificanti come “Thriller” Michael Jackson (a mia difesa il video e la voce di Vincent Price), un po’ di DJ Television e una radio alessandrina che trasmetteva un demenziale programma di dediche e richieste con tutte le peggiori nefandezze del periodo.

Non so più se fu a causa del programma radiofonico o di quello televisivo che venni in contatto con la canzone della quale sto per parlare… poco importa, importa che al mio cosiddetto lavoro, ascoltiamo spesso Radio Capital ( già di per sè ascoltare la radio è una cosa che non farei, ma alla fine non è male e c’è Mixo, un dj al quale sono affezionato, per aver fatto parte di Planet Rock della Rai, ed aver suonato dischi in un locale che ero solito frequetare) che ad un certo punto ha deciso di trasmettere una canzone finita troppo velocemente nel dimenticatoio insieme alla paccottiglia pre-metal.

Quando vai in Gran Bretagna, ti accorgi di aver fatto il salto di qualità, dal punto di vista linguistico, quando incominci a cogliere le singole parole nelle canzoni, cosa che, con un inglese da superiori, è sempre piuttosto difficile. Ebbene, la suddetta canzone, non ti respinge con milioni di watt, anzi ha un tono calmo, sofisticato e quasi consolatorio, ti invita ad entrare per poi pugnalarti con gli stiletti inseriti subdolamente nel testo, accidenti a loro ed anche a me che mi ci ritrovo. Buon ascolto.

La tempesta dopo il sorriso

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In questi giorni è stata rilevata una tempesta solare di proporzioni ragguardevoli, tanto da poter provocare malfunzionamenti nei sistemi gps, nelle reti elettriche e danneggiare i satelliti che orbitano attorno al nostro pianeta.

Gli effetti (aurore boreali comprese) potrebbero già manifestarsi questa sera e fino alle 6 di domani mattina. Ironicamente viene da pensare che, quando ti sbagli a sorridere pensando che vada tutto bene, poi la tempesta sia sempre in agguato dietro l’angolo. Non c’erano dubbi.

1.Black Sabbath “Under The Sun”

Canzone principe, per quello che mi riguarda, nel rivendicare la propria secrosanta indipendenza di pensiero e di opinione. Oltre ad un’altrettanto giustificata scarsa fiducia nel prossimo…

I wanna live my life, I don’t want people telling me what to do
I just believe in myself, ‘cause no one else is true

[Ogni giorno poi è d’obbligo per me rivolgere un pensiero a Tony Iommi]

2. Soundgarden “Black Hole Sun”

Si diceva, è il 1994 e tutto va bene. Attesi l’uscita di “Superunknown” per diverso tempo e poi i Soundgarden divennero un fenomeno mondiale grazie a questa canzone che, a detta di una mia cara amica -tra i loro fan più accaniti- non sembra nemmeno scritta da loro… Io speravo soltanto che prima o poi il sole lavasse veramente via la pioggia e ci spero anche adesso che il cielo è molto,molto più cupo.

3. Nirvana “All Apologies”

“In the sun I feel as one”.

4. Rage Against The Machine “People Of The Sun”

“Yeah, people come up!”.

5. PJ Harvey & John Parish “Un Cercle Autour Du Soleil”

Un brano strano, tratto da un disco stranissimo, eppure affascinante.

6. The Animals “The House Of The Rising Sun”

7. The Doors “Waiting For The Sun”

“A flash of Eden” ne avrei davvero bisogno.

8. The Cult “Sun King”

9.The Police “Invisible Sun”

10. Mogwai “The Sun Smells Too Loud”