2001 Odissea Nello Spazio

Quasi una citazione da spaghetti western*

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A nord le occhiaie sono un po’ meno fonde, ma gli occhi bruciano da morire, ad ovest nulla da segnalare, ad est due abrasioni profonde sulla mano e a sud tre vesciche in via di guarigione.

Black Sabbath 13
Black Sabbath 13

I Black Sabbath stanno per fare uscire il primo disco dopo anni con Ozzy Osbourne ma senza l’amicone Bill Ward (sigh) e la notizia, anche se è di ieri, è che hanno annunciato l’annullamento della data italiana dovuto a non meglio precisati motivi logistici che facilmente saranno da ascrivere alla ben nota organizzazione di cui l’Italia tutta si fa onore e vanto. Aiuto. Comunque non avevo nemmeno preso il biglietto: un po’ perché, fortuna mia, li vidi già nel 1998, un po’ perché giudico abbastanza immorale spendere 60 e passa euro per un concerto, sia pure di leggende viventi, e soprattutto perché, nonostante abbia acquistato ben due copie del disco in questione (“13”, in vinile ed in CD de luxe), sono pienamente consapevole del fatto che in cabina di regia ci sia la contabile che il povero John Osbourne si ritrova come moglie.

Già una cosa come “The Osbournes” dovrebbe bastare a farla condannare all’unanimità, ma ovviamente la giustizia non è di questo mondo.

Nonostante questo, quello che ho sentito mi piace: Iommi, seppur fisicamente provato, ha ancora un database di riff nel cervello ineguagliabile, Geezer sostiene la sua inventiva alla grande, Wilk fa il suo mestiere e Rubin ha il merito di rendere il biascichio di Ozzy ascoltabile. Tuttavia il grosso demerito del suddetto produttore è di dare un suono decisamente trooooooppo pulito al tutto, soprattutto la chitarra di Iommi che avrei voluto bella spessa, terrosa e, soprattutto, fieramente analogica e valvolare invece sembra uscita dal peggiore dei pro tools digitali. Amen.

"The Tree Of Life" Terence Malick
“The Tree Of Life” Terence Malick

Domenica, dopo averne sentito parlare e riparlare, ho visto “L’albero della vita” di Terence Malick, nuovo idolo della critica cinematografica. Bah… noioso, consolatorio, autocelebrativo ed autoindulgente, un po’ una palla per essere concreti.Tutte queste immagini pulitine ed educate, tutto questo sfoggio musicale, tutti questi scontri fra macro e micro cosmo e tutto questo tedio domenicale, per citare i CCCP. Ho sentito parlare di paragoni ingombranti con “2001 odissea nello spazio” ma il povero Terence non si avvicina nemmeno ad un fotogramma di cotanto film. Innanzitutto la perfetta simbiosi tra musica ed immagini ottenuta dall’ immortale Kubrick, in Malick risulta scialba e poco organica, le immagini risultano tutte molto rifinite e raffinate nella qualità ma per questo risultano fin troppo algide e asettiche, il regista non sembra volersi sporcare le mani con le tematiche che affronta mentre Kubrick ne ha il controllo assoluto, senti quasi il suo respiro dietro alle immagini. E soprattutto, pur dirigendo un film pesante per scenografia e temi affrontati, Kubrick riesce a non annoiarmi nemmeno un secondo e lo stesso non si può proprio dire per il regista de “L’albero della vita”. Inoltre, visto che è una cosa che non sopporto devo proprio dirla, tutta quella falsa consolazione che il film cerca spasmodicamente per tutta la sua durata mi fa vomitare.

Che bello sparare sentenze*.

Il cattivo
Il cattivo

Letteratura e cinematografia: una relazione impossibile!?

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Pizza cinematografica?
Pizza cinematografica?

Libri o cinema, cinema o libri? In una vecchia barzelletta piemontese c’era una volta una trappola per topi costituita da un seghetto con, alle estremità, poste una mela ed una pera. Colto da indecisione estrema, l’ingenuo roditore, una volta posizionato il suo esile collo sul seghetto, finirà per  segarsi automaticamente la carotide guardando alternativamente l’uno o l’altro frutto! Con la letteratura ed il cinema per quanto mi riguarda potrebbe essere tranquillamente la fine che farei io, visto che amo profondamente entrambi, scegliere diventa difficile.

O lasagna letteraria?
O lasagna letteraria?

Quando poi da un libro si trae un film è una tragedia per me. Potrei darvi un consiglio: nel dubbio mettetevi sotto con la lettura. Di solito il libro è meglio, ma richiede impegno e tempo. Il film è veloce, facile e si adatta al mercato, soprattutto se fatto senza troppo rispetto per l’originale letterario. Di esempi ce ne sono a volontà, il primo che mi viene in mente è il famoso “Trainspotting” che, benché lo stesso Welsh abbia collaborato alle riprese, sembra quasi un’altra storia tali e tante sono le variazioni di trama. Tutt’ora non ne capisco il motivo… è chiaro che, dovendo far stare tutto in un paio d’ore, occorra adattare lo scritto, ma perché stravolgerlo? Se i tagli sembrano essere necessari, come la mettiamo quando si introducono cose nemmeno accennate nel testo? Peggio di tutto è quando il racconto è a carattere biografico e si cambiano gli avvenimenti… ma se lo scopo del film è raccontare la vita e le esperienze di una persona, come mai poi le si cambiano a piacimento? Un conto è farlo con un’opera di fantasia (che già non ha molto senso ma soprassediamo) ma con avvenimenti reali è completamente senza senso. Se siete dei sentimentaloni, come il sottoscritto, e vi innamorate non solo di ogni personaggio, ma quasi di ogni paragrafo di un libro, spesso vederli trasposti da cellulosa a celluloide diventa un cataclisma.

E non saprei nemmeno se consigliare di leggere prima il libro o vedere prima il film… sembrano entrambe scelte azzardate: nel primo caso sicuramente si viene a contatto con la storia per quella che è, senza adattamenti, eppure la visone del film perde un po’ di senso e facilmente se ne esce schifati. Nel secondo si rischia di rovinarsi la lettura successiva, a meno che il film non serva a farci conoscere certi autori, allora questo percorso acquista un qualche senso. Probabilmente la cosa migliore sarebbe scrivere sempre delle sceneggiature nate per essere esclusivamente dei film ma, in un periodo in cui lo sbocciare di rifacimenti su rifacimenti sembra dirla lunga sulla scarsa creatività residua degli sceneggiatori, probabilmente è chiedere davvero troppo. Fortunatamente almeno pare che il rapporto sia molto migliore (e meno conflittuale) tra la musica e la cinematografia, altrimenti davvero sarebbe stata una partita impossibile da giocare.

Stanley Kubrick
Stanley Kubrick

Non che sia tutto così nero l’orizzonte, ma occorre essere dei geni. Occorre essere Stanley Kubrick! Uno dei pochi registi  in grado non solo di produrre pietre miliari per ogni genere (“Shining” per i thriller, “Full Metal Jacket” per i film di guerra, “Barry Lyndon” per quelli storici e così via…), ma anche di far rivaleggiare la sua arte con la letteratura e, nel caso del citato Lyndon, addirittura con la pittura. Nel caso di “2001 Odissea nello spazio” il romanzo si sviluppò addirittura parallelamente alla sceneggiatura, con una stretta collaborazione fra il regista e lo scrittore Arthur C. Clarke: credo che sia uno splendido esempio di come sia possibile un connubio fra i due mezzi espressivi. Va detto che, comunque, anche un grande come lui sceglieva scritti che riteneva non brillantissimi, proprio per non fare l’errore di confrontarsi con dei capolavori, sapendo benissimo che si trattava di una battaglia persa in partenza. Occorrerebbe comunque un maggiore rispetto ed un rinnovato impegno nel trattare una materia così delicata.

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Il prologo di Melancholia

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L’impossibilità del desiderio è qualcosa che occorre accettare, il premio è la serenità. Eppure Tristano arde per Isotta la Terra arde per Melancholia. La razionalità non può vincere sul sentimento. E tali unioni sono impossibili a meno che si ammetta che la loro unica conseguenza è l’annichilimento, la distruzione, il nulla. Poiché il loro amore non è di questa Terra, non appartiene a questo mondo e non può realizzarsi qui, ma solo in un altrove assoluto (a cui allude anche la buca n°19) e distinto dalla realtà materiale e terrestre. Allegoria di questo altrove è la notte, regno di visioni ed illusioni e nemica del giorno dove tutto è esplicito, assoluto, palese per azione della forza rivelatrice della luce del Sole che però, insieme all’incertezza, fa svanire anche ogni altra possibilità.

Ed in tutti quei movimenti lenti, in tutta quella resistenza al moto, in quell’affondare nel terreno fino alle ginocchia della madre che cerca di salvare il figlio, nella sposa trattenuta da mille trame oscure,  c’è il marciare dell’ Agrimensore K. verso il Castello di Franz Kafka. Nel suo avanzare, c’è la perdita di senso, il disintegrarsi della ragione, il meticoloso scomporsi dell’essere umano, che, paradossalmente, può ritrovare se stesso solo in una realtà avulsa dall’esistenza terrena e legata a doppio filo con le distanze siderali tra le stelle, con il vuoto gelido del cosmo. Il Castello che si staglia inquietante su tutti i personaggi di Melancholia è la fine definitiva dell’umanità a causa della collisione della Terra con Melancholia, ma  a questo evento tragico non viene data una valenza necessariamente negativa, poiché attraverso la collisione si realizza un amore supremo che nessun umano, che ragioni con una mente condizionata dal suo appartenere alla razza umana, potrà mai capire, un Amore del quale, tuttavia, l’intero universo è pregno, ne sono testimoni le stelle e ne sono pervase le galassie. Ad un simile sentimento tutto, l’arte compresa (la dissoluzione del capolavoro di Brueghel), può essere sacrificato.

Una tale maestosità filmica, una tale riuscita unione tra immagini e suoni, ha il suo padre riconosciuto in Stanley Kubrick (“2001 Odissea Nello Spazio”) e ne accetta ed espande il lascito. Questo post è rispettosamente dedicato a tutti i sentimenti che non hanno potuto concretizzarsi sotto il limitato orizzonte terrestre, perché possano trovare la loro dimensione.