Enslaved

La maledizione del Prog, ovvero come farsi dei nemici

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Ho sempre pensato che morirò da asceta. Ho sempre avuto la senzazione che l’ultimo tratto della mia esistenza terrena sarà dedicato alla spiritualità, che mi scoprirò, sul finire della vita, come un eremita dedito al trascendentale. La spiritualità ha sempre avuto un ruolo centrale, ho sempre ritenuto che lo spirto fosse preponderante sul fisico, mero orpello materiale dell’io. Fin quando questa cosa ha iniziato a soffocarmi ed ho dovuto cominciare ad agire. Adesso mal sopporto la mera elucubrazione, la sfera spirituale è stata accantonata favorendo l’azione. Forse è vero che nella vita bisogna cambiare prospettiva, che non può ridursi tutto ad una lunga ed estenuante riflessione. Non posseggo certezze, tuttavia adesso la propensione spirituale mi sembra come il cibo liquido: comincerò a nutrirmi di quello quando non avrò più i denti per mordere. Non che si debba denigrare o negarne l’assoluta importanza, solo che a un certo punto ho sentito la necessità di dedicarmi anche ad altro.

Questa introduzione perchè trovo ci sia dell’analogia su una riflessione di questo tipo ed il percorso di certi gruppi musicali. Il prog nello specifico è un genere che devi, in qualche modo, essere preparato a suonare. Non tutti nascono Roger Waters o Robert Fripp, qualcuno ci prova… ma provarci spesso non è abbastanza. Innanzitutto deve funzionare, è una questione di inclinazione non di mera tecnica. Personaggi come i due citati (ma ce ne sono moltissimi altri ovviamente) è come se fossero naturalmente votati al prog, come se fossero dei veri e propri guru spirituali, gente che non è diventata asceta della musica, loro ci sono proprio nati: era quello che dovevano fare e l’hanno fatto. Altri ci hanno provato, hanno dato una certa evoluzione al loro suono, ma con risultati che possono anche essere valutati non sempre in maniera positiva.

Ecco un rapido campionario di gruppi che hanno intrapreso questo cammino:

Enslaved: Forse i più credibili del lotto, sono riusciti a tirare fuori un suono personale, non del tutto dimentico delle loro origini, scoprendo di avere anche la capacità di trasformare la loro proposta in qualcosa di fieramente trascendentale, andando oltre i canoni di un genere che loro stessi hanno contribuito a creare. Buonissime capacità compositive ed una perizia esecutiva francamente quasi insospettabile, soprattutto per il cantato incredibilmente all’altezza della situazione.

Katatonia: Mi sono diventati indigesti benché io abbia consumato letteralmente i loro primi tre dischi. “Day” aveva aperto la strada al cambiamento e “Discouraged ones”, pur essendo molto diverso da quanto fatto in passato, rimane un disco eccelso. Dopo di ciò qualche sprazzo ed infine il tedio, sia pure con sprazzi di alta classe. Avevo smesso di segurli con molta mestizia nel cuore. Oggi, all’indomani della loro ultima uscita, sono andato a ripescarmi le loro ultime produzioni e devo ammettere che non sono neanche male, però c’è sempre qualcosa che non torna, che alla fine mi annoia. Sembrano incompiuti nella loro forma attuale, pare che vogliano inseguire dei modelli (chi ha detto Tool?) senza però averne lo spessore e senza considerare che il cantato di Renske, nel tempo è diventato mellifluo e senza mordente. Non i peggiori, ma nemmeno troppo convincenti, chi si contenta gode?

Mastodon: Ho smesso di ascoltarli dopo  “The Hunter”, il cambiamento era nell’aria ma non fa per me. Dispisace perché era un gruppo sul quale riponevo molte speranze. Ci ho provato ma niente: hanno perso mordente e ispirazione, inoltre il loro cantante non è proprio tagliato per il percorso che hanno intrapreso. Bocciati. Du palle, meglio questa roba qua:

Opeth: Qui la colpa è del loro leader: si è proprio ridotto male, sembra la caricatura di se stesso (tagliati quei maledetti baffi!). Il trip settantiano li ha portati su lidi che finiscono per annoiarmi a morte. Mi danno prorio l’impressone del vorrei ma non posso. Non che siano incapaci (e l’hanno ampiamente dimostrato) ma, a mio parere, la vicinanza con Wilson, invece che portare nuova linfa (cosa che sembrava all’inizio: il dittico “Deliverance”/ “Damnation” fa veramente meraviglie) ha finito per condurli sul sentiero della noia. Noooooooooooooia, mi annoio mortalmente. Sentite il testo, secondo me si adatta alla situazione e al concetto di finire male: in generale anche l’ex-cantante dei CCCP ne sa più di qualcosa.

Anathema: Veramente grandissimi fino a “Judgement”, poi faccio davvero tantissima fatica ad ascoltarli, nonostante tutti continuino ad incensarli, a me sono diventati indigesti come una peperonata insieme a un fritto con l’olio esausto (l’ultimo disco fa veramente pena). Anche in questo caso sembra che abbiano smarrito l’ispirazione: quello che mi viene da criticare non è in nessun caso l’ammorbidimento del suono, quanto piuttosto la capacità di dare un senso compiuto alle composizioni da proporre al pubblico. Qualcosa che emozioni, che resti in testa, che faccia riflettere, che funga da ispirazione e che favorisca l’introspezione. Cosa che è andata completamente persa, almeno per me. Quasi quasi mi riscolto qualcosa da “Alternative 4”.

Elder: Altro gruppo su cui riponevo altissime speranze. Il loro disco “Lore” è veramente un lavoro ispirato e, finalmente!, sembrava che una leva relativamente nuova avesse dato dei nuovi impulsi, offerto una nuova interpretazione interessante della materia di cui stiamo trattando… fin quando non hanno scoperto il prog (anche loro!), hanno aggiunto le tastiere e reso il loro suono francamente pesante ma non nel senso che mi è caro, nel senso della metabolizzazione.  Vi prego, almeno voi, rinsavite!

 

Credetemi se vi dico che molte di queste parole le ho scritte obtorto collo. Amo tutti i gruppi che ho citato ma (Enslaved a parte) le loro ultime proposte mi annoiano a morte. C’è della gran tristezza in tutto questo ve lo garantisco.

La maledizione dei dischi dell’anno continua!

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Abracadabra
Abracadabra

Analizziamo i fatti con calma: un altro anno sta per essere lasciato alle spalle… ed è stato un anno personalmente iniziato male, ma nel quale il finale potrebbe riservare delle sorprese. Ciò che non dovrebbe sorprendere è che sono le 17 e 24 minuti di un martedì freddo e sono chiuso in una camera a guardare il soffitto senza lo straccio di un’idea su cosa scrivere per riempire lo spazio vuoto di una pagina digitale su questo blog. Non dovrebbe sorprendere nemmeno che, alla fine, ricada nell’errore di proporre la classica lista dei dischi di fine anno, praticamente una tradizione di ogni musicofilo che si rispetti.

A cosa serve? Non so… a me a ricordarmi dei dischi che ho amato durante l’ultimo anno e anche a disperarmi cinque minuti dopo averla postata per aver dimenticato questo o quel gruppo, una sorta di esercizio mentale, quasi masochistico. A voi a confrontarvi con le scelte del sottoscritto se trovate un senso nel farlo, altrimenti a riempire i commenti di pernacchie ed insulti dei quali vi sono grato fin d’ora.

Esordio dell’anno: Black Moth: “The Killing Jar”– Mi sono affezionato a questi ragazzi albionici prodotti da Jim Sclavunos… mi piace il loro rock nato dagli Stooges e dai Black Sabbath, pieno di buone premesse per il futuro. We hail you… Black Moth!!

…appena fuori dalla top ten: Enslaved:”Riitiir”– Decisamente un gruppo dal quale non si può prescindere questi norvegesi di Bergen, sia nel loro retaggio vichingo e blackmetallaro degli esordi che nel loro attuale viaggio introspettivo e progressivo con destinazione le nebulose e lo spazio interstellare ma senza dimenticare la madrepatria. La formula si consolida!

10. Unsane: “Wreck”– Io sono uno di quelli che si portano il gruppo newyorkese nel cuore, che si farebbe tatuare da Vinnie Signorelli, guidare per la città da Chris Spencer e che prenderebbe lezioni di basso da Dave Curran. Il loro ritorno non può che essere salutato ossequiosamente su queste pagine. Urbani, disturbati e con i nervi a pezzi: questi sono gli Unsane!

9. Melvins Lite: “Freak Puke”– Un’altra leggenda per il sottoscritto che ritorna in una veste inedita e “Lite” con Trevor Dunn (John Zorn, Mr. Bungle e Fantômas) al (contrab)basso. Giocano con il jazz ed i suoni vintage, con le spazzole e le batterie d’annata… possono legittimamente ostentare un menefreghismo senza limiti e rimanere fedeli a loro stessi, un gruppo al di sopra del bene e del male, un matrimonio artistico Dale/Buzz che supera agevolmente i 25 anni… Hats off, Mr. Rip-off!

8. Godspeed You! Black Emperor: “Allelujah! Don’t Bend! Ascend!”– Sovversivi dalla progressione facile, colmano rapidamente anni di silenzio con due canzoni maratona e due umanamente più corte. Personalmente mi sono mancati. La magia attraversa il tempo e si rinnova, fino al prossimo posto di blocco…

7. Deftones: “Koi No Yokan”– Un altro ritorno, anche se non avevano mai abbandonato le scene, però un disco di questa portata mancava almeno dal disco omonimo se non proprio da “White Pony”… un ritorno alla forma di un tempo che scalda il cuore e lascia spazio ai sogni. Intensi ed emozionanti, così ce li ricordavamo e così sono tornati…

6. Baroness: “Yellow And Green”– Con un sentitissimo augurio per una pronta ripresa dell’attività spezzata da uno sciagurato incidente stradale lo scorso agosto, accogliamo nella top ten il gruppo georgiano. Un doppio CD, che in parte tiene conto del retaggio sludge, ma che sviluppa maggiormente la parte prog e sperimentale soprattutto nell’episodio giallo…

5. Pallbearer: “Sorrow And Extinction”– Un esordio in classifica è cosa rara, ma onore al merito: il doom non ha mai avuto così bisogno di forze fresche e di dischi come questo. Se è difficile innovare in questo contesto è altrettanto vero che la tradizione, se trattata con personalità ed intelligenza, continua ad avere il suo fascino!

4. Swans: “The Seer”– In tema di ritorni fruttuosi un posto d’onore lo meritano senz’altro gli Swans di mr. Michael Gira, che qui si avvale addirittura della vecchia compagna Jarboe. “The Seer” è il disco della compiutezza degli Swans, dove tutte le anime del gruppo trovano spazio e convivono in armonia, dalle inquietudini industriali alle incursioni acustiche. Un lavoro mastodontico e impegnativo per chi l’ha concepito e per chi ne dovrà fruire… ma con un fascino enorme.

3. High On Fire: “De Vermis Mysteriis”– Matt Pike e soci sono probabilmente fra i gruppi fieramente heavy metal quelli più sottovalutati. Questo disco ha guidato ha lungo la classifica per quest’anno prima che i due nomi che seguono mettessero a segno due dischi superlativi. Tuttavia ciò non deve distrarre dal considerare il lavoro di Matt e soci: nonostante l’età di servizio elevata se l’heavy metal ha un futuro lo si deve a loro.

2. Converge: “All We Love We Leave Behind”– Ancora una volta sul podio, con i Converge è inevitabile. Sono un gruppo decisamente troppo avanti per personalità e coesione, in grado di modellare l’hardcore come nessun altro può anche solo ambire a poter fare. Dietro la furia, la passione e la perizia rendono questo gruppo inarrivabile.

1. Neurosis: “Honor Found In Decay”– Direte che sono di parte e io scrollerò semplicemente le spalle. Questo è IL disco dell’ anno. Dopo che la loro evoluzione sembrava essere giunta ad un punto morto, hanno ripreso in mano la loro carriera con una maestria incredibile e se ho parlato forse in toni un po’ tiepidi al tempo di questo disco era solo perché bisognava farlo crescere con gli ascolti. Recuperano venature sonore dalle carriere solistiche del duo Von Till/Kelly, si aprono solo all’apparenza ad una maggiore accessibilità e ribadiscono la loro ispirazione… adesso non resta che augurarsi il loro imminente ritorno dal vivo, con la curiosità del dopo Josh Graham…


Bergen-Torino, solo andata.

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Bergen, Norway

Il cielo sopra Bergen è mutevole, soffre il respiro rabbioso dell’oceano, si anima di un’instabilità isterica, inquieta ed ispirata nel mutare scenario rapidamente. Il cielo sopra Bergen non offre sicurezze né punti di riferimento, tanto meno appigli, eppure si illumina come un viso ai raggi di luce. Occorre plaudere alla pioggia, resistere al sole, lasciarsi stravolgere dal vento. Non offrire resistenze ai mutamenti che irrompono senza riguardo alcuno. Bergen non conosce pace, non reclama stabilità: si snoda in mille stradine uncinate, si aggrappa alla montagna ed alla foresta e si abbandona all’oceano, alla sua imponente presenza che permea ogni angolo.

Da questa cittadina, in passato patria di Edvard Grieg, provengono gli Enslaved, anche loro in procinto di fare uscire un disco nell’anno di grazia 2012, perché, a questo punto, di anno di grazia trattasi, senza dubbio.

Confesso di non aver mai avuto una particolare simpatia per il Black Metal, non amo particolarmente il cantato in screaming, le chitarre stridule e soprattutto i riferimenti satanici che ormai fanno pena più che infondere terrore.

Dio, e Satana di riflesso, sono argomenti sfruttati fino all’osso e soprattutto tendenzialmente sterili, visto che nessuno è mai riuscito, né probabilmente riuscirà, a dimostrarne l’esistenza e considerato che rifuggo dalla dottrina cristiana ben più che millenaria e radicata nella mia cultura, non vedo come possano uno o più gruppi musicali indurmi ad abbracciare un nuovo credo, per altro anch’esso dogmatico e costrittivo.

Fatta questa precisazione, apprezzo moltissimo gli Enslaved. Similmente al clima della loro città sono riusciti a non fossilizzarsi in un unico stile, in una sola tonalità di colore più o meno tendente al nero. Se all’inizio si potevano accodare al carrozzone black metal, seppur con forti influenze e richiami alla cultura vichinga e norvegese, sono andati via via avvicinandosi ad una dimensione più personale e meno definita e definibile, rivendicando la loro personalità ed arrivando a creare un suono inimitabile. Ormai solo le parti vocali fungono da forte richiamo al passato, adesso ogni loro composizione si anima  e muta piacevolmente forma, con una trasformazione assolutamente armonica, mutuata dal progressive.

Quando uscì il loro disco “Axioma ethica odini”, nel 2010, camminavo per il parco del Valentino a Torino, con l’autunno come orizzonte e una pioggia lieve a rispecchiare il mio stato d’animo. In quel momento il cielo era grigio ed immoto, presto sarebbe scesa l’oscurità su di me… avrei dovuto essere pronto, eppure l’ oscurità che ancora non mi abbandona. Le loro parole risuonavano in me, aiutandomi a trovare la forza per non essere vulnerabile e farmi sovrastare dagli eventi, possibilmente pronto ad accorrere, pronto a sacrificarmi, pronto a reagire…

Hold on, don’t fade away
Don’t be afraid to bleed, afraid to dream
Let the elders enlighten the path
They have cried for you, died for you

Autunno al parco del Valentino

Il nuovo “RIITIIR” esce dopodomani: