Godspeed You! Black Emperor

Non escludo il ritorno

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Califano

Non mi piace Califano, ma quando ho saputo che sulla sua tomba c’era scritto “non escludo il ritorno” ho pensato che la citazione fosse perfetta per tornare dopo mesi di silenzio… che questo significhi qualcosa non lo so. Amo il blog e mi piace scriverci, ma sono terribilmente a corto di: tempo, ispirazione, vista, energia, pazienza e altro.

Quindi i mesi se ne sono scivolati via dall’ultimo post su Marco Mathieu, per quello che ne so io le sue condizioni non sono migliorate. Io non mollo la speranza: ora e sempre tieni duro Marco!

Detto questo sono tornato su queste pagine solo per lasciare la classica classifica di fine anno, ammesso che qualcuno la voglia leggere e che a qualcuno interessi.

10. ALL PIGS MUST DIE: “Hostage animal”

Una sana dose di violenza messa in musica. Io ne ho sempre bisogno, un canale per la rabbia, per la tensione che si accumula, finalmente senza che ogni riff sia telefonato e prevedibile. E Ben Koller, un batterista enorme.

9. IRON MONKEY “9-13”

Un altro gruppo che non scherza. Vent’anni cancellati, un cantante di meno con tutti i dubbi che possono venire e che si allontanano via via con l’ascolto di un disco marcio e roccioso al tempo stesso. Ritornare sulla scena senza tradire il proprio passato non è cosa da tutti.

8. Telekinetic Yeti “Abominable”

Grande esordio per questi americani dagli amplificatori fumanti, una piacevolissima sorpresa e nebbia aromatica che si alza da ovest.

7.Crystal Fairy “Crystal fairy”

Dopo aver amato le Butcherettes di “A raw youth”, potevo perdermi il supergruppo con i Melvins, il tipo degli At the drive in e Teri Gender Bender? No. Il disco è grande, cresce con gli ascolti e surclassa alla grande l’ultimo Melvins fin troppo influenzato dal risibile nuovo bassista che si spera venga issofatto licenziato dal duo. Forse un progetto nato morto, chissenefrega.

Se vi fosse venuto il dubbio ascoltando “A walk with love and death” no non si sono rincoglioniti e sì ritorneranno alla grandissima!

6. Godspeed You! Black Emperor “Luciferian towers”

Il Canada dovrebbe essere fiero di questi suoi figli sovversivi e traboccanti di lirismo e magia (dal vivo poi sono da lacrime a scena aperta). Una conferma incontestabile.

5. Electric Wizard “Wizard bloody wizard”

Dorset will rise again. Dopo innumerevoli cambi di formazione, tour svogliati e quasi casuali nelle tempistiche e nei luoghi, dischi quasi sporadici e quant’ altro, alla fine ce la fanno sempre a tornare. Io ne ho bisogno di Jus Oborn e anche di Liz Buckingham, del loro immaginario satanico settantiano da fumetto porno di infima qualità, delle loro fumate bianche, delle loro SG vintage e degli amplificatori in fiamme. Al diavolo ogni remora, ci vediamo all’inferno: portate le birre, farà caldo!

4. Converge “The dusk in us”

Altro giro altro ritorno. I Converge sono dei grandissimi e quando, tra mille impegni, trovano il tempo di far uscire un disco nuovo è sempre una festa per le orecchie di chi scrive. Assolutamente brutali, certamente intensi, incredibilmente mai banali. La perfezione del concetto di “evoluzione sonora” assieme ai mai troppo lodati Neurosis. E Ben Koller, assieme a Nate Newton, Jacob Bannon e Kurt Ballou. Non serve altro.

3. Edda “Graziosa utopia”

Volevo metterlo come menzione speciale per il disco più ascoltato dell’anno. Invece no, ho deciso di trovargli una posizione nella classifica e basta. Questo è il disco italiano dell’anno, almeno per quanto mi concerne. E non mi importa se non c’entra nulla con gli altri. Le canzoni sono geniali e sorprendenti, i testi irriverenti e a doppio fondo. Lui rimane una spanna sopra la melma e una persona assolutamente grandiosa. Come si fa a non volergli bene?

2. Unsane “Sterilize”

NYC. Il suono dei nervi tesi: urbano, opprimente, denso e viscoso. Se Chris Spencer, Dave Curran e Vincent Signorelli avessero deciso di smettere dopo il pestaggio di Chris non avremmo mai avuto “Visqueen” e “Sterilize”, non avremmo avuto concerti intensi e devastanti come quello del Magnolia lo scorso ottobre. Una telecaster nera dal manico violentato fino a spremerne sangue. Enormi.

1. Chelsea Wolfe “Hiss spun”

La sacerdotessa dell’ inquietudine rilascia il suo disco più intenso. Rimpinzata ad oscurità e tenebre, avanza strisciando verso l’ascoltatore ammutolito dai suoni grevi nell’aria. Non lascia respiro, stringe le spire, smuove la tela, corre in contro al baratro. E lo fa con una grazia inaudita. Io l’adoro.

In calce un ringraziamento a chi passa di qui dopo tutto questo tempo.

Vi regalo due chicche forse mezzo sconosciute:

Di una vi ho già parlato ( e lo ha fatto anche Neuroni): LOMAX

Una incontrata dal vivo al concerto di un gruppo di amici: TOTEM

Avessi un’etichetta li farei firmare io…

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Avevo dimenticato la password

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A volte, per giustificare le assenze, si inventano delle scuse.

Questa regge poco, anche se è quasi vera. La verità è che sono stato a corto di argomenti, di voglia di ispirazione di… occhi. Il nuovo lavoro cui devo aver accennato prima di mettere mi assorbe molto, soprattutto gli occhi, spesso non riesco nemmeno a tollerare l’idea di uno schermo oltre l’orario di lavoro, magari questa regge un po’ di più.

Poi, forse, si perde anche l’abitudine allo scrivere. E invece adesso mi sembra di avere mille cose da raccontare. Di tutte le cose successe mentre non ero qui a scrivere. Me ne è venuta in mente una e chissà perché, adesso magari suona anacronistica, visto che se ne è parlato e riparlato. La sera del Bataclan io ero a Venaria a vedere i Godspeed you black emperor.

Non sarebbe mai venuto in mente a nessuno di farci fuori, forse. Eppure aver assistito ad un concerto quel giorno mi ha messo i brividi, soprattutto quando ho appreso cosa era successo parecchie centinaia di chilometri più sù, nel cuore dell’Europa.

Ora probabilmente dovrei scrivere delle belle frasi sul fatto che nessuno ucciderà mai la musica o la libertà di espressione e blah blah blah. Non mi va la retorica. Mi annoia la correttezza a tutti i costi. I Godspeed sono un gruppo eversivo, scomodo, solo in apparenza etereo e atmosferico, io sono un semplice ascoltatore.

No non lo sono. Sono carne, sangue, ossa ed anima. Un’anima ferita e confusa, ma anche appassionata e partecipe. Soprattutto indomita, almeno nelle intenzioni. Un’anima che urla e tenta costantemente di espandersi e di non rimanere ferma, seduta sulle proprie sicurezze, sui propri punti di riferimento.

Un proiettile può bloccare tutto questo, il terrore può frenare questo impeto, la paura può spremere questo sangue fino a farlo diventare acqua. Sono vulnerabile. Ma non sono in grado di rinunciare a me stesso.

Non vi prometto che sarò qui spesso, ma vi ringrazio tutti.

Che dio ti benedica imperatore nero!

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Difficile dire come i Godspeed you! Black emperor siano arrivati alle mie orecchie. Forse innalzando i loro Pugni pelle e ossa come antenne rivolte al paradiso.

Ci sono concerti che sono vere e proprie esperienze. E non sono necessariamente quelli dei tuoi gruppi preferiti, sono quelli che ti trasportano altrove per un’ora emmezza, se sei fortunato due. Che poi non significa che facciano la musica che ti piace di più, semplicemente sfruttano l’ hic et nunc, il qui ed ora il momento perfetto nel quale si vibra in sintonia, nel quale si rimane finalmente stupiti e rapiti al tempo stesso da ciò che succede sul palco.

Perché è una sorta di incantesimo che trascende la realtà. Personalmente mi è successo coi Tool, con gli Einstürzende Neubauten coi Sunn 0))) e adesso con questi canadesi eversori, gente che mette in copertina le istruzioni per fabbricare bottiglie Molotov. Eppure la loro musica, i loro crescendo, le loro visioni sembrano muoversi verso tutt’altro orizzonte.

Verso l’ascensione, verso l’elevazione del se’ che poi, forse, è l’atto eversivo supremo.

Quello di credere in noi stessi, quello di elevare il nostro spirito e di crescere nell’animo. Quello di prendere coscienza che non possiamo solo ancorarci alla materia, ma anche vivere di visioni, di introspezione, facendo un viaggio dentro noi stessi che ci faccia capire che possa sollevare il velo pesante della routine e della quieta disperazione quotidiana.

Siamo più di una strisciata di badge, di un codice fiscale, di un nome annotato all’anagrafe e ce lo scordiamo ogni giorno, assuefatti all’ordinario, arresi all’abitudine, schiavi ella mediocrità. Nessun Salieri ci ha mai assolti per questo.

Karl Lemieux è il loro “braccio visuale” e proietta spezzoni di video 8, li deforma, li sovrappone, li brucia… e crea un effetto meraviglioso.

Godspeed you! Black emperor @ live Trezzo sull'Adda 10/04/15
Godspeed you! Black emperor @ live Trezzo sull’Adda 10/04/15

La maledizione dei dischi dell’anno continua!

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Abracadabra
Abracadabra

Analizziamo i fatti con calma: un altro anno sta per essere lasciato alle spalle… ed è stato un anno personalmente iniziato male, ma nel quale il finale potrebbe riservare delle sorprese. Ciò che non dovrebbe sorprendere è che sono le 17 e 24 minuti di un martedì freddo e sono chiuso in una camera a guardare il soffitto senza lo straccio di un’idea su cosa scrivere per riempire lo spazio vuoto di una pagina digitale su questo blog. Non dovrebbe sorprendere nemmeno che, alla fine, ricada nell’errore di proporre la classica lista dei dischi di fine anno, praticamente una tradizione di ogni musicofilo che si rispetti.

A cosa serve? Non so… a me a ricordarmi dei dischi che ho amato durante l’ultimo anno e anche a disperarmi cinque minuti dopo averla postata per aver dimenticato questo o quel gruppo, una sorta di esercizio mentale, quasi masochistico. A voi a confrontarvi con le scelte del sottoscritto se trovate un senso nel farlo, altrimenti a riempire i commenti di pernacchie ed insulti dei quali vi sono grato fin d’ora.

Esordio dell’anno: Black Moth: “The Killing Jar”– Mi sono affezionato a questi ragazzi albionici prodotti da Jim Sclavunos… mi piace il loro rock nato dagli Stooges e dai Black Sabbath, pieno di buone premesse per il futuro. We hail you… Black Moth!!

…appena fuori dalla top ten: Enslaved:”Riitiir”– Decisamente un gruppo dal quale non si può prescindere questi norvegesi di Bergen, sia nel loro retaggio vichingo e blackmetallaro degli esordi che nel loro attuale viaggio introspettivo e progressivo con destinazione le nebulose e lo spazio interstellare ma senza dimenticare la madrepatria. La formula si consolida!

10. Unsane: “Wreck”– Io sono uno di quelli che si portano il gruppo newyorkese nel cuore, che si farebbe tatuare da Vinnie Signorelli, guidare per la città da Chris Spencer e che prenderebbe lezioni di basso da Dave Curran. Il loro ritorno non può che essere salutato ossequiosamente su queste pagine. Urbani, disturbati e con i nervi a pezzi: questi sono gli Unsane!

9. Melvins Lite: “Freak Puke”– Un’altra leggenda per il sottoscritto che ritorna in una veste inedita e “Lite” con Trevor Dunn (John Zorn, Mr. Bungle e Fantômas) al (contrab)basso. Giocano con il jazz ed i suoni vintage, con le spazzole e le batterie d’annata… possono legittimamente ostentare un menefreghismo senza limiti e rimanere fedeli a loro stessi, un gruppo al di sopra del bene e del male, un matrimonio artistico Dale/Buzz che supera agevolmente i 25 anni… Hats off, Mr. Rip-off!

8. Godspeed You! Black Emperor: “Allelujah! Don’t Bend! Ascend!”– Sovversivi dalla progressione facile, colmano rapidamente anni di silenzio con due canzoni maratona e due umanamente più corte. Personalmente mi sono mancati. La magia attraversa il tempo e si rinnova, fino al prossimo posto di blocco…

7. Deftones: “Koi No Yokan”– Un altro ritorno, anche se non avevano mai abbandonato le scene, però un disco di questa portata mancava almeno dal disco omonimo se non proprio da “White Pony”… un ritorno alla forma di un tempo che scalda il cuore e lascia spazio ai sogni. Intensi ed emozionanti, così ce li ricordavamo e così sono tornati…

6. Baroness: “Yellow And Green”– Con un sentitissimo augurio per una pronta ripresa dell’attività spezzata da uno sciagurato incidente stradale lo scorso agosto, accogliamo nella top ten il gruppo georgiano. Un doppio CD, che in parte tiene conto del retaggio sludge, ma che sviluppa maggiormente la parte prog e sperimentale soprattutto nell’episodio giallo…

5. Pallbearer: “Sorrow And Extinction”– Un esordio in classifica è cosa rara, ma onore al merito: il doom non ha mai avuto così bisogno di forze fresche e di dischi come questo. Se è difficile innovare in questo contesto è altrettanto vero che la tradizione, se trattata con personalità ed intelligenza, continua ad avere il suo fascino!

4. Swans: “The Seer”– In tema di ritorni fruttuosi un posto d’onore lo meritano senz’altro gli Swans di mr. Michael Gira, che qui si avvale addirittura della vecchia compagna Jarboe. “The Seer” è il disco della compiutezza degli Swans, dove tutte le anime del gruppo trovano spazio e convivono in armonia, dalle inquietudini industriali alle incursioni acustiche. Un lavoro mastodontico e impegnativo per chi l’ha concepito e per chi ne dovrà fruire… ma con un fascino enorme.

3. High On Fire: “De Vermis Mysteriis”– Matt Pike e soci sono probabilmente fra i gruppi fieramente heavy metal quelli più sottovalutati. Questo disco ha guidato ha lungo la classifica per quest’anno prima che i due nomi che seguono mettessero a segno due dischi superlativi. Tuttavia ciò non deve distrarre dal considerare il lavoro di Matt e soci: nonostante l’età di servizio elevata se l’heavy metal ha un futuro lo si deve a loro.

2. Converge: “All We Love We Leave Behind”– Ancora una volta sul podio, con i Converge è inevitabile. Sono un gruppo decisamente troppo avanti per personalità e coesione, in grado di modellare l’hardcore come nessun altro può anche solo ambire a poter fare. Dietro la furia, la passione e la perizia rendono questo gruppo inarrivabile.

1. Neurosis: “Honor Found In Decay”– Direte che sono di parte e io scrollerò semplicemente le spalle. Questo è IL disco dell’ anno. Dopo che la loro evoluzione sembrava essere giunta ad un punto morto, hanno ripreso in mano la loro carriera con una maestria incredibile e se ho parlato forse in toni un po’ tiepidi al tempo di questo disco era solo perché bisognava farlo crescere con gli ascolti. Recuperano venature sonore dalle carriere solistiche del duo Von Till/Kelly, si aprono solo all’apparenza ad una maggiore accessibilità e ribadiscono la loro ispirazione… adesso non resta che augurarsi il loro imminente ritorno dal vivo, con la curiosità del dopo Josh Graham…


Godspeed You! Black Emperor: “Allelujah! Don’t Bend! Ascend!”

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Godspeed You! Black Emperor

Godspeed You! Black Emperor, è uno di quei nomi in grado di farmi venire i brividi su per la spina dorsale, è il nome di un oscuro cortometraggio di bikers giapponesi, ma è anche il nome di un gruppo di musicisti canadesi, di Toronto per la precisione, che veramente si sono impressi nel mio cuore oramai molti anni fa. Molti li classificano post-rock, io sono più propenso a definire la loro musica progressiva seppur non proprio nel senso classicamente inteso, ma chiunque li ascolti si renderà conto di come la definizione sia calzante.

Il gruppo, o forse sarebbe meglio dire l’ensamble (noto precedentemente col nome Godspeed You Black Emperor!), è sempre stato piuttosto avvolto nel mistero, con un numero di membri variabili tra 9 e 15 (!),  una profonda avversione per le istituzioni musicali e non, si veda l’illustrazione nel retro del loro disco “Yanqui U.X.O.” dove si mostrano i collegamenti tra le multinazionali del disco e -per esempio- l’industria bellica, dalle spiccate tendenze ipercritiche nei confronti del governo degli Stati Uniti (lo provano anche certi spezzoni parlati nelle loro composizioni) e assolutamente refrattari a rilasciare dichiarazioni, addirittura nel 2010 hanno deciso di non farsi intervistare mai più.

Dopo la loro  partecipazione al festival All Tomorrows Parties, sempre nel 2010, l’anno del ritorno, l’ensemble è tornato in attività dopo aver abbandonato l’attività nel 2003, senza tuttavia sciogliersi ufficialmente. Durante questo 2012 (che sinceramente mi ricorderò a lungo come una delle annate musicalmente più proficue dagli anni ’90) hanno deciso di tornare sulle scene con un nuovo disco ed ascoltandolo si ritorna ad amarli come un tempo. Le loro composizioni sono, ancora una volta, lunghe, in alcuni casi lunghissime (la durata media sorpassa agevolmente i 15 minuti), raccontano percorsi, si snodano tra immagini… comunicano e ci rimettono in comunicazione con noi stessi. Stavolta forse con più spazio agli strumenti elettrici e con influenze difficilmente inglobate nel passato dal vago sentore mediorientale, hanno il pregio di lasciarsi attraversare come se si guardasse un panorama dal finestrino di un treno: un paesaggio che ha, forse, punti di partenza e di arrivo fissati, ma nel quale lo spostamento puntuale è assolutamente al centro dell’attenzione, si costruisce istante per istante in un contesto cinematico elevato ed evocativo. Per questo, una volta tanto, non posterò singoli brani ma l’intero lavoro per chiunque abbia la pazienza di immergersi in una simile, avventurosa esperienza.