Daunbailò

An absolute beginner

Postato il Aggiornato il

The Road Not Taken

Two roads diverged in a yellow wood,
And sorry I could not travel both
And be one traveler, long I stood
And looked down one as far as I could
To where it bent in the undergrowth;

Then took the other, as just as fair
And having perhaps the better claim,
Because it was grassy and wanted wear;
Though as for that the passing there
Had worn them really about the same,

And both that morning equally lay
In leaves no step had trodden black.
Oh, I kept the first for another day!
Yet knowing how way leads on to way,
I doubted if I should ever come back.

I shall be telling this with a sigh
Somewhere ages and ages hence:
Two roads diverged in a wood, and I —
I took the one less traveled by,
And that has made all the difference.

Raramente partecipo a certi tests che si possono trovare in rete. Il primo giorno dell’anno però decisi di fare una piccola eccezione per uno dei suddetti in quanto mi veniva proposto da una carissima amica e aveva la bizzarra pretesa di svelare quale poema fosse stato scritto per me. Ne è uscita la famosa lirica di Robert Frost che potete leggere qui sopra. Mi sembra un ottimo auspicio ed un invito a rileggerla per l’ennesima volta. Incredibilmente il test ci prese.

Forse io ne avrei citate altre, ma questa calza a pennello. Peccato che la moda delle citazioni voglia che di questo brano di alta poesia si citi solo l’ultima strofa. Prendete “l’attimo fuggente” o “daunbailò”: in entrabi i casi si pone l’accento sul lato individualista ed anticonformista della poesia, difficilmente si posa l’attenzione sulla parola “sigh” o sul fatto che il poeta si dispiaccia di non poter prendere entrambi i sentieri.

L’anticonformismo senza la visione generale significa poco. La vita senza l’esperienza consapevole forse ancora meno. E continuo a subire il fascino di questa parola.

Andare contro corrente per partito preso significa ben poco.

Andarci perché si dissente a ragion veduta ha senso. Senza dimenticare che a volte è necessario sporcarsi le mani, scendere dabbasso e vivere affrontando cose alle quali saremmo in teoria contrari, passare dalla parte di chi è convinto di aver ragione pur avendo torto: avere il quadro completo della situazione insomma.

La novità per il 2015 è che, forse, non riesco più a vivere di assoluti.

Incipit

Postato il Aggiornato il

Spesse volte non si focalizza a sufficienza l’attenzione su come le cose incominciano. L’inizio però spesso è fondamentale e quando mi soffermo a pensare all’inizio dei film è quasi fatale che l’inizio di Dawn By Law finisca per venirmi in mente come esempio da citare. Ho visto e rivisto questo spezzone con in sottofondo “Jockey Full Of Bourbon” di Tom Waits (dal magistrale “Rain Dogs”) abbastanza volte da innamorarmene letterlamente. La prima volta che lo vidi coscientemente fu una notte nelle vicinanze delle feste natalizie secoli fa, il solito fuori orario fatto apposta per insonni, depressi cronici, gente che torna a casa tardi con la testa pesante. Io mi reclusi in casa quella sera storidito dal chiassoso festare come un novello Ungaretti che demolisce il natale standosene davanti al caminetto in quiete.

Jim Jarmusch a Cannes nel 2005

Lungi da me fare parallelismi con il poeta che lessi e rilessi fino a abbracciarne ogni sillaba in gioventù, però quella sera il mio caminetto era, tristezza delle tristezze, l’apparecchio televisivo e un film che mi spiazzò con i suoi sottotitoli ed il suo bianco e nero, sbattuti in faccia ad un adolescente che cominciava ad assuefarsi un po’ troppo ad effetti speciali e storie preconfezionate. La carrellata si apre al cimitero con il primo piano di un carro funebre enorme nel suo essere statunitense, quasi una cerimonia degli opposti fra l’alpha del film e l’omega della vita di qualcuno che quel carro aveva trasportato al campo santo, lo stesso reso famoso decenni prima dalle scene lisergiche di Easy Rider. Poi parte la voce svogliata e impastata di Waits e sembra quasi di sentirne il fiato intriso di alcool e tabacco mentre la telecamera comincia il suo viaggio fra le strade di New Orleans, alla ricerca di due dei personaggi che finiranno per diventare protagonisti del film, si muove tra strade sporche e davanzali decorati, tra cieli dalle nuvole appena accennate e pneumatici abbandonati, tra la polizia che arresta qualcuno (oscuro presagio) e personaggi anonimi che si muovono lenti, tra le paludi e le case abbandonate. Il carrello scorre sicuro da destra a sinistra fino ad incontrare Jack (John Lurie), che di professione fa il protettore, dorme con una delle sue donne mentre l’altra, completamente alienata, rimane ipnotizzata dalla luce esterna che cambia, la musica di ferma per due miseri stralci di dialogo. Poi la telecamera inverte il verso del suo tragitto, impietosa sulle miserie e gli splendori della città fino a scovare il rientro a casa di Zack (lo stesso Tom Waits), un DJ che non riesce a tenersi un lavoro, dalla sua affascinate (nel suo essere trasandata) consorte Laurette (Ellen Barkin) che, senza farsi vedere, apre gli occhi in silenzio esattamente come la donna dormiente nel letto di Jack, quasi che questo silente risveglio fosse un invito agli spettatori a concentrare la loro attenzione su ciò che il film sta per narrare, su come la vita dei personaggi stia per venire sconvolta dagli eventi e su come loro stessi saranno in grado di reagire ai cambiamenti tragicomici che stanno per avvenire nelle loro vite. Un po’ come la musica che da svogliata e quasi sonnolenta che era si risveglia, nel finale, con l’incedere invadente di un sassofono che pare irrompere nell’etere quasi a discapito delle percussioni incessanti ma quasi in sottofondo, della chitarra incastrata ad arte, senza protagonismo manifesto (come suo solito) nel brano. Di un incipit così ispirato occorre ricordare l’autore: Jim Jarmusch, uno dei registi che ammiro maggiormente.