Jesu

2020

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10. Jesu- Terminus.

Avevo lasciato un po’ perdere di seguire quello che a tutti gli effetti si può ben considerare uno dei massimi padri della musica estrema, Mr. Justin Broadrick dopo l’ ultima uscita di questo stesso progetto denominato Jesu. Premesso che i primi due capitoli erano di una qualità indiscutibile per quanto mi riguarda, successivamente hanno cominciato a venirmi a noia, a sembrarmi meno ispirati e, per quanto concerne l’ultimo capitolo, a svoltare pericolosamente verso un addolcimento sonoro tale da farli diventare stucchevoli. Onestamente dopo 8 anni non sapevo cosa aspettarmi. L’ho comprato un po’ per supportare il notevolissimo negozio di dischi di Ivrea discoccasione e un po’ per nostalgia. Da principio mi sono detto subito che era una palla, fino a sentirmi davvero infastidito dall’uso di certi effetti vocali (“Consciousness”). L’effetto è durato un altro paio di ascolti, poi piano piano il disco ha cominciato ad insinuarsi e adesso mi ritorna in mente a spezzoni e sono arrivato ad assimilarlo. Se volete farvi un’idea di come suona guardate la copertina: abeti, nebbia, neve. Un inno al silenzio, al morbido sprofondare dei passi tra le cotri candide: lento, leggero eppure intenso con scariche elettriche ad appuntare il maestoso paesaggio. Sono quasi arrivato a sopportare anche la molestissima effttistica di cui sopra, credo che meriti dunque una certa attenzione: bentornati.

9. Scorched Oak -Withering Earth.

Non so voi ma io sento il bisogno di omaggiare i Black Sabbath con un disco di loro adepti almeno una volta all’anno. Fortunatamente qualcosa di decente su questa falsariga di solito si palesa: l’anno scorso i Monolord (sempre corna al cielo per loro!), quest’ anno gli Scorched Oak. Tedeschi, alternano voce maschile e femminile in brani che non indugiano molto sulla lentezza o sulla pesantezza del suono considerato il genere. Si muovono in un’atmosfera decisamente grassa musicalmente parlando ma mantengono un sound dinamico e ricercato (grande merito al batterista che sorregge la struttura alla grande) che li porta a comporre brani dalla lunghezza medio-alta ma non giocata su effetti ipnotici, quanto sulla costruzione del brano a partire dai riff. Decisamente una buona prova, se potete soprassedere ( in questo caso lo si fa volentieri) sull’ originalità a tutti i costi.

8. Mr. Bungle- The Raging Wrath Of The Eastern Bunny.

Altro caso in cui occorre non aspettarsi chissà quale innovazione, anche se da un gruppo come i Mr. Bungle sembra assurdo non aspettarsela. In realtà questo disco è senz’altro la loro uscita più canonica: hanno ripreso un vecchio demo e lo hanno risunato ad anni di distanza con l’aiuto di Scott Ian degli Anthrax e Dave Lombardo degli Slayer. Quello che ne esce è un disco di thrash metal con le palle fumanti, come si diceva una volta. Un superlativo esempio di come i vari Municipal waste, Toxic holocaust e compagnia siano davvero poca cosa rispetto a chi con il thrash c’è nato. Semplicemente questo. Chi si accontenta gode e tanto!

7. Kvelertak-Spid.

Un gruppo che, per molti, ha rappresentato una sana ventata di aria fresca nell’asfittico panorama del metal post 2000, uno dei pochi a uscirsene con qualcosa di personale e ben architettato, una diretta evoluzione di quello che c’era prima ma con un valore aggiunto importante che rendesse loro il merito di aver codificato un nuovo stile. Purtroppo, dopo il botto del primo disco (assolutamente ottimo), la conferma del secondo, comunque non all’altezza del primo, il terzo disco suonava decisamente sottotono e diversi punti interrogativi si palesavano all’orizzonte per il proseguio della loro carriera. Dopo aver cambiato formazione si ripresentano invece in una forma più che buona, rilasciando un disco fresco, in continuità con i primi due, ma soprattutto in grado di restare in mente e di esaltare in diversi passaggi da headbanging e corna al cielo. Una rimonta come se ne vedono poche.

6. Zolle-Macello.

Unico gruppo italiano della lista (forse), unico duo e unico disco (quasi) strumentale. Di loro ho già detto tanto, mi hanno anche fatto l’onore di concedermi un’intervista. Sono ruspanti, genuini e combattono dalla bassa lombarda a colpi di riff, disegni (animati), salami e vino. Dall’alto dei loro trattori nonostante i ritardi in sala prove… avete bisogno di altro?

5. Deftones-Ohms.

Ennesima prova per il gruppo di Chino Moreno e Stephen Carpenter. Ennesimo bel lavoro, anche loro in rimonta vista la prova un po’ sottotono (per i loro standard, sia chiaro) del disco precedente. Da un disco dei Deftones chiunque dovrebbe ormai sapere cosa aspettarsi, più che altro la domanda da porsi è quale forrma daranno questa volta alla loro proposta, come saranno in grado di miscelare i vari elementi che contraddistinguono la loro musica e quanto sapranno essere coinvolgenti nel farlo. Bene, in questo caso, tutto riesce alla grande, sono tornati a dei livelli più che buoni con un disco che a pieno titolo entra in molti listoni di fine anno. Grazie: la musica ha bisogno di un gruppo come voi.

4. Nothing-The Great Dismail.

Questa è storia recente, come potete leggere dal post precedente a questo. Un disco ispirato e avvolgente, a tratti intriso di inquietutine e sogni. Sanno far viaggiare l’immaginazione per poi abbatterla con bordate ad un volume smodato. Un lavoro che cresce con gli ascolti e si perde nel cielo notturno, affascinante e assordante, chilometri al di sopra delle strade deserte.

3. Celestial Season- The Secret Teachings.

Qui gioco in casa, “Solar Lovers” è uno dei miei dischi preferiti di sempre, anche se giocare in casa a volte è più difficile che in trasferta. La pressione è molto maggiore e qui era alle stelle: era questione di rimettere in gioco i propri sentimenti, di confrontarsi con un passato impossibile da eludere. Missione compiuta, se parliamo di essere all’altezza del proprio passato, il resto lo dirà il tempo e gli ascolti accumulati. Ovviamente ho preso tutto il cofanetto “The Doom Era”, non c’era nemmeno da chiederlo.

2. Human Impact- S/T.

Altra vecchia conoscenza: Chris Spencer, che posso farci se ben pochi giovani sono in grado di smuovere le mie emozioni? Messi in soffitta gli Unsane, ecco gli Human Impact esordire praticamente assieme alla pandemia. Il disco pesca a piene mani nel sound degli Unsane ma riesce a rivisitarlo e a mettere in evidenza diverse sfaccettature interessanti che nella band madre non emergevano vista la natura monolitica della loro proposta. Come già i Celan, anche gli Human Impact riescono quindi a ritagliarsi una fetta di personalità distinta, soprattutto grazie ai tocchi elettronici di Jim Coleman che inseriscono una sfumatura greve e delineano le nuove coordinate stilistiche del gruppo, già dotato di una coesione e comunione di intenti ammirabile e solida.

1 .Coriky-S/T.

Disco dell’anno. Finalmente Ian MacKaye rompe la quiete dei suoi progetti post Fugazi (gli Evens, soprattutto) e torna a scrivere una musica con un grado di intensità finalmente elevato. Non che mancasse la qualità, ma era proprio il trasporto a mancare: gli Evens erano soprattutto la parte calma e riflessiva di MacKaye e della sua compagna, a volte però lo erano fin troppo, al punto che, pur riconoscendone i meriti si correva il rischio di annoiarsi (anche a morte). Nulla di tutto questo qui. Un disco che riprende il discorso dei Fugazi e gli dona nuova linfa e nuove voci, dimostrando che la fiamma non è spenta, il cammino non è finito, l’integrità paga e il cielo non è più il limite.

Alla fine dell’anno giunge la notizia dello scioglimento del gruppo biellese Electric Ballroom. Sinceramente una bruttissima notizia, visto che erano senz’altro uno dei gruppi più promettenti della nostra zona. Lascia l’amaro in bocca che l’annuncio venga dato in concomitanza con la pubblicazione on line delle loro ultime registrazioni. Lasciano con un solo EP all’attivo oltre al disco postumo di cui sopra, con una miriade di potenzialità inespresse, come se questi 366 giorni non fossero già stati pesanti abbastanza. Andate sul loro Bandcamp e abbracciateli idealmente, il disco è gratis.

Blut Aus Nord: “777-Cosmosophy”

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Blut aus Nord, Vindsval

Premessa: I prossimi posts si muoveranno in un ambito decisamente estremo, visto che dopo il nuovo lavoro di Blut Aus Nord, ho intenzione di parlare di Converge e Serpentine Path. Nell’ordine: Post black metal avanguardistico e di stampo pseudo industriale, post Hardcore senza compromessi e Doom metal marcio e sulfureo… roba per palati robusti, insomma.

Post black metal avanguardistico e di stampo pseudo industriale… sì sì non temete, so essermi reso ridicolo, con questa definizione! del resto sfido chiunque a caratterizzare con le parole la proposta del mastermind francese Vindsval, da sempre a capo (se non l’unico membro, all’inizio) dell’inclassificabile ensable francese…

La Francia non è mai stata particolarmente conosciuta per la sua inclinazione metallica, eppure ha dato talora vita a progetti interessanti come i Blut Aus Nord o i futuristici Gojira. Partiti come gruppo black metal, i nostri si sono accorti, come altre compagini (Ulver, Virus, Ephel Duath), di quanto il genere sia diventato la parodia di se stesso e si dono mossi verso altri lidi, ampliando anche notevolmente i loro orizzonti. “777- Cosmosophy” è la terza parte (e la più riuscita, secondo me) di una trilogia nella quale il gruppo d’oltralpe sembra aver investito tantissimo. E se nei due capitoli precedenti, l’ispirazione non sempre li aveva supportati a dovere, con questo terzo capitolo si può dire che abbiano centrato il bersaglio.

Di black metal qui è onestamente difficile scorgerne, il disco si muove su coordinate dilatate che contemplano l’influenza di gruppi come Jesu, Swans o, in un angolo, i nostrani Vanessa Van Basten. Sembrano la colonna sonora di un film fatto di immagini algide, spoglie di colori e di calore che si susseguono atone eppure inquietanti, stranianti eppure seducenti. Rumori, percussioni asettiche, voci distanti eppure imponenti, chitarre taglienti e rotonde al tempo stesso. Il disco ideale nel quale perdersi e smarrire la cognizione di se stessi, superato il timore iniziale.

Try not to lose yourself

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Notturno, Stoccolma, Svezia

La notte è scesa finalmente vincendo l’inerzia viscosa dei paralleli nordici. Un’ intera giornata sorridendo tra i vicoli di Gamla Stan: ad ogni incrocio uno sguardo pieno di meraviglia e soddisfazione, finalmente sono qui, finalmente respiro l’aria frizzante di questa città meravigliosa. Sono miglia lontano da casa e totalmente solo, forse per la prima volta, tutto sembra ricoprirsi di un alone magico, di una voglia di assorbire tutto quello che vedi ed ascolti per potertene portare un pezzo con te dovunque tu possa tornare o dovunque tu possa andare in seguto: voglio che un pezzo di Stoccolma mi segua esattamente come mi seguono da anni Praga e Londra e come mi seguiranno in seguito Trondheim e Berlino (ed anche un po’ di Oslo e Bergen).

Il punto è che sono qui, che ho voluto fortemente esserci, che sto facendo una cosa per me stesso e nessun altro ha voluto seguirmi, doveva andare così, dovevo andarmene così. Per permettermi questo viaggio, un anno di lavoro, di persone sgradevoli ed arroganti a strillare nelle mie orecchie, ma ne è valsa la pena se penso che ogni attimo trascorso tra quelle mura mi ha portato due settimane sotto questo cielo. Ogni tanto succede che io sia dannatamente sicuro di qualcosa. Ebbene sono stato sicuro di poche cose come questa, il fatto che io dovessi venire quassù: la Scandinavia è una sorta di polo magnetico per me, da sempre… è il primo posto sul quale poso gli occhi quando guardo una cartina o un mappamondo.

Ed ora è giunto il momento del riposo, di chiudere le palpebre, sperrando nell’elaborazione notturna perchè mi porti in giro per la città ancora, durante il sonno, proprio come successe nella capitale boema. E’ il 2007, cinque anni fa, sapevo che doveva uscire il nuovo lavoro di Justin Broadrick, dei Jesu, la sua ultima incarnazione dopo i vari Head Of David, Napalm Death, Godflesh e compagnia. Il primo disco mi aveva stregato e, camminando per la St. Eriksgatan, mi imbatto nella Repulsive Records, un negozio specializzato in musica estrema, non potevo mancare l’entrata. All’interno un simpatico e fiero alfiere del metallo con tanto di fisico imponente e barba smisurata tiene un santino di Quorthon dei Bathory (deceduto qualche tempo prima in giovane età) vicino al registratore di cassa. Tra le altre cose mi scivola tra le mani “Conqueror” l’ultima fatica del musicista di Birmingham in una bella edizione digipack di un bianco scintillante e patinato. La sera stessa, ritirato che fui nella mia stanza a Norrtull, misi mano al mio fido lettore CD e vi infilai dentro il dischetto ottico e chiusi gli occhi, un sorriso mi apparse sul volto, nel buio per tutto il tempo ma mi sentii avvampare quando Justin mi sussurrò all’orecchio: “Cerca di non perderti!”, mentre io ero lì per ritrovarmi e ci stavo anche riuscendo, nonostante poi finii per perdermi e riperdermi ancora.

Try not to lose yourself
I’m way past trying
I’m way past caring
I’m way past hoping

Try not to lose yourself
You’re always needing
You’re always hoping
Wash away your fears

Try not to lose yourself