Jimi Hendrix

Experience

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“Insomma puoi essere la persona più dolce ed amorevole del mondo, ma nel profondo nacondi comunque cose brutte ed oscure. Io tiro fuori le mie sul palco, così nessuno si fa male. Anzi, per quello che ne so fa bene al pubblico. Lo spingiamo a espellere ogni residuo di violenza dal corpo. Soprattutto attraverso il ritmo e le sensazioni, piuttosto che la melodia. In un certo senso la nostra musica può essere violenta quanto basta per liberare la violenza della gente. Si tratta di una violenza di seta, diversa dalla violenza che si può esprimere picchiando qualcuno.”

Un giorno mi sono messo a leggere Jimi Hendrix, a leggere e non ad ascoltare. Con la musica sapeva parlare meglio che con le parole, eppure non riusciva a smettere di scrivere. Ovunque. A scuola proprio non ce la faceva. Nemmeno con l’esercito ha funzionato. Con la chitarra sì. Beato lui e beati noi, chissà dove saremmo tutti se non ci avesse nemmeno provato.

Spesso è senza prosa, scrive terra-terra poi volti pagina e ti fulmina, con frasi come quella lì sopra. Musica e violenza. Un diverso tipo di musica e un diverso tipo di violenza. Com’è che nessuno ci aveva mai pensato prima? Il mondo aveva proprio bisogno di Jimi Hendrix.

 

Compiti a casa

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Alle scuole medie esisteva (e non so se esista ancora) una materia chiamata forse educazione musicale, quello che so di sicuro è che tutti la abbreviavano in un semplice “musica”. Musica era una materia un po’ defilata, poche ore che servivano principalmente ad imparare a maneggiare il flauto dolce, il che tradotto significava imparare a “suonare” la musica del gingle di una nota marca di biscotti senza riempire il malcapitatissimo strumento di bava, almeno questo è ciò che ne ho ricavato io. Se non fosse che, una volta, la professoressa ci diede un compito a casa: prendere una cassetta dalla discografia dei nostri genitori e portarla a scuola. Se mia madre mi ha trasmesso la passione per i quattro di Liverpool, mio padre mi ha lasciato quella per Jimi Hendrix così presi una cassetta, con il suo astuccio di plastica rossa, e la portai a scuola.

Jimi Hendrix
Jimi Hendrix

Credo che, al tempo, mio padre non abbia mai posseduto nulla del chitarrista americano, la cassetta era sicuramente molto postuma. Quando erano giovani i miei, comprare un disco non era una cosa usuale o da farsi con leggerezza, era un lusso, qualcosa che ti faceva essere guardato con sospetto dai tuoi amichetti che probabilmente pensavano che tu avessi dei soldi da buttare. Per non parlare di cosa potevano pensare i tuoi genitori: i giovani avevano, forse, appena iniziato ad esistere come categoria, figuriamoci se avevano il diritto di avere delle opinioni, leggere dei libri, possedere dei dischi o qualcosa per farli suonare. Quindi nulla. Però a volte lo sentii parlarmi di questo chitarrista di colore mancino che non solo girava la chitarra per poterla suonare, ma arrivava a suonarla coi denti imitando il suono del treno se non addirittura a darle fuoco sul palco. Uno che padroneggiava il suo strumento come nessuno aveva mai fatto prima, con i suoi vestiti sgargianti era l’unico a tirare fuori un suono selvaggio ma anche pieno di poesia dalla sua stratocaster, una sei corde che nessuno ha mai più  fatto suonare a quel modo. E poi esibizioni dal vivo leggendarie con due pallidi ragazzi alla sezione ritmica, tre dischi ufficiali ma una marea di registrazioni e di idee. Un vero e proprio innovatore e, nelle parole del mio genitore, una figura ancora più leggendaria perché apprezzata dalla persona che ogni ragazzo ha davanti come modello.

E la professoressa, dall’alto della pedana della cattedra, non sapeva chi fosse. Io avevo preso quella cassetta apposta, perché volevo che mi dicesse meglio chi era l’idolo del mio genitore e niente. Che tristezza. Dev’essere stata una di quelle occasioni in cui ho realizzato che la mia cultura musicale doveva crescere autonomamente e non seguendo i canali ufficiali. Quando fui più grande e capii finalmente chi fosse stato Jimi Hendrix, mi chiesi come facesse una cosiddetta docente di musica a non sapere nemmeno chi fosse, non pretendevo che ne riconoscesse il ruolo o (non sia mai!) arrivasse ad apprezzarlo, ma almeno sapere chi fosse almeno quello sì, era il minimo sindacale.

Tre giorni fa usciva “People Hell and Angels”, disco postumo del chitarrista di Seattle, chissà se ne giunta la voce alla mia ex-insegnante. No, perché manco a dirlo, il disco è bellissimo e commovente!

Stavolta ho fatto i compiti a casa!

Almeno qualcuno ride

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Almeno la luna sorride… ho sempre provato una grande attrazione per il nostro satellite, sono contento per lei perchè il venerdì 24 si metterà a ridere, assumendo una posizione assai strana alle nostre latitudini (potrete trovare altre informazioni qui) e visto che saranno tre mesi che ho il morale sotto le scarpe un sorriso in cielo è un modo per rompere questo muro del pianto che è diventato il blog. Se qualcuno mi conoscesse bene saprebbe anche che la prima tentazione è stata comunque quella si intitolare questo post “C*#@0 ti ridi?!?” ma non me la sento di essere sempre e irrimediabilmente caustico, lei non se lo merita. Del resto io sono un animale notturno e non posso che trovarla affascinante anche se se la ride quando io sono depresso, probabilmente ne ha facoltà, ed è molto meglio di quando lo fa un umano, comunque. Ecco alcuni dei suoi inni:

Billie Holiday “Blue moon”

Billie in qualche modo canta di me… almeno nella prima parte.

Jimi Hendrix Experience “Little wing”

Moonbeams and fairytales are all I need now.

Sting “Moon over bourbon street”

Strani scherzi che può fare la luna… stare sotto una finestra a lottare contro il proprio istinto nella pallida luce lunare. Eh…

Pink Floyd “Brain Damage/Eclipse”

“There’s someone in my head but it’s not me…”

Nick Cave and the Bad Seeds “Lucy”

La canzone d’amore che avrei sempre voluto scrivere a qualcuna, nella quale la luna gioca un ruolo fondamentale.

in ordine sparso:

ahahahah 😀