Bob Dylan

Fondata sul Lavoro

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Mi auguro che “L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro” sia un passo famigliare a chiunque capiti su queste pagine. Esatto, questo è l’ennesimo scritto incentrato sulla nostra Costituzione, siete stati avvertiti. Nulla di originale. Da Benigni a Don Gallo (sempre nel mio cuore) questa benedetta Carta Costitutiva è stata sulla bocca di molti negli ultimi tempi, forse perché qualcuno la vuole snaturare, forse perché non sarà mai citata abbastanza: sarebbe bello che lo fosse perché dal dopo guerra ad oggi è indubitabilmente la cosa migliore che sia mai stata fatta dai politici nel nostro paese. Siamo un gran popolo se per arrivarci siamo dovuti passare attraverso monarchia, dittatura ed un paio di guerre mondiali, non dubitate.

Ciò nonostante ci siamo arrivati, nonostante ogni dissenso o voce contraria ci siamo arrivati. Ed il passo sopra riprodotto posso dire che è il più difficile da accettare, almeno per me. Perché se nelle intenzioni dei padri costituenti, il lavoro doveva essere un mezzo di emancipazione e sviluppo, un meccanismo per l’evoluzione di un popolo, uno strumento per poter evolvere ed esprimersi come esseri umani, anche semplicemente avendo una vita (che comprenda o meno una famiglia una casa e quant’altro) sfido chiunque a dimostrarmi che lo sia effettivamente stato, se non in isolatissimi e fortunatissimi casi che, comunque, non fanno statistica.

Da quando sono entrato nel mondo del lavoro, quella parola non ha mai assunto nulla di nemmeno lontanamente affine al significato inteso da coloro che redassero la famosa Carta. Mai. Se escludiamo una parentesi durante un tirocinio all’estero (guarda a caso) il lavoro è sempre stato un termine legato a furberie, corruzione, invidie, straordinari non retribuiti, contratti ridicoli, condizioni di sicurezza inesistenti, norme non rispettate, arroganza e prevaricazione. Come sempre l’intenzione era buona, i risultati pessimi. E, anche volendo prescindere dalla mie esperienze (comunque non felici), non dovrei essere io a ricordare che la statistica, taciuta quando lontana dal sensazionalismo, delle cosiddette  morti bianche che, nella tragedia, non è che la punta di un iceberg spaventoso. Quindi non sono più sicuro che “lavoro” abbia quel significato alto e nobile che gli si volle attribuire ai tempi. Non sono più sicuro di voler fondare la cosa pubblica su quello che oggi (ma anche prima) si identifica col termine “lavoro”. Le parole sono importanti, ma il significato che assumono alla luce dei fatti non va trascurato.

I ain’t gonna work on Maggie’s farm no more.
No, I ain’t gonna work on Maggie’s farm no more
Well, I wake up in the morning
Fold my hands and pray for rain.
I got a head full of ideas
That are drivin’ me insane
It’s a shame
the way she makes me
scrub the floor
I ain’t gonna work on, nah
I ain’t gonna work on Maggie’s farm no more.
I ain’t gonna work for Maggie’s brother no more
nah, I ain’t gonna work for Maggie’s brother no more
Well, he hands you a nickel
And he hands you a dime
And he asks you with a grin
If you’re havin’ a good time
Then he fines you every time you slam the door
I ain’t gonna work for, nah
I ain’t gonna work for Maggie’s brother no more

I ain’t gonna work for Maggie’s pa no more
No, I ain’t gonna work for Maggie’s pa no more
Well, he puts his cigar
Out in your face just for kicks
His bedroom window
It is made out of bricks
The National Guard stands around his door
I ain’t gonna work, nah
I ain’t gonna work for Maggie’s pa no more
I ain’t gonna work for Maggie’s ma no more
No, I ain’t gonna work for Maggie’s ma no more
Well, she talks to all the servants
About man and God and law
And everybody says
Shes the brains behind pa
Shes sixty-eight, but she says shes twenty-four
I ain’t gonna work for, nah
I ain’t gonna work for Maggie’s ma no more

I ain’t gonna work on Maggie’s farm no more
No, I ain’t gonna work on Maggie’s farm no more
Well I try my best
To be just like I am
But everybody wants you
To be just like them
They sing while they slave and just get bored
I ain’t gonna work on, nah
I ain’t gonna work on Maggie’s farm no more

(parole di Robert Zimmerman, alias Bob Dylan)

Ancora tu, ma non dovevamo non vederci più?

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Il 26 giugno 2011 doveva essere un giorno storico. Ammetto di aver esultato quasi con le lacrime agli occhi. Sembrava che vasco rossi, mio nemico storico musicalmente parlando, si ritirasse dalle scene, nientemeno! Una cosa nella quale non avevo nemmeno mai sperato, che potesse finalmente sparire dalle scene e dalle mie orecchie una volta e per sempre. Sono stati anni decisamente bui quando non si faceva altro che percepire in giro le sue melodie scontate ed i suoi testi demenziali, i suoi suoni raccapriccianti e la sua attitudine dozzinale.

Personalmente avevo anche giocato (ma nemmeno poi tanto) alla fanta-industria musicale, arrivando a ritenere che, un bel giorno, i “cervelli” che presiedono gli alti livelli del mercato discografico si fossero svegliate con un pensiero in testa: “In Italia manca ancora qualcuno che collassi sul palco”! prendono questo giovane di Zocca e lo mandano alla più bacchettona e tradizionalista delle kermesse musicali italiane con il compito preciso di non reggersi in piedi. Successo garantito. Troppo trasgressivo, troppo irriverente: peccato che i cantanti che crollano sul palco fossero una cosa assolutamente già vista e da un sacco di tempo. Ovviamente però l’Italia se ne era accorta solo in parte, poi che comodità un supposto rocker che canta nella lingua nazionale: perché sbattersi a tradurre un testo dei Rolling Stones, dei Led Zeppelin o di Bob Dylan?

E allora avanti, la via italiana al rock è servita, testi di una pochezza disarmante e produzioni pessime incluse. Intanto il pubblico impazzisce e la popolarità del suddetto cresce a dismisura, ormai sue le radio, suoi i palchi ed anche un po’ la televisione: c’è chi gira addirittura un agghiacciante film sulla gente che popola i suoi concerti, per tacere del tentativo di santificazione perpetrato grazie al film di Paris presentato addirittura alla mostra del cinema di Venezia, un po’ di vergogna, no? In questa provinciale nazioncina oramai chi dice rock dice vasco e, se dici di ascoltare rock, fatalmente il primo nome che ti verrà fatto sarà il suo e ti sentirai sprofondare nel disagio lentamente ed inesorabilmente, penserai con tristezza a Elvis o ai Beatles, finendo, inevitabilmente, per chiederti cos’hai fatto di male. Avendo paura di rivelare a te stesso che, in realtà, conosci perfettamente la risposta.

Essere nato qui. Nel paese dove hai sempre e comunque la sensazione di essere la provincia di qualche altro posto come diceva Freak Antoni. C’è un fattore però che non avevo considerato, finora… ovvero il fatto che il ritorno di vasco potrebbe non essere il peggiore dei ritorni.

L’eterno ritorno NON donare a loro o Signore.

[youtube http://www.youtube.com/watch?v=_W0OSV5bFm4]

Una delle sue peggiori nefandezze. Cari Radiohead, ma avevate sinceramente bisogno di far cassa coi diritti d’autore???

A proposito: oggi compie gli anni (65) Vincent Furnier, alias Alice Cooper, questa è una vera rockstar che non si è ancora mai dimessa:

[youtube http://www.youtube.com/watch?v=amwgsBZQ1w4]