Carcass

Sole alle spalle

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Un riflesso accecante sullo schermo del PC, C’è il sole tra le nuvole ma io sono recluso in casa con una voce che potrebbe sembrare quasi quella di Mark Lanegan, senza averne la grazia e con un retrogusto di i***san in gola. Son messo bene, non c’è che dire amici. Serve una colonna sonora e arriva l’amico Cash, libero dalle catene. Mi serve del supporto musicale, mi serve di ritrovare la salute quanto prima che  passare le vacanze malato mi sa tanto di nuvoletta Fantozzi e non mi sembra il caso. I‘m gonna break my rusty cage and run… appena il simpatico mal di gola/ raffreddore/ tracheite/ peste bubbonica mi molla un attimo.

E intanto l’anno finisce e mi sembra un eterno ritorno. A tragico listone di fine anno. Quest’anno c’è un escluso di lusso: i Black Sabbath. Loro non li posso mettere, sono al di sopra di ogni critica, listone, solito giochino dei cultori musicali. Loro non mi piacciono, gli voglio proprio bene, un po’ come ai Melvins, ai Vista chino, ai Tool, ai Neurosis ed ai Converge, anche se a loro dippiù. ubi maior minor cessat e cessat sul serio. In un anno nel quale tutti sono tornati come dei nodi al pettine che si sciolgono. Loro hanno sciolto il più grosso: potevano rovinare tutto e, se escludiamo l’ esclusione di Bill Ward (che è spiaciuta a tutti, dai…), non l’hanno fatto. Grazie, davvero, non ci ho mai creduto sul serio che avreste buttato tutto nel cesso.

Detto questo, devo dire che l’ovazione massima vai ai Clutch quest’anno e alla barba di Neil Fallon. Mannaggia, era dannatamente semplice ma nessuno faceva più un bel disco di rock’n’roll da secoli.Veramente un disco con gli attributi. Muscolare, compatto, senza fronzoli. Quello che vedi è quello che avrai, che poi è quello che hai sempre amato “What’s this about limits? Sorry I don’t know one!”

E poi, l’eterno ritorno: un disco che non ho ascoltato quanto avrei voluto, ma che rimane molto ispirato è quello di Nick Cave, prometto di rimediare quanto prima. You know who we are. Con Vista Chino e Carcass c’è stata una bellissima rimpatriata con gente che non si vedeva in giro da secoli ma che ti è sempre, ma sempre, rimasta nel cuore: si è fatto festa assieme, e si continuerà a farne, ne sono quasi sicuro. E poi ci sono i Sub Rosa, una piacevolissima scoperta, e i Melvins che, tra una presa in giro ed un’altra hanno piazzato nel loro ultimo lavoro una delle mie canzoni preferite di sempre. Difficile da spiegare, coincidenze. Tempo fa ho scovato una fotografia di Buzz che assomigliava, crederci o no, a Robert Smith dei Cure, poi sento questa canzone, il cui incipit mi fa pensare subito a “Just like heaven”, e penso “ne stanno combinando un’altra. In effetti han combinato questa:

ed io l’adoro…

Ah la novità per il 2014 è che mi sto mettendo ad ascoltare seriamente dopo millenni i Led Zeppelin, il che è tutto dire. Salvo ripensamenti inquetanti, per quest’anno è tutto, con buona pace del dannato riflesso…

Agosto, il punto della situazione

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Tutti sanno che questo non è esattamente il mio mese preferito, quest’anno, per ovviare al problema, ho deciso di fare un po’ il punto della situazione discograficamente parlando, per mettere, per quanto possibile, un po’ d’ordine tra le uscite discografiche che si sono susseguite in questi primi 7 mesi dell’ anno. Rispetto all’anno passato che, con i dischi di Neurosis, Converge e High On Fire aveva fatto segnare un picco di qualità, quest’anno era inevitabile il riflusso, teniamone conto.

Ho scoperto in ritardo, ma con mio immenso gaudio, che il disco di Mark Lanegan  “Blues Funeral” avrebbe dovuto assolutamente entrare di diritto nei dischi dell’anno del 2012, magari proprio dietro al terzetto citato in precedenza. Che abbia una delle voci più belle mai sentite credo che sia piuttosto indubbio, almeno per me, però questo disco restituisce l’ex cantante di Screaming Trees e QOTSA in una forma smagliante. E non tragga in inganno l’inserimento di una strumentazione elettronica prima piuttosto assente nella sua produzione, incredibile a dirsi, è integrata alla perfezione e, a mio parere, finisce per mostrare un lato di Lanegan finora rimasto abbastanza nell’ombra… complimenti, veramente un gran disco.

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Un altro artista in grado di rimettersi in gioco, dopo un periodo non proprio felice compositivamente parlando (“Dig Lazarus Dig” non era nemmeno brutto, semplicemente non ha lasciato il segno come un disco del re inchiostro dovrebbe fare), è Nick Cave. Nonostante il vecchio impianto dei Bad Seeds abbia perso pezzi che potevano a tutti gli effetti essere considerati importanti, il nuovo disco (“Push The Sky Away”) è una boccata d’aria fresca e ce n’era bisogno, nonostante i Grinderman. Come suggerisce la copertina, la musica possiede ora un corpo molto più etereo che fisico, dopo tutto (fate le corna se credete!) è una direzione nella quale ci evolviamo tutti.

Di “13” dei Black Sabbath credo di aver detto tutto, e non solo io… è stato il disco che ho ascoltato di più quest’anno e non solo per questioni affettive: a me continua a piacere e continuo ad ascoltarlo, piano piano tutte le vocine contrarie si sono zittite. Non che non abbia i suoi limiti, ma per una volta posso anche soprassedere e godermi la vita (ed il mio gruppo preferito). Anzi, mi sono rilassato al punto che ho anche già ordinato “Surgical Steel” dei Carcass in edizione limitata con tanto di kit per la sutura (altri bla bla bla) mi ha convinto il nuovo singolo (e, vabbeh, anche la nostalgia). Ho deciso che circa le possibili (?) reunion, d’ora in poi, il mio atteggiamento sarà: ascoltare e decidere in piena autonomia se mi piacciono o meno, escludendo qualunque vociare non inerente alla musica… se ti piace, ascoltalo! Altrimenti intristisciti con le recensioni… io sono abbastanza saturo di parole, ma continuo a scriverne 😛 .

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Avendo saltato il disco del ritorno, ho deciso di dare una possibilità anche agli Autopsy, storici pionieri del death metal meno tecnico, ma decisamente molto più oscuro e maligno. Beh è un lavoro dignitoso, ma sai abbastanza in anticipo cosa aspettarti, che, nel loro caso, va anche bene. Mi ha stupito solo la produzione decisamente più pulita che in passato. Per il resto testa bassa e smembrare!

Chi invece convince pienamente sono i Clutch. Il loro “Earth Rocker” rappresenta senza dubbio una delle cose più belle ascoltate quest’anno. Compatti, senza fronzoli e dannatamente concreti, assemblano un disco che avrebbe tantissimo da insegnare a molti in termini di “etica del rock’n’roll”, non un calo di tono, non una caduta di stile. I Clutch da anni si muovono nel loro territorio musicale, rischiando di essere inglobati in questa o quella categoria, finendo per schivarle tutte. Forse anche per questo sono rimasti sempre un po’ nell’ombra. Al diavolo, se avessero il successo che meritano potremmo quasi credere nella giustizia terrena. Viva la barba di Neil Fallon!

Veniamo ai progetti alternativi: CT dei Rwake ha dato vita agli interessanti Iron Tongue, nei quali dimostra di poter cantare anche in canzoni meno estenuanti (nella loro bellezza) di quelle del gruppo madre. Un buon esordio: nulla che faccia impazzire ma una rinfrescante e alleggerita miscela di sludge e sentimenti sudisti, questo sì. Buoni per una scampagnata in palude! Dati gli addendi dei Palms, tre Isis e un Chino Moreno (deftones), la somma che ne risulta non è male: se all’inizio rimane in sordina, dopo un po’ diventa buona, alla fine volge al tedio, non sono in grado di essere più esaustivo. Come non so molto del nuovo All Pigs Must Die, del batterista dei Converge Ben Koller, ho avuto poco tempo per dedicarmici, ma ad un ascolto sommario mi ha scartavetrato la faccia a dovere. Ottimo.

Senza infamia e senza lode (che è già un passo avanti) il nuovo dei Queens Of The Stone Age e mi dispiace, sono legato al lavoro di Josh Homme e non solo coi Kyuss, ma questo disco non mi prende proprio. Se poi mi sbaglio a far suonare il loro esordio è la fine. Sembravano i salvatori della patria del rock: per carità, ci hanno provato. I Kvelertak sembravano parimenti una ventata d’aria fresca nella musica pesante, in realtà la ventata si è trasformata un refolo di aria tiepidina già alla seconda uscita. “Meir” non è un brutto disco, solo che non convince come aveva fatto il loro esordio, ecco tutto, il classico fuoco di paglia? Chi è un po’ in caduta libera sono i Volbeat, dalla Danimarca senza furore, il nuovo disco a me sembra un po’ la pallidissima copia edulcorata del gruppo incendiario che furono!!! Il nuovo chitarrista non so onestamente quanto c’entri e la loro formula (tipo Elvis appesantito e distorto) mi pareva azzeccata, però adesso passano i loro singoli in tele ed alla radio di mezzo mondo (mi risulta che in patria ormai siano al limite del tormentone) e quindi hanno pensato bene di smussare gli angoli, nonostante in una canzone ci sia addirittura ospite King Diamond, gloria locale. Davvero una pessima mossa. Sa di passo falso anche l’ultimo dei bostoniani Morne, il cui “Asylum”  del 2011, mi aveva molto colpito col suo giocare a palla con My Dying Bride (assolutamente dispersi) e sludge. Ebbene il nuovo “Shadows” mi ha tediato a morte e non so se gli concederò un secondo passaggio nello stereo, eccellente suicidio. Il resto, probabilmente, non l’ho ascoltato.

Poi, qualche giorno fa, mi è apparso tra le mani “Into The Pandemonium” dei Celtic Frost, con tanto di copertina di Bosch, e da allora non hanno smesso di perseguitarmi…

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Body Worlds: anatomia o spettacolo?

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Body Words: I giocatori di poker
Body Words: I giocatori di poker

Ebbene sì: dopo anni di Carcass, Autopsy e Cannibal Corpse, vendiamo la nostra anima all’ hype e andiamo a vedere questo Body Worlds! Credo che, visto il successo, bene o male, ogni lettore abbia una mezza idea di cosa si tratta… si tratta di una mostra di cadaveri trattati in modo che non possano decomporsi (in effetti manca la componente olfattiva tipo “Reek Of Putrefaction”!) veicolando resine plastiche all’interno delle cellule umane.

I corpi sono stati donati volontariamente al progetto a scopo divulgativo, soprattutto dal punto di vista anatomico, e quando si eleva l’obiezione che comunque esistono i modelli, la risposta classica che si riceve è che ogni corpo è diverso, con le sue peculiarità… e va bene.

Personalmente, nonostante le ambigue frequentazioni musicali di cui sopra, avevo più di una remora prima di andare a vedere la mostra. Anche se i corpi sono stati donati spontaneamente all’inventore della tecnica, avvertivo il disagio di “spiare” all’interno del corpo di un altro essere umano, una cosa che va anche oltre la pornografia probabilmente. Mi sembrava una sorta di curiosità morbosa e andare alla mostra sarebbe stato anche un modo di verificare le mie reazioni a riguardo… queste ultime mi incuriosivano forse più della mostra in se stessa, ma tant’è.

Comunque ci si presenta verso le tre del pomeriggio alla fabbrica del vapore, nelle vicinanze -ironia della sorte- del cimitero monumentale, e la coda arriva già alla metà del cortile interno indisponendomi un minimo, visto che contavo sul fatto che, essendo aperta già da tempo, il flusso dei visitatori fosse scemato: nemmeno per idea. Davanti a me, un simpatico gruppo di ragazzine, una delle quali è appena riuscita a sborsare 120€ per un paio di anfibi, mi lascia piuttosto indifferente, tuttavia se sporgo la testa in avanti riesco a vedere che in fila c’è anche l’allegro Faso di Elio e le Storie Tese, con la sua famiglia al seguito. Non ritengo cortese importunarlo e meno che mai presentarmi come bassista al cospetto di cotanto musicista, che usa uno strumento con ben due corde più del mio!

Dopo circa un’ora, guadagno l’entrata ed inizio il mio giro, accorgendomi da subito che sarà difficile riuscire a visitare tranquillamente l’esposizione a causa del numero di persone che affollano gli ambienti: non che siano invivibili ma un tantino scomodi, questo sì. Se si considera poi che lo sciame dei ragazzini entusiasti finisce per avvolgerti in un “caldo” abbraccio ogni volta che approcci una teca, forse si riesce a rendere l’idea del clima. Rinuncio da subito a leggere per filo e per segno le didascalie e mi muovo circospetto con movimenti inversamente proporzionali a quelli dell’agglomerato umano, tentando un approccio meno stressante alla mostra. Operazione che non fallisce del tutto ma nemmeno riesce: pazienza.

Le mie reazioni sono sotto monitoraggio e la sensazione che prevale, alla fine, è l’indifferenza, lo devo dire. Alcune cose mi disgustano (tipo un’aorta aperta e messa lì), altre mi interessano (come i plastinati che mostrano il corpo durante certe attività fisiche tipo il basket o il tiro con l’arco) o mi incuriosiscono (i vari organi attaccati dalle malattie, le protesi e i pace-maker montati negli organi) altre mi fanno venire dei dubbi. Tipo l’immagine che vedete in testa: se lo scopo è quello di mostrare l’anatomia, che senso ha mostrare i tre cadaveri mentre fanno una partita di poker o uno scacchista solitario? Inoltre perché sono stati plastinati anche degli animali che, evidentemente, non  hanno mai dato il consenso? E’ davvero il caso di aggiungere anche una componente pseudo-spettacolare alla cosa? La domanda resterà senza risposta e il giudizio mio personale sulla mostra un po’ dubbio.

Se da una parte trovo appagata la mia curiosità circa la morfologia reale del corpo umano, peraltro ben esplorata in un plastinato costituito da un uomo “esploso”, dall’altra non mi convince, e credo che questo non stupisca nessuno, la componente smaccatamente spettacolarizzata della mostra, per non parlare del business che, indiscutibilmente, emerge visto che, all’ uscita, la coda aveva raggiunto ormai la fine del cortile. Se davvero l’intento era quello divulgativo non sarebbe stato auspicabile un prezzo un tantino inferiore ai 15€, considerato anche il fatto che non ci troviamo di fronte ad una mostra mastodontica? Il corpo di una persona, sia pure donato spontaneamente e a fini espositivi, non dovrebbe essere trattato con maggior rispetto, piuttosto che fargli assumere pose inutili dal punto di vista didattico?