Anna Karenina

Del limite di non saper scrivere

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Luoghi

Una frase di Polly Jean Harvey mi ha sempre colpito. Diceva essenzialmente che si inizia a scrivere perché non si riesce più a parlare. Si inizia a parlare per imitare i genitori, si inizia a cantare per imitare i cantanti, si inizia a pensare perché la mera esistenza annoia: è fatta di un vuoto che gli umani non sanno sostenere. Gli animali, forse sì, ma anche loro si tengono occupati con qualcosa: la caccia, il gioco, l’ozio, non ho mai capito se a volte si annoiano, di sicuro sorridono.

Questo per dire che come scrittore ho dei limiti seri. Dal punto di vista linguistico/ ortografico/ sintattico la cosa è palese. Dal punto di vista tematico forse anche, ma adesso esplicito meglio la cosa. Come, o forse all’inverso, dell’incipit di Anna Karienina, che mi abbagliò di consapevolezza quando lo lessi (“Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo”), sono sempre stato convinto che la spinta alla scrittura mi derivasse dalle esperienze negative: dal dolore, dall’indolenza, dalla tristezza, dal lato oscuro insomma. Erano cose delle quali dovevo liberarmi e scriverne era il modo più facile per farlo. Vedere la propria paura su un foglio la esorcizza. Per questo ho sempre ammirato chi fosse in grado di scrivere di cose positive. John Lennon che scrive “Real Love” o “Woman” o “Jealous Guy” senza risultare mieloso e stucchevole, Dostoevskij che scrive “L’idiota” il cui personaggio principale (il Principe Myškin) è talmente buono ed ingenuo da essere  scambiato per idiota.

A me basta per considerarli dei geni, perché io non ci riuscirei mai, oltre ad essere letterariamente estasiato dal personaggio perfido e bellissimo di Nastas’ja Filippovna, che occupa un posto speciale nei personaggi femminili, come Hella del Maestro e Margherita. Comunque le esperienze belle, formative e piene di benessere mi si sono sempre consumate dentro, ne resta ben poco da raccontare agli altri. Oltre ad esserne geloso e nasconderle in scrigni dentro l’anima che scruto nel silenzio e nel buio delle mie stanze. Esattamente come certi personaggi dei romazi russi, che ad un certo punto “si ritirano nelle loro stanze” e buona notte. Un gesto che me li rende simpatici, un gesto in cui mi identifico, un bisogno di chiudere la porta in faccia al mondo e restare soli con i propri pensieri. Ne ho sempre avuto un gran bisogno, così come ho sempre avuto bisogno di parlare delle cose negative, di buttarle fuori in qualche modo. Coltivando un angolo per se stessi, al contempo.

Perciò non me ne vorrete se non vi dirò nulla del tempo passato senza scrivere. E’ andato tutto bene, sappiatelo, benissimo.

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Cara Anna

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“Il rispetto l’hanno inventato per nascondere il vuoto là dove dovrebbe esserci l’amore” Lev Tolstoj, Anna Karenina.

 

 
Cara Anna,

Mi permetto rispettosamente di rispondere alla tua affermazione. Ma prima di questo, prima che il biglietto ti sia recapitato, ti devo confessare, a scanso di equivoci, che hai tutta la mia stima per il coraggio che hai dimostrato andando contro il ben pensare della tua epoca, per esserti messa contro un modo di considerare i rapporti tra due persone che nella mia epoca appare quasi assurdo, se non proprio demenziale o barbaro. Per esserti messa contro la chiesa, lo stato e la società: cose del genere mi impressionano, mi infervorano, quasi mi fanno innamorare… ed il pensiero che tu l’abbia fatto per seguire te stessa ed i tuoi sentimenti mi fa pensare che tu sia e rimanga una persona fuori dal comune. Oggi, fortunatamente, il tuo gesto di allontanamento dalla famiglia, non avrebbe la stessa valenza in quanto si è molto più liberi (ma non ancora del tutto, ci sono ancora cose in grado di influenzare negativamente la scelta di convolare a nozze o di avere una relazione) di stare con la persona che veramente è stata in grado di toccarti l’anima -come si dice- questo però, non sminuisce affatto il tuo gesto, magari lo rende solo un po’ meno comprensibile ma solo a persone che, comunque, non si avvicinerebbero mai alla tua storia. Quindi poco importa, o poco dovrebbe importare.

Credo che oggi essere fedifraghi sia molto più biasimevole che non ai tempi tuoi, innanzitutto perché abbiamo la possibilità di scegliere la persona con cui stare ed abbiamo molti meno vincoli (anzi, figurati, è un evento se due riescono a stare assieme e non se si separano) e poi perché si spera che ci sia anche molto più dialogo tra le due persone coinvolte. Tuttavia anche oggi, non sempre le cose sono cosi bianche o nere, le persone cambiano o mostrano lati nuovi della loro personalità quindi le difficoltà continuano a sussistere per due individui che vogliano condividere determinati sentimenti.

Ma scusami, sto divagando, il fatto è che non ho spesso la possibilità di parlare ad una persona come te quindi il biglietto si sta tramutando in una vera e propria epistola, spero tu non te ne abbia a male. Volevo solo dirti due parole sulla frase che ti ho sentito pronunciare e che ho riprodotto in testa. Mi ha fatto riflettere e, alla fine, non credo di essere d’accordo con te perché (forse sto decontestualizzando troppo le tue parole?) sembra quasi che il rispetto sia una sorta di consolazione, una volta che si spenga il sentimento tra due persone. No non è vero, almeno non per me, posso capire che tu l’abbia detto in preda all’ ira verso il tuo compagno, ma il rispetto è esattamente ciò che deve emergere quando ci si è accorti che quanto si provava in precedenza è venuto a cessare. Perché apprendere che qualcuno non prova più nulla per noi ferisce e lo fa brutalmente, umilia e lo fa spietatamente, lacera e strappa nel profondo dell’animo. E se manca anche il rispetto la ferita è destinata a non guarire mai. Se non ti vengono dette le cose guardandoti negli occhi, se si mente, si inganna o si ride alle spalle il dolore non si placherà se non con un immane sforzo e con una enorme forza di volontà e non tutti ne sono provvisti (soprattutto se non è la prima volta…),  non si trova per strada. Se si nega il dialogo, si estromette forzatamente, si allontana l’altro/a senza spiegazioni, si nega anche quel briciolo di fiducia un’ ultima, disperata volta, si uccide il rispetto e lo si fa morire di morte violenta. E nessuno merita questo: capisco che sia difficile, che non esista un modo indolore per fare lasciare qualcuno/a, ma rappresenta una punizione troppo severa soprattutto dopo aver perso la persona che ci stava accanto. Dopo che la sua vicinanza riusciva a far emergere il nostro lato migliore, incarnando i nostri sogni ed i nostri ideali e mostrandoci che la vita sia comunque degna di essere vissuta, che non tutto è feccia come apparirebbe ad una prima occhiata consapevole. Nonostante le tue parole credo che tu sia assolutamente conscia del ruolo del rispetto tra due persone, quindi ti abbraccio stretta e ti dico addio nel dispiacere per il tuo destino ineluttabile. Rispetterò le tue scelte. Sempre.

In inquantificabile stima,

Nxero.

Anna Karenina (Sophie Marceau)

M

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“Levin diceva quello che pensava negli ultimi tempi. In tutto vedeva solo la morte o l’avvicinarsi di essa. Ma l’opera da lui intrapresa l’interessava ancora di più. Era pur necessario concludere in qualche modo la vita, finché non fosse giunta la morte. L’oscurità per lui copriva tutto; ma proprio a causa di questa oscurità sentiva che l’unico filo conduttore era la sua opera, e con le sue ultime forze si aggrappava ad essa e vi si teneva stretto.” (Lev Tolstoj)

Ho letto e riletto queste righe che sembrano ferite che non si rimarginano. Un dolore solo raramente ingannato, forse solo in quei giorni in cui hai la sensazione di potercela fare, solo in quei giorni in cui riesci ad essere positivo, giorni che portano con se’ sorrisi ed immagini da fotografie scolorite. Quei sorrisi non possono essere tutti veri, ma nemmeno tutti falsi… e con loro hai riempito muri, pannelli e memorie. In molti sorridono davanti alle lenti, alcuni riflettono nelle iridi l’immagine di ciò che gli sta davanti: può essere meraviglioso e terribile al tempo stesso o in momenti diversi. L’unica cosa sicura è che il momento è andato per sempre. L’aprirsi di un diaframma, lo spazio di un respiro o sicuramente di meno. E poi l’oscurità, nella quale ti muovi seguendo un filo sottile rimanendo cieco rispetto a ciò che sta attorno. Lo spiraglio che, rapido, permette alla luce di imprimersi adesso è serrato, ossidato, inceppato: ed ogni corpo macchina resiste solo per un certo numero di scatti prima di far sprofondare tutto nell’ oblio.

Ogni mattina mi tormenta un’immagine, ogni mattina mi sveglio abbracciando un fantasma, ogni mattina una consapevolezza mi assale. Che aprirò gli occhi e sarà comunque tutto buio. Che chiuderò gli occhi e mi illuderò di nuovo. Ma questo è successo la sera prima. L’immagine si illude di dominare il tempo, di incarnare la memoria. Spesso ci riesce, ma solo ad illudersi.