Danzig

Stringere alleanze

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Nonostante il mio amore incondizionato per i negozi di dischi, c’è stato un bel periodo nel quale non li ho frequentati affatto. Tra gli svantaggi del vivere in provincia c’è senz’altro quello di avere la possibilità di imbattersi in negozianti che sembra siano lì per caso. Come già detto nel caso del Discclub, negli anni ’80 era normale: la provincia era un luogo d’ombra assolutamente refrattario a qualsiasi cosa non fosse la norma, sembrava di vivere in farenheit 431 e coloro che avevano una cultura musicale sembravano uomini-disco, votati alla conservazione del patrimonio musicale avulso dal contesto comune. Quando dico questo intendo che anche trovare un semplice fan, chessò, dei Led Zeppelin era difficile e facevi la ola quando qualcuno capiva di che diavolo stessi parlando. La situazione migliorò molto negli anni ’90, complice forse il Babylonia o il ruolo assunto dal suo gestore che contribuiva anche con un negozio di dischi (Paper moon). Aveva un pessimo carattere, trattava tutti con sufficienza, ma alla fine, dopo mille patimenti, i dischi te li trovava: rimembro ancora il giubilo per “Blues for the red sun” dei Kyuss o “How the gods kill” di Danzig in edizione cartonata lunga americana e primo incontro -alien escluso- con H.R. Giger.

Quando lasciò il negozio, per un po’ le cose continuarono a girare. Poi ricominciò un tira e molla fatto di mille difficoltà a reperire quello che chiedevo, poi diciamolo… era arrivato internet. E non sto parlando di canzoni scaricate da Napster (che usai davvero poco rispetto alle sue potenzialità) e nemmeno di streaming (quello arrivò dopo), sto parlando di ordinare on-line. Per un bel periodo ordinai dagli USA, laggiù avevano dei prezzi talmente bassi da compensare tasse e spese di spedizione (purtroppo quella cuccagna è finita da un pezzo, ho completato fior di discografie a quel modo), poi arrivarono ebay, discogs, amazon, la feltrinelli, IBS, qualsiasi sito dal quale fosse possibile farsi arrivare della musica.

Se uno come me abbandona i negozi di dischi sicuramente ha un motivo valido per farlo, altrimenti negozi di dischi tutta la vita. Per quanto mi concerne i motivi sono i seguenti:

  • L’attesa: capisco che sia impossibile rivaleggiare con amazon et similia in rapidità ma, inserite un’imprecazione pesante a scelta, attendere 3 mesi un disco che a me arriverebbe in due settimane dagli USA, io non lo trovo accettabile. Voglio dire: io sono un privato qualsiasi e riesco a farmi arrivare la roba mesi prima di te che dovresti avere dei canali di distribuzione come si deve? Qualcosa non va. Alle volte (vedi il disco dei Coriky) ho perfino disdetto il disco dalla disperazione: il disco era stato posticipato causa covid e poi si erano bellamente dimenticati di rimetterlo in ordine (inni sacri a volume assordante a coprire gli improperi): chissà perché non mi son fatto più vedere.
  • La competenza: senza troppi giri di parole (e scusando la volgarità in  veneto) mi sono rotto il casso di dover fare lo spelling del nome dei gruppi. Non pretendo che conoscano l’ oscuro progetto underground della, chessò, Bielorussia, ma se ordino (perché non sia mai che tu li abbia già in negozio) un disco degli High On Fire o dei Clutch, almeno che tu sappia come si scrivono (altre imprecazioni, ma si sappia che sono esempi reali).

Totalmente deluso dai rivenditori della mia zona, fortunatamente non sono il tipo che demorde. A circa una mezz’ora da dove vivo per fortuna c’è  Ivrea e Discooccasione. Frequentavo già il negozio saltuariamente non essendo particolarmente comodo andarci, tuttavia vedevo che era assortito e che il titolare, Roberto, sapeva assolutamente il fatto suo. Più tardi scoprii che teneva banchetti in varie occasioni di concerti dal vivo (vedi Desertfest e altri) e mercatini dell’usato, comunque stringemmo alleanza quando acquistai un CD dei Belzebong ( …sì è un gruppo stoner, per giunta polacco), quando mi disse “finalmente qualcuno che ascolta roba pesante!”

Galeotto fu il disco e chi lo registrò!

… da allora mi faccio mezz’ora di strada (di solito in moto) con il sorriso stampato sulla faccia, ordino via whatsapp e sono felice alla faccia di amazon e di tutti gli altri. Credo di aver avuto le lacrime agli occhi quando, l’ultima volta che ci siamo visti gli chiesi se aveva delle copie in vinile dell’ultimo dei Godspeed you! Black emperor, conscio dell’impresa impossibile visto che era esaurito su bandcamp, e ne aveva ben tre copie in casa, di cui una sotto il mio naso imbarazzato. Poco importa se avevo già ordinato il CD che sarebbe arrivato con nota autografa (!) tre settimane dopo dal Canada: ne ho preso una copia per me e una per l’Oltranzista (è in salute, grazie per l’interessamento).

Lacrime!

Il negozio è piuttosto piccolo, ma è stipato di dischi, in penombra si scorgono anche manifesti e riviste musicali, tutto molto bello, tutto molto vecchio stile. Situato in una via laterale rispetto al corso pedonale principale della città eporediese, va quasi scovato ma difficilmente lascia indifferenti. Il titolare è in contatto con diverse distro, garantisce sempre prezzi al di sotto della media ed è ben difficile che gli chiediate un disco di un gruppo che non ha sentito almeno nominare; spesso si trovano dischi lì direttamente, ma anche ordinandoli non si resta delusi.

Il momento non è facile per tutti i negozi di dischi tra covid (i negozi di dischi restano chiusi più delle librerie: evidentemente è cultura di serie B rispetto ai libri, se ci devi campare peggio per te), filesharing e streaming. Quelli meritevoli vanno assolutamente supportati, datevi da fare a trovarli perché esistono!

Vinyl is not dead, long live record shops!

Come uccidono gli dei

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Danzig III How The Gods Kill (American edition)
Danzig III How The Gods Kill (American edition)

Il precedente articolo mi ha fatto riflettere circa l’anno 1992… i più attenti di voi avranno notato il “Diabolos” appena sopra alla spilletta dei Kyuss, ebbene nello stesso anno usciva anche “Danzig III How The Gods Kill”. All’ epoca il mio universo musicale era dominato da una triade che comprendeva Henry Rollins, Ozzy Osbourne e Glenn Danzig appunto. Il disco in questione fu il primo che acquistai del cantante del New Jersey: prima dei Misfits e dei Samhain (introvabili quassù). Il quadro di H.R. Giger (si intitola “Il Maestro e Margherita”, guarda che caso!), che ne costituisce la copertina, occhieggiava dalla vetrina di un negozio di dischi, era la versione americana, quella con la custodia allungata. Come spesso accade, la band non pagò mai i diritti all’artista svizzero e coprì con un pugnale (contenente il citato diabolos) un “ingombrante” membro maschile presente nell’originale, del resto l’autore aveva già avuto i suoi problemi di censura con “Frankenchrist” dei Dead Kennedys.

Danzig Diabolos
Danzig Diabolos

Il “Diabolos” era già stato adottato dall’incarnazione new wave del leader Glenn Danzig, i Samhain, tuttavia fu mantenuto anche per il gruppo successivo, denominato come il suo cognome d’arte, molto più bluesy e rock’n’roll. Data l’elevata difficoltà nel reperire i dischi dei progetti precedenti del cantante americano (ingiustamente ribattezzato “Evil Elvis”) al provinciale di turno non restava che farsi ammaliare dalla copertina e ovviamente dal nome del gruppo.

Il disco comunque adesso era in mio possesso, non restava che ascoltarlo! Dopo che Rick Rubin (uno dei pochi personaggi in grado di rivaleggiare col sottoscritto in tema di culto sabbathiano) li aveva presi sotto la sua ala alla Def American, etichetta che, tra gli altri, aveva sotto contratto anche Slayer e Beastie Boys, la popolarità del gruppo era cresciuta grazie a due intesi lavori per giungere all’apoteosi in questo terzo disco che univa blues, metal e qualche venatura gotica, non a caso si sente, nell’apripista “Godless”, qualcuno battere su dei chiodi, probabilmente di una bara.

Allegro eh? Il disco comunque riesce nell’intento di far evolvere ulteriormente il gruppo, la produzione (ad opera dello stesso Rubin) azzeccata, pulita e tagliente, non manca tutta via di dare il giusto corpo al suono che si presenta interessante, a partire dalla voce di Glenn. Lasciate certe inclinazioni blues del secondo lavoro (“I’m The One” per esempio) il gruppo si concentra qui maggiormente sulla componente metallara del suono. “Godless” apre sferzando sfacciatamente le orecchie, con un chitarrismo caratterizzato da assoli ficcanti ad accompagnare le sbraitate di Danzig che dominano ampiamente la canzone, già con “Anything” i toni si fanno più cupi, partendo da un arpeggio iniziale per scatenare la furia con l’evolvere del brano. Danzig sembra essere assolutamente padrone della situazione limitando il solismo di John Christ (in un’intervista il chitarrista dirà che venivano tranquillamente tagliate molte note dalle sue proposte per mantenere un impostazione minimalista al suono) e dimostrando che sia che si tratti di ballate o semi-ballate “Sistinas” o la canzone che da il titolo all’album, che di canzoni più fieramente rock come “Dirty Black Summer” lui sembra trovarsi sempre a suo agio, nonostante poi alcuni bootleg dell’epoca non gli diano propriamente ragione… ma questo non diteglielo.

Nonostante la sfacciata mania di protagonismo del cantante (che presumibilmente porterà poi il gruppo alla rovina) il disco funziona alla meraviglia nel suo impasto nonostante tutto solo un brano, “Heart Of The Devil” che rende tributo ad Elvis, risulti un po’ troppo forzato, mentre gli altri funzionano alla meraviglia: mantengono alto il pathos e la tensione e contribuendo a formare un lavoro egregio, una volta tanto premiato anche da un discreto successo commerciale quando l’album raggiunge la posizione 24 nella classifica di Billboard. Nel disco successivo, la band, ancora nella formazione originale, incomincerà ad incorporare anche elementi industrial (nel senso di Nine Inch Nails e Ministry) prima che la formazione classica (Christ/Von/Bisquits) collassi e il cantante perda l’ispirazione che, invece, non l’aveva abbandonato fino all’incisione di “Danzig 5 Blackacidevil” disco che segna l’inizio di una trascurabile serie di lavori deludenti… ma questa è un’altra storia come direbbe Conan Il barbaro!

Non proferire parola

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All’improvviso, come se l’annata 1994 mi perseguitasse, mi torna in mente la prima volta che ascoltai “Cantspeak” di Danzig. Fino a quel momento era stato una sorta di idolo, per il suo passato con Misfits e Samhain, ma anche per i tre lavori con il suo gruppo omonimo, che mi impressionarono molto. “4p” esce, anche esso dopo lunga attesa, nell’anno che mi sta in qualche modo ossessionando e “Cantspeak” fa un certo effetto la prima volta, spariscono i chitarroni, la batteria tuona quasi con gentilezza e lui abbandona il suo solito cantato, per uscirsene con una voce molto più pulita ed alta nel registro che viene quasi da domandarsi dove possa portare (verso il declino, considerati i lavori successivi…). Una canzone sofferta ed intensa, che parla dell’impossibilità di parlare dopo che turbini di pensieri e parole ti hanno attraversato il cervello, che finisce per essere quasi ridicolizzata da un video ufficiale non propriamente all’altezza del messaggio.

Che tuttavia rimane. Il fondo del Vaso di Pandora, sembra essere il silenzio, per la speranza ho poco posto. L‘impossibilità di essere capiti, l’inulità di mille pensieri che permangono ma non possono, comunque, cambiare le cose… possono farti perdere il sonno, la fiducia, l’allegria e la speranza, ma la sostanza non cambia. A questo punto, tanto vale seppellirli nel profondo sapendo che sopirli non sarà possibile, sapendo che stagneranno in qualche angolo buio, pronti a scattare, premendo i tasti giusti, come feroci incubi a serramanico che ti trafiggono con crudele consapevolezza.

can’t speak
can’t talk
can’t do anything they want

can’t hide
or change your mind
gonna live w/ all my soul
inside

can’t speak
can’t talk
can’t stop for the reeling cause
or love
i told ‘em all about it
can’t talk
cause i’m already lost

can’t think
can’t cry
keep thinking of a suicide
it’s hard
i just can’t forget it
gonna fade cause i’m already dead

can’t think
can’t dream
don’t care if i live or die
don’t talk
i just can’t believe it
gonna fade cause i’m already dead

can’t speak
can’t lie
don’t go anywhere to hide
can’t think
can’t cry
keep thinking of a suicide

can’t speak
can’t talk
can’t do anything i want
can’t hide
or change your mind
gonna live w/ all my soul inside