Edda

A.D. 2019

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Ho volutamente aspettato fino alla fine nella speranza di qualche nuovo spunto, mi sono giunti all’orecchio solo i Naga da Metal skunk che però, per quanto mi concerne, pur concordando sui loro meriti, risultano troppo derivativi  per entrare nel novero dei migliori dieci dischi usciti quest’ anno.  Dunque andiamo con ordine.

10. Liquido di morte IIII: Nuova prova per i Milanesi, ancora una volta un disco strumentale carico di pathos e trasporto emozionale. Stavolta si muovono ancora su lidi onirici, spesso dilatati, a volte sottilmente inquietanti. Si confermano come una bella realtà che purtroppo non sono ancora riuscito a vedere dal vivo. Valore aggiunto (senza dubbio) lo stellare artwork di Luca SoloMacello che produce addirittura 200 copertine diverse. Da avere,

9. Crushed curcuma Tinval: Un doveroso omaggio alla Biella che mi piace. Un disco ancora una volta strumentale da parte di un gruppo che va via via aumentando il suo bacino di ascolto, finendo per suonare anche in posti lontani da casa (ultimamente Roma e Milano) e raccogliendo consensi da parte della critica specializzata. La loro proposta promette un tappeto sonoro elettronico sul quale svetta un sassofono in grado di apportare un’ulteriore apertura al suono. A momenti suonano quasi etnici, molto più spesso psichedelici e a tratti dilatati. Difficile descriverli oltre, provate ad addentrarvi e lasciatevi catturare.

8. Saint Vitus Saint Vitus: dentro nuovamente Scott Reagers, fuori Mark Adams, Dave Chandler rimane sempre di più al comando della sua creatura, facendo uscire il secondo disco omonimo della storia del gruppo e centrando l’obbiettivo maggiormente rispetto a quanto fatto anni prima con la formazione con Mr. Wino dietro al microfono. I brani appaiono maggiormente focalizzati, benché la durata del lavoro risulti sempre piuttosto risicata, c’è un impeto maggiore, una maggiore convinzione. Il lavoro appare più organico e coeso ed anche l’ ennesimo reinserimento del cantante originale sembra riuscire più del ritorno con Wino dietro al microfono che, comunque, nel frattempo ha pure trovato il sistema di rientrare egregiamente con gli Obsessed. Non siamo ai livelli del pre-reunion, ma comunque un lavoro per il quale vale la pena di scucire qualche pizza di fango.

7. Edda Fru Fru: Dopo ancora altri ascolti, l’opinione in merito non è cambiata. Si tratta di un’opera frivola e leggera dietro la quale si agita uno degli ultimi artisti sinceri e veri della musica italiana. Graziosa utopia era di un altro pianeta, ciò non significa che questo nuovo non sia piacevole e regali dei momenti di godimento sonoro (e anche lirico) notevoli, pur non raggiungendo certe vette, rimane una spanna sopra ciò che l’ Italia in media ha da offrire.

6. The Haunting Green Natural Extintions: Una gran bella scoperta fatta grazie a Blogthrower. Un duo dedito ad una musica quasi strumentale i cui numi di riferimento sembrano arrivare in parte da certo black metal evoluto ed in parte da una forma di post metal (Neurosis e compagnia), il tutto rivisto in un’ottica molto personale e intensa. assolutamente degni di attenzione e supporto.

5. Monolord No comfort: Un gruppo derivativo, ne convengo. Ma posso fare eccezioni e per loro le eccezioni le faccio più che volentieri. La prima volta che ho ascoltato questo disco mi sono detto che era tutta roba che avevo già sentito da qualche altra parte. Ma poi l’ho ascoltato una seconda, una terza, una quarta volta e così via, finché non sono più riuscito a scrollarmelo di dosso. Non importa se poi i rimandi a Black Sabbath ed Electric Wizard si sprecano, alla fine i Monolord vivono di vita propria. E che vita! Io avrò sempre bisogno di dischi come questo. Grandissimi Monolord!

4. STORM{O} Finis terrae: Non c’erano dubbi che finissero anche i feltrini in questa lista. Un disco vibrante e veemente, nel quale esce probabilmente quello che è il loro lato più nervoso e violento. Un disco teso, instabile eppure solido e con le idee incredibilmente chiare con momenti più riflessivi e, a tratti, quasi evocativi ma che fa dell’impeto il suo credo. Superlativa la prova del batterista Stefano. Tremate. Tutti.

3. Iggy Pop Free: Ho già parlato anche troppo di questo lavoro, se ancora non l’avete ascoltato, fatelo.

2. Chelsea Wolfe Birth of violence: Posso solo aggiungere a quanto riferito  a suo tempo che più uno si inoltra negli ascolti, più le sfumature si insinuano nell’ascoltatore ed il disco aumenta di spessore. Una ulteriore sfumatura di se stessa messa in musica da parte di quella grandissima artista che è Chelsea Wolfe, che con un altro disco superlativo, si conferma ad altissimi livelli.

1. Tool Fear Inoculum: Sono già pienamente al corrente di tutte (e dico tutte) le critiche sono state mosse al gruppo e a questo disco. Alcune le condivido, altre meno, alcune per niente. Però ad un certo punto bisogna anche guardare in faccia alla realtà: questo è stato il disco che ho ascoltato, gradito e ammirato di più durante tutto il 2019. Il resto sono chiacchiere.

Gente che è rimasta fuori:

Sunn 0))): Ben due uscite per il gruppo di O’Malley e Anderson. Nessuna delle due è in lista, eppure sono uno dei miei gruppi preferiti. Pur riconoscendone il valore ed adorando la proposta non li ho messi perché non vedo l’ora di vederli dal vivo e la trasposizione su vinile di quello che sviluppano in sede di concerto non è che un pallido tentativo di descriverlo. Vale la pena averli ed ascoltarli. Comunque.

Baroness e Nick Cave and the Bad Seeds: La verità è che non sono riuscito ad ascoltarli a dovere: i Baroness mi suscitavano emozioni troppo contrastanti e mi mettevano in un pessimo stato d’animo senza una spiegazione oggettiva del perché lo facessero. Di “Ghosteen” ho ascoltato solo un brano che mi è parso più pesante di un macigno. Non ho ancora avuto la presenza di spirito e la forza d’animo per approfondire.

Colle der Fomento e Carmona Retusa: Fuori tempo massimo. Non ho inserito i Colle solo perché l’anno scorso non ho fatto in tempo ad ascoltare debitamente “Adversus” e quest’anno non posso inserirlo perché è temporalmente sbagliato. Comunque il loro lavoro, a mio parere, confermando la mia ignoranza relativa sul genere, rappresenta il più bel disco di rap mai scritto in Italia per testi e musiche.

I Carmona Retusa li ho scoperti in concomitanza con l’intervista rilasciata con Blogthrower ma il loro disco, dal titolo ispirato ad Andrea Pazienza è addirittura uscito a marzo del 2018, quindi nulla. Ciò non tolga nulla al loro valore, sono bravissimi e meritano molto più successo.

Ludwig Van Eddohven

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Edda Live allo Spazio 211 10/02/2018

 

Sono quasi quasi tentato di rimangiarmi tutto quello che ho scritto su san remo, solo per far partecipare Edda e vedere le facce di pubblico e critici mentre canta uno dei suo testi: onestamente non avrebbe prezzo. Ma questo è un pensiero che scaccio via subito.

Dopo il suo disco capolavoro ovvero “Graziosa utopia” adesso è tempo di “Fru fru” e non  è stato amore a prima vista. Anche perché il precedente più che mai aveva creato un mare di aspettative, almeno per il sottoscritto. Ma quello che ha di bello Stefano  Rampoldi è che è imprevedibile e senza filtri (vedasi il suo delirante profilo facebook, una roba che vale la pena di iscriversi solo per seguirlo). Io, comune mortale, avevo avuto l’assurda arroganza di pensare di averlo capito, ingabbiandolo nelle mie aspettative. I due anni passati evidentemente mi avevano fatto scordare la sua personalità unica.

Durante il primo ascolto mi è partito un malevolo “ma che cazzo è ‘sta roba!”

E per un altro paio di volte la reazione non  è stata molto diversa. Perché il nuovo parto dell’ex- Ritmo Tribale è una tremenda accozzaglia pop-synth-funk. Proprio tremenda, con dei testi ancora più strampalati del solito, tanto che ipotizzare che sia tornato a farsi non sembra un’idea campata per aria (anche se non glielo auguro). Poi uno realizza che è pur sempre lui e che, al pensiero che stai schifando il suo nuovo lavoro, la sua reazione sarebbe una grossa risata.

Ed il senso ultimo di “Fru fru” è proprio questo: una grossa risata. Dopo l’autoritratto sofferto di “Semper Biot”, la radiografia al negativo di “Odio i vivi”, le coltellate da schivare di “Stavolta come mi ammazzerai” e la sublimazione lirico-musicale di “Graziosa utopia” ci aspetta una grossa risata. Forse l’evento tragico della morte della madre ha portato a questo: ad una disconnessione dalla serietà, dai temi pesanti come macigni che pure è stato in grado di trattare nei dischi precedenti (detto per inciso “Edda”, la canzone dedicata alla madre è l’eccezione che conferma la regola in questo lavoro). Forse semplicemente era tempo di mettersi in discussione e sfornare un’opera che spiazzasse tutti (o almeno me) nel suo comico nonsense dei testi e nelle scelte sonore spesso dancerecce ma mai scontate o volutamente ruffiane.

Per apprezzarlo devi lasciarti andare, dimenticare i dischi passati e realizzare che, ad un certo punto, ci sia bisogno di farsi una risata, di vedere che faccia fa la gente quando la spiazzi con dei testi pieni di bestialità (incesti, droga pesante ai minorenni, scene da film pornografico etc…) e tenuti insieme da una logica stralunata e che a malapena intuisci. A un certo punto è possibile che servano degli arrangiamenti fatti per essere ballati, con troppa elettronica rispetto a quanto sei solito fare. Quando realizzi tutto questo, ti ritrovi ad ancheggiare come uno scemo mentre sei in giro a passeggiare con il disco in cuffia e scusate se è poco.

Edda rimane comunque uno degli artisti più sinceri e veri del panorama italiano, il suo nuovo lavoro alla fine non ti si scolla dalla testa, anche se il modo con cui ci si appiccica assomiglia molto al modo con cui la carta igienica si attacca alla suola delle scarpe e se sapesse che sto scrivendo una cosa del genere probabilmente ne andrebbe fiero. Non si può non rendergli il dovuto omaggio. Grazie Edda.

saḿsāra-dāvānala-līḍha-loka!!!

Non escludo il ritorno

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Califano

Non mi piace Califano, ma quando ho saputo che sulla sua tomba c’era scritto “non escludo il ritorno” ho pensato che la citazione fosse perfetta per tornare dopo mesi di silenzio… che questo significhi qualcosa non lo so. Amo il blog e mi piace scriverci, ma sono terribilmente a corto di: tempo, ispirazione, vista, energia, pazienza e altro.

Quindi i mesi se ne sono scivolati via dall’ultimo post su Marco Mathieu, per quello che ne so io le sue condizioni non sono migliorate. Io non mollo la speranza: ora e sempre tieni duro Marco!

Detto questo sono tornato su queste pagine solo per lasciare la classica classifica di fine anno, ammesso che qualcuno la voglia leggere e che a qualcuno interessi.

10. ALL PIGS MUST DIE: “Hostage animal”

Una sana dose di violenza messa in musica. Io ne ho sempre bisogno, un canale per la rabbia, per la tensione che si accumula, finalmente senza che ogni riff sia telefonato e prevedibile. E Ben Koller, un batterista enorme.

9. IRON MONKEY “9-13”

Un altro gruppo che non scherza. Vent’anni cancellati, un cantante di meno con tutti i dubbi che possono venire e che si allontanano via via con l’ascolto di un disco marcio e roccioso al tempo stesso. Ritornare sulla scena senza tradire il proprio passato non è cosa da tutti.

8. Telekinetic Yeti “Abominable”

Grande esordio per questi americani dagli amplificatori fumanti, una piacevolissima sorpresa e nebbia aromatica che si alza da ovest.

7.Crystal Fairy “Crystal fairy”

Dopo aver amato le Butcherettes di “A raw youth”, potevo perdermi il supergruppo con i Melvins, il tipo degli At the drive in e Teri Gender Bender? No. Il disco è grande, cresce con gli ascolti e surclassa alla grande l’ultimo Melvins fin troppo influenzato dal risibile nuovo bassista che si spera venga issofatto licenziato dal duo. Forse un progetto nato morto, chissenefrega.

Se vi fosse venuto il dubbio ascoltando “A walk with love and death” no non si sono rincoglioniti e sì ritorneranno alla grandissima!

6. Godspeed You! Black Emperor “Luciferian towers”

Il Canada dovrebbe essere fiero di questi suoi figli sovversivi e traboccanti di lirismo e magia (dal vivo poi sono da lacrime a scena aperta). Una conferma incontestabile.

5. Electric Wizard “Wizard bloody wizard”

Dorset will rise again. Dopo innumerevoli cambi di formazione, tour svogliati e quasi casuali nelle tempistiche e nei luoghi, dischi quasi sporadici e quant’ altro, alla fine ce la fanno sempre a tornare. Io ne ho bisogno di Jus Oborn e anche di Liz Buckingham, del loro immaginario satanico settantiano da fumetto porno di infima qualità, delle loro fumate bianche, delle loro SG vintage e degli amplificatori in fiamme. Al diavolo ogni remora, ci vediamo all’inferno: portate le birre, farà caldo!

4. Converge “The dusk in us”

Altro giro altro ritorno. I Converge sono dei grandissimi e quando, tra mille impegni, trovano il tempo di far uscire un disco nuovo è sempre una festa per le orecchie di chi scrive. Assolutamente brutali, certamente intensi, incredibilmente mai banali. La perfezione del concetto di “evoluzione sonora” assieme ai mai troppo lodati Neurosis. E Ben Koller, assieme a Nate Newton, Jacob Bannon e Kurt Ballou. Non serve altro.

3. Edda “Graziosa utopia”

Volevo metterlo come menzione speciale per il disco più ascoltato dell’anno. Invece no, ho deciso di trovargli una posizione nella classifica e basta. Questo è il disco italiano dell’anno, almeno per quanto mi concerne. E non mi importa se non c’entra nulla con gli altri. Le canzoni sono geniali e sorprendenti, i testi irriverenti e a doppio fondo. Lui rimane una spanna sopra la melma e una persona assolutamente grandiosa. Come si fa a non volergli bene?

2. Unsane “Sterilize”

NYC. Il suono dei nervi tesi: urbano, opprimente, denso e viscoso. Se Chris Spencer, Dave Curran e Vincent Signorelli avessero deciso di smettere dopo il pestaggio di Chris non avremmo mai avuto “Visqueen” e “Sterilize”, non avremmo avuto concerti intensi e devastanti come quello del Magnolia lo scorso ottobre. Una telecaster nera dal manico violentato fino a spremerne sangue. Enormi.

1. Chelsea Wolfe “Hiss spun”

La sacerdotessa dell’ inquietudine rilascia il suo disco più intenso. Rimpinzata ad oscurità e tenebre, avanza strisciando verso l’ascoltatore ammutolito dai suoni grevi nell’aria. Non lascia respiro, stringe le spire, smuove la tela, corre in contro al baratro. E lo fa con una grazia inaudita. Io l’adoro.

In calce un ringraziamento a chi passa di qui dopo tutto questo tempo.

Vi regalo due chicche forse mezzo sconosciute:

Di una vi ho già parlato ( e lo ha fatto anche Neuroni): LOMAX

Una incontrata dal vivo al concerto di un gruppo di amici: TOTEM

Avessi un’etichetta li farei firmare io…