Chris Hakuis

Advaitic songs

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OM fotografia di Aaron Farley

…Ed alla fine le corde vibrarono. E c’è poco da fare i nostalgici, c’è poco da rimpiangere il periodo in cui Om significava essenzialmente la sezione ritmica degli Sleep. Chris Hakius, il mago G della batteria come lo soprannominò un amico, se ne è andato (a fare il monaco?) e Al Cisneros ha proseguito nell’evoluzione della sua creatura. Inizialmente non è stato facile da digerire (come non amare il caldo minimalismo di un disco come “Conference Of The Birds” con quella gemma di “At Giza” che a mio giudizio rimane la loro composizione migliore) e la nostalgia per quell’allegro folletto dietro la batteria e per il loro passato ha pesato non poco. Tuttavia non si può essere nostalgici e rimpiangere il passato per sempre…

Il cataclisma è avvenuto, siamo tra le rovine, cominciamo a ricostruire nuovi piccoli habitat, ad avere nuove piccole speranze. E’ un lavoro piuttosto duro: ora come ora non c’è nessuna strada agevole che porti verso il futuro, ma noi ci aggiriamo o scavalchiamo gli ostacoli. Per quanti cieli ci siano caduti addosso dobbiamo vivere.

Troppo altisonante citare Lawrence? Sicuramente ma mi andava… quindi, dicevamo, Cisneros va avanti e rinuncia al minimalismo, spalancando le porte a nuovi strumenti (chitarre, archi, percussioni) a nuove suggestioni, ad un nuovo batterista (Emile Amos) e alla collaborazione con Steve Albini. Il nuovo disco può benissimo essere inteso come la continuazione di questo nuovo corso inaugurato da “God is good” ormai tre anni fa. E se inizialmente lo scetticismo si era impadronito di me, all’indomani della pubblicazione di “Advaitic songs”, posso dirmi conquistato anche da questo nuovo corso. Con questo nuovo lavoro le atmosfere si consolidano ed anche le innovazioni nel suono riescono a risultare coinvolgenti riuscendo, ora come in passato, ad avvolgere l’ascoltatore in una coltre mistico-sensoriale senza tempo. Sono sempre presenti elementi di contatto col passato come l’icona in copertina, il suono del basso di Cisneros (non più onnipresente, però), la predilezione per certi luoghi intrisi di spiritualità (Se in passato era Giza, poi fu Tebe ed ora il Sinai) per altri verti viene spalancata la porta a nuovi strumenti, il canto-mantra viene in parte abbandonato, la voce si fa maggiormente greve (forse effettata?) e la proposta dei due lascia intravedere sfumature raramente incontrate in passato.

Il cordone ombelicale non ancora reciso è avvertibile in “State of non-return” , ma altre tracce come “Gethsemane” e “Haqq al-Yaquin” presentano più chiaramente l’evoluzione nel suono degli OM da sempre, ed oggi più che mai, legata a doppio filo con la spiritualità, la coscienza di se stessi e la consapevolezza di un universo che pulsa e si illumina come un’aura in fiamme. Il viaggio non si è ancora estinto, la ricerca non è stata soddisfatta, il cammino si presenta, ancora una volta, solitario e crudele… eppure l’attenzione va a fissarsi sulle gambe che ritmicamente si animano, un passo dopo l’altro. Terribile ed affascinante se ci si sforza di ammetterlo, se ci si sforza di non sovraccaricarlo di zavorre inutili.

I nostri parteciperanno al Mi-To festival il 22 settembre al teatro colosseo a Torino (ed io conto di esserci!).