Isis

L’alluminio no, non l’avevo considerato!

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Aluminium Bass
Aluminium Bass

Quando si è fanatici di un gruppo si tende a notare tutto. Quando poi si tratta dei Melvins e della chitarra di Roger “Buzz” Osborne direi che la cosa non può passare inosservata.

Per anni ha suonato con una leggendaria Les-Paul nera, fino a quando si è munito di uno strano strumento non meglio identificato ed in un video lo si sente dire “Ho sempre pensato che la Les-Paul fosse la migliore chitarra del mondo. Ma ho dovuto cambiare idea!”.

Lo strano oggetto in questione è una chitarra tutta di alluminio, costruita dalla electric guitar company… e a giudicare da come suona (e da quanto costa) dev’essere senz’altro uno strumento meritevole. Inoltre il fatto che la suonino anche altri gruppi come Isis e Sunn 0))) depone ulteriormente a suo favore.

Ma l’alluminio no, non l’avevo considerato. Chissà che sensazione da’ in mano. Sicuramente deve avere un sustain infinito e la chitarra (o il basso come in fotografia) deve essere solida, difficilmente avrai bisogno di un liutaio in vita tua, se si dovesse stortare il manico, non si sa come, vai in officina direttamente! Il manico strettissimo è sicuramente una garanzia di maneggevolezza non indifferente ed anche il peso non dovrebbe essere troppo eccessivo, considerato che comunque l’alluminio è leggero, pensando che si tratta di un metallo: se realizzassero strumenti in ghisa, tipo la stufa della nonna, sarebbe sicuramente un’altra cosa!!

In un vecchio film di Nuti sul biliardo si diceva che le stecche di legno hanno un’anima propria, mentre a quelle di alluminio l’anima devi mettercela tu… magari è vero anche per gli strumenti musicali, comunque non avrò a breve 2.300$ per scoprirlo di persona!

[youtube http://www.youtube.com/watch?v=o8ps1XLaJ3A]

Isis: Temporal

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Isis Temporal
Isis Temporal

La mia ammirazione per Mr. Aaron Turner sicuramente non è mai stata in discussione, ed il suo ex-gruppo, gli Isis, sicuramente sono stati tra le proposte più interessanti dei disgraziati anni duemila. “Panopticon” e, soprattutto, “Oceanic” hanno rappresentato due veri e propri fari per la stagnazione imperante nel passato decennio. Nonostante spesso si sia giunti alla facile conclusione che Neurosis e Isis appartenessero ad una nuova corrente musicale (e la presenza di un gruppo “satellite” come i Cult Of Luna sembrerebbero confermarlo) sono maggiormente propenso a ritenere che i due gruppi appartengano a realtà più distinte di quanto si potrebbe ritenere.

Precisato questo, il disco intitolato “Temporal” sembra porre definitivamente la parola fine all’avventura della dea egizia, con buona pace del buon numero di sostenitori che il gruppo aveva anche nel nostro paese, come le due ultime esibizioni allo Spaziale Festival di Torino e al Tunnel di Milano testimoniarono ai tempi. L’epitaffio ha la caratteristica principale di non limitarsi ad una mera compilazione dei brani del gruppo, ma di mantenere comunque alta l’attenzione attraverso un repertorio maggiormente attento alla produzione post-“Oceanic” attraverso pochi inediti ma molte versioni demo ed acustiche di canzoni finite sui dischi del gruppo, senza contare cover di Godflesh e Black Sabbath e brani recuperati da uno split con i Melvins. Probabilmente non li vedremo più calcare i palchi, ma ormai il loro stile è stato scritto nel firmamento della musica pesante.

Solitude standing

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La solitudine pesa. Come un macigno. Strano che a dirlo sia uno che si professa misantropico, ma a ben pensarci nemmeno tanto vedendo la cosa dalla mia prospettiva. Oggi è il giorno nel quale si commemorano i morti. Non per me, non ho bisogno di ricorrenze ed ho impiegato anni a liberarmi da feste e convenzioni: le persone che non sono più qui, in questo mondo, intendo, sono nei miei ricordi e nei miei pensieri quotidianamente, non mi serve un giorno particolare per ricordarmi di loro: fanno parte di me, basta saper guardare per vederli. A volte parti di loro parlano attraverso di me.

Mi mancano, ma non mi fanno sentire solo. Il tipo di solitudine cui mi riferisco riguarda le persone che sento affini, che sono vive, ma che non sono qui, adesso. Riguarda le persone per cui Trent Reznor ha scritto la linea Anyone I know, goes away in the end resa anche perfettamente dalla voce senza tempo di Johnny Cash:

Una particolare enfasi andrebbe posta sulla parola “know” perché in pochi arrivano veramente a conoscermi, di solito frappongo un muro molto spesso e permetto a veramente poche persone di passarci attraverso. In questo la mia misantropia: so di aver poco a che fare con la maggior parte delle persone ma per quei pochi, per loro sono capace di struggermi cent’anni e forse anche di più e quando la vita mi separa da loro, quando le incomprensioni sfilacciano o strappano i legami il vuoto non può essere colmato la ferita non può essere rimarginata. Si può solo lasciarla lì ad ingiallire, ad invecchiare.

Chester Walls

Mi ricordo chiaramente poche volte in cui questo tipo di solitudine non mi sia pesata, una di esse in particolare: ricordo il posto, ricordo la colonna sonora, ricordo le sensazioni ed il periodo. Il posto è Chester, in Inghilterra, più precisamente le sue mura di origine romana, ma ultimate nel medioevo, egregiamente conservate, consentono un giro soprelevato della parte storica della città di grande suggestione. Era un giornata nella quale la nebbia si confondeva con la pioggia, a lato del muro a volte il fiume Dee, a volte i parchi cittadini o la cattedrale, l’orologio che sovrasta la via principale. Ero lì a passeggiare in perfetta solitudine, senza avvertire il bisogno che qualcuno rompesse quel momento, con una parola, un gesto, un abbraccio, ero fuori dal mondo e perso nei miei pensieri, senza pensare a nulla in particolare, sono già passati otto anni ormai. In quei giorni usciva “Panopticon” degli Isis, in quel preciso momento di consapevolezza irrompeva nelle orecchie questa canzone che, da allora, è rimasta legata a doppio filo con la solitudine, senza alcuna negatività.

Una parte di me cammina ancora su quel muro, l’altra oggi avverte, più del solito, il peso della solitudine.

Quiet In The Cave: “Tell Him He’s Dead”

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Quiet In The Cave

Lo confesso, rimestare nei meandri dell’underground mi è sempre piaciuto, acquistare demo con soldi imboscati nella carta a carbone all’interno di una busta spedita nella speranza che nessuno se ne accorgesse, maneggiare vaglia e conti correnti postali, con commenti laconici nello spazio della causale, ricevere prima sgangheratissime cassette, poi CD masterizzati… in questo modo ho cercato mi mantenere un piede nel movimento sotterraneo italico e conosciuto gruppi che difficilmente sarei arrivato a conoscere diversamente. Gli anni del tape trading più spinto erano già finiti, quelli in cui pacchi si muovevano tra i continenti, tra personaggi come Max Cavalera e Nicke Andersson… però qualche buon gruppo sono arrivato a conoscerlo chessò i thrashers eporediesi Broken Glass, i black metallers milanesi Luna Inlustris, i doomsters torinesi Maelstrom oppure i gotici veneti Eventide o, sempre dalla stessa regione, i funerei Diableria che furono così gentili da mandarmi un biglietto di condoglianze (per un loro membro) assieme al CD. Sicuramente meno ruspanti le due ultime compagini che ho contattato in questo modo: i genovesi Vanessa Van Basten e i grossetani Quiet In The Cave. I primi sono ormai una consolidata realtà della musica (quasi) totalmente strumentale, influenzata da David Lynch e dalle colonne sonore, con qualche punto di contatto con il metal, i secondi una bella realtà oscura purtroppo afflitta dall’impossibilità di dare continuità alla sua azione. Sciolti e poi tornati sulle scene, ora sono di nuovo fermi… ed è un peccato.

Giungo a parlare del meritevole EP “Tell Him He’s Dead” con colpevole ritardo, ciò non toglie nulla alla qualità della proposta, in virtù della quale il gruppo meriterebbe ben altro destino. Questo perché, nonostante la produzione sia a tratti migliorabile (batteria un po’ “legata”, suono non sempre sufficientemente dinamico), la loro proposta merita. Tenendo fermi alcuni punti di riferimento come il post- Hardcore cinematico degli Isis, i rallentamenti e le dilatazioni ai limiti del post-rock e la voce di derivazione propriamente Black Metal e una naturale inclinazione alla pesantezza quando i brani lo richiedono, la loro capacità di imprimere un’impostazione personale a queste influenze appare concreta e credibile. Un’alternanza di vuoti e pieni quasi da vertigine che finisce per contornarsi d’ombra, senza tuttavia concedere troppo spazio alle citazioni. Una proposta interessante, che meriterebbe di essere ulteriormente sviscerata… ed una menzione particolare alla curata veste grafica, presentata in un digipack pregevole e ben rifinito… “Monstro” è uno dei momenti più pesanti dell’ EP.

contatti: cav3.can3m@rocketmail.com