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Il conseguimento della maggiore età
 
 La mia ammirazione per Enrico Ghezzi non è certo un mistero… (tutto cominciò quando lessi il Castoro su Kubrick e le sue incredibili ricerche iconografiche sulle inquadrature di “Barry Lyndon”… una cosa magistrale!!!). La sua sola presenza è una delle poche giustificazioni plausibili al fatto che la rai chieda un canone ai suoi utenti (…che poi spendano i soldi per un insulso festival è un altro paio di maniche). Ghezzi è una delle poche figure che abbia, attraverso le sue creazioni, portato una ventata di cultura e tagliente ironia in tv, senza scopiazzare, senza cadere nel ridicolo e soprattutto senza concessioni alla faciloneria da cui molti miei compatrioti si fanno abbindolare quando scelgono di sedersi di fronte ad uno schermo iridescente (e che a me fanno mortalmente arrabbiare). Blob compie 18 anni e sono contento di averne osservato da vicino la nascita e le evoluzioni, compresi, talvolta, anche gli specialoni di fine anno (visto che odio capodanno, tanto vale starsene rintanati). L’idea è assolutamente geniale: il video che fagocita se stesso, che non si nasconde più: la citazione del cut-up di Burroughs in veste visiva (anche se il critico romano si riserva la possibilita di dare un senso ai suoi accostamenti)… come non apprezzare una creazione del genere? E, in conseguenza di ciò, come non apprezzare una delle poche persone in grado oltretutto di portare dei film di qualità assoluta sul piccolo schermo (sia pure ad orari impossibili)? Non resta che seguirlo, anche senza intravedere il luogo ove voglia portarci. Lunga vita a Blob, lunga vita a Fuori Orario ed al loro eminente ideatore.

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Blind Faith
 
 Anno di grazia 1981. Utopie spezzate. Tra rovine e macerie riesce a filtrare una sfumatura di grigio a disegnare forme indefinibili, osservando le quali qualcuno crede di scorgere la forma di un occhio chiuso sulla realtà e aperto verso l’introspezione. La palpebra come difesa dalle brutture esterne, come chiusura apparentemente irrevocabile, serrata e apparentemente indifferente. Ma, in fondo, come si diceva, sono “solo” sfumature di grigio su una copertina di un disco, un disco che giunge in un momento in cui forse ci si accorge di non avere scampo, pressati da una realtà che non concede breccia alcuna al rinnovamento e che sta anzi per trasformarsi in una delle più squallide vittorie dell’apparire sull’ essere, dell’ ingordigia e del consumo, e da un mondo interiore che, conseguentemente, risulta essere perennemente sull’orlo del collasso. In questo scenario occorre esplorare la parte più desolata del proprio io, quella più remota, quella in cui solo un pallido fantasma di speranza può sperare di sopravvivere, quella nella quale si tenta di sovvertire la razionalità a favore di una pulsione che non conosce ragioni: la fede.
 “Faith” è infatti il nome che tre ragazzi britannici decidono di dare al loro terzo lavoro che uscirà durante questa annata musicale: resterà un episodio probabilmente unico nella loro discografia, che finirà per divenire, in seguito, incredibilmente eterogenea, in taluni casi senza nemmeno mettersi troppo al riparo da uscite poco ispirate… Ma questo ha assolutamente scarsa rilevanza nel nostro quadro temporale: il gruppo, che già ha dovuto subire dei cambi nella formazione, ha finito per muoversi, elevandosi dalle ceneri del punk, per creare una nuova amalgama, materializzatasi nei primi due capitoli della loro discografia che già rendevano giustizia alle nuove forme musicali di quei tempi che venivano identificate come una nuova ondata (“new wave”) rispetto a quanto proposto al pubblico in precedenza, una parte di questa corrente in Italia viene identificata con il termine “dark”. I fan non concedono una virgola di colore al loro abbigliamento, rigorosamente nero, non concedono una virgola di colore alla loro pelle, rigorosamente lattea, sono fieri ma profondamente disillusi, nel loro ripescare suggestioni arboree e cimiteriali che sembrano arrivare dritte dritte da qualche periodo passato.
 Non è un bel momento per chi segue questa musica: uno dei massimi esponenti di questa corrente musicale si è suicidato da appena qualche mese lasciando una radicata e persistente aura di disillusione e sconforto dietro di se. Ed in questo scenario esce dagli strumenti di Robert Smith, Simon Gallup e Laurence Tolhurst un disco difficile, pregno di sentimenti plumbei nelle parole e nei suoni. Il giro di basso che apre la strada al disco è qualcosa che colpisce fin dal primo ascolto, “The holy hour” spalanca finalmente la porta ad un disco che genera inquietudine e desolazione, ma che riesce anche a cogliere barlumi di folgorante bellezza in questi tristi stati d’animo, come se la bellezza tentasse di compiere una forte rottura con il passato, nel quale si era tentato in tutti i modi di rinchiuderla in una castrante definizione, per andarsi a rifugiare laddove in pochi avrebbero il coraggio di cercarla. Il basso greve e stanco la voce che si fa largo scavando nel malessere, la batteria assolutamente algida subiscono un inaspettato sussulto nella successiva “Primary” l’unico episodio del disco (assieme a "Doubt" che è un episodio simmetrico a questo) a concedere qualcosa al dinamismo musicale con un giro di basso ritmato e concentrico a sottolineare il tentativo di rompere con la traccia d’apertura. Tentativo che riesce ma dura poco, perché con la successiva “Other voices” le nubi sembrano concentrasi nuovamente al di sopra dell’ascoltatore assalito da una claustrofobica ossessione di essere costantemente inadatto o, peggio, nel torto (“Change your mind/ You’re always wrong”) a dispetto delle moltitudini che abitano questa terra. Giunge poi il momento per una delle più riuscite (almeno per chi scrive) coppie di canzoni che siano mai state messe di seguito all’interno di un album: “All cats are grey” giunge a rompere nuovamente gli equilibri del disco introducendo suoni incredibilmente eterei e vellutati in aperto contrasto con il testo che invece risulta metaforicamente una sorta di epitaffio disilluso di ogni forma di speranza (“In the death cell/ A single note/ Rings on and on”) e “The funeral party” rincara ulteriormente la dose usando la delicatezza delle note come grimaldello per inoculare monoliti di buio al nostro interno, “mano nella mano con paura ed ombre, piangendo alla festa funebre”.
 Frastornati da due perle di portata assoluta come queste, si giunge all’ascolto di “Doubt”, che segue da vicino "Primary" scuotendo (anche se per poco) l’atmosfera. L’eterea suggestione viene abbandonata a favore di un approccio maggiormente incentrato su una struttura rock delle canzoni, mentre nel testo si incunea nuovamente la tristezza di un orizzonte reso ancora più cupo dai rapporti difficili con le altre persone. “The drowning man” introduce maestosamente i due ultimi pezzi dell’album introducendo il tagliente sentimento legato a doppio filo con la perdita di una persona amata, probabilmente l’unica nel corso della vita a aver regalato un briciolo di senso ai giorni passati su questo pianeta disperato… “The words all left me/ Lifeless/ Hoping/ Breathing like the drowning man”.
 E alla solenne “Faith” viene lasciato l’onore del congedo dall’ascoltatore che difficilmente sarà in grado di ostentare indifferenza alla fine di questo percorso nelle sue paure, nei suoi malesseri, nella sua inadeguatezza… “Faith” rappresenta, in chiusura, l’estremo tentativo di aggrapparsi a qualcosa (“Catch me if I fall/ I’m losing hold/ I can’t just carry on this way”), l’estremo tentativo di dare speranza alla speranza, di trovare qualcosa per cui valga la pena, pur essendo consci che il mondo esterno non lascia scampo e che sarà ben difficile trovare un appiglio usando la razionalità, tentando quindi di rivolgersi verso qualcosa di irrazionale per definizione: una forma di fede indefinita in qualcosa che si spera solamente possa prendere vita, una sorta di gioco mentale per provare a restare vivi… (“I went away alone/ With nothing left/ But faith”).

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The first song that comes into your mind
 
Black Sabbath- Symptom of the universe (pensando all’Oltranzista- Thrill Of it all)
Celtic Frost- Circle of the tyrants
Neurosis- Locust star
Converge- In her shadow
Nasum- Drop dead
Tool- The grudge
Nick Cave and the Bad Seeds- Lucy
Einstürzende Neubauten- Stella maris
Ozzy Osbourne- You can’t kill rock’n’roll
Isis- In fiction
Mastodon- This mortal soil
In The Woods…- I am your flesh
Katatonia- Day
Anathema- Feel
Portishead- Sour times
Kyuss- Freedom run, Yeah, Catamaran, 100°
Queens of the stone age- Mexicola, You would know, Mosquito song
Alice In Chains- Angry chair, Down in a hole, Would? (Trittico indivisibile)
Swans- Blood promise
Boris- The sinking belle (+ sunn O))))
Refused- Summerholidays vs. punkroutine
Fugazi- The waiting room
Rollins band- Low self opinion
Type O Negative- We hate everyone, Red water (in clima ridanciano, I like goils)
Melvins- Honey bucket
Fantômas- The omen
Naked city- The Sicilian clan
Dismember- Skinfather, Forged with hate
Entombed- Out of hand
Obituary- Body bag
Carcass- Buried dreams
Prong- Snap your fingers, snap your neck
Helmet- Speechless
NIN- Hurt
Candlemass- Solitude, I still see the black
Zu- Tom Araya is our Elvis
Killing Joke- The wait, Love like blood
Joy Division- Atmosphere
The Cure- The funeral party, All cats are grey
Corrosion Of Conformity- Clean my wounds, Shelter
Down- Jail
Unearthly Trance- Raised by the wolves
Winter- Eternal frost
Iggy Pop- China girl
Danzig- Mother, How the gods kill
A perfect circle- 3 Libras
Primus- Jerry was a race car driver
 
[ebbene sì, oggi non sapevo cosa scrivere]

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Hör mit Schmerzen
 
 Una inconcludente giornata festiva, senza uscire di casa, pensieri spiraliformi che si rincorrono, scivolando un un mare dei sargassi proprio di distorsioni vacue di onde cerebrali. Non sono vibrazioni che producono suoni. Non è metallo che percuote una superficie, non è una voce senza nessun connotato umano, non è aria che fischia attraversando un tubo o una molla che risponde ad una sollecitazione. Solo pensieri pigri e svogliati. Che chiamano il mio nome e maledicono l’istante in cui sono stati concepiti insultando l’estetica del pensare. Moti polmonari nella profondità del vuoto. Non riesco a dormire abbastanza e ricevo in premio due bulbi in fiamme. Sull’ orlo del nuovo mondo che sorga il sole che brucia più di quanto non illumini. Non cerco di sognare in un giorno di festa. Già solo il riposo sarebbe una giusta conquista. Indolenzito cerco di allontanare la nausea. Stringimi forte allo zenit. Se conosco solo il luogo ove apparentemente son sempre stato, so solo che sono sempre stato qui. Lascia che la matita incida il foglio di grafite che si sfalda a strati. Il sorriso di Faust. Continua a scrivere. Migliaia di animali morti nel bel mezzo della testa. Un insensata ecatombe cerebrale. Idee schiacciate, demolite nel costrutto… stride dolce ogni cosa. Urla ancora, urla per me, pulisci la mia testa. Siamo stelle spente dopo di noi non verrà più nulla. Quanto non sia possibile essere asettici… esseri invisibili che vivono su di te o anche dentro di te al suono di mille campane cave e disarmoniche, al suono di dita che battono su tasti, al ritmo di un idioma marziale. Il nero il nero il nero. Il nero ti veste perfettamente.
 
L’annunciatore del notiziario indossa il suo volto di ossa sincero
Il segnale di trasmissione scandito su ossa.
Palazzi nuovi che crollano.
Einstürzende Neubauten.

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[wait for …] A Season in the Sky
 
I had a vision last night, my god was glowing
there was another bridge on fire
and the last wrecks were counted
the sky opened and the blood flowed
a distant cancerous season was upon me
I had a hook in my back and a light to guide me
my words were useless again
 
the leftovers playing with my memories of love
I screamed at my god and he let me go
I drifted silently to the desert and begant to pray
I came to a pile of ashes and sifted through it looking for teeth
a snake spoke through me again
but I could not heal their wounds
 
I’m searching for the old spirit of war
with my rough hands and a sharp knife
I need something to cut into so that my god can see me again
 
to be right again
to see my shadow alone
to get back to the hook and let the light burn my soul
 
all I’ve seen walking through the fire
the figures in my dreams
run back on me in a psychic scar
as I ride to the dawn.
 
[Neurosis da “The Eye Of Every Storm” 2004]
 
 Sono giorni che ho in testa questa canzone senza averla ascoltata… sarà perchè stanno per tornare ed io avverto il loro alone plumbeo in avvicinamento. Non vedo l’ora.

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Alien Me
 
 Continuano i sabati sera surreali del sottoscritto. O almeno spero che siano tali nel senso letterale della parola. Ovvero che siano scampoli di esistenza al di fuori della realtà. Purtroppo io per primo so che non è così e bisognerà che me ne faccia una ragione, bisognerà che guardi in faccia alle cose. La possibilità di dare un senso oggettivo alla permanenza su questo squallido pianeta è sfumata probabilmente già prima di diventare adolescente. In modo scioccamente consolatorio mi sono detto che probabilmente il senso andava ricercato giorno per giorno, in modo soggettivo e non cercando di far quadrare ogni cosa.
 A quel punto avevo deciso di prendere la vita come uno degli ultimi film di Lynch, ricercando qualcosa di mio, scena dopo scena, senza avere la presunzione di voler capire il “disegno generale” evidentemente inesistente o concepito da una mente talmente superiore (o inferiore?) alla mia da risultare assolutamente impossibile da essere percepito dalle mie capacità cognitive. E va bene, sembra una sorta di sconfitta, ma va bene.
 Ora anche dare un senso puntuale a quello che succede diventa arduo. Il sabato sera si sta trasformando in un gigantesco punto interrogativo. Prima uscivo poco… mi avevano stancato le persone ed il loro modo di fare, non sopportavo gli sguardi, la calca, il vociare, il rumore l’ubriachezza molesta, le parole vuote che uscivano da tutte quelle bocche. Ora ho ricominciato a muovermi di sera ed evidentemente anche i miei rapporti col mondo sono aumentati di grado, passando a quello successivo: l’alienazione.
 Mi limito a non esistere, a non essere visto, a guardare le scene che mi si parano davanti agli occhi con rassegnazione. Mi domando se tutte le persone che incontro, nella maggior parte dei casi solo con lo sguardo, si sentano vive veramente, si sentano rassegnate o cosa altro. Certo, la realtà deve essere veramente una schifezza se in giro ci sono tutti questi ubriachi e sballoni di vario genere. Lo so bene. Ma almeno loro parlano, si agitano nella notte smuovono l’aria, conoscono persone, sembrano fare qualcosa. Per quanto concerne me, ci sono dei momenti nei quali riesco ad interagire in modo stentato ed insicuro, ma mi angoscia abbastanza quando mi stacco de me stesso e osservo le scene da lontano, io sembro quasi non essere lì, la telecamera si muove impazzita: chi sono, cosa fanno, perché lo fanno… devo rientrare in me o se ne accorgeranno. Uno dovrebbe sentirsi imbarazzato: solo ed alienato in mezzo alla folla, a me bastano inquietudine ed angoscia.
 Ogni cosa scivola inesorabilmente verso il basso priva di senso. Il lavoro, i sentimenti, la voglia di costruire qualcosa, la voglia di esprimersi in qualche modo (perché sto scrivendo tutto questo?)… le isole felici sono assolutamente in via di estinzione, soffocano.
 
 Spunta, annegando in un mare di persone, la ragazza innamorata delle forme dei padiglioni auricolari. Ora non appare distante e altera, bensì amalgamata e omogenea. Non è invidia o ripicca eppure mi accorgo di quanto fosse effimero il suo fascino. Non mi attrae più, nemmeno lei che non ha perso il suo sguardo perforante. Accesa un’altra sigaretta, mi immagino il fumo impregnare i suoi capelli cenerini, il giallo della nicotina lasciare uno strato invisibile sulle sue dita minute, ha un sorriso stanco ed una parlata stentorea eppure… saluta una, mille persone in una sera -ma come fa a sopportarli tutti?- si mette di sbieco tra due tavolate. E poi affoga letteralmente, inghiottita dalla folla, mentre riprendo la via di casa sotto una pioggia battente, gelida, intermittente ma insistente. Il sogno non è svanito al mattino. Sono ancora privo di senso. Sono ancora privo di sensi. Domani la vita mi attende al varco, sa bene che farò di tutto per ignorarla. Lo sa.

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Soldato, dittatore e samurai
 
 La mia ammirazione per Forest Whitaker, non è un segreto. Ho imparato ad apprezzare questo attore a partire dall’aspetto fisico, colmo di difetti cominciando dal suo essere in soprappeso, per finire con il suo sguardo segnato dalla asimmetricità delle sue palpebre, nonostante questo (o forse proprio per questo) la sua mimica è unica ed irripetibile, l’intensità dei suoi gesti e la capacità unica di trasmettere determinazione. Egli, nei miei occhi, è soprattutto la determinazione. Il film con cui l’ho conosciuto è “La moglie del soldato” di Neil Jordan, film nel quale interpreta la parte di un soldato britannico tenuto in ostaggio dall’ i.r.a. durante gli anni nei quali lo scontro insensato tra le religioni (certamente con il concorso di molti altri interessi) era ancora la quotidianità nell’isola verde, che finisce col morire investito da un mezzo delle forze armate giunte per liberarlo. Durante la prigionia riesce ad instaurare un singolare rapporto di amicizia con uno dei suoi carcerieri dal qual prenderà il via il seguito della vicenda. Mi colpì molto la sua interpretazione, benché limitata alla prima parte del film, poiché egli fu straordinariamente in grado di far emergere la componente umana che sta dietro ad ogni conflitto.
 Ieri sera invece mi sono recato presso una sala cinematografica per vedere l’ultimo film interpretato da quest’attore (nota: vado spesso al cinema da solo e inizio seriamente a detestare gli altri occupanti della sala, tra rumori di fondo e chiacchiericcio uff…), ebbene il film in questione, intitolato “L’ ultimo re di Scozia” narra soprattutto dell’ascesa del dittatore Ugandese Amin tristemente noto per le spietate barbarie perpetrate durante il suo regime (si parla di migliaia di morti tra la popolazione, di torture e persino di episodi di cannibalismo) e di un neo-laureato dottore scozzese che si ritrova per caso a diventare il medico personale del dittatore. Ancora una volta Forest da una grande prova del suo talento nell’interpretare la determinata follia del tiranno ed il film è ben girato anche se è ancora piuttosto lontano dallo status di capolavoro.
 Tanto per andare contro le istituzioni (nel caso l’academy) dirò che se questo ultimo lavoro cinematografico è certamente meritevole, dove mr. Whitaker meritava l’oscar è in “Ghost dog” (o magari in "Bird" di Eastwood) di uno dei miei idoli: Jim Jarmusch. Un film, elettrico, intenso, derisorio e riuscito fino in fondo. Non è un’impresa facile fare un film sull’ “Hagakure” (ovvero il libro sulla Bushido, la cosiddetta via dei samurai, un altro capolavoro per chi scrive) tanto meno farlo deridendo ampliamente la mafia ed usando come protagonista un interprete di colore. Veramente da applausi. La recitazione intensa, urgente ma al contempo non priva di un certo gusto estetico dona al film la possibilità di innalzarsi ben sopra la soglia dell’ordinario. Lo sguardo di Whitaker esprime come non mai la fierezza, la determinazione e l’assoluta dedizione di un uomo che ha consacrato la sua esistenza ad un ideale alto e quasi utopico. Incute rispetto ogni suo gesto, come rispetto merita chi viva in funzione di un ideale senza limitarsi ad esistere, vegetando giorno dopo giorno in balia della vita spogliata del senso primordiale, senza intravedere niente ed accontentandosi di traguardi minori.
 
Chi si accontenta gode. Ma accontentarsi fa schifo, come tradire i propri ideali.