Boris

10 anni dopo

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Rimanere attoniti di fronte a una canzone non è cosa che succeda tutti i giorni.

Dieci anni fa queste note, questa voce, avvolgevano tutto di una nebbia morbida e nera che attutiva ogni altro suono. La bellezza che sprofonda dentro, verso il centro del petto e diventa tutt’uno col suo battito regolare e calmo. Una melodia che suona familiare come se l’avessi già ascoltata in un altra vita, tra le stelle incendiate e cadenti, in mezzo alla notte accogliente, mentre all’intorno ogni altra cosa tace.

Tace di un silenzio che riempie i sogni, che arde di un sentimento dimenticato. E sprofonda ancora più in basso. Una voce quasi incerta, uno stentato sussurro che serpeggia fra le note eppure capace di essere commovente e intensa. Non si può spiegare una sensazione ma, se ci si provasse, si dovrebbe parlare di quanto affascinate possa essere una coltre di tenebra, di quanto amore si possa nascondere inespresso nel buio.

Sprofonda ancora in me languida bellezza, se il tempo non ti ha intaccata, non lo farà nemmeno con me.

Passing by
Rows and rows
In silence I
Stand alone

And out of you
Grey birds fly
On a gravel path
You qualified

We tended to
The feverfew
The walls of vine
In hollow time

The shape I’m in
Oh, she knows so well
My hearts become
Her sinking belle

This sinking belle
Oh, this sinking belle
Are you worried now?
You’re worried now?

This sinking belle
Oh, this sinking belle
You’re worried now
You’re worried now?

We’re smaller than
We used to be
What came from you
Is now inside me

Don’t ask me why
Oh, don’t ask me why
All my life
All my life
Was in black and white

This sinking belle
Oh, this sinking belle
I’m worried now
You’re worried now

This sinking belle
This sinking belle
I’m worried now
You’re worried now

This sinking belle
Oh, this sinking belle
You’re worried now
You’re worried now

 

 

Un sogno lungo un disco

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La durata standard di un cd fu fissata a 74 minuti, in modo che potesse contenere tutta la nona sinfonia di Beethoven. Ci sono brani unici che durano un disco intero: è una scelta sicuramente dissennata e che, da subito, pone dei limiti alla fruibilità del disco in questione. Occorre dedicargli tempo ed attenzione, occorre non avere fretta e lasciare che il disco prosegua per la sua strada e si svolga, come un gomitolo di note, lungo tutta la sua durata. Stare fermi e lasciarsi trasportare.

E’ una sfida, è un atto quasi sconsiderato. Anche per chi lo incide necessita di coraggio e fiducia in se stessi. Fiducia nel fatto che chi ti ascolta avrà la concentrazione necessaria per andare fino in fondo e lasciarsi permeare dalle tue note. Fiducia nel fatto che quanto hai da dire sarà talmente importante da rendere difficile interrompere l’ascolto. Fiducia nel fatto che la tua casa discografica possa seguirti nella tua ambiziosa idea. Eppure, come tutte le cose fortemente ideali, ha un fascino che non si può raccontare a parole.

La casa discografica demolì gli Sleep quando vollero incidere un unico brano lungo quanto un disco intero e solo recentemente hanno avuto un giusto riconoscimento. I Boris fecero la medesima operazione con il bellissimo “Flood” che, comunque, riuscì perfettamente nell’intento di descrivere in note l’ incessante rifluire dei moti marini. Eppure non è di musica pesante che voglio parlare oggi, poiché il disco più toccante composto da un unica traccia è, senza dubbio, “Jesus’ Blood Never Failed Me Yet” di Gavin Bryars. L’autore della suite stava lavorando per un amico ad un documentario sulla vita dei senzatetto in determinate zone di Londra. Molti di loro, a testimonianza che il canto e la musica sollevino lo spirito anche in momenti difficili della vita, cantavano canzoni di ogni sorta, ma uno di essi cantò un brano religioso, la cui semplicità ed immediatezza però non impedì di penetrare nel cuore dell’autore delle musiche quando, una volta tornato a casa, si mise a riascoltare le registrazioni ed a improvvisarci sopra.

Ulteriori conferme della spiritualità del canto del senzatetto e della sua incredibile capacità intrinseca di generare commozione arrivarono quando, dimenticata la registrazione a suonare nello studio di registrazione mentre si era allontanato per un caffè, al ritorno trovò l’atmosfera dello studio molto cambiata: tutti si muovevano lentamente ed in silenzio e alcune delle persone stavano addirittura singhiozzando piano.

Decise di sfruttare le registrazioni creando un opportuno sottofondo al cantato. Questo fece giungere alla realizzazione di due registrazioni: la prima di 25 minuti uscita nel 1975 per l’etichetta di Brian Eno mentre la seconda di 74, uscita nel 1993 (per la point records), nella quale Tom Waits si offrì di unirsi idealmente al cantato del senzatetto essendo questo, secondo le sue dichiarazioni, uno dei suoi brani preferiti in senso assoluto. Il “cantante” non ebbe mai la possibilità di sapere cosa avesse prodotto il suo canto di poche e semplici parole, tuttavia ora la testimonianza del suo spirito rimane. Eccone un frammento:

[youtube http://www.youtube.com/watch?v=2CiukuHhJ4A]