Joe Lally

Indipendenza dichiarata

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Se la parola “indipendente” ha mai assunto un qualche significato quando si tratta del mondo della musica, questo significato si deve, in massima parte, a tutte le persone che fieramente si sono costruite da sole la propria etichetta discografica al di fuori delle logiche corporative e di affari.

Sia sempre lode e gloria a voi etichette indipendenti, solo voi sapete quanta fatica sta dietro al vostro lavoro, quanto impegno e quanta dedizione siano necessari a portare avanti un progetto senza contare su uffici stampa e promoter prezzolati, infischiandosene (o quasi, pure loro devono restare in vita!) delle logiche di mecato massive, delle mode e delle tendenze commerciali.

La madre di tutte voi, mi sento di dirlo, è la Dischord Records, l’etichetta dei mai troppo celebrati Fugazi, di Ian MacKaye e tutti gli amici suoi. Proprio in questi giorni è circolata la notizia del grande rifiuto dei nostri di riunirsi dietro compenso. Ian si è limitato a dire che gli sembrava più un’ attestazione di stima che una reale offerta, quindi ringrazia per le belle parole ma non ritiene che ci sia nulla da prendere in considerazione. Ciao ciao Ted Leonsis, il quale dal canto suo, dichiarò che avrebbe offerto dei soldi a nome della band alle principali associazioni di carità locali ma poi non ha nemmeno insistito troppo: forse non ci credeva fino in fondo.

Di quando in quando, è risaputo, i nostri si incontrano ancora per suonare. Lo fanno per loro stessi. In anni e anni il loro telefono ha squillato tantissime volte: dall’altra parte del filo etichette maggiori, impresari, agenzie di promozione di vario tipo… tutte le loro proposte sono sempre state rispedite al mittente, sia per riformare il gruppo, sia per assorbire l’etichetta.

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Joe Lally e Brendan Canty

Questi ragazzi iniziarono presentandosi di tipografi con copertine di LP “smontate” e gli chiesero se potevano farne di similari, poi se le incollarono da soli, cominciando a prendere contatti per far stampare i vinili.  Iniziarono in questo modo e finirono per vendere circa 4 milioni di dischi in tutto il mondo. La loro esperienza è stata fonte di ispirazione per tantissime altre realtà nella musica indipendente, la dimostrazione che l’impegno e la passione pagano. E, alla fine, anche l’integrità morale.

Dalla fine dei Fugazi hanno avuto origine alcune altre compagini e, tra queste, The Massthetics che ereditano dalla band madre la sezione ritmica ovvero Joe Lally e Brendan Canty. Si tratta di un trio, completato alla chitarra da un nerdissimo Anthony Pirog, dedito a composizioni musicali che si muovono da qualche parte tra il rock ed il jazz, senza una parola cantata. Ad un primo ascolto si rimane un po’ interdetti, ma lentamente le loro canzoni si insinuano nell’apparato uditivo come un accompagnamento cangiante nei toni e nell’umore, ed alla fine entrano. E sono un bel sentire.

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Anthony Pirog

Personalmente quest’ anno ricorre l’anniversario della prima (ed unica) volta che vidi il gruppo di Washington D.C., nel 1999 appunto al Leoncavallo. Inutile dire che fu un evento storico che aprì le porte ad una serie di concerti che perdura ancora oggi. Per 5000 lire avevi l’opportunità di assistere ad un concerto indimenticabile, due ore e più di musica (chi diavolo è che, ad oggi, suona ancora per due ore!?) suonata con un’intensità incredibile pescando da quasi tutto il repertorio dei quattro. Una roba da libidinosi sonori. Ne uscii con una cassettina registrata clandestinamente e le costellazioni di stelle negli occhi. Più tardi, una volta scoperto che molti loro concerti erano disponibili in rete, mi scaricai l’intero concerto che, a mia insaputa, era stato a sua volta catturato.

E così il capitolo si chiuse. Fino all’altra sera quando, dopo 25 anni, ho rivisto Joe e Brendan allo Spazio 211 di Torino. In realtà Joe l’avevo già visto qualche anno fa alla gloriosa associazione “Perché no?” di Verbania (un posto che rimane consegnato alla storia) dove suonò assieme agli Zu… però era decisamente un contesto diverso.

Credo che tutti quelli dell’ambiente Dischord siano persone che, per i loro meriti artistici e non, potrebbero tranquillamente peccare di superbia con chiunque. Invece sono umili, semplici e con i piedi per terra: Joe e Brendan sono esattamente così, tranquilli ed alla mano… li vedi da come si mischiano alla gente, da come ti sorridono, da come salgono sul palco. E, a parte la musica, quest’attitudine ti colpisce: fanno sembrare tutto naturale e semplice… hanno un’aura da belle persone, anche se non li conosco, non so come dirlo altrimenti, quindi non uso giri di parole.

Il concerto fila via liscio, concreto e coinvolgente. Come dicevo, loro a parte, il chirarrista è un prototipo di secchione dello strumento, suona circondato da effetti sui quali mette le mani in continuazione e a tratti pare pure una versione dimagrita di Verdone. Però nulla da dire su come suona:  il suo compito è ricamare su quello che gli altri due costruiscono e, probabilmente, gli elementi jazz sono un suo retaggio. Non c’è traccia di nostalgia o elementi che possano eccessivamente rimandare alla band madre, vivono di vita propria con una personalità ben definita pur essendo, in parte, le stesse persone.  Era la prima esibizione in terra italiana ed è stato un privilegio assistervi e dimenticare la quotidianità per tutta la durata del concerto.

La Dischord (ed i Fugazi) appartengono alla storia, ma la fiamma è accesa, arde e freme e spero che non smetta mai.

Ecco loro mi mancano

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Jacopo Battaglia (Zu) live at Carnemvale MI
Jacopo Battaglia (Zu) live at Carnemvale MI

Non so, sarà la mia patria, sarà quello che volete ma a me gli Zu mancano. Sul serio. Erano uno dei pochi gruppi che mi rendevano fiero di essere italiano, erano uno di quei gruppi che mi ha fatto assistere ai suoi concerti in posti incredibili, come il glorioso Perchè No? di Verbania (ci suonarono anche i Converge!) con Joe Lally dei Fugazi, il festival Carnemvale a Milano, al Leoncavallo col sassofonista degli Stooges e i Flying Luttenbachers,  all’ O2 di Torino con Mike Patton (che era solito chiamarli “i miei italiani preferiti”), e dai diciamo anche all’ Hiroshima con un gruppo che ho amato detestare come il teatro degli orrori, per tacere delle luci della centrale elettrica. Anche a Venaria di supporto a Melvins/Fantômas big band, niente meno.

Alla fine Ero sempre lì per loro. Sentirsi dire da Jacopo Battaglia che poi, alla fine, “Carboniferous” potevo anche masterizzarlo, quando gliene chiesi due copie, oppure vedere Massimo Pupillo bucare il rivestimento fonoassorbente sul soffitto del Perchè No?, o Luca T. Maj che tamburella sul fido sassofono. Li ho visti davvero tantissime volte ed ogni volta mi sono divertito, una volta poi alla Rock’n’roll Arena ho anche ballato (io?) tutto il tempo. Che poi erano anche riusciti ad incidere con Steve Albini, a farsi pubblicare su Ipecac, a fare cose che nessun italiano ha mai fatto prima.

“Chiuso” in tedesco, ma anche “piede” in cinese, “testa” e “disegno” in giapponese. Zu in italiano. E mi mancano.

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