Constellation Records

In attesa della fine

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Poniamo che voi siate canadesi: vivete in uno degli stati più civili al mondo dove i concetti di giustizia sociale e welfare non sono un mero tentativo di non limitarsi alla teoria, vivete in un posto dominato da una natura strabordante con un panorama che letteralmente è in grado di abbagliarvi con la sua imponenza. In definitiva state bene, le possibilità non vi mancano e nemmeno il sostentamento; eppure un tarlo vi perseguita, un pensiero in fondo alla vostra testa che non vuole andarsene: una necessità di anticonformismo e di ribellione (anche violenta) che non trova sfogo. D’inverno le nottate sono infinite, domina il freddo che minaccia di strapparvi la faccia ogni volta che uscite dalla porta. Osservate il buio dalla finestra tentando di placare i pensieri che invece si amplificano. Sapete di dover trovare, se non proprio una via di d’uscita, almeno una valvola di sfogo.

Dopo svariate nottate (mattine, pomeriggi o sere) passate a questo modo imbracciate uno strumento e tutto sembra tornare a scorrere fluido, vi unite ad altre anime affini prendete un nome da un oscuro documentario giapponese che parla di motociclisti e costituite un gruppo, formate un collettivo, plasmate un flusso musicale, iniziate a dare un senso alle vostre riflessioni, cominciate a vivere e non solamente ad esistere. Non so se sia così che si sono formati i Godspeed you! Black Emperor, ma mi piace immaginare che sia qualcosa di estremamente simile a ciò che ho romanzato poco sopra.

Seguo i canadesi fin da Lift your skinny fists ed ho anche il privilegio di averli visti più volte dal vivo. Sono uno dei pochi gruppi a cui non riesco a muovere un appunto nemmeno volendo. L’unica cosa che mi sento di dire è che li preferisco nettamente dal vivo, ma è un problema mio. Li preferisco dal vivo perché il loro spettacolo è incredibile, visionario, intimo e lirico, ma soprattutto perché a casa non riesco mai a trovare il tempo e la tranquillità per godere appieno delle loro registrazioni. È chiaro che dal vivo ti trovi in un contesto totalmente diverso e privo di distrazioni (e interruzioni) e con una presenza fisica della musica imponente, a volte corredata da un supporto visivo assolutamente affascinante. La musica dei GY!BE deve essere lasciata fluire, necessita di tempo e di trasporto da parte dell’ascoltatore. Funziona anche come sottofondo ma è fatale che si perda e si squalifichi utilizzata a quel modo.

Il quattro febbraio è uscito il loro nuovo lavoro. La versione vinilica è andata esaurita in pochi minuti (forse la ristampano?), con il download e il CD forse ve la cavate ancora. Va detto che il nuovo lavoro non fa eccezione: composto tra la strada e l’isolamento, quando ancora si potevano fare i concerti dal vivo e quando invece siamo stati tutti costretti a chiuderci in casa e limitare i contatti; si muove al crepuscolo, in attesa del buio, in attesa della fine.

Parlare di un nuovo lavoro dei canadesi è come un sentiero estremamente impervio. Perché limitarsi all’aspetto strettamente musicale risulta troppo riduttivo: l’ascolto non può rimanere un mero processo intuitivo né barricarsi dietro una fredda analisi tecnica. Un gruppo come questo necessita di coinvolgimento personale che riguardi la parte emotiva come quella razionale, una disposizione d’animo che prepari ad un’ esperienza spirituale. Io almeno l’ho sempre vissuta a questo modo. E non sopporto interruzioni e distrazioni quando li ascolto. Il nuovo lavoro non si discosta dal resto della discografia, almeno al livello concettuale, a livello musicale, rilevo una maggiore attenzione alla melodia e fruibilità dei brani (se un termine del genere ha senso nel contesto nel quale ci stiamo muovendo) che più che in passato rimangono in testa anche una volta terminato l’ascolto. Permane il loro lirismo estremo, la loro spiccata propensione a creare paesaggi sonori commoventi e richiami musicali struggenti, la loro marcata vena progressiva (nel senso letterale del termine, non inteso come rock-progressivo) che fa fluire il brano come solo loro sanno fare.

Scoprire il resto è un piacere che non voglio togliere a nessuno, rimando al loro Bandcamp per i loro proclami che qui non saranno oggetto di discussione in quanto ognuno può trarne ciò che vuole (ed è, a mio insignificante parere, tenuto a farlo se ama questa compagine).

L’ultima volta che vennero a Milano, ai magazzini generali, li persi… mi consolai pensando “pazienza torneranno a breve” ecco, a volte, certe cose non bisognerebbe darle per scontate.

Godspeed You! Black Emperor: “Allelujah! Don’t Bend! Ascend!”

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Godspeed You! Black Emperor

Godspeed You! Black Emperor, è uno di quei nomi in grado di farmi venire i brividi su per la spina dorsale, è il nome di un oscuro cortometraggio di bikers giapponesi, ma è anche il nome di un gruppo di musicisti canadesi, di Toronto per la precisione, che veramente si sono impressi nel mio cuore oramai molti anni fa. Molti li classificano post-rock, io sono più propenso a definire la loro musica progressiva seppur non proprio nel senso classicamente inteso, ma chiunque li ascolti si renderà conto di come la definizione sia calzante.

Il gruppo, o forse sarebbe meglio dire l’ensamble (noto precedentemente col nome Godspeed You Black Emperor!), è sempre stato piuttosto avvolto nel mistero, con un numero di membri variabili tra 9 e 15 (!),  una profonda avversione per le istituzioni musicali e non, si veda l’illustrazione nel retro del loro disco “Yanqui U.X.O.” dove si mostrano i collegamenti tra le multinazionali del disco e -per esempio- l’industria bellica, dalle spiccate tendenze ipercritiche nei confronti del governo degli Stati Uniti (lo provano anche certi spezzoni parlati nelle loro composizioni) e assolutamente refrattari a rilasciare dichiarazioni, addirittura nel 2010 hanno deciso di non farsi intervistare mai più.

Dopo la loro  partecipazione al festival All Tomorrows Parties, sempre nel 2010, l’anno del ritorno, l’ensemble è tornato in attività dopo aver abbandonato l’attività nel 2003, senza tuttavia sciogliersi ufficialmente. Durante questo 2012 (che sinceramente mi ricorderò a lungo come una delle annate musicalmente più proficue dagli anni ’90) hanno deciso di tornare sulle scene con un nuovo disco ed ascoltandolo si ritorna ad amarli come un tempo. Le loro composizioni sono, ancora una volta, lunghe, in alcuni casi lunghissime (la durata media sorpassa agevolmente i 15 minuti), raccontano percorsi, si snodano tra immagini… comunicano e ci rimettono in comunicazione con noi stessi. Stavolta forse con più spazio agli strumenti elettrici e con influenze difficilmente inglobate nel passato dal vago sentore mediorientale, hanno il pregio di lasciarsi attraversare come se si guardasse un panorama dal finestrino di un treno: un paesaggio che ha, forse, punti di partenza e di arrivo fissati, ma nel quale lo spostamento puntuale è assolutamente al centro dell’attenzione, si costruisce istante per istante in un contesto cinematico elevato ed evocativo. Per questo, una volta tanto, non posterò singoli brani ma l’intero lavoro per chiunque abbia la pazienza di immergersi in una simile, avventurosa esperienza.