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Soldato, dittatore e samurai
 
 La mia ammirazione per Forest Whitaker, non è un segreto. Ho imparato ad apprezzare questo attore a partire dall’aspetto fisico, colmo di difetti cominciando dal suo essere in soprappeso, per finire con il suo sguardo segnato dalla asimmetricità delle sue palpebre, nonostante questo (o forse proprio per questo) la sua mimica è unica ed irripetibile, l’intensità dei suoi gesti e la capacità unica di trasmettere determinazione. Egli, nei miei occhi, è soprattutto la determinazione. Il film con cui l’ho conosciuto è “La moglie del soldato” di Neil Jordan, film nel quale interpreta la parte di un soldato britannico tenuto in ostaggio dall’ i.r.a. durante gli anni nei quali lo scontro insensato tra le religioni (certamente con il concorso di molti altri interessi) era ancora la quotidianità nell’isola verde, che finisce col morire investito da un mezzo delle forze armate giunte per liberarlo. Durante la prigionia riesce ad instaurare un singolare rapporto di amicizia con uno dei suoi carcerieri dal qual prenderà il via il seguito della vicenda. Mi colpì molto la sua interpretazione, benché limitata alla prima parte del film, poiché egli fu straordinariamente in grado di far emergere la componente umana che sta dietro ad ogni conflitto.
 Ieri sera invece mi sono recato presso una sala cinematografica per vedere l’ultimo film interpretato da quest’attore (nota: vado spesso al cinema da solo e inizio seriamente a detestare gli altri occupanti della sala, tra rumori di fondo e chiacchiericcio uff…), ebbene il film in questione, intitolato “L’ ultimo re di Scozia” narra soprattutto dell’ascesa del dittatore Ugandese Amin tristemente noto per le spietate barbarie perpetrate durante il suo regime (si parla di migliaia di morti tra la popolazione, di torture e persino di episodi di cannibalismo) e di un neo-laureato dottore scozzese che si ritrova per caso a diventare il medico personale del dittatore. Ancora una volta Forest da una grande prova del suo talento nell’interpretare la determinata follia del tiranno ed il film è ben girato anche se è ancora piuttosto lontano dallo status di capolavoro.
 Tanto per andare contro le istituzioni (nel caso l’academy) dirò che se questo ultimo lavoro cinematografico è certamente meritevole, dove mr. Whitaker meritava l’oscar è in “Ghost dog” (o magari in "Bird" di Eastwood) di uno dei miei idoli: Jim Jarmusch. Un film, elettrico, intenso, derisorio e riuscito fino in fondo. Non è un’impresa facile fare un film sull’ “Hagakure” (ovvero il libro sulla Bushido, la cosiddetta via dei samurai, un altro capolavoro per chi scrive) tanto meno farlo deridendo ampliamente la mafia ed usando come protagonista un interprete di colore. Veramente da applausi. La recitazione intensa, urgente ma al contempo non priva di un certo gusto estetico dona al film la possibilità di innalzarsi ben sopra la soglia dell’ordinario. Lo sguardo di Whitaker esprime come non mai la fierezza, la determinazione e l’assoluta dedizione di un uomo che ha consacrato la sua esistenza ad un ideale alto e quasi utopico. Incute rispetto ogni suo gesto, come rispetto merita chi viva in funzione di un ideale senza limitarsi ad esistere, vegetando giorno dopo giorno in balia della vita spogliata del senso primordiale, senza intravedere niente ed accontentandosi di traguardi minori.
 
Chi si accontenta gode. Ma accontentarsi fa schifo, come tradire i propri ideali.

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Tarcisio
 
 Al centro della difesa si staglia un imponente figura: il difensore centrale è sceso in campo. Il fisico forgiato da quarti di secolo spesi a spostare sacchi di cemento e la mente resa irriducibile e fiera dalla fatica estrema che ha iniziato a scivolare sui nervi tesi fin dai primi anni di vita. Si fa largo spazzando via gli avversari con la furia di una locomotiva inarrestabile, forte di una determinazione ferrea e incorruttibile. La statura non conta: egli svetta su tutti con fierezza e potenza, respingendo ogni pallone con la sua fronte allungata e volitiva. Egli è la potenza senza la palestra, la potenza che costruisce se stessa in anni di duro lavoro senza che la minima indecisione o paranoia deviasse il corso dei pensieri.
 E alla fine si ritrova su un campo da calcio, nel più rissoso dei tornei che qualche beffardo organizzatore ha battezzato goliardicamente “Torneo dell’amicizia”. Non si vince nulla. Il teatro di queste epiche sfide è un campetto paesano, durante l’estate si sfidano qui alcuni fra gli abitanti di questo borgo, dimenticando a casa classe, fair play e portando, a volte, le sole frustrazioni. Nessuno ricorda i vincitori persi nel tempo, nessuno ricorda altro se non le risse. Eppure i bambini giungono sul posto osservano ed a anni di distanza eleggono colui che incarna meglio di tutti lo spirito indomito di un condottiero della difesa. Non esiste internet, la playstation, i cd e i dvd… e credo che anche le vhs fossero un lusso per pochi, indi alla sera si esce in bici, all’avventura tra le vie del paese che sembra avere una dimensione molto al di sopra di quella attuale.
 Tutt’intorno è folklore paesano, un tifo sbraitato e costantemente sul baratro dell’insulto, ubriachi che ciondolano a bordocampo ondeggiando molli come salici fiacchi che ricadono su loro stessi, bambini che scorazzano che chiedono con insistenza gelati e bibite fresche.
 Il “Tarci” era là, tutti gli anni, al centro della difesa, più che uno stopper o un libero sembra un mediano di mischia della sfera, stranamente propenso al gioco aereo, gli insulti del pubblico rimbalzano contro alla sua fierezza: è quasi antiproiettile. Sgomita, salta interviene azzerando l’eleganza nei suoi interventi o, meglio, ridefinendone i canoni più che sull’armonia e la pulizia dei gesti sulla potenza e la determinazione. E’ rimasto tra noi, nella nostra memoria, non poteva che essere così… e quando lo si incontra ancora tra le vie del paese (o perché ti bussa a casa alle otto e mezza di sera perché è rimasto a piedi!) non ci si può esimere dall’immaginarlo ancora staccare verso il sole serale alla ricerca dell’ennesimo colpo di testa a liberare.
 
Alla fine questo post andava scritto, anche se mi rendo conto che si tratta di un discorso a due tra me e l’oltranzista… che volete farci: siamo dei nostalgici e a volte ci mancano quei tempi poco artefatti…

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