Bérénice Bejo

The Aritist

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La scommessa era grande, enorme. Fare un film muto circa 90 anni dopo che l’epoca della mimica facciale è andata ufficialmente in pensione… pare un impresa titanica. La serata è freddissima, fino all’ultimo mi interrogo circa la possibilità di andare a vedere questo film che, nal mio solito rifugio d’essai, è giunto all’ultima serata di programmazione. Alla fine vinco la mia proverbiale pigrizia, accentuata anche dalla depressione altalenante (verso il basso sia chiaro) dell’ultimo periodo, e ci vado (se c’è una cosa che può salvarmi è definitivamente l’arte).

Le strade sono più che deserte: come sempre nel periodo invernale vanno tutti in letargo, per poi risvegliarsi sempre più chiassosi e molesti a primavera inoltrata… (ci sarà un motivo se amo l’inverno!) Arrivo sempre in anticipo se posso, in primis perchè parcheggiare è sempre un grossissimo problema, poi per fare un giro per il locale ricetto, un borgo medioevale che stasera si ripropone deserto gelido e dai colori a tratti pungenti, a tratti rarefatti, sempre suggestivo comunque.

Digressioni a parte, mi trovo di fronte ad un film veramente riuscito e assolutamente coinvolgente, tutti i premi vinti (recentissimi Golden Globe e Cannes per dirne un paio) una volta tanto non sono stati dati a caso e, anche nel caso di magheggi, probabilmente non ce ne sarebbe stato bisogno. Il film riporta realmente la settima arte alle origini: grandi musiche, splendide coreografie e, finalmente, una storia in grado di coinvolgere, di farti parteggiare per i protagonisti, partecipare emotivamente alle loro vicissitudini e, personalmente, non è affatto poco. In più certe chicche tipo l’auto-abbraccio della protagonista alle prese con la giacca dell’artista, il medesimo che rivede se stesso con il vestito dei tempi che furono attraverso una vetrina oppure le bocche parlanti che lo perseguitano che mi hanno ricordato certe soluzioni di langhiana memoria (gli occhi che compaiono sullo sfondo di “Metropolis” in una scena)… veramente bello, in una parola.

In più affronta una tematica che mi è sempre stata cara da “C’era una volta in America” di Sergio Leone a “Full Metal Jacket” di Stanley Kubrick, ovvero la stoica lotta per non adeguarsi e restare fedeli a se stessi, contro tutto e tutti… ovviamente spesso è una battaglia persa e, comunque, è una battaglia che, per essere vinta, ci fa uscire sconfitti dalla vita…

Detto questo il cane Uggy si è ufficialmente conquistato la mia venerazione sia dal punto di vista cinefilo che da quello cinofilo. Grande!