Charles Mingus

Nell’ordine…

Postato il Aggiornato il

Mentre avanzo piano, la tangenziale ha quasi dei contorni familiari.

Come se l’incrocio avesse un semaforo le cui luci d’un tratto sbiadiscono verso un lampo colorato su sfondo nero. Un nervoso sguardo al retrovisore. L’autoradio manda in onda la notte: scura, densa ed impenetrabile. Eppure elettrica. Un uomo che parla a se stesso in uno specchio. Ed il profumo di una donna che avvampa dal sedile posteriore. Parecchie lunghe ore senza dormire. Un alka selzer che si scioglie in un bicchiere. Il mago che non sa spiegare le cose. Una ragazzina adulta.Un adulto che la sfrutta. Un’auto gialla. Idranti. Gentaglia che ti getta immondizia sul parabrezza. Un pugno serrato che si muove lento sulla fiammella azzurra del gas. Alienazione e pornografia. Elezioni. E strade sudice che qualcuno dovrebbe ripulire. Armi. Fotogrammi rossi. Chiazze indecifrabili. Impazzisco e mi credono un eroe. Nessuno parla con me.

Ascoltare Mingus mi ha fatto tornare in mente Travis Bickle.

Doveva succedere…

Postato il Aggiornato il

Senza sapere quando, senza sapere dove. Ti ritrovi In tangenziale alle 7 e trenta passate, il sonno, i nervi, il traffico ed un disco di Charles Mingus. Ed è successo. Sapevo che prima o poi il jazz mi avrebbe parlato ed alla fine l’ha fatto una mattina di pioggia, in un marasma urbano.

Non che prima non mi piacesse, ma non mi aveva mai parlato, non mi aveva mai calmato. Ah um, Mingus. I nervi si distendono. Ah um, ah um. E da allora la tangenziale jazzistica si snoda in un continuo fluire di note: quelle di Miles Davis, di John Coltrane e Thelonious Monk. Per adesso. Nel mirino ci sono anche Charlie Parker e Chet Baker. Appena trovo un disco e c’è abbastanza traffico.

Poi, non che c’entri tantissimo (anche se il blues c’entra col jazz), ma è arrivato anche Robert Johnson. Capita di avere un amico chitarrista, di quelli altezzosi e “jazzy”, maledettamente rompicoglioni quando si tratta di musica: esasperante. Che ti dice che RJ è colui che ha dato inizio a tutto e gli credi anche, ma suvvia, vogliamo ascoltare sul serio uno degli anni ’30? Anche ammettendo che abbia venduto davvero l’anima al diavolo, non basta.

E poi, nel mezzo della strada (dove altro?!) si fa largo lui, coi suoi vestiti logori ed impolverati e la chitarrina stridula da quattro soldi. il sorriso stampato, un po’ sinistro. Per quanto ci abbiano messo le mani sulle sue registrazioni, io me le immagino ancora su un cilindro inciso e lo sento quel frusciare di carboni e grammofoni. E suona la chitarra come nessuno aveva mai fatto prima. E canta in un modo che quasi non riesci a definire, quando impenna con la voce o biascica un ritornello.

Improvvisa testi grevi e affilati, costruiti su un’umanità con la faccia sporca, le mani callose, i vestiti sudati e le strade polverose… e si fa largo nelle casse della mia auto in coda, chi l’avrebbe mai detto e chissà dov’è stato dopo la morte della moglie, forse sta ancora girovagando, altro che essersi fermato ad un incrocio.