Count down to 2017

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Odio capodanno. Amo l’inverno. E’ il periodo per tirare le somme. Ma è una mera convenzione presa in prestito da anni di calendario gregoriano. Potrei tirare le somme anche a marzo o a novembre, ma oramai ho cominciato a farlo a dicembre e mantengo le tradizioni. Odio le tradizioni, le occasioni, le feste comandate. Non mi servono per ricordarmi le cose. Non le festeggio. Sdegno le convenzioni eppure ne accetto una minima parte per inerzia e per pigrizia. E perché alla fine di ogni anno devo tirarne le somme musicalmente parlando, almeno per ricordarmi di dov’ero e cosa facevo. Capirete cosa state per affrontare. 10 dischi per il 2016. E via.

10. Deftones “Gore”

Tutti hanno fatto a gara a parlare male di questo disco. Spero si divertano. A me è piaciuto. E’ da due tornate discografiche che i Deftones mi emozionano, certo, non come negli anni ’90 ma, a mio parere, hanno riguadagnato smalto e ispirazione. Felice di essere l’unico a pensarla in questo modo. In particolare “Phantom bride”, bellissimo testo e chitarra di Jerry Cantrell.

09. Melvins: “Basses unloaded”

Non potevano mancare. Un gruppo degno di venerazione, anche se ultimamente Dale e Buzz finiscano per timbrare dignitosamente il cartellino ogni anno, in compagnia di questo o quell’amico a me non importa. Penso che i due abbiano abbiano ampiamente dimostrato tutto quello che dovevano e adesso finiscano per mantenersi senza dover cercarsi un lavoro comune. Rimane il fatto che Mr. King, per quanto mi concerne, è secondo solo a Mr. Iommi per la capacità di mettere in fila delle semplici note. Up the Melvins no matther who plays bass!

08. Iggy Pop “Post Pop Depression”

Bowie è morto. E non troverete il suo disco in questa lista, così come non troverete quello di Leonard Cohen. Non li ho ascoltati, non volevo gettarmi nel calderone delle condoglianze, della tristezza, dei riconoscimenti dovuti per due artisti che non ho approfondito come avrei dovuto. Al cordoglio ci ha pensato Iggy e lascio a lui la parola per piangere Bowie. Pensatela come volete, questo disco, per me, è un enorme tributo al Duca Bianco, ripesca l’atmosfera di “The Idiot”, il primo disco della nuova carriera dell’iguana solista, in tutto e per tutto patrocinata dall’amico. E mi faccio beffe di tutti quelli che sono stati delusi aspettandosi che Josh Homme prendesse il posto di Ron Asheton per dare vita ad una nuova incarnazione degli Stooges. Le sue parti di chitarra avrebbe potuto suonarle chiunque, però fortunatamente il disco funziona.

07.In the woods… “Pure”

Un ritorno che non ti aspetti per una band norvegese che ha prodotto uno dei dischi più toccanti degli anni ’90 (“Omnio”) e come al solito non sai cosa aspettarti. Avrebbero potuto rovinare ogni bel ricordo… e fortunatamente non lo fanno, la paura era tanta. Certo a volte il disco suona stanco e fatica a prendere il volo, ma nella seconda parte sembra veramente ritornato agli antichi fasti, lontane le radici black metal, la fiamma del prog è ancora splendente e tutt’altro che autoindulgente. Bentornati.

06. Liquido di Morte “II”

Un disco strumentale? Certo. E’ una rarità che non può mancare, soprattutto se si tratta di uno dei migliori gruppi italiani al momento. Coinvolgenti. Ipnotici. Ispirati. Occorre essere dello stato d’animo adatto ma poi ti trascinano via. Lontano.

05. Kvelertak: Nattesferd

I gufi non sono quel che sembrano. I Kvelertak escono dal pantano (per quanto intrigante) del loro secondo lavoro e ritornano con un disco fresco dal deciso piglio rock’n’roll con pochi fronzoli e molta decisione. In pochi ci avrebbero scommesso eppure il disco vince in freschezza compositiva e trascinante foga. Mischiare black metal e rock può sembrare azzardato e loro ci sono riusciti, riprendere le redini di una proposta che aveva mostrato un po’ la corda solo alla seconda uscita forse era ancora più difficile. Ora non c’è due senza tre. Norway, here we come!

04. Darkthrone: Arctic Thunder

Io e l’altro unimog consideriamo i Darkthrone come i nostri padri spirituali, specialmente dopo l’abbandono della fase blackmetal. A loro non importa nulla e nemmeno a noi. Impegnati nella loro sempiterna crociata per il metal, quello esente da ogni suono plastificato, che ha il suo habitat naturale in qualche bunker svizzero impenetrabile nella prima metà degli anni ottanta, come fai a non stimarli? Quando poi abbiamo visto un fuoco rupestre in copertina, la vicinanza si è accorciata ancora. Rustici e veri, nel senso più genuino del termine, incidono un altro disco alla faccia di chi gli vuol male. E tanto basta.

03. Nick Cave and the Bad Seeds: “Skeleton tree”

Credo di aver scritto già a sufficienza di questo disco quando uscì. E visto che fa della sottrazione la sua forza non mi sento di aggiungere nulla se non che, a ben vedere, dovrebbe essere fuori “classifica” in quanto troppo intimo e sofferto per poter figurare in una cosa così frivola e vacua. Ci finisce solo perché non posso non ricordare un dico come questo. Curioso come la separazione tra lui e Blixa alla fine ce li restituisca entrambi in splendida forma (così ricordo anche “Nerissimo” e il bellissimo concerto a Milano con Teho Teardo).

02. Klimt 1918: “Sentimentale jugend”

Otto lunghissimi anni di silenzio. A me i Klimt 1918 sono mancati e parecchio. Il mio incontro con loro avvenne in una situazione che mi rende impossibile non considerarli vicini al cuore. Durante un viaggio a Vienna, in pieno trip Klimtiano da tre musei al giorno senza tregua, entro in un negozio di dischi (c’erano dubbi?) e scartabellando tra i CD mi viene tra le mani il loro, bellissimo, “Dopoguerra”. L’ho preso come un segno del destino e da allora occupano un posto speciale tra i miei ascolti.

Un doppio CD potrebbe essere una mossa decisamente pretenziosa e forse azzardata. Ebbene non lo è. Il lavoro è inteso, pregno di lirismo e ispirazione, magari non semplice da ascoltare di seguito eppure assolutamente affascinante nel concept (Germania anni ’80 e Roma), soavemente etereo e atmosferico. Non fateci mai più attendere tanto!

01. Neurosis: “Fires within fires”

Mi spiace, nessuna sorpresa. Dopo 10 minuti della loro esibizione bresciana dello scorso 11 agosto avevano agilmente spazzato via qualsiasi cosa avessi visto dal vivo nell’ultimo periodo. Semplicemente questo. Possiedono un’intensità ineguagliabile. Un suono personale e mutevole, senza che per questo si snaturi. Evolvono disco dopo disco, concerto dopo concerto. La loro ultima incarnazione è scarna, essenziale diretta.

Dritta al cuore, dritta all’anima all’origine stessa della musica. Il viaggio continua.

In Busta Chiusa: V – Veloce — Fuochi Anarchici

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Veloce come un bel libro Sai, piccola L, il mondo è un posto strano. Ha tante cose bellissime, ma anche tanti difetti. Uno dei peggiori, forse perché non c’è modo di correggerlo, è il suo sfrecciare veloce attraverso il monotono ma inesorabile ticchettio del tempo. È difficile da spiegare, soprattutto a chi, come […]

via In Busta Chiusa: V – Veloce — Fuochi Anarchici

Animali notturni

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Animale notturno

“Si scrive perché tutto muore, si scrive per salvare quello che muore. Si scrive perché il mondo è un caos inarticolato, e non riesci a vederlo finché non ne disegni la mappa con le parole”

Si va al cinema per venire rapiti dalle immagini, per dialogare con la storia, per riconoscersi nelle sfumature, per emozionarsi coi suoni e coi colori. Per comunicare a un livello superiore al mero verbo. A volte per crescere e riflettere.

Quando uscì il primo film di Tom Ford, il regista mi fece lo sgambetto. Un film diretto da uno stilista mi sembrò da subito una sfida ai miei pregiudizi, considerato che la moda viene recepita da me come il vuoto cosmico riempito di qualcosa di molto simile all’immondizia. Non ho cambiato idea sulla moda, sul fatto che l’estetica possa essere ricondotta ad un modello sterile ed insignificante, per giunta costoso e spesso privo di bellezza, questo crimine contro l’umanità continua a perpetrarsi tutt’ora.

Ho cambiato idea sul fatto che uno stilista possa essere un regista assolutamente pieno di talento. “A single man” mi ha conquistato. E’ ispirato, intenso e affascinante. E’ stato una ventata di aria fresca che non avrei mai inalato se il trailer non mi avesse colpito prima di un’altra proiezione. Avevo sentito dell’esordio dello stilista e regista/stilista ed ero deciso ad evitarlo come la peste. Eppure qualcosa mi aveva colpito nel trailer, o forse quella sera non avevo molto altro da fare. In tal caso benedetta indolenza. Ne sono stato catturato, pur essendo del tutto estraneo alle tematiche del film e questo non è cosa da poco, se qualcuno ti facesse leggere un libro su un tema assolutamente lontano da te, nel mio caso sarebbe già bravo, se poi riuscisse anche a farmelo piacere, allora sfiorerebbe il superlativo.

Quindi tutti i complimenti del caso. Il secondo episodio non me lo aspettavo e nemmeno lo cercavo, eppure mi ha trovato lui nello stesso identico modo del primo. E mi son detto che dovevo vederlo. E questa volta non solo mi è piaciuto ma mi ha fatto male.

La ricerca estetica vibrante in ogni scena, la puntuale caratterizzazione sonora di Abel Korzeniowski, i tremori emozionali della protagonista e la presenza del protagonista che non compare mai se non nei ricordi. Una storia divisa in due tra finzione e realtà compenetrate in maniera inquietante quanto precisa. Un rebus senza soluzione. Un labirinto di vetri o specchi nei quali o vedi te stesso o vedi oltre te stesso oppure guardi indietro, a un passato slabbrato e crudele. Incomunicabilità e nemesi familiari, il silenzio che domina sulla vita di ognuno di noi, quella violenza evocata a specchio dei propri dolori interiori. E la consapevolezza di valere di più della nostra stessa quotidianità, per quanto appagante. Affidare i propri dolori ad una storia cupa e cruda, cacciare a forza lo sguardo in una notte dell’anima che non conosce pietà e che al mattino conosce un’alba pallida e grigia, satura di nebbia e non lo splendore del sole.

Buttare fuori tramite le parole, nero su bianco, tutta la propria disperazione e dedicarla a colei che ne fu artefice, inviandole un manoscritto che, per altro, lei non riesce a eludere. Forse non lo vuole nemmeno, come se dopo aver provocato un incidente d’auto improvvisamente vedessi tutto con gli occhi di un Vaugahn consapevole del disastro, ma affascinato e consapevole del suo lato meramente estetico.

Da una parte sgravarsi dall’altra caricarsi. Da una parte dolersi e rinascere, dall’altra illudersi e morire. Fortunatamente, per quanto di rado, qualcosa mi riconcilia con il cinema e con l’arte.

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Animali notturni

La deriva nichilista

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La democratica illusione che qualcuno vinca quando in realtà sono tutti gli altri che perdono…

Nero in copertina

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Nick Cave appartiene a quel periodo della mia (fortunata) formazione musicale nel quale ogni nuovo artista che incrociava il mio udito rappresentava un viaggio, un mondo da scoprire, una terra incognita da esplorare. E di cose da scoprire con lui ce ne sono state tante, molto poche rassicuranti, comode o semplici ma molto spesso intense, ispirate e sincere.

Nick Cave ha rappresentato, per me, un prototipo dell’artista, uno che non teme di mettersi a nudo, fin sotto la pelle, tra i muscoli, in mezzo alle ossa, dentro al midollo. Nick the stripper, appunto. E quando uno con quella fama pubblica un disco dalla copertina nera e dal titolo Albero scheletrico cosa puoi aspettarti?

Ammetto che ci eravamo allontanati: album come Nocturama o Dig, Lazarus, dig!!! (ma non il meraviglioso doppio Abbattoir blues/Lyre of orpheus) o anche il secondo Grinderman mi avevano un po’ deluso ma poi Push the sky away aveva magicamente riacceso la luce sul gruppo, tutto in quell’album (a partire dalla copertina sovraesposta) appariva pieno di luce anche se rarefatto (non che sia un male, beninteso) e comunque distante dalle vecchie produzioni, ma in modo interessante e fresco.

Poi la tragedia che una volta ancora ha colpito quest’uomo, la tragica perdita del figlio. Il nero che scende su di lui. E lui che ritorna alla radice: al suono delle sue corde vocali. E’ un processo che mi sembra familiare, di fronte ad una tragedia torna a ciò che conosci, ad un porto sicuro a qualcosa su cui puoi contare e riparti da lì. E lui riparte dal nero, riparte dalla sua voce dalla sua fedele compagna, anno dopo anno, incisa sui suoi dischi. Ha portato la sua poesia a tante, tantissime persone che in essa si sono riconosciute, perse, ritrovate ed in fine ammantate di bellezza, per quanto a volte tragica o sporca, sicuramente mai facile.

Stavolta la musica gli fa da cornice, resta in sottofondo, lo accompagna facendosi sentire, ma con discrezione, quasi rispettosa dell’abisso nel quale Cave è stato costretto a guardare.

Ho letto parole come capolavoro per definire quest’album. Non so se lo è, so che non ha bisogno di esserlo. Il tempo dirà come potrà incastrarsi nel suo immaginario, nelle sue esperienze, nella sua vita. Ma a ben pensarci, importa davvero?

Se volete la mia opinione, no non importa. Liberatevi dalle domande e ascoltate, riascoltate e ascoltate ancora poiché questo lavoro ha tanto da dire, senza inutili sovrastrutture o classificazioni. Non perdete tempo a analizzare, a formulare opinioni, una volta tanto non ce n’è bisogno. Tutto è sotto i vostri occhi, a cavallo di quel particolare filo che unisce musicista ed ascoltatore.

Un weekend da dro)))ni

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Quanto state per leggere è la cronaca di un’ idea meravigliosa venuta all’altra metà (rispetto a quella che sta scrivendo) del bassistico duo, ovvero seguire due date consecutive del recente tour dei Sunn 0))) in Europa. Ne scrivo con colpevole ritardo, lo so, comunque le due date in questione sono quelle di Fontaneto (labirinto della Masone) e Vevey (Svizzera).

Un totale di circa 1400km in due giorni, inframezzati pure, per l’Oltranzista, da un sabato mattina lavorativo. Converrete che per due veterani come noi non c’è male.

Si parte venerdì nel tardo pomeriggio per la provincia di Parma, finito il lavoro, con tanto di vettovaglie e bevaraggi vari. La destinazione era fantastica (almeno nelle previsioni): un labirinto nel mezzo del nulla! Dopo le prigioni di Torino ovviamente il seguito era assolutamente degno di attenzione e sforzo da parte nostro, quindi: on the road again!

La tangenziale di Milano è un piccolo calvario nell’ora di punta. Traggo la cena-panino da una borsa e la condisco con abbondanti gas di scarico, al mio compare invece toccano le esalazioni da allevamenti di suini che giungono copiose nell’abitacolo all’altezza di Casalpusterlengo e non ci abbandoneranno fino a destinazione.

Quando ci siamo vengo colto da un accesso di ignoranza e grettezza come non mi capitava da anni: quando ci sono di mezzo i signori del drone, tutto il resto che la serata abbia da offrire passa in secondo piano. In un secondo piano infinitamente distante dall’evento principale. Questo comporta: polemica, intolleranza e sarcasmo verso qualunque cosa mi separi da quel muro di Model T.

Questa sera si tratta di: esibizione di pseudo tamburi giapponesi, video installazione precedente l’esibizione e percorso labirintico per raggiungere  il palco. Infatti il labirinto si dimostra essere una struttura finto-storica dal fascino praticamente assente: almeno per il sottoscritto le prigioni risultano essere decisamente più pregne di realismo e fascino, delle due altre esibizioni taccio giacché non mi suscitano il minimo interesse. Comunque alla fine ci arriviamo e mi piazzo direttamente sotto la postazione di Greg Andreson, alla faccia di tutti.

Il concerto inizia con Attila Csihar che emana sciamaniche litanie vocali in posizione soprelevata, da una (fintissima) piramide posta dietro al palco… Il concerto è la solita cosa indescrivibile ma piena di fascino, vibrazioni ed eccessi sonici. Inutile dire che li adoriamo all’istante, loro sembrano più esaltati del solito: l’ebbrezza enologica appare particolarmente presente questa sera (anche se è una loro costante) soprattutto per Stephen O’Malley, che ad un certo punto si esalta, sposta le macchine per il fumo ed esorta il pubblico alla partecipazione. Mr. Anderson stappa una bottiglia con la bocca sputando il tappo che, a forza di vibrazioni, arriva fino a me…

In definitiva circa due ore e venti di spettacolo che ci lasciano assolutamente esalatati per il giorno seguente… Oltre alla gratitudine per aver rivisto amici di lunga data anche se, fatalmente, con poco tempo per conversare.

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Sunn 0))) Live @ Labirinto della Masone
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Sunn 0))) Live @ Labirinto della Masone

Dopo la trasferta della serata precedente la metà lavorante del duo è abbastanza e comprensibilmente ko, quindi mi tocca la guida fino in Svizzera: la tangenziale fino ad Aosta è stato uno strazio incredibile grazie a dei simpatici automobilisti valdostani la cui velocità massima si aggirava al massimo ai 30km/h… abbastanza snervante, se me lo concedete. Comunque, dopo una cena, nuovamente a base di panini, consumata quasi sull’apice del passo del Gran San Bernardo, senza alcuna interruzione scavalchiamo la collina e siamo in Svizzera… che ci accoglie con la sua selva di limiti di di velocità, divieti e amenità varie.

Montreux appare come una città in grado di attentare ai nervi di chiunque sia per gli automobilisti (evidentemente imparentati con i cugini valdostani), che per la luccicante via dello shopping, che per aver favorito il concepimento di “Smoke on the water”: fonte di fiducia in se stesso per ogni chitarrista alle prime armi e di alienazione per tutti gli altri. Ce la lasciamo alle spalle non senza una certa dose di insofferenza alla volta di Vevey dove avrà luogo il concerto nel locale Rocking Chair.

Arriviamo a destinazione dopo vario girovagare a causa dell’impossibilità di trovare un parcheggio. Il locale ricorda molto da vicino il caro, vecchio, Babylonia, per grandezza ed impostazione. Come in precedenza il pre-concerto ad opera di tali canadesi Big Brave ci lascia annoiati e intolleranti (anche se un po’ meno della sera precedente, almeno arriviamo a metà esibizione), il pubblico sembra tremendamente più finto-alternativo e trendy che in Italia, non che la cosa importi in alcun modo, come detto, quando ci sono i signori del drone, il resto non conta.

Essendo al coperto il concerto è infinitamente più rumoroso e intriso di ghiaccio-secco della sera precedente. Risulta anche meno lungo e decisamente più compresso nella durata, divagano meno e sgretolano tutto con la sola forza del suono, infinitamente più concreti e diretti della sera precedente, in un’ ora e mezza abbondante di durata (quasi un’ora meno della sera precedente) tagliano le divagazioni (il prologo di Attila iniziale) e vanno dritto al punto. Siamo ancora sotto Mr. Andreson ma, pur essendo più vicini, l’aura di fumo che li circonda rende la stessa distanza della sera precedente. Ancora una volta, nell’arco della performance, trasportano tutto e tutti in una sorta di trascendenza del tutto avulsa dalla realtà che poi è uno dei motivi che mi fanno amare così tanto le loro live performances. Alla fine è come un risveglio, un ritorno alla realtà, niente di così bello insomma.

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Sunn 0))) Live @ Rocking Chair – Vevey (CH)

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Sunn 0))) Live @ Rocking Chair – Vevey (CH)

Comunque dopo la strada del ritorno condita da barretti tristissimi (costante della Svizzera), dancing deprimenti e bordelli malcelati arriviamo in piena notte sul colmo del passo del Gran San Bernardo. Le papere, infreddolite nel laghetto, dormono (e c’è da chiedersi come fanno con quella temperatura artica) tenendo la testa sotto un ala. L’assenza di luna e di illuminazione ci riportano in una dimensione onirica stupefacente: il cielo è uno spettacolo senza paragoni, come non se se vedono più alle nostre altezze collinari, essenzialmente per questo bellissimo e quasi perso motivo: