Colle der fomento

Dieci dischi per gli anni 10

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Traggo ispirazione per questo post dagli amici di Metalskunk per stilare una lista dei dieci dischi del passato decennio che ritengo maggiormente meritevoli… spesso poi non sono gli stessi che hanno vinto il classificone di fine anno, con il tempo gli ascolti si stratificano e le cose cambiano. Io sono un tipo solitamente categorico e monolitico, ma mi vengo a noia spesso, quindi può succedere anche un clamoroso cambio di idea o che con gli ascolti emergano cose che mi convincono poco. Poi c’è il fattore affettivo, poiché accade spesso che ci si affezioni a un disco con il passare del tempo… ma bando ai sentimentalismi in nessun ordine particolare ecco la lista:

Edda: Graziosa Utopia (2017).

Se dovessi (a forza) scegliere un disco di musica popolare italiana sceglierei Edda a mani basse. Questo disco rappresenta probabilmente il miglior disco di musica italiana degli anni 10. E “Spaziale” nello specifico la migliore canzone italiana del decennio. Edda è un personaggio vero, schietto, imprevedibile, appassionato e stralunato. In una parola: unico, questo è il suo pregio più grande. E non conosce pudore, fa saltare gli schemi, irride i filtri. Non so quanti, oggi giorno, possano fare altrettanto nel panorama italiano, sicuramente nessuno al suo livello. Questo è il suo disco più popolare, quello che maggiormente lo vede avvicinarsi alla tradizione italiana, ma niente paura: la sua versione della musica italiana potrebbe assomigliare alla una versione della sobrietà proposta da Bukowski.

STORM{O}: Finis Terrae (2019).

Se invece dovessi scegliere un disco di musica incazzata italiana, con gli STORM{O} vado sul sicuro. Il furore dei feltrini non ha, al momento, eguali nel nostro paese. Ci sono molte altre realtà interessanti ma loro rappresentano senza dubbio la punta di diamante di quanto prodotto nel nostro paese al momento. Con dei testi a metà fra la poesia e l’ermetismo, una proposta musicale che, partendo da una solida base HC, ne evolve la concezione fino a portarla a un livello superiore come solo i migliori sanno fare (Converge?) in “Finis Terrae” fissano nuovi standard per il genere in Italia ed all’ estero. Un assalto che lascia spiazzati, una veemenza che annichilisce e non può lasciare indifferenti. Soprattutto sono personali e coinvolti, persone con una coscienza sociale e un’ attitudine che è direttamente discendente dalla gloriosa tradizione italiana hardcore dei primi anni ’80. Solo rispetto e ammirazione per loro.

Messa: Feast for water (2018).

Non troppo distanti sul territorio ma decisamente distanti musicalmente parlando ci sono i Messa. La loro musica notturna ed avvolgente, una diretta evoluzione del doom in chiave personale e passionale, ribattezzata da loro stessi scarlet doom. “Feast for water” è stata una scoperta bellissima, un disco che è seriamente riuscito ad ipnotizzarmi con le sue spire che sanno di buio ed incenso. Se ne sono accorti anche all’ estero tant’è che attualmente, dopo aver suonato in mezza Europa, stanno lavorando al nuovo disco su Svart records, le premesse per un altro lavoro intenso e di “spessore” ci sono tutte.

Colle Der Fomento: Adversus (2018)

Ammetto candidamente di non essere un super appassionato del genere: per me il rap in Italia si è sempre identificato con tre, quattro nomi al massimo: Assalti frontali, Frankie HI NRG (che pessima fine ha fatto?), al limite Caparezza e poi i Colle Der Fomento. Ebbene, detto da un non esperto: Adversus è il miglior disco di rap mai inciso in Italia. Senza troppi giri di parole: non ho mai sentito di meglio quanto a musica e testi, semplicemente un disco imbattibile. Costruito pezzo su pezzo, mattone su mattone, trave su trave mentre la vita continua a scorrere e a lasciare cicatrici visibili e ferite profonde, scalfitture sulla maschera da guerra. Nonostante il selvaggio impoverimento stilistico-culturale della scena, nonostante le difficoltà e le tragedie personali, nonostante le avversità della vita quotidiana: in faccia a tutto questo nel 2018 esce questo disco magistrale.

Clutch: Earth Rocker (2013)

Se il rap è messo molto male rispetto ad un glorioso passato, saranno almeno cinquant’anni che si vocifera che il rock è morto. Credeteci, oppure ascoltate questo disco dei Clutch. Un solido concentrato di adrenalina e orgoglio di un gruppo che ha sbagliato poco nella sua carriera, ma che qui raggiunge probabilmente il suo apice recente. Un disco genuino, fiero e colmo di attitudine, qualcosa che tutti cominciavano a dare per dispersa. Preparatevi ad essere travolti e a ricredervi. Neil Fallon e compagnia non si daranno mai per vinti: non fatelo nemmeno voi!

High On Fire: Luminiferous (2015)

A proposito di risurrezioni, come sta messo l’heavy metal? Non sta benissimo pure lui, se qualcuno a metà degli anni 10 mi avesse chiesto di fargli sentire qualcosa di indiscutibilmente pesante e potente con “Luminiferous” non avrei avuto dubbi. Lasciata alle spalle la pesantissima e sfortunata eredità degli Sleep, Matt Pike nemmeno volendo sarebbe stato in grado di fermare quella cascata di riff che gli sgorga spontanea dalle dita. E almeno fino a “Luminiferous” la sua è stata una cavalcata travolgente. Brani serrati, furenti, con poco spazio per rifiatare (forse solo durante “The Falconist” e “The Cave” che comunque si presentano rocciose al punto giusto) e sorretti da una sezione ritmica dirompente, difficile muovere un appunto a questo trio. Purtroppo le cose si sfasceranno dopo: “Electric Messiah”, con tanto si dedica a Lemmy, risulta un disco stanco anche se non del tutto pessimo… i problemi di salute dello stesso Pike e gli anni on the road cominciano a farsi sentire e alla fine anche l’abbandono del batterista storico Des Kensel (bravissimo) lanciano qualche ombra sul loro futuro, ma Pike saprà prendere la situazione in mano anche questa volta!

Sleep: The Sciences (2018)

Altro giro, altro Pike: questo disco doveva esserci. La carriera degli Sleep si era chiusa con un’ingiustizia tale da chiedere vendetta. Tutto il casino successo con “Jerusalem/dopesmoker” dimostra quanto triste possa diventare suonare quando si ha a che fare con case discografiche incompetenti che mettono sotto contratto i gruppi senza nemmeno informarsi un minimo su chi siano e quale sia la loro attitudine. Ci sarebbe anche da rincarare la dose sulla libertà artistica ma non mi sembra questa la sede. il 20 Aprile 2018 esce, quasi senza preavviso, il nuovo degli Sleep. Dopo molti concerti con Jason Roader dei Neurosis alla batteria (il batterista originario Chris Hakius si è ritirato dalle scene ma non lo dimenticheremo mai!) la cosa era abbastanza nell’aria, ma nessuno sapeva dove e quando… e alla fine l’hanno fatto: senza tante cerimonie. Chi ha amati non può prescindere da questo disco, che non tradisce le aspettative e glorifica appieno il loro sfortunato passato.

Chelsea Wolfe: Abyss (2015)

Se non conoscete ancora la Sig.ra Wolfe, il mio personale consiglio è quello di procurarvi tutta la sua discografia. detto ciò questo disco rappresenta quello cui sono maggiormente affezionato. Suppongo che per i fan di vecchia data questo disco abbia rappresentato un colpo: non che sia un taglio netto con il passato in termini di tematiche, tuttavia musicalmente le tinte si fanno cupissime, elettriche e grevi, tanto che più volte sono stati fatti accostamenti a generi come il doom o addirittura il drone che sicuramente nessuno avrebbe tirato in ballo prima. Personalmente non posso che gioire della svolta, la Wolfe dimostra un’apertura musicale con un’ispirazione e una bravura (sembra un termine banale, trovatene voi un altro se ci riuscite!) non comuni, facendo centro al primo tentativo… non mi sembra assolutamente una cosa da poco.

Triptycon: Melana Chasmata 2014

Probabilmente il disco più oscuro del decennio. Tom G. Fischer, unico sopravvissuto dei fondamentali Celtic Frost, fa uscire un disco bellissimo, per quanto di difficile ed impegnativo ascolto. Un lavoro che costringe l’ascoltatore ad un lavoro su se stesso per attenzione e coinvolgimento, un vero e proprio viaggio nell’immaginario del musicista svizzero, con tanto di supporto visivo di H.R. Giger (che grandissimo maestro dell’immaginario abbiamo perso!), un percorso nel quale perdere ogni riferimento, come se tutto si facesse oscuro, senza nemmeno la stella polare cui rivolgersi. Un movimento concettuale che si spinge oltre le coordinate tracciate con il compagno scomparso (Martin Eric Ain, altra grandissima perdita) nello spazio più remoto ed inquietante, dal quale non è possibile ritornare uguali a prima.

N.B.: Sono rimasti fuori molti dischi che ho amato (es.: Monolord, Goatsnake, Tool, Neurosis, Converge, Unsane, Melvins etc…) ed alcuni miei gruppi feticcio (Godspeed You! Black Emperor, Sunn 0))), Zu etc…), nel primo caso si tratta solo di aver dovuto limitare il discorso a 10 dischi, nel secondo caso dipende dal fatto di preferirli nettamente dal vivo, magari si potrebbero rifare con i concerti del decennio! DOVEROSO aggiungere che, Ovviamente, mancano i Black Sabbath ed il loro “13“, ma non credo fosse necessario includerlo: nonostante il non riuscitissimo innesto di Brad Wilk alla batteria, rimane un disco realizzato molto meglio di quanto fosse lecito aspettarsi. chi li ama li segue e io sono fra questi, non sono un gruppo, sono un culto!

A.D. 2019

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Ho volutamente aspettato fino alla fine nella speranza di qualche nuovo spunto, mi sono giunti all’orecchio solo i Naga da Metal skunk che però, per quanto mi concerne, pur concordando sui loro meriti, risultano troppo derivativi  per entrare nel novero dei migliori dieci dischi usciti quest’ anno.  Dunque andiamo con ordine.

10. Liquido di morte IIII: Nuova prova per i Milanesi, ancora una volta un disco strumentale carico di pathos e trasporto emozionale. Stavolta si muovono ancora su lidi onirici, spesso dilatati, a volte sottilmente inquietanti. Si confermano come una bella realtà che purtroppo non sono ancora riuscito a vedere dal vivo. Valore aggiunto (senza dubbio) lo stellare artwork di Luca SoloMacello che produce addirittura 200 copertine diverse. Da avere,

9. Crushed curcuma Tinval: Un doveroso omaggio alla Biella che mi piace. Un disco ancora una volta strumentale da parte di un gruppo che va via via aumentando il suo bacino di ascolto, finendo per suonare anche in posti lontani da casa (ultimamente Roma e Milano) e raccogliendo consensi da parte della critica specializzata. La loro proposta promette un tappeto sonoro elettronico sul quale svetta un sassofono in grado di apportare un’ulteriore apertura al suono. A momenti suonano quasi etnici, molto più spesso psichedelici e a tratti dilatati. Difficile descriverli oltre, provate ad addentrarvi e lasciatevi catturare.

8. Saint Vitus Saint Vitus: dentro nuovamente Scott Reagers, fuori Mark Adams, Dave Chandler rimane sempre di più al comando della sua creatura, facendo uscire il secondo disco omonimo della storia del gruppo e centrando l’obbiettivo maggiormente rispetto a quanto fatto anni prima con la formazione con Mr. Wino dietro al microfono. I brani appaiono maggiormente focalizzati, benché la durata del lavoro risulti sempre piuttosto risicata, c’è un impeto maggiore, una maggiore convinzione. Il lavoro appare più organico e coeso ed anche l’ ennesimo reinserimento del cantante originale sembra riuscire più del ritorno con Wino dietro al microfono che, comunque, nel frattempo ha pure trovato il sistema di rientrare egregiamente con gli Obsessed. Non siamo ai livelli del pre-reunion, ma comunque un lavoro per il quale vale la pena di scucire qualche pizza di fango.

7. Edda Fru Fru: Dopo ancora altri ascolti, l’opinione in merito non è cambiata. Si tratta di un’opera frivola e leggera dietro la quale si agita uno degli ultimi artisti sinceri e veri della musica italiana. Graziosa utopia era di un altro pianeta, ciò non significa che questo nuovo non sia piacevole e regali dei momenti di godimento sonoro (e anche lirico) notevoli, pur non raggiungendo certe vette, rimane una spanna sopra ciò che l’ Italia in media ha da offrire.

6. The Haunting Green Natural Extintions: Una gran bella scoperta fatta grazie a Blogthrower. Un duo dedito ad una musica quasi strumentale i cui numi di riferimento sembrano arrivare in parte da certo black metal evoluto ed in parte da una forma di post metal (Neurosis e compagnia), il tutto rivisto in un’ottica molto personale e intensa. assolutamente degni di attenzione e supporto.

5. Monolord No comfort: Un gruppo derivativo, ne convengo. Ma posso fare eccezioni e per loro le eccezioni le faccio più che volentieri. La prima volta che ho ascoltato questo disco mi sono detto che era tutta roba che avevo già sentito da qualche altra parte. Ma poi l’ho ascoltato una seconda, una terza, una quarta volta e così via, finché non sono più riuscito a scrollarmelo di dosso. Non importa se poi i rimandi a Black Sabbath ed Electric Wizard si sprecano, alla fine i Monolord vivono di vita propria. E che vita! Io avrò sempre bisogno di dischi come questo. Grandissimi Monolord!

4. STORM{O} Finis terrae: Non c’erano dubbi che finissero anche i feltrini in questa lista. Un disco vibrante e veemente, nel quale esce probabilmente quello che è il loro lato più nervoso e violento. Un disco teso, instabile eppure solido e con le idee incredibilmente chiare con momenti più riflessivi e, a tratti, quasi evocativi ma che fa dell’impeto il suo credo. Superlativa la prova del batterista Stefano. Tremate. Tutti.

3. Iggy Pop Free: Ho già parlato anche troppo di questo lavoro, se ancora non l’avete ascoltato, fatelo.

2. Chelsea Wolfe Birth of violence: Posso solo aggiungere a quanto riferito  a suo tempo che più uno si inoltra negli ascolti, più le sfumature si insinuano nell’ascoltatore ed il disco aumenta di spessore. Una ulteriore sfumatura di se stessa messa in musica da parte di quella grandissima artista che è Chelsea Wolfe, che con un altro disco superlativo, si conferma ad altissimi livelli.

1. Tool Fear Inoculum: Sono già pienamente al corrente di tutte (e dico tutte) le critiche sono state mosse al gruppo e a questo disco. Alcune le condivido, altre meno, alcune per niente. Però ad un certo punto bisogna anche guardare in faccia alla realtà: questo è stato il disco che ho ascoltato, gradito e ammirato di più durante tutto il 2019. Il resto sono chiacchiere.

Gente che è rimasta fuori:

Sunn 0))): Ben due uscite per il gruppo di O’Malley e Anderson. Nessuna delle due è in lista, eppure sono uno dei miei gruppi preferiti. Pur riconoscendone il valore ed adorando la proposta non li ho messi perché non vedo l’ora di vederli dal vivo e la trasposizione su vinile di quello che sviluppano in sede di concerto non è che un pallido tentativo di descriverlo. Vale la pena averli ed ascoltarli. Comunque.

Baroness e Nick Cave and the Bad Seeds: La verità è che non sono riuscito ad ascoltarli a dovere: i Baroness mi suscitavano emozioni troppo contrastanti e mi mettevano in un pessimo stato d’animo senza una spiegazione oggettiva del perché lo facessero. Di “Ghosteen” ho ascoltato solo un brano che mi è parso più pesante di un macigno. Non ho ancora avuto la presenza di spirito e la forza d’animo per approfondire.

Colle der Fomento e Carmona Retusa: Fuori tempo massimo. Non ho inserito i Colle solo perché l’anno scorso non ho fatto in tempo ad ascoltare debitamente “Adversus” e quest’anno non posso inserirlo perché è temporalmente sbagliato. Comunque il loro lavoro, a mio parere, confermando la mia ignoranza relativa sul genere, rappresenta il più bel disco di rap mai scritto in Italia per testi e musiche.

I Carmona Retusa li ho scoperti in concomitanza con l’intervista rilasciata con Blogthrower ma il loro disco, dal titolo ispirato ad Andrea Pazienza è addirittura uscito a marzo del 2018, quindi nulla. Ciò non tolga nulla al loro valore, sono bravissimi e meritano molto più successo.

Maschera da guerra

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Somen- Fonte Wikipedia (Vassil)

L’approccio con “Adversus” è stato unico nel suo genere, almeno per quel che mi riguarda. E’ stato uno dei pochi album che abbia scaricato legalmente e poi acquistato nel suo formato fisico talmente mi piaceva. La prima volta che l’ho ascoltato era mattina prestissimo. Svegliato verso le quattro, dopo mezz’ora di giravolte mi rendo conto di non essere in grado di riprendere sonno, mi alzo, faccio colazione e poi mi domando se sia il caso di andare a fare una passeggiata, mi vesto ed esco nel freddo di una mattinata di dicembre.

 

E’ tutto buio fuori, l’aria tagliente e parte storia di una lunga guerra. Da principio non ascolto molto: mi concentro sui passi, sui muscoli, sul paese che dorme attorno, anche le stelle nella loro fissità apparente. Poi il movimento diventa automatico e gli occhi si abituano al buio, il corpo al freddo e la musica entra. Non solo nelle orecchie.

Da bravo vetero metallaro sono sempre quantomeno dubbioso verso altri generi di musica. Sono molto più esigente quando ascolto gente che non suona con doppia cassa e chitarre distorte. E’ un mio limite e lo riconosco, però uscire dalla propria zona di conforto è un’esigenza, per non appiattirsi sulle proprie convenzioni, per ampliare il modo di concepire la musica, per non soffocare nel consueto, per restare vivi.

Il disco si snoda come le strade di un paesino di collina, una prefetta commistione tra parole, note e paesaggio. Ci studiamo con un cane per la strada, poi ognuno prosegue per la sua. La ventata di aria calda e profumata fuori dalla panetteria. Il cielo limpido sopra la testa. Siamo io e le canzoni.

Parlano di me. Con precisione. Parlano di cicatrici, ferite e sbagli, di vite passate ad incassare e a rialzarsi. Parla di tenacia, di resistenza e di orgoglio. In mezzo a queste cose ci sono anche io. Raramente nell’ultimo periodo mi è successo di sentirmi tanto affine a un disco. Raramente nell’ultimo periodo un disco mi ha messo in corpo tanta forza nell’affrontare il quotidiano. E mentre il disco prosegue inizia a fare parte di me.

Esattamente come questi passi, come queste strade che prima dell’alba assumono un aspetto diverso eppure familiare. Siamo figli della stessa rabbia, fratelli dello stesso disagio. Gente che ha imparato a non arrendersi, gente che ha bisogno di riaffermare il proprio diritto ad essere, se non unica, almeno se stessa.

Un giorno sta per cominciare e non ti aspetta. Ed anche se il tempo è riuscito a togliere la brillantezza dalle utopie giovanili, ancora non ci ha ucciso e non ha spezzato i nostri sogni. Chi si ferma è perduto, non torna indietro neanche un minuto.

Ad un certo punto la mia intransigenza mi stava strangolando ed ero schiavo delle mie stesse idee. Ho dovuto allentare la presa e mi sono sentito sconfitto, rinunciatario e debole. Pensavo che sarei morto, prima ancora avrei voluto non essere mai nato, invece il respiro non si è fermato ho raccolto i frammenti dello specchio con la mia immagine sopra e sono andato avanti. Avevo perso la battaglia, ma ero vivo e sapevo chi ero. Almeno ne avevo un’idea più precisa.

Alla fine della passeggiata ho fatto un viaggio dentro me stesso. Nel mio cortile alzo gli occhi e le stelle cominciano a girare attorno ad un fulcro, finché tutto non ritorna. Ed il giorno comincia. Eppure siamo qui. Con una maschera da guerra sul volto, segnata, scalfita ed a volte rotta, ma il tempo è passato e lei ha fatto il suo dovere, occorre osservarla bene per leggere le storie che racconta.

 

 

 

 

Giù la testa!

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Mi sono lasciato alle spalle miriadi di post smozzicati, anche solo accennati nella testa, nell’ultimo periodo ma anche negli ultimi anni, nei quali questo blog ha vegetato più che vivere realmente. Discorsi iniziati ed abbandonati per mille motivi tra cui giganteggia il già sentito, serpeggia la noia o l’incapacità di articolare un pensiero come andrebbe fatto, se non altro per rispetto verso quei pochi che leggono. Ma a febbraio ho sempre e solo un pensiero: evitare (userei anche termini più pesanti ma non me ne vengono) san remo. Fortunatamente quest’anno ci sono riuscito più che in molte altre occasioni. il festival è la riprova ennesima che, come sonsteneva Freak Antoni, l’Italia è sempre la provincia di qualche altro posto.

Vorrei essere in grado di fare come Zerocalcare che su wired anni ed anni fa confessava di non potercela proprio fare anche solo a sviluppare un qualcosa su san remo. Invece a me fa proprio imbufalire come il successo di vasco rossi o di sferaebbasta. Per inciso: non vi spiegate il successo dello sfera? Genitori che ascoltano vasco secondo voi che genere di figli possono covare?

Ammettiamolo: in Italia la cultura musicale non esiste, o meglio esiste solo in una ristretta cerchia di persone (e qui parte la voce fuori campo di Nanni Moretti: “mi troverò sempre a mio agio e d’accordo con una minoranza di persone”- “mi troverò sempre a mio agio e d’accordo con una minoranza di persone”-“mi troverò sempre a mio agio e d’accordo con una minoranza di persone”-“mi troverò sempre a mio agio e d’accordo con una minoranza di persone” ad libitum) una realtà che va esplicitata ogni volta a un volume maggiore così, per acquisire consapevolezza.

La verità è semplicemente questa. Questo il motivo per cui il festival continua non solo ad esistere ma ad essere una sorta di superbowl italiano in fatto di ascolti. E quelli che lo commentano sprezzanti comunque ingrossano le fila perchè, di fatto, per commentare devi seguire. E quelli che lo schivano vengono bollati come radical chic. Per quanto mi riguarda mi smarco subito: un radical chic non ascolta death metal svedese, tanto meno ne fa una religione, per tanto cominciate a beccarvi questo:

Inoltre io non mi limito a schivarlo, lo detesto proprio. E’ uno dei tanti simboli dell’Italia conformista. Quella nazione che, per intenderci, fa dell’ignoranza un vanto e non una vergogna. Quello stato che riduce tutto ad uno squallido luogo comune. Quel modo di pensare ipocrita che si sente rappresentativo di tutto e di tutti.

Ebbene non in mia rappresentanza, giammai in mia rappresentanza.

In condizioni normali ignorarli basterebbe ma, per mia disgrazia, so bene che nonostante io non mi leghi a quella schiera (e morrò pecora nera cit.) parte delle mie tasse e del mio canone tv va a foraggiare tutto questo. Oltre al danno la beffa, mi tocca pure di mantenerli, quindi almeno che sia consentito esprimere un violento dissenso, un crudele disagio.  Purtroppo non verrà mai il giorno in cui vedrò finire questo scempio. E non verrà mai nemmeno il giorno in cui non dovrò levare la stima a gruppi che ritenevo meritevoli almeno di rispetto ma che si piegano a queste logiche infami per motivi a me ignoti (o forse fin troppo noti), per cui addio Zen Circus: mi avete profondamente deluso (e pure Brunori).

In definitiva però esiste un’ Italia musicale meritevole? Sì esiste, in questo momento sta sopra un Colle, ma non solo lì.

La diversità è un pregio e non un difetto.

Per fare l’opera completa faccio anche i miei complimenti ai talent show. Alla vecchia giuria di x factor e alla nuova di the voice. Non guarderò mai nessuno di voi e mi aguro che il vostro non-pensiero e la vostra non-arte si estingua.

Ostinati e contrari. Sempre.