Abe Cunningham

Gente con ancora qualcosa da dire? Parte 2: Deftones.

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Ohms è gia uscito da più di un mese, ho avuto tempo per pensare se acquistarlo o meno. Alla fine ho deciso per il sì. Alla fine anche perché ho tutte le altre uscite del gruppo di Sacramento (che sembra una esclamazione folkloristica che era solito utilizzare mio nonno, con diversi punti esclamativi successivi), sono un loro fan dall’uscita di “Around the fur” e credo che siano uno dei pochi gruppi longevi e con scarsi cambiamenti di formazione rimasti. Già questo di per sé non è poco, nel loro caso poi il cambio del bassista è anche dovuto ad un evento tragico, quindi la sorte nel loro caso ha avuto un corso beffardo: si narra infatti che Stephen Carpenter abbia avuto la possibilità di imparare a suonare la chitarra a causa di un incidente in skateboard (che con i dovuti rimborsi servì anche a comprare l’attrezzatura) e sempre per lo stesso motivo persero il loro bassista storico Chi Cheng.

Nonostante questo hanno tirato avanti dagli anni ’90 ai giorni nostri. Ingiustamente, fino a quando il fenomeno è durato, accostati al movimento del cosiddetto nu-metal un po’ per il periodo storico, un po’ per certe assonanze stilistiche (chitarroni ribassati, uso della voce e groove ritmici) hanno saputo guardare oltre e rinnovarsi, con alterne fortune fino ai giorni nostri. Solo per questo mi verrebbe da dire: avercene.

Ovviamente non è tutto così perfetto, almeno un paio di episodi debolucci nella loro carriera sono indubitabili: “Saturday night wrist” e il disco precedente a questo “Gore” suonano un po’ sottotono nonostante alcuni picchi notevoli a livello di singoli episodi siano innegabili (io continuo ad avere un debole per “Phantom Bride” per esempio), anche “Diamond eyes” girava un po’ su regimi bassi per i loro standard. Quindi il dubbio se fosse la pena di acquistare il nuovo “Ohms” lo ritenevo legittimo.

C’è da dire subito che i loro punti più alti in carriera: “Around the fur”, “White pony” e “Koi no yokan” rimangono lontani all’orizzonte, non aspettatevi un rientro su tali livelli. Se sapete ascoltare però alcuni punti a suo favore il nuovo disco li ha. Carpenter continua ad aggiungere corde alla sua chitarra (siamo a nove tipo Matt Pike? il prossimo traguardo forse è lo stickman di Tony Levin con 10 corde) chissà se poi servono oppure no, rimane il fatto che l’ispirazione, pur con qualche calo sembra non esaurirsi e, se a un primo ascolto sembra non esserci un guizzo particolare in questo disco, man mano che si continua ad ascoltarlo, le melodie ti si piazzano in testa e riemergono di quando in quando nei momenti più inaspettati. ho sempre pensato che la capacità di un disco di rimanerti in testa viaggi di pari passo con la sua qualità.

Almeno per decidere se acquistarlo o meno, per decretare il capolavoro è poi necessario andare oltre… spingere avanti il suono, cercare il lampo di originalità, fare emergere la propria personalità e ispirazione. Sulla personalità dei nostri mi auguro non ci siano dubbi, mentre forse quello che manca a questo disco è una spinta innovativa spiccata. Mi viene anche da pensare però che in questo loro hanno già dato in passato: non voglio ripetere le considerazioni fatte per i Tool, ma anche nel loro caso forse non è più il loro ruolo quello di cercare nuove strade, quanto piuttosto quello di ribadire quelle che loro stessi hanno tracciato rendendole grandi ancora una volta: in questo si può dire che siano riusciti. A più di vent’anni dall’ esordio è sempre meglio che vivacchiare all’ombra del loro stesso nome con dischi scialbi e troppo ripetitivi.

Deftones (Fonte Wikipedia)

Quindi riecco l’elettronica, l’amore mai sopito per gli anni ’80 (“Pompeij” sembra uscito dalla colonna sonora di Twin peaks), i chitarroni ribassati, la voce capace di passare attraverso vari registri con scioltezza le ritmiche serrate e sfaccettate, in poche parole i Deftones, uguali a loro stessi ma senza annoiare, senza restare troppo a corto di argomenti. Scusate se è poco.

Postilla personale: il mio attaccamento ai Deftones arriva direttamente da una delle loro canzoni più famose “Be quiet and drive (far away)” , quando uscì arrivai ad ascoltarla quasi prima che il mondo stesso si accorgesse della loro esistenza. Mi colpì come un diretto alla bocca dello stomaco, mi fece quasi male: era esattamente la summa dei miei sentimenti di inadeguatezza, della mia sensibilità instancabile che mi costringeva a ridurre ogni cosa ad un’estenuante riflessione, che mi teneva ingabbiato al tetro me stesso che ero allora. Sentirmi sussurrare “Now drive me far… don’t care where but far” era esattamente ciò di cui avevo bisogno: che qualcuno mi allontanasse dal mio stesso mare dei sargassi perché da solo non avevo abbastanza forza per farlo e sarebbe stato così ancora per tanto tantissimo tempo. Non importava dove ma lontano, da me e da tutto.

This time I don’t wanna listen!

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Chi Cheng (1970/2013)
Chi Cheng (1970/2013)

Comincio davvero ad essere stanco di questo tipo di notizie che, ultimamente, si stanno susseguendo terribilmente una dietro l’altra. Davvero, vedere delle persone che ti sono state accanto con la loro arte che si spengono  in successione aggiunge una tristezza difficile da esprimere a parole al già problematico quotidiano che ci troviamo ad affrontare.

Difficile non intristirsi di fronte alla dipartita di Jannacci e adesso, per quanto artisticamente distante,  di fronte a quella di Chi Cheng dei Deftones che è tragicamente mancato (lasciando anche un figlio piccolo) sabato scorso a Sacramento.

Nel novembre 2008 era stato vittima di un serissimo incidente stradale, aggravato dal mancato utilizzo della cintura di sicurezza. Da allora il bassista era rimasto in coma per diverso tempo e solo ultimamente sembrava avviarsi verso una lunga e difficile riabilitazione avendo cominciato a muovere difficoltosamente gli arti. Purtroppo questi segnali di ripresa non sono stati sufficienti perché Chi ha cessato di vivere alle tre di mattina.

Basterebbe dire questo ed unirsi idealmente alla fiaccolata silente che ha avuto luogo alla Cesar Chavez plaza a Sacramento. Di fronte ad una simile tragedia in termini si resta senza parole o si ricordano dentro di se’ le circostanze legate al gruppo al quale Chi apparteneva.

I Deftones fecero la loro comparsa nei miei padiglioni auricolari nel 1997, con il loro secondo album “Around The Fur” e, almeno fino all’uscita del disco omonimo, sono rimasti costantemente nei miei ascolti. Mi raccolsero in uno dei periodi più bui e desolati della mia esistenza, esattamente quando le prime speranze incominciano ad infrangersi contro il cemento armato dell’esistenza e seguirono da vicino il declino delle utopie giovanili e l’amaro loro trasformarsi in disillusione e miscredenza. Misero una colonna sonora in sottofondo all’indurimento dell’anima che si verifica spesso, ad un certo punto, a chi fa degli ideali l’asintoto a cui tendere. Quando lo scontro con la realtà si fece cruento e disperato, la voce di Chino Moreno cantava: “stai tranquillo e guida, non importa dove, ma lontano” ed il basso di Chi scandiva il tempo sulle quattro corde, dietro di lui. Ed il suo suono non sarà dimenticato.

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Deftones: “Koi No Yokan”

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Deftones: “Koi No Yokan”

Con i Deftones personalmente si ritorna alla fine degli anni ’90, visto che nonostante li abbia comunque ascoltati, i loro CD, dopo il quarto, sono avvolti nella nebbia… mi rimangono offuscati rispetto all’assalto di “Adrenaline”, alla passionalità nervosa e sofferta di “Around The Fur”, alla rinnovata energia dell’eclettico e poliedrico “White Pony” o anche al più normalizzato “Deftones” nel quale la nebbia che avvolge “Saturday Night Wrist” e “Diamond Eyes” incomincia ad alzarsi.

Non che quei due lavori segnino una caduta verticale del guppo dal punto di vista qualitativo, semplicemente non sono rimasti impressi nella mia memoria come avrebbero dovuto, complice forse anche il mio avvicinarmi a musiche e modi di esprimersi diversi. Personalmente sono attaccatissimo a lavori come “Around The Fur” che me li fece scoprire in un momento tragico delle mia esistenza e che diventò lo specchio di un’esistenza spezzata e dolente, che non ne voleva più sapere nulla di niente e di nessuno… quasi annichilita. Poi c’è “White Pony” che fu come una linea bianca sullo sfondo nero dell’esistenza, a volte luminosa, a volte algida, altre asettica comunque sempre in risalto. Dopo il tragico incidente che è quasi costato la vita al loro bassista storico Chi Cheng nel 2008 la band ha dovuto rimettersi in gioco e continuare per la sua strada con un’innegabile peso nel cuore, per altro condiviso da molti amici che sono stati loro vicino come, sui tutti, Fieldy dei Korn.

Deftones

Con il sostituto Sergio Vega, si sono creati nuovi equilibri, ma il gruppo ha continuato per la sua strada e, ad un primo ascolto, sembra proprio che “Koi No Yokan” abbia recuperato quella capacità di rimanere incisa nella memoria collettiva. L’ispirazione finalmente diventa nitida. E riemergono tutti quegli elementi che li hanno contraddistinti, dall’amore viscerale per la New Wave albionica che rese memorabili alcune loro covers che poi entrarono in un disco di rarità (“Please, please, please let me get what I want”, “To have and to hold” e “The Chaffeur” le prime che mi vengono in mente) al gusto per i momenti maggiormente dilatati, figlio del Trip-Hop anni novanta, che li ha portati ad avere nei ranghi il dj Frank Delgado fin dal 2000, alla inestimabile bravura vocale del cantante Chino Moreno che sembra andare da sempre a braccetto con il vigoroso chitarrismo di Stephen Carpenter. Oggi questi elementi appaiono rispolverati e messi a lucido nel nuovo disco, con buona pace di tutti quei fan, come il sottoscritto, che li hanno portati nel cuore ma che per un motivo o un’altro li avevano un po’ allontanati dalle orecchie. Bentornati!