Hans Ruedi Giger

Dieci dischi per gli anni 10

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Traggo ispirazione per questo post dagli amici di Metalskunk per stilare una lista dei dieci dischi del passato decennio che ritengo maggiormente meritevoli… spesso poi non sono gli stessi che hanno vinto il classificone di fine anno, con il tempo gli ascolti si stratificano e le cose cambiano. Io sono un tipo solitamente categorico e monolitico, ma mi vengo a noia spesso, quindi può succedere anche un clamoroso cambio di idea o che con gli ascolti emergano cose che mi convincono poco. Poi c’è il fattore affettivo, poiché accade spesso che ci si affezioni a un disco con il passare del tempo… ma bando ai sentimentalismi in nessun ordine particolare ecco la lista:

Edda: Graziosa Utopia (2017).

Se dovessi (a forza) scegliere un disco di musica popolare italiana sceglierei Edda a mani basse. Questo disco rappresenta probabilmente il miglior disco di musica italiana degli anni 10. E “Spaziale” nello specifico la migliore canzone italiana del decennio. Edda è un personaggio vero, schietto, imprevedibile, appassionato e stralunato. In una parola: unico, questo è il suo pregio più grande. E non conosce pudore, fa saltare gli schemi, irride i filtri. Non so quanti, oggi giorno, possano fare altrettanto nel panorama italiano, sicuramente nessuno al suo livello. Questo è il suo disco più popolare, quello che maggiormente lo vede avvicinarsi alla tradizione italiana, ma niente paura: la sua versione della musica italiana potrebbe assomigliare alla una versione della sobrietà proposta da Bukowski.

STORM{O}: Finis Terrae (2019).

Se invece dovessi scegliere un disco di musica incazzata italiana, con gli STORM{O} vado sul sicuro. Il furore dei feltrini non ha, al momento, eguali nel nostro paese. Ci sono molte altre realtà interessanti ma loro rappresentano senza dubbio la punta di diamante di quanto prodotto nel nostro paese al momento. Con dei testi a metà fra la poesia e l’ermetismo, una proposta musicale che, partendo da una solida base HC, ne evolve la concezione fino a portarla a un livello superiore come solo i migliori sanno fare (Converge?) in “Finis Terrae” fissano nuovi standard per il genere in Italia ed all’ estero. Un assalto che lascia spiazzati, una veemenza che annichilisce e non può lasciare indifferenti. Soprattutto sono personali e coinvolti, persone con una coscienza sociale e un’ attitudine che è direttamente discendente dalla gloriosa tradizione italiana hardcore dei primi anni ’80. Solo rispetto e ammirazione per loro.

Messa: Feast for water (2018).

Non troppo distanti sul territorio ma decisamente distanti musicalmente parlando ci sono i Messa. La loro musica notturna ed avvolgente, una diretta evoluzione del doom in chiave personale e passionale, ribattezzata da loro stessi scarlet doom. “Feast for water” è stata una scoperta bellissima, un disco che è seriamente riuscito ad ipnotizzarmi con le sue spire che sanno di buio ed incenso. Se ne sono accorti anche all’ estero tant’è che attualmente, dopo aver suonato in mezza Europa, stanno lavorando al nuovo disco su Svart records, le premesse per un altro lavoro intenso e di “spessore” ci sono tutte.

Colle Der Fomento: Adversus (2018)

Ammetto candidamente di non essere un super appassionato del genere: per me il rap in Italia si è sempre identificato con tre, quattro nomi al massimo: Assalti frontali, Frankie HI NRG (che pessima fine ha fatto?), al limite Caparezza e poi i Colle Der Fomento. Ebbene, detto da un non esperto: Adversus è il miglior disco di rap mai inciso in Italia. Senza troppi giri di parole: non ho mai sentito di meglio quanto a musica e testi, semplicemente un disco imbattibile. Costruito pezzo su pezzo, mattone su mattone, trave su trave mentre la vita continua a scorrere e a lasciare cicatrici visibili e ferite profonde, scalfitture sulla maschera da guerra. Nonostante il selvaggio impoverimento stilistico-culturale della scena, nonostante le difficoltà e le tragedie personali, nonostante le avversità della vita quotidiana: in faccia a tutto questo nel 2018 esce questo disco magistrale.

Clutch: Earth Rocker (2013)

Se il rap è messo molto male rispetto ad un glorioso passato, saranno almeno cinquant’anni che si vocifera che il rock è morto. Credeteci, oppure ascoltate questo disco dei Clutch. Un solido concentrato di adrenalina e orgoglio di un gruppo che ha sbagliato poco nella sua carriera, ma che qui raggiunge probabilmente il suo apice recente. Un disco genuino, fiero e colmo di attitudine, qualcosa che tutti cominciavano a dare per dispersa. Preparatevi ad essere travolti e a ricredervi. Neil Fallon e compagnia non si daranno mai per vinti: non fatelo nemmeno voi!

High On Fire: Luminiferous (2015)

A proposito di risurrezioni, come sta messo l’heavy metal? Non sta benissimo pure lui, se qualcuno a metà degli anni 10 mi avesse chiesto di fargli sentire qualcosa di indiscutibilmente pesante e potente con “Luminiferous” non avrei avuto dubbi. Lasciata alle spalle la pesantissima e sfortunata eredità degli Sleep, Matt Pike nemmeno volendo sarebbe stato in grado di fermare quella cascata di riff che gli sgorga spontanea dalle dita. E almeno fino a “Luminiferous” la sua è stata una cavalcata travolgente. Brani serrati, furenti, con poco spazio per rifiatare (forse solo durante “The Falconist” e “The Cave” che comunque si presentano rocciose al punto giusto) e sorretti da una sezione ritmica dirompente, difficile muovere un appunto a questo trio. Purtroppo le cose si sfasceranno dopo: “Electric Messiah”, con tanto si dedica a Lemmy, risulta un disco stanco anche se non del tutto pessimo… i problemi di salute dello stesso Pike e gli anni on the road cominciano a farsi sentire e alla fine anche l’abbandono del batterista storico Des Kensel (bravissimo) lanciano qualche ombra sul loro futuro, ma Pike saprà prendere la situazione in mano anche questa volta!

Sleep: The Sciences (2018)

Altro giro, altro Pike: questo disco doveva esserci. La carriera degli Sleep si era chiusa con un’ingiustizia tale da chiedere vendetta. Tutto il casino successo con “Jerusalem/dopesmoker” dimostra quanto triste possa diventare suonare quando si ha a che fare con case discografiche incompetenti che mettono sotto contratto i gruppi senza nemmeno informarsi un minimo su chi siano e quale sia la loro attitudine. Ci sarebbe anche da rincarare la dose sulla libertà artistica ma non mi sembra questa la sede. il 20 Aprile 2018 esce, quasi senza preavviso, il nuovo degli Sleep. Dopo molti concerti con Jason Roader dei Neurosis alla batteria (il batterista originario Chris Hakius si è ritirato dalle scene ma non lo dimenticheremo mai!) la cosa era abbastanza nell’aria, ma nessuno sapeva dove e quando… e alla fine l’hanno fatto: senza tante cerimonie. Chi ha amati non può prescindere da questo disco, che non tradisce le aspettative e glorifica appieno il loro sfortunato passato.

Chelsea Wolfe: Abyss (2015)

Se non conoscete ancora la Sig.ra Wolfe, il mio personale consiglio è quello di procurarvi tutta la sua discografia. detto ciò questo disco rappresenta quello cui sono maggiormente affezionato. Suppongo che per i fan di vecchia data questo disco abbia rappresentato un colpo: non che sia un taglio netto con il passato in termini di tematiche, tuttavia musicalmente le tinte si fanno cupissime, elettriche e grevi, tanto che più volte sono stati fatti accostamenti a generi come il doom o addirittura il drone che sicuramente nessuno avrebbe tirato in ballo prima. Personalmente non posso che gioire della svolta, la Wolfe dimostra un’apertura musicale con un’ispirazione e una bravura (sembra un termine banale, trovatene voi un altro se ci riuscite!) non comuni, facendo centro al primo tentativo… non mi sembra assolutamente una cosa da poco.

Triptycon: Melana Chasmata 2014

Probabilmente il disco più oscuro del decennio. Tom G. Fischer, unico sopravvissuto dei fondamentali Celtic Frost, fa uscire un disco bellissimo, per quanto di difficile ed impegnativo ascolto. Un lavoro che costringe l’ascoltatore ad un lavoro su se stesso per attenzione e coinvolgimento, un vero e proprio viaggio nell’immaginario del musicista svizzero, con tanto di supporto visivo di H.R. Giger (che grandissimo maestro dell’immaginario abbiamo perso!), un percorso nel quale perdere ogni riferimento, come se tutto si facesse oscuro, senza nemmeno la stella polare cui rivolgersi. Un movimento concettuale che si spinge oltre le coordinate tracciate con il compagno scomparso (Martin Eric Ain, altra grandissima perdita) nello spazio più remoto ed inquietante, dal quale non è possibile ritornare uguali a prima.

N.B.: Sono rimasti fuori molti dischi che ho amato (es.: Monolord, Goatsnake, Tool, Neurosis, Converge, Unsane, Melvins etc…) ed alcuni miei gruppi feticcio (Godspeed You! Black Emperor, Sunn 0))), Zu etc…), nel primo caso si tratta solo di aver dovuto limitare il discorso a 10 dischi, nel secondo caso dipende dal fatto di preferirli nettamente dal vivo, magari si potrebbero rifare con i concerti del decennio! DOVEROSO aggiungere che, Ovviamente, mancano i Black Sabbath ed il loro “13“, ma non credo fosse necessario includerlo: nonostante il non riuscitissimo innesto di Brad Wilk alla batteria, rimane un disco realizzato molto meglio di quanto fosse lecito aspettarsi. chi li ama li segue e io sono fra questi, non sono un gruppo, sono un culto!

Condoglianze

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Mentre Robin Williams moriva, i due personaggi spesso protagonisti di questo blog erano impegnati in un breve road-trip in Svizzera in memoria di HR Giger, morto anch’egli il 12/05/2014. A volte si vedono semplicemente uomini straordinari scomparire, uno dietro l’altro, e si finisce per pensare che una cappa plumbea stia invadendo il cielo.

Esattamente la stessa cappa che ci avvolge dilavando le nostre spoglie mortali quando arriviamo a Chur (Coira), la cittadina elvetica che diede i natali al pittore visionario il 5 febbraio 1940. Dopo aver lasciato alle spalle le tetre acque del lago di Como che paiono voler inghiottire una parte di ognuno di noi nel loro abisso insondabile, aver attraversato la Val Chiavenna ed aver deciso di scegliere Montespluga come prossima località in cui abitare, scolliniamo in Svizzera dove ci attende la cittadina, tutto sommato anonima, dove si trova il Giger bar.

Quello giapponese fu chiuso anni fa perché frequentato dalla Yakuza e teatro di un omicidio. Quello che visitiamo noi – e che facciamo una gran fatica a trovare, nonostante il torso gigeriano che incontriamo nel centro cittadino- è assai deludente e decisamente sottotono. Si trova in un centro commerciale fuori città, dimesso e triste nella sua ubicazione. Fuori c’è solo la porta disegnata dall’artista, dentro sembra puzzare di plastica e trascina pigro la sua vita da bar, per giunta senza i classici vecchietti che bestemmiano giocando a scopone. Non c’è quasi nessuno. E non ci stiamo molto neppure noi: l’arredamento decisamente non fa il locale. Al rientro all’albergo abbiamo dei problemi con la carta di credito ad appesantire il malconcio umore che ci pervade in quei primi momenti del viaggio. Non sta andando troppo bene.

Giger Bar Chur
Giger Bar Chur

Tuttavia la mattina seguente ci lasciamo tutto alle spalle. A chi ci dava dei pazzi a voler fare le vacanze in Svizzera posso solo dire che ovunque decidessimo di andare c’era talmente tanta bellezza nei paesaggi elvetici da zittire chiunque. La maestosità delle montagne, dei boschi, dei prati e dei laghi non ha praticamente eguali: ad ogni cambio di direzione c’è di che restare estasiati. Il secondo giorno giorno è una tappa intermedia passando per Lucerna ed Interlaken (con “Morbid tales” in sottofondo chiaramente).

 

Da ricordare il pranzo a base di mirtilli e lamponi nella prima e il panorama mozzafiato nella seconda (il massiccio dello Jungfrau-Aletsch-Bietschhorn!)… reminescenze medioevali ed invasioni arabe. Troviamo, a sera, un hotel al di fuori del tragitto, nel quale la gentilezza materna della signora che lo gestisce riesce miracolosamente a farmi dimenticare l’inclinazione alla caccia testimoniata dalle pareti del posto. Ancora adesso mi chiedo come ho fatto, poi ripenso al gatto del ristorante alla fantastica cena vegetariana e alla ancora più clamorosa colazione del giorno dopo ed individuo i miei punti deboli.

Massiccio Jungfrau-Aletsch-Bietschhorn
Massiccio Jungfrau-Aletsch-Bietschhorn

Comunque il mattino arriva dopo una nottata crivellata dalla pioggia battente della notte. E ci muoviamo, con un meteo incerto, verso Gruyeres. Quando arriviamo l’acqua viene giù talmente forte che non ci lascia uscire dall’auto. Rimaniamo nel parcheggio del castello diversi minuti ad ascoltare, chissà perché, i Negazione. Alla fine affrontiamo la bestia. E veniamo ripagati dello sconforto della prima giornata. Il museo risponde in pieno alle nostre aspettative ed è difficile parlarne tali e tante sono le opere che trovano dimora qui. In quelle stanze i quadri sembrano inghiottire lo spettatore con tutti i dettagli e la maniacalità del loro creatore. Sono sicuro che siamo riusciti a portare le nostre condoglianze al visionario elvetico emozionandoci davanti alle sue opere, ammirandone, finalmente di persona, gli sforzi e la bravura.

Per quanto inquietante, trasgressivo, perverso e visionario possa essere il contenuto, c’è della bellezza tra quelle mura, ce n’è tanta. Ed anche  nell’artista che vedeva oltre la realtà e le limitazioni. Grazie Herr Giger.

HR Giger Musem
HR Giger Musem