Gong Li

Via d’uscita?

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Ophelia di Hippolyte Delaroche

Ho sempre pensato che cedere alla follia fosse una delle possibili vie d’uscita. Non sto parlando della follia da baraccone, da sabato sera, sto parlando di quella che riempie i manicomi. Ho sempre pensato che, se un giorno non dovessi più reggere la vita comunemente intesa, sarei impazzito, come la protagonista di “Lanterne Rosse”, oppure come l’ Ophelia di Shakespeare, un personaggio che mi ha sempre affascinato nella sua capacità di impazzire piuttosto che rinnegare l’ amante (o i suoi principi). Non so cosa sia la follia, non so cosa scatta nella testa delle persone che li faccia ritrarre in loro stessi o scappare lontano, tuttavia sono sicuro che peccavo di presunzione nel ritenere la follia come una semplice via d’uscita. Sono sicuro che è qualcosa che va aldilà della mia capacità di comprensione attuale. Ho anche pensato che fosse un estrema conseguenza del senso di inadeguatezza, che per altro provo, nei confronti delle regole sociali e non è nemmeno questo. Resta una parte inspiegabile, una linea che divide le zone del cervello, qualcosa nascosto dai farmaci negli occhi a mezz’asta, nelle mani gonfie, nel ripetere le parole ancora ed ancora, nel sapore dei sali di litio. Qualcosa da tenere sedato, qualcosa che la medicina ambisce a controllare, qualcosa che mette in seria discussione il predominio dell’uomo inquadrato, che fa paura proprio perché ignoto e non esiste cosa più terrorizzante di ciò che non puoi comprendere, incasellare, in qualche modo sottomettere. E ci hanno provato, ci hanno provato per anni, anni terribili e crudeli, illuminati da scariche elettriche, immobilizzati da camicie di forza o corde strette, calmanti e convulsioni, al riparo dallo sguardo di tutti piegavano gli spiriti, estraevano i lobi da crani colpevoli… e probabilmente lo fanno ancora. Eppure non si può estirpare, si può solo tentare di capire accettando un molto probabile fallimento…