1992

Yeah!

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Kyuss: "Blues For The Red Sun" 1992
Kyuss: “Blues For The Red Sun” 1992

Cominciamo dalla fine: uno “Yeah” pronunciato da qualcuno dei quattro guasconi californiani, probabilmente con la bocca piena, rappresenta la 14esima traccia e chiude uno dei più bei dischi degli anni ’90 e, per me, di sempre. Basta?

In questo ultimo periodo mi sono ritrovato a parlare spesso di dischi usciti nel 1992 e parlando dei QOTSA, qualche giorno fa mi sono reso conto che anche questo capolavoro compie quest’anno vent’ anni, mette quasi paura dirlo! Il disco esce il 30 Giugno 1992 per la misconosciuta Dalì Records, evidentemente un’etichetta indipendente locale (il cui fallimento, qualche anno dopo, metterà seriamente in forse la pubblicazione di quell’altra gemma denominata “Sky Valley”), ed è stato registrato a Van Nuys nello studio Sound City col producer Chris Goss (Master Of Reality).

Il disco si presenta da subito come qualcosa di straordinario: la copertina con le tempeste solari, il suono che fonde volutamente sonorità settantiane e psichedeliche con una pesantezza terrosa difficilmente riscontrabile in precedenza. Per la chitarra un giovanissimo Josh Homme decide di utilizzare un amplificatore da basso cosicché la caratteristica del disco finisce per essere una costante grevità nel suono, che, le prime volte che il disco finiva nel lettore, sembrava assomigliare a una curiosa amalgama di chitarra e basso, tenuta assieme dalla batteria ed in contrasto con la voce di John Garcia che risulta muoversi alla perfezione in un simile magma sonoro. Personalmente, per la scoperta di questo disco, devo rendere grazie alla trasmissione “Planet Rock” della Radio Rai e, segnatamente al dj Mixo che adesso è di stanza a Radio Capital. Sulle prime non è che mi fosse piaciuto poi molto, anche se il singolo “Green Machine” è ancora una cosa piuttosto abbordabile, era forse troppo diverso per coglierne il fascino al volo… tuttavia qualcosa era scattato nell’apparato uditivo: il bisogno di un suono totalmente greve e valvolare!!!

Spilletta dei Kyuss recuperata in un negozietto ad Amsterdam
Spilletta dei Kyuss recuperata in un negozietto ad Amsterdam

Quindi in capo a quindici giorni (considerati anche i tempi biblici dei negozi di provincia quasi un miracolo!) il disco si trova nelle mie mani e, quasi per magia, quando lo depongo nel lettore è amore a primo ascolto!!! Insieme al giro iniziale di “Thumb” si espande anche il sorriso, quando la distorsione entra a piena potenza è un tale visibilio sonoro che difficilmente si può descrivere!!! Tornano in mente immagini vecchie di vent’anni: il fantasma dei tripli stack di amplificatori dei Blue Cheer, della SG consunta di Toni Iommi, della batteria enorme di John Bonham… si fantastica (?) tra i fan di leggendarie sessions nel deserto, supportati dall’immagine interna della copertina che mostra un amplificatore monolitico sullo sfondo della mesa con un basso a terra e i raggi di luce violenti che sbucano da dietro…

E parlare delle singole canzoni non rende… anche se quando irrompe “Freedom Run” l’intero disco sembra bloccarsi per far passare un TIR sonoro enorme come solo certi trucks che solcano i deserti americani sanno essere… ed un titolo come “50 milion year trip (downside up)” la dice lunga sul contenuto della canzone stessa. Il blues straripa in “Thong Song” inno sulfureo al rock’n’roll, mentre “Allen’s Wrench” sfinisce definitivamente l’ascoltatore prima che quel tripudio di distorsione interstellare che è “Mondo Generator” (vi dice qualcosa cari Ufomammut?) conduca il lavoro alla fine.

“Blues For The Red Sun” non è un semplice disco… è una leggenda!!!

20 anni? A me sembra ieri!

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RATM XX Anniversary Cover

La questione è questa ed è semplice: i Rage Against The Machine fanno uscire oggi una versione rimasterizzata ed espansa del loro disco d’esordio, la versione in questione è ascoltabile, previa registrazione, qui. Un’operazione piuttosto comune e ruffiana di questi tempi, del resto i RATM sono da sempre nel mirino di certi duri-e-puri che sostengono l’impossibilità di poter genuinamente esprimere ribellione incidendo per una major come la Epic, uno dei primi a farglielo notare fu Mike Muir dei Sucidal Tendencies, ma alla fine dei conti fu solo uno dei tanti. Cosa pensarne? Non lo so onestamente, il dibattito è, potenzialmente, senza fine. Io mi limito ai fatti ed i fatti sono che ben pochi dischi al pari di questo (e che non siano HC) hanno saputo canalizzare il sentimento di una sana ribellione sociale, almeno per me. La prima traccia si intitola “Bombtrack” e potrebbe essere tranquillamente il titolo del disco, che, di fatto, è un enorme catalizzatore di rabbia e sembra fatto apposta per farla esplodere con una deflagrazione dirompente. Ebbene sì questo disco funziona e funziona anche a vent’anni dalla prima pubblicazione!

Il resto sono chiacchiere. Anche il fatto di vedere sdoganato il rap in un contesto di musica pesante non mi dispiace affatto, se il risultato merita come in questo caso. Comunque quella era l’epoca del crossover totale, quindi quale periodo migliore? A Los Angeles inoltre la ribellione è assolutamente nell’aria: dopo l’ ignominiosa assoluzione degli autori del pestaggio di Rodney King, esploderà definitivamente il 29 Aprile 1992, un avvenimento che la dice lunga sul sentimento che infervorava gli animi. Un sentimento del quale onestamente sento molto la mancanza oggi.

Rage Against The Machine

A testimonianza di quanto sopra i 16 fuck you del singolo “Killing In The Name”, le apparizioni “nudiste” contro la censura del comitato PMRC di quella simpaticona di Tipper Gore (chissà perché tutti si ricordano sempre e solo del marito), la scalata di Tim C ai Music Award, le campagne per Mamia e la libertà di stampa e di opinione. Successivamente verranno il retrogusto amaro (ma non amarissimo) del secondo lavoro “Evil Empire”, che si è fatto attendere per un tempo allora lunghissimo (4 anni!), per poi possedere ben poco della carica dell’esordio, comunque il gruppo si riprende abbastanza bene nel 1999 con “The Battle Of Los Angeles”, durante il tour del quale ebbi la possibilità di vederli, come testimonia una cassetta registrata nell’occasione nella quale mi si sente urlare come un ossesso!

Successivamente la storia recita che ci sarà solo il tempo per una compilation di cover (“Renegades”) prima che il cantante segua i suoi progetti (tutti più o meno inconcludenti) ed il resto del gruppo si unisca a Chris Cornell dei Soundgarden per formare i, non ispiratissimi, Audioslave. Ovviamente si sono riformati di recente, facendo dei concerti e nulla più, questo a testimoniare che, escludendo il primo lavoro, produrre del nuovo materiale è, per loro, un’impresa quantomai ardua.