Al Cisneros

Il Rock’n’roll questo sconosciuto

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…E suvvia ditelo che un esordio del genere non ve lo aspettavate dopo giorni di silenzio. E sapete cosa mi fa rompere così fragorosamente il silenzio?

Immaginate la scena, tornate a casa per la pausa pranzo ascoltando la radio, quando una notizia vi colpisce come un maglio perforante al plesso solare “Rock’n’roll è diventata la parola chiave mentre lavoravamo, avrei potuto anche intitolarci il disco, se non fosse stato un po’ fuorviante” questo è jovanotti che descrive il suo nuovo disco. D’un tratto la lingua ti esce dalle labbra e cominci a fare pernacchie, prima una pio un’altra poi un’altra ancora e non riesci a smettere.

Se fossi un personaggio di un western direi una cosa tipo “amico, tu il rock’n’roll non sai nemmeno dove sta di casa” poi sputerei per terra o qualcosa del genere. Invece spernacchio in allegria incurante del fatto che qualcuno possa vedermi farlo mentre guido, spernacchio senza sosta. Qualche anno fa mi sarei chiesto perché certa gente si riempie la bocca con parole delle quali non sa nulla. Poi avrei inveito contro chiunque abbia fatto usare al lorenzo in questione lo stesso studio di Jimi Hendrix. E avrei concluso che la vergogna non appartiene al personaggio in questione, che le sue composizioni sono un misto malrisucito di retorica da quattro soldi e pessima musica e avrei sognato di fargli esplodere il big bang in faccia. Invece spernacchio e spernacchio ancora… senza fine.

Il rock’n’ roll non è morto, semplicemente in Italia non è mai esistito con le dovute, sparutissime eccezioni, che non hanno a che fare con i soliti pessimi nomi noti. Qualcuno doveva anche dirlo prima o poi.

Ebbene sì sono un dinosauro del rock’n’roll e ne vado fiero!

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Il bassista alla riscossa!

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Trevor Dunn ed il ruolo del bassista nei Melvins secondo Brian Walsby
Trevor Dunn ed il ruolo del bassista nei Melvins secondo Brian Walsby

Ok, lo so io non faccio testo ed i Melvins nemmeno. Io perché non ho le capacità per essere inserito a pieno titolo nella categoria ed i Melvins nemmeno perché hanno cambiato bassisti con una nonchalance senza pari. Ma io non ho velleità artistiche (mi diverto in compagnia!) ed i Melvins fanno notoriamente quello che vogliono. Tuttavia se guardo alla storia di questo strumento nella musica che amo vengo assalito da una gran mestizia.

L’apporto dei bassisti alla musica pesante è sempre stato legato a quei tre/quattro nomi e spesso nemmeno quello. C’erano imbarazzanti classifiche di fine anno nei giornali specializzati dove vinceva sempre e solo Steve Harris (con tutto il rispetto che merita) alla voce “miglior bassista” anche perché non si sapeva chi votare, produzioni (soprattutto anni ’80, ma anche dopo) che non concedevano nulla a questo strumento ed eri già fortunato se tendendo l’orecchio e sforzandoti riuscivi a sentire qualcosa. Urgh.

Certo di nomi ne son sempre circolati dai precursori Lemmy e Geezer Butler, fino allo stesso Harris, poi gente come Steve DiGiorgio, Robert Trujillo (anche se poi si è unito ad un gruppo innominabile), Cliff Burton, Les Claypool, Al Cisneros, Justin Chancellor e lo stesso Trevor Dunn o gruppi come i misconosciuti Godspeed con due bassi addirittura. Però a me è sempre sembrata una sorta di ghettizzazione dello strumento, una potenzialità espressiva sfruttata poco e male, mi ha fatto sempre una gran tristezza, anche se qualcosa è stato fatto in tempi recenti, arriverà mai l’ora del riscatto definitivo?

[youtube http://www.youtube.com/watch?v=6O9zMnwD65Q]

Musica come estasi

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Defilatomi da cotanto matrimonio (vedasi post precedente) in evidente stato di nausea spirituale e in compagnia di una buona dose di acidità di stomaco e di spirito che non smetterà di seguirmi ancora per qualche ora, torno a casa e, con una velocità superiore al normale, mi preparo per Mr. Cisneros e le sue valvole incandescenti. La connessione ad internet fa ovviamente le bizze e mi ci vuole una mezz’ora buona a connettermi e a prendere informazioni sul luogo del reato, il teatro colosseo a Torino. C’eravamo già stati per la verità (per il trentennale degli Einstürzende Neubauten), però essendo io assalito puntualmente da mille paranoie, devo sempre ricontrollare tutto mille volte, comunque alla fine ci riesco.

Raggiungo il mio partner in crime (che continuerò qui a chiamare Oltranzista come facevo sullo xerosignal n°1) che non ha tutta questa voglia di sbattersi fino a Torino, lo rincuoro dicendogli che siamo “a secco” ormai da mesi e che il sig. Cisneros vale la pena. Saltiamo sulla Panda 4×4 oramai fida compagna di avventure campestri e metropolitane e via verso nuove esplorazioni. Come concordato parcheggiamo nei pressi del Valentino dove, oltre al parchetto curatissimo, c’è anche una qualche disco-stunz frequentata dalla Torino bene. Infatti in capo a pochi minuti si presenta una di quelle limousine lunghissime di un disgraziato color rosa (!!!) dalla quale scendono allegre e festanti donzelle massimo ventenni vestite di tutto punto e pronte a rendere gloria ad una di loro che, evidentemente, compiva gli anni. La scena mi sembra surreale e alquanto grottesca ma, dopotutto, mi ricordo che sono un provinciale sfigato e accorro verso la meta.

Qui, dopo aver visto Mr. Cisneros consumare d’un fiato un caffè americano (per me è una bestemmia il caffè americano, se può interessare) appena corretto con il latte, vengo avvicinato dal tour manager (e dal batterista Emile Amos) che, sinceratosi che sapessi un minimo di inglese, mi chiede di dargli una mano perché nessuno si è ancora premurato di fargli pervenire i pass. Mi  verrebbe da rispondergli “Organization is what we do best, here!” ma mi astengo, parlo (sempre in inglese!) con una delle maschere finché il suddetto tour manager mi fa notare che avrei dovuto parlarle nella mia lingua madre 😀 e poi, classicamente, la cosa si risolve in una bolla di sapone perché i pass nessuno li ha (!!!) e comunque le maschere assicurano di aver memorizzato le loro facce (sì ma tutti gli altri??). Mah.

Sugli altri due “gruppi” ammetto di saper dire decisamente poco: Lichens mi esaspera da morire con i suoi suoni a bassa frequenza con sottofondo di colori psichedelici in movimento… dopo 2 minuti (massima resistenza possibile) ho già le orecchie che mi ululano “Uuuuuuuu” e vado al bar. Quindi con Demdike Stare me la prendo comoda ed entro dopo un bel pezzo dall’inizio della loro esibizione… il risultato non cambia molto: le immagini proiettate sembrano provenire dall’immaginario degli Electric Wizard piene come sono di satanassi e donzelle nude molto anni’70. Per questo mi strappano un minimo di simpatia in più, però la musica mette a dura prova la mia sopportazione con tutti quegli alinenanti campionamenti in loop e nessuno che si prenda la briga di imbracciare un maledetto strumento. Sarà anche bello ma decisamente non fa per me.

Chiaro che con gli OM è un’altra storia e, posso anche dirlo, finalmente!

La (Sempre più invidiata) strumentazione di Al Cisneros

Innanzitutto vorrei porre l’attenzione sulla strumentazione del bassista americano: rastrelliera di bassi Rickenbacker e conseguente amplificazione ampeg. Solo a vedere tutto quel ben di dio mi spunta un sorriso chilometrico. Poi il concerto… effettivamente il suono di Al è bellissimo, direi estremamente vicino all’idealità per quanto mi riguarda: tutto vibra attorno, ma non si tratta di una vibrazione molesta ed invasiva come potrebbe essere quella dei Sunn 0))), tutt’altro: è incredibilmente morbida e si armonizza perfettamente con l’ambiente circostante, personalmente mi comunica uno strano senso di armonia che perdurerà anche nelle parti maggiormente distorte del concerto.

Locandina di Steuso per “Musica come estasi”

Ammetto tranquillamente che io e l’Oltranzista siamo dei nostalgici riguardo agli OM, che vorremmo vedere ancora Chris Hakius seduto dietro il kit, con il suo stile sbracciato e potente, però occorre che rendiamo onore anche ad Emile Amos (Grails) probabilmente molto più professionale ma meno affascinante ai nostri occhi, che comunque sostiene i mantra bassistici del mastermind con una percussività nervosa e precisa, decisamente incastrata nel contesto. Le altre velleità strumentali vengono affidate ad un polistrumentista a noi ignoto che interviene con tastiere, chitarre e brani probabilmente campionati, nulla più che un mero figurante. Il concerto si svolge splendidamente, con un repertorio interessante: come detto i suoni soddisfano soprattutto a una certa distanza dal palco, e l’atmosfera si fa avvolgente e anche in qualche modo meditativa, secondo anche la filosofia adottata da Cisneros, molto addentro al settore spirituale delle cose ed anche alla meditazione propriamente detta. Se posso fare un appunto riguarda la durata piuttosto risicata dell’esibizione, avrei volentieri fatto a meno delle due esibizioni precedenti per uno o due brani in più… pur rimanendo comunque soddisfatto.

All’uscita ci accaparriamo il poster di Steuso di rito, stavolta un po’ sottotono nell’eccesso di autocitazioni: l’idea degli occhi sembra presa dal poster degli Electric Wizard, mentre quella della valvola da quello dei Neurosis, comunque è sempre una rappresentazione di un evento cui si è partecipato che è bello appendere al muro. Speriamo solo di non dover nuovamente digiunare così a lungo in futuro!

OM e ospite
OM: Al Cisneros e Emile Amos
OM: Al Cisneros e Emile Amos
Al Cisneros

Mi scuso per la pessima qualità delle foto, stavolta anche peggio del solito: la sala era praticamente buia ed il palco piuttosto distante anche alla prima fila!

Advaitic songs

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OM fotografia di Aaron Farley

…Ed alla fine le corde vibrarono. E c’è poco da fare i nostalgici, c’è poco da rimpiangere il periodo in cui Om significava essenzialmente la sezione ritmica degli Sleep. Chris Hakius, il mago G della batteria come lo soprannominò un amico, se ne è andato (a fare il monaco?) e Al Cisneros ha proseguito nell’evoluzione della sua creatura. Inizialmente non è stato facile da digerire (come non amare il caldo minimalismo di un disco come “Conference Of The Birds” con quella gemma di “At Giza” che a mio giudizio rimane la loro composizione migliore) e la nostalgia per quell’allegro folletto dietro la batteria e per il loro passato ha pesato non poco. Tuttavia non si può essere nostalgici e rimpiangere il passato per sempre…

Il cataclisma è avvenuto, siamo tra le rovine, cominciamo a ricostruire nuovi piccoli habitat, ad avere nuove piccole speranze. E’ un lavoro piuttosto duro: ora come ora non c’è nessuna strada agevole che porti verso il futuro, ma noi ci aggiriamo o scavalchiamo gli ostacoli. Per quanti cieli ci siano caduti addosso dobbiamo vivere.

Troppo altisonante citare Lawrence? Sicuramente ma mi andava… quindi, dicevamo, Cisneros va avanti e rinuncia al minimalismo, spalancando le porte a nuovi strumenti (chitarre, archi, percussioni) a nuove suggestioni, ad un nuovo batterista (Emile Amos) e alla collaborazione con Steve Albini. Il nuovo disco può benissimo essere inteso come la continuazione di questo nuovo corso inaugurato da “God is good” ormai tre anni fa. E se inizialmente lo scetticismo si era impadronito di me, all’indomani della pubblicazione di “Advaitic songs”, posso dirmi conquistato anche da questo nuovo corso. Con questo nuovo lavoro le atmosfere si consolidano ed anche le innovazioni nel suono riescono a risultare coinvolgenti riuscendo, ora come in passato, ad avvolgere l’ascoltatore in una coltre mistico-sensoriale senza tempo. Sono sempre presenti elementi di contatto col passato come l’icona in copertina, il suono del basso di Cisneros (non più onnipresente, però), la predilezione per certi luoghi intrisi di spiritualità (Se in passato era Giza, poi fu Tebe ed ora il Sinai) per altri verti viene spalancata la porta a nuovi strumenti, il canto-mantra viene in parte abbandonato, la voce si fa maggiormente greve (forse effettata?) e la proposta dei due lascia intravedere sfumature raramente incontrate in passato.

Il cordone ombelicale non ancora reciso è avvertibile in “State of non-return” , ma altre tracce come “Gethsemane” e “Haqq al-Yaquin” presentano più chiaramente l’evoluzione nel suono degli OM da sempre, ed oggi più che mai, legata a doppio filo con la spiritualità, la coscienza di se stessi e la consapevolezza di un universo che pulsa e si illumina come un’aura in fiamme. Il viaggio non si è ancora estinto, la ricerca non è stata soddisfatta, il cammino si presenta, ancora una volta, solitario e crudele… eppure l’attenzione va a fissarsi sulle gambe che ritmicamente si animano, un passo dopo l’altro. Terribile ed affascinante se ci si sforza di ammetterlo, se ci si sforza di non sovraccaricarlo di zavorre inutili.

I nostri parteciperanno al Mi-To festival il 22 settembre al teatro colosseo a Torino (ed io conto di esserci!).

Advaitic Al

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Al Cisneros e la sua invidiatissima strumentazione

Stavolta ci siamo, se i precedenti ascolti sono stati oltremodo soddisfacenti, adesso si fa sul serio: ieri mi è stato recapitato il nuovo doppio vinile degli OM, “Advaitic Songs”. Non sono ancora riuscito ad assimilarlo appieno però posso tranquillamente affermare che nutro da sempre una sorta di ammirazione per il bassista Al Cisneros, già al lavoro con i fondamentali Sleep, riesumati di recente. Al non è un virtuoso, ha degli evidenti punti di riferimento di Sabbathiana memoria eppure le sue note, che decontestualizzate potrebbero anche apparire piuttosto banali, trasmettono una passione ed una genuinità, per me quasi commovente.

Da appassionato irriducibile del quartetto di Birmingham posso tranquillamente affermare di aver ascoltato, nel tempo, quanti più gruppi ispirati al quartetto capitanato da Tony Iommi, ma in pochi mi sono sembrati sinceramente ispirati come gli Sleep, benchè abbiano esasperato per molti versi il verbo sabbathiano, scendendo ulteriormente di tono ed alzando anche il volume e la tensione delle proprie valvole incandescenti. Del triste destino del gruppo si è parlato e riparlato, però nessuno dei tra componenti si è dato per vinto: Matt Pike con gli High On Fire da una parte (autori del disco metal dell’anno, fino a questo momento) e Al Cisneros e Chris Hakius dall’altra.  Ed anche se quando Hakius era ancora della partita (ora voci di corridoio riportano che si sia ritirato a vita monastica, confermando che il trascendente ha sempre avuto voce in capitolo nella storia degli OM) il suono del suo gruppo risultava meravigliosamente più minimale e ipnotico, oggi continuano a produrre lavori assolutamente affascinanti, con l’aiuto del nuovo batterista Emile Amos e del (mai abbastanza elogiato) produttore Steve Albini, presente anche sull’ultimo lavoro in qualità di ingegnere del suono.

Il suono si è arricchito di sfaccettature strumentali aliene agli inizi, quando il potere evocativo del duo basso/batteria era risplendente, conglobando nuovi strumenti e sensazioni già dal precedente “God is good”, tuttavia la costante precipua del suono è l’ipnosi, la trance, la meditazione che ne deriva, con un Cisneros che mette in risalto esattamente l’aspetto altamente spirituale e mesmerico della sua proposta. Adesso l’attesa è finita, tra poco il vinile sarà sul piatto e quelle quattro corde vibreranno ancora…