Clutch

2018

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Immancabile appuntamento con  la playlist di fine anno e quest’anno me la risolvo così:

10. Einstürzende Neubauten:  Grundstück (ok è una riedizione ma è comunque un evento!)

9. Melvins: Pinkus abortion technician

8.  Cani Sciorrì: Parte I

7. Storm(o): Ere

6. Fluxus: Non si sa dove mettersi

5. Voivod: The wake

4. High On Fire: Electric messiah

3. Messa: Feast for water

2. Clutch: Book of bad decisions

1. Sleep: The sciences

Concerto dell’anno: Sleep a Milano

Ciofeca dell’anno: Corrosion of Conformity (giuro che non riesco ad ascoltarlo!)

I’m an earth rocker! Understand?!

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Tutte le volte che vado a Milano mi chiedo come si faccia ad abitare in certi contenitori in serie per umani che si vedono passando sulla tangenziale. Ogni volta finisco col rispondermi che è una dote portata in regalo dalla necessità, dall’abnegazione, dall’abitudine o, in qualche modo, dal piacere che uno trova nella socialità. Non dico che un individuo con forti tendenze misantropiche come il sottoscritto non ce la potrebbe mai fare, con gli anni ho scoperto di avere molta più capacità di adattamento di quanto avrei mai sospettato, però finirebbe molto male per me o per gli altri: nel senso che potrei intristirmi pesantemente oppure sfogare la mia rabbia nutrita a cemento sugli altri. Intorno a vent’anni scalpitavo per avere tutte le possibilità e (forse) l’apertura mentale degli abitanti delle grandi città. Ora ho radicalmente abbandonato quella fase. Delle città mi interessano solo le mostre, i musei, i monumenti ed i concerti. Il resto può allegramente sprofondare nella melma autogenerata.

E sono lieto che una volta che è finito ciò che mi interessa ci siano i chilometri a separaci. Bye and so long suckers. Sono anche lieto di abitare in un posto fuori dai collegamenti ed in declino. Meno siamo e meglio stiamo.

Detto questo sono stato a Milano per vedere i Clutch, che non avevo mai visto suonareare e, per questo, erano assai attesi alla prova dal vivo. Solidi rocker che non sono altro. Questa volta anche l’insofferenza alla grande città ha vita facile, nessuna odissea: arriviamo e dopo dieci minuti iniziano, nessun gruppo di supporto, coda all’ entrata o scazzi di qualsiasi tipo, liscio e lineare come non era (quasi) mai successo.

Una enorme aquila che ci mostra le terga come sfondo, una spannellata di marshall, orange ed ampeg. Non so cosa sia meglio desiderare e tanto sano, granitico e genuino rock’n’roll, ispirato e potente. Neil Fallon cattura subito le attenzioni di tutti quanti con la sua barba da orco gli occhi spiritati ed il vocione da orso, crea immediatamente una simbiosi col pubblico, mentre il resto del gruppo macina musica senza sosta e senza fronzoli. Fatta eccezione per Gaster dietro la batteria che ogni tanto esce un po’ dagli schemi, gli altri suonano e basta, un’arte che nell’ era dell’apparenza e del culto dell’ego era quasi andata persa.

Clutch5

L’esibizione è senza sbavature solida e granitica, se proprio devo trovare una sbavatura dirò che avrei preferito una scaletta meno incentrata sul nuovo lavoro, che magari ripescasse qualcosa in più dagli ultimi tre dischi (mi aspettavo magari una “X ray vision”, una “Firebirds” o una “Crucial velocity” in più) che, a dire il vero, sono senz’altro tra i migliori che abbiano mai fatto. Come se fossero rinati ad un certo punto, dopo aver rilasciato un paio di dischi un po’ meno incendiari ed ispirati, la triade “Earth rocker”, “Psychic warfare”, “Book of bad decisions” assesta una tripletta che, per il sottoscritto è incredibilmente pugnace e fiera.

Perchè di essere adepti del rock’n’roll c’è da essere fieri, c’è da inorgoglirsi quando un gruppo sale sul palco e l’adrenalina sale, c’è da esaltarsi quando la musica ti afferra e e ti fa resistere a tutto quello che la vita ti costringe a ingoiare. Alla fine questa è la mia religione, basata sul sudore, sugli amplificatori ed i tamburi. I concerti sono le mie messe, i dischi le mie preghiere e le valvole le mie candele accese. Questa è la mia chiesa, il posto dove purifico la mia anima. E forse un giorno diventerò un asceta, ma per ora va benissimo così, che il volume si alzi e sotto un altro!

 

Sole alle spalle

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Un riflesso accecante sullo schermo del PC, C’è il sole tra le nuvole ma io sono recluso in casa con una voce che potrebbe sembrare quasi quella di Mark Lanegan, senza averne la grazia e con un retrogusto di i***san in gola. Son messo bene, non c’è che dire amici. Serve una colonna sonora e arriva l’amico Cash, libero dalle catene. Mi serve del supporto musicale, mi serve di ritrovare la salute quanto prima che  passare le vacanze malato mi sa tanto di nuvoletta Fantozzi e non mi sembra il caso. I‘m gonna break my rusty cage and run… appena il simpatico mal di gola/ raffreddore/ tracheite/ peste bubbonica mi molla un attimo.

E intanto l’anno finisce e mi sembra un eterno ritorno. A tragico listone di fine anno. Quest’anno c’è un escluso di lusso: i Black Sabbath. Loro non li posso mettere, sono al di sopra di ogni critica, listone, solito giochino dei cultori musicali. Loro non mi piacciono, gli voglio proprio bene, un po’ come ai Melvins, ai Vista chino, ai Tool, ai Neurosis ed ai Converge, anche se a loro dippiù. ubi maior minor cessat e cessat sul serio. In un anno nel quale tutti sono tornati come dei nodi al pettine che si sciolgono. Loro hanno sciolto il più grosso: potevano rovinare tutto e, se escludiamo l’ esclusione di Bill Ward (che è spiaciuta a tutti, dai…), non l’hanno fatto. Grazie, davvero, non ci ho mai creduto sul serio che avreste buttato tutto nel cesso.

Detto questo, devo dire che l’ovazione massima vai ai Clutch quest’anno e alla barba di Neil Fallon. Mannaggia, era dannatamente semplice ma nessuno faceva più un bel disco di rock’n’roll da secoli.Veramente un disco con gli attributi. Muscolare, compatto, senza fronzoli. Quello che vedi è quello che avrai, che poi è quello che hai sempre amato “What’s this about limits? Sorry I don’t know one!”

E poi, l’eterno ritorno: un disco che non ho ascoltato quanto avrei voluto, ma che rimane molto ispirato è quello di Nick Cave, prometto di rimediare quanto prima. You know who we are. Con Vista Chino e Carcass c’è stata una bellissima rimpatriata con gente che non si vedeva in giro da secoli ma che ti è sempre, ma sempre, rimasta nel cuore: si è fatto festa assieme, e si continuerà a farne, ne sono quasi sicuro. E poi ci sono i Sub Rosa, una piacevolissima scoperta, e i Melvins che, tra una presa in giro ed un’altra hanno piazzato nel loro ultimo lavoro una delle mie canzoni preferite di sempre. Difficile da spiegare, coincidenze. Tempo fa ho scovato una fotografia di Buzz che assomigliava, crederci o no, a Robert Smith dei Cure, poi sento questa canzone, il cui incipit mi fa pensare subito a “Just like heaven”, e penso “ne stanno combinando un’altra. In effetti han combinato questa:

ed io l’adoro…

Ah la novità per il 2014 è che mi sto mettendo ad ascoltare seriamente dopo millenni i Led Zeppelin, il che è tutto dire. Salvo ripensamenti inquetanti, per quest’anno è tutto, con buona pace del dannato riflesso…

Agosto, il punto della situazione

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Tutti sanno che questo non è esattamente il mio mese preferito, quest’anno, per ovviare al problema, ho deciso di fare un po’ il punto della situazione discograficamente parlando, per mettere, per quanto possibile, un po’ d’ordine tra le uscite discografiche che si sono susseguite in questi primi 7 mesi dell’ anno. Rispetto all’anno passato che, con i dischi di Neurosis, Converge e High On Fire aveva fatto segnare un picco di qualità, quest’anno era inevitabile il riflusso, teniamone conto.

Ho scoperto in ritardo, ma con mio immenso gaudio, che il disco di Mark Lanegan  “Blues Funeral” avrebbe dovuto assolutamente entrare di diritto nei dischi dell’anno del 2012, magari proprio dietro al terzetto citato in precedenza. Che abbia una delle voci più belle mai sentite credo che sia piuttosto indubbio, almeno per me, però questo disco restituisce l’ex cantante di Screaming Trees e QOTSA in una forma smagliante. E non tragga in inganno l’inserimento di una strumentazione elettronica prima piuttosto assente nella sua produzione, incredibile a dirsi, è integrata alla perfezione e, a mio parere, finisce per mostrare un lato di Lanegan finora rimasto abbastanza nell’ombra… complimenti, veramente un gran disco.

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Un altro artista in grado di rimettersi in gioco, dopo un periodo non proprio felice compositivamente parlando (“Dig Lazarus Dig” non era nemmeno brutto, semplicemente non ha lasciato il segno come un disco del re inchiostro dovrebbe fare), è Nick Cave. Nonostante il vecchio impianto dei Bad Seeds abbia perso pezzi che potevano a tutti gli effetti essere considerati importanti, il nuovo disco (“Push The Sky Away”) è una boccata d’aria fresca e ce n’era bisogno, nonostante i Grinderman. Come suggerisce la copertina, la musica possiede ora un corpo molto più etereo che fisico, dopo tutto (fate le corna se credete!) è una direzione nella quale ci evolviamo tutti.

Di “13” dei Black Sabbath credo di aver detto tutto, e non solo io… è stato il disco che ho ascoltato di più quest’anno e non solo per questioni affettive: a me continua a piacere e continuo ad ascoltarlo, piano piano tutte le vocine contrarie si sono zittite. Non che non abbia i suoi limiti, ma per una volta posso anche soprassedere e godermi la vita (ed il mio gruppo preferito). Anzi, mi sono rilassato al punto che ho anche già ordinato “Surgical Steel” dei Carcass in edizione limitata con tanto di kit per la sutura (altri bla bla bla) mi ha convinto il nuovo singolo (e, vabbeh, anche la nostalgia). Ho deciso che circa le possibili (?) reunion, d’ora in poi, il mio atteggiamento sarà: ascoltare e decidere in piena autonomia se mi piacciono o meno, escludendo qualunque vociare non inerente alla musica… se ti piace, ascoltalo! Altrimenti intristisciti con le recensioni… io sono abbastanza saturo di parole, ma continuo a scriverne 😛 .

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Avendo saltato il disco del ritorno, ho deciso di dare una possibilità anche agli Autopsy, storici pionieri del death metal meno tecnico, ma decisamente molto più oscuro e maligno. Beh è un lavoro dignitoso, ma sai abbastanza in anticipo cosa aspettarti, che, nel loro caso, va anche bene. Mi ha stupito solo la produzione decisamente più pulita che in passato. Per il resto testa bassa e smembrare!

Chi invece convince pienamente sono i Clutch. Il loro “Earth Rocker” rappresenta senza dubbio una delle cose più belle ascoltate quest’anno. Compatti, senza fronzoli e dannatamente concreti, assemblano un disco che avrebbe tantissimo da insegnare a molti in termini di “etica del rock’n’roll”, non un calo di tono, non una caduta di stile. I Clutch da anni si muovono nel loro territorio musicale, rischiando di essere inglobati in questa o quella categoria, finendo per schivarle tutte. Forse anche per questo sono rimasti sempre un po’ nell’ombra. Al diavolo, se avessero il successo che meritano potremmo quasi credere nella giustizia terrena. Viva la barba di Neil Fallon!

Veniamo ai progetti alternativi: CT dei Rwake ha dato vita agli interessanti Iron Tongue, nei quali dimostra di poter cantare anche in canzoni meno estenuanti (nella loro bellezza) di quelle del gruppo madre. Un buon esordio: nulla che faccia impazzire ma una rinfrescante e alleggerita miscela di sludge e sentimenti sudisti, questo sì. Buoni per una scampagnata in palude! Dati gli addendi dei Palms, tre Isis e un Chino Moreno (deftones), la somma che ne risulta non è male: se all’inizio rimane in sordina, dopo un po’ diventa buona, alla fine volge al tedio, non sono in grado di essere più esaustivo. Come non so molto del nuovo All Pigs Must Die, del batterista dei Converge Ben Koller, ho avuto poco tempo per dedicarmici, ma ad un ascolto sommario mi ha scartavetrato la faccia a dovere. Ottimo.

Senza infamia e senza lode (che è già un passo avanti) il nuovo dei Queens Of The Stone Age e mi dispiace, sono legato al lavoro di Josh Homme e non solo coi Kyuss, ma questo disco non mi prende proprio. Se poi mi sbaglio a far suonare il loro esordio è la fine. Sembravano i salvatori della patria del rock: per carità, ci hanno provato. I Kvelertak sembravano parimenti una ventata d’aria fresca nella musica pesante, in realtà la ventata si è trasformata un refolo di aria tiepidina già alla seconda uscita. “Meir” non è un brutto disco, solo che non convince come aveva fatto il loro esordio, ecco tutto, il classico fuoco di paglia? Chi è un po’ in caduta libera sono i Volbeat, dalla Danimarca senza furore, il nuovo disco a me sembra un po’ la pallidissima copia edulcorata del gruppo incendiario che furono!!! Il nuovo chitarrista non so onestamente quanto c’entri e la loro formula (tipo Elvis appesantito e distorto) mi pareva azzeccata, però adesso passano i loro singoli in tele ed alla radio di mezzo mondo (mi risulta che in patria ormai siano al limite del tormentone) e quindi hanno pensato bene di smussare gli angoli, nonostante in una canzone ci sia addirittura ospite King Diamond, gloria locale. Davvero una pessima mossa. Sa di passo falso anche l’ultimo dei bostoniani Morne, il cui “Asylum”  del 2011, mi aveva molto colpito col suo giocare a palla con My Dying Bride (assolutamente dispersi) e sludge. Ebbene il nuovo “Shadows” mi ha tediato a morte e non so se gli concederò un secondo passaggio nello stereo, eccellente suicidio. Il resto, probabilmente, non l’ho ascoltato.

Poi, qualche giorno fa, mi è apparso tra le mani “Into The Pandemonium” dei Celtic Frost, con tanto di copertina di Bosch, e da allora non hanno smesso di perseguitarmi…

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Clutch Rocks!

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Neil Fallon
Neil Fallon

Neil Fallon possiede la barba più famosa dell’ hard rock. Se la perdesse che ne sarebbe di lui? Sarebbe come Sansone senza capelli? Come Linus senza la sua coperta? Come Oloferne senza collo?? Qualche anno fa intitolò una canzone dei suoi Clutch “Burning Beard” e tutti quanti si preoccuparono.

No dai, la barba è ignifuga e la sua attitudine inossidabile. I Clutch, sono reali, concreti e genuini la classica compagine cui si dovrebbe fare riferimento quando si tratta di attitudine, quando si tratta di rock fatto con l’anima e indipendente. Fin dal lontano 1993 (osti, son vent’anni!), anno in cui uscì il loro primo lavoro quello che colpisce del gruppo del Maryland è la loro attitudine genuina e legata a doppio filo con un indomito spirito rock, nel senso più granitico del termine, senza conoscere significative battute d’arresto, nemmeno per l’spirazione. Il loro nuovo e trascinante lavoro si chiama, non a caso, “Earth Rocker” ed è un’ ennesima riconferma del loro incendiario potenziale, se possibile con una scossa di adrenalina in più del solito.

Il grande spirito del rock è vivo più che mai!!

[youtube http://www.youtube.com/watch?v=qWXzLZSNkDI]

Everybody get the message???