1997

Del resto m’importa una sega!

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“Tabula rasa etettrificata” è un disco dei C.S.I. ed è uscito vent’anni fa. Rappresenta un piccolo miracolo  essendo arrivato al primo posto nella classifica dei dischi più venduti nell’anno di grazia della musica indipendente 1997.

“T.R.E.” terzo disco da studio dei nostri, nasce da un viaggio spirituale e materiale effettuato in Mongolia dalla premiata coppia Zamboni-Ferretti coronando loro sogno di lunga data di visitare quelle lande desolate. Il titolo si rifarisce infatti a quei paesaggi fatti di steppe scarsamente abitate solo raramente percorse da fili e tralicci elettrici. Al rientro le loro suggestioni sono ben lungi dallo spegnersi e finiscono per travogere anche i restanti membri del gruppo, che sposano idealmente il nomadismo inoculato nei due amici e partono in esplorazione delle loro esperienze, aiutandoli a metterle in musica. La concentrazione di energia che se ne ricava, figlia anche del momento storico estremamente favorevole, è tale che per un attimo, un solo lungo e glorioso attimo, pare che tutte le orecchie di chi ascolta musica indipendente ed alternativa in Italia si rivolgano in direzione dei loro amplificatori fungendo da enorme cassa di risonanza. Tutti assieme. Tutti nel momento stesso in cui il disco esce nei negozi.

Il contesto è quanto mai propizio: La musica alternativa sembra aver definitaivamente sfondato la porta anche nella più provinciale delle nazioni musicalmente “evolute”. I Nirvana fecero il grosso del lavoro, sdoganando sei anni prima certe sonorità, troppo pesanti e scomode per emergere prima di allora. C’è voluto comunque molto tempo ma l’ Italia sembrava, finalmente, essere pronta: siamo sempre stati in ritardo su tutto.

In quel momento infatti il disco svettava sopra tutti, sopra tutto il ciarpame che ha sempre infettato le orecchie del paese. Fissi il giornale, ascolti attonito la radio, sgrani quasi commosso gli occhi davanti alla televisione che annunciano la lieta novella e, alla fine, realizzi che è vero!

E parte il delirio. Chi salta sul carro degli effimeri vincitori (comunque in pochi), chi li sbeffeggia ostentando cultura conforme, chi non se lo spiega e chi fa esplicito sfoggio di ignoranza e presunta superiorità sminuendo l’accaduto.

Tutto intorno la popolarità cresce ancora di più e, nonostante ciò finisca poi per minare percolosamente la stabilità del gruppo,  diventa difficile non esserne beffardamente entusiasti. Forse proprio l’eccessivo riscontro finirà per far decidere al gruppo di ritirarsi (almeno con questa denominazione) diventando di fatto una maledizione, ma non c’è tempo per pensare.

Il disco era in vetrina, con la sua copertina di cartone col libretto incollato. Era l’ultima copia arrivata in provincia. Ne avevano mandate tre e le altre due erano andate, negli altri negozi non ce n’era traccia. Per un caso fortuito ne avevo seguito l’uscita aspettando paziente e mi ero fatto trovare pronto. Eravamo tutti pronti, tutti in linea per dare il nostro contributo e spingere in alto quel gruppo che con “Linea gotica” aveva regalato alla nazione uno dei dischi più intesi da una decade a quella parte. Tutti insieme abbiamo osato alzare la voce all’unisono. Ed è stato un bellissimo suono, impossibile da ignorare.

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I dati di vendita di un disco continuano a non significare nulla per me, ma per coloro che ancora ritengono siano legati alla qualità della proposta fu un duro colpo. Forse fuorono costretti ad ammettere che c’era qualcosa di dannatamente buono in quella musica. La meritocrazia che per la prima volta faceva capolino nel paese. L’eccezione che conferma la regola. L’emarginato che, per una volta, emargina.

Nella mia cittadina il solito locale che all’epoca conteneva concerti medio-piccoli deve abdicare e gli organizzatori, vista la portata dell’evento, sfrattano il basket dal palasport per una serata epocale, ancora viva negli occhi di chi c’era.

Nonostante il ’97 mi avesse messo a dura prova dal punto di vista personale e la mia vita stessa fosse, in quel periodo, una tabula rasa elettrificata dal punto di vista morale e sentimentale, colma di vuoto e piena di violento ed elettrico dolore, ero presente abbastanza per ricordarmi tutto questo vent’anni dopo.

Se i Nirvana, per dirla con il libro su “Planet rock”, fecero l’ultima, grande, rivoluzione in campo rock, i C.S.I. fecero forse l’unico tentativo degno di nota di dare una voce reale e tangibile all’ Italia musicale che fieramente non appartiene alla venerabile tradizione cantautoriale da una parte e nemmeno all’immondizia musicale che dominava (e domina ancora) le classifiche dall’altra. Il bello è che, nonstante poi lo scarsissimo seguito, ci riuscirono in pieno.

Del resto m’importa una sega sai, ma fatta bene che non si sa mai!

 

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There’s a light that never goes out

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 Non avresti mai creduto che una tale meraviglia in cielo sarebbe stata foriera di sventura, eppure il 1997 si trasformò presto in un incubo terribile, in parte imposto, in parte cercato, provando a soddisfare quella voglia di autodistruzione che a tratti assale dritta alla gola. E continui a vorticare su te stesso in una spirale che punta verso il basso, non accorgendoti affatto del male che fai a chi ti sta vicino, perchè di quello che fai a te stesso ne sei fin troppo consapevole. Non accorgendoti affatto dell’ inutilità di fare del male a se stessi nella speranza che il mondo se ne accorga. La notizia è che al mondo non importa nulla e le persone non sono troppo portate ad avvicinarsi ad un essere dedito all’auto distruzione. [Questo però, si sappia, è un ragionamento a posteriori e, soprattutto, a mente fredda].

Può darsi dunque che al mondo non importi della tua afflizione, eppure il mondo stesso può curarti mostrandoti che le quattro mura astratte che ti sei scelto come prigione non corrispondono esattamente a tutta la realtà che ti circonda. Mentre annaspi nel tuo dolore salta fuori un amico con un programma grandioso: una settimana a Parigi e dieci giorni a Londra. Questo non sarà un resoconto di quel viaggio, bensì di un incontro quello con la musica degli Smiths e di Morrisey.

E non mi importa di come un certo numero di persone li giudica… a parer mio, e senza che mi piaccia poi tutto quello che hanno prodotto, hanno il pregio di essere popolari senza essere scontati (o venduti), sentimetali (e, in un certo qual modo, “sensibili”) senza essere sdolcinati e non è poco.

Dunque nell’anno 1998 mentre sto per lasciare Parigi mi assale la voglia di possedere un CD di musica che suonasse incontestabilmente “british” e, non solo, doveva anche essere lontana dalla musica britannica che avevo conoscuito fino ad allora (Iron Maiden, Black Sabbath, Pink Floyd e tutta la compagnia). In virtù del fatto che avessi apprezzato a dismisura “Everyday Is Like Sunday” (una canzone che, a mio parere, coniuga magistralmente il desiderio di autodistruzione -anche abbastanza estremo- con la dolcezza dell’atmosfera che crea) acquistai “Bona Drag” di Morrisey in un megastore sui campi elisi.

A distanza di tempo, lo scorso anno è stato un ulteriore concentrato di sventure, la differenza con il passato sta nella strenua resistenza all’ autodistruzione, all’annichilimento ed alla voglia di inferire su se stessi. Benchè non sempre ci si riesca, non manchino pensieri che ti assalgono col loro gelo, benchè la solitudine si dimostri spesso insopportabile ed il dolore tenda a sopraffarmi in ben più di un occasione… ancora le canzoni mi sono venute incontro ed una di queste è “There’s a light that never goes out”.

A volte, se la vita finisse in determinati momenti, acquisterebbe senso (sarebbe quasi, paradossalmente, una celebrazione della vita stessa), ma siamo sicuri che tutto questo debba avere senso (vedi post precedente)? E comunque i sentimenti, per quanto adesso facciano male, non si possono eliminare a piacimento. Elementare, mio caro Morrisey. C’è una luce che non si spegne mai.