Kurt Cobain

Sing Backwards and weep

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Mark Lanegan: Sing backwards and weep [Fonte: Amazon]

Iniziare a leggere un libro senza sapere bene cosa aspettarsi.

Si sono sentite voci su voci riguardo a questa autobiografia di Mark Lanegan e visto che, a mio parere, ha une delle voce più belle ed intense del pianeta ho dovuto recuperarla e leggerla in lingua originale. Operazione forse un po’ faticosa ma ogni tanto utile e, nel caso, anche coinvolgente. Elimino subito il dubbio: il cantante di Ellensburg qui ha buttato fuori l’immondizia. Questo è un libro che nonostante il celestino della copertina è nero come la pece.

I pochi spiragli di luce che emergono sembrano quasi buchi fatti con un ago ipodermico su un foglio scuro, la luce filtra ma è rada e puntiforme. Se pensate di scoprire qui il fervore che induce un giovane a cantare, se ritenete che si tratti dell’arte come forza catartica, se credete che parli dell’adrenalina che ti sale in gola in quei 5 minuti che precedono l’ascesa sul palco o della gioia che ti scoppia in petto quando senti il pubblico che applaude o canta un tuo brano, qui troverete ben poco. I pochi spiragli sono dati dalla prima serata passata dal nostro con Lee Conner quando nacquero gli Screaming Trees, l’amicizia con Dylan Carlson, Kurt Cobain, Layne Staley e Josh Homme, lo scazzo duro con Noel Gallagher e le poche pagine finali dedicate alla timida risalita dopo aver toccato il fondo. Poco altro.

Il resto è il fondo del pozzo, il resto è l’ondulare del pendolo. Il pessimo rapporto con la madre, gli amici che ti muoiono attorno come fili d’erba recisi dalla vita, un gruppo musicale che prima di tutto è un modo per scappare di casa, l’impossibilità di un rapporto solido con una ragazza e poi, ovviamente, l’eroina. La vita assurda del tossico in tour, i salti mortali per continuare a farsi, i rapporti con la malavita, la discesa negli inferi e l’annichilimento di qualsiasi legame, vendersi tutto per mantenere la propria abitudine alla droga pesante. Questi sono i reali protagonisti di questo libro, anche se ha un lieto fine e Mark (fortunatamente) è ancora qui, ringraziando la signora Love ed il suo programma di riabilitazione per artisti.

Per chiunque dubiti del reale interesse di questi argomenti risponderei, per citare lo stesso cantante, It’s time to grew the fuck up. Non si può amare l’arte del cantante e ignorarne la vita ed il percorso. Certo ogni cosa si può fare ma, visto che ha scelto di condividere con il pubblico le sue vicende, ignorarle sarebbe quantomeno superficiale.

Non ne esce un bel quadro per Mark. Scontroso, cinico, ombroso e scostante, per fagli dei complimenti, sicuramente instabile e a tratti impazzito. Il libro è schietto e crudo, una rasoiata di scabra realtà tumefatta e a tratti svuotata di calore. Un’immersione negli inferi senza abbellimenti o concessioni. Non so perché spesso mi ha fatto pensare a Pasolini, al fatto che la sua scuola fosse quella di coloro che dovevano provare ad ogni costo lo squallore sulla loro pelle per poter esprimere la propria arte. Magari solo io posso venirmene fuori con un’ associazione del genere. Eppure spesso leggere questo libro equivale a conficcarsi a forza la realtà negli occhi, una realtà dolorosa e degradante.

Non fatevi illusioni dunque, leggete a vostro rischio e pericolo, consapevoli però del fatto che, se amate la voce e le canzoni dell’autore di Blues Funeral, questo libro vi prenderà e vi costringerà ad essere letto, anche con una certa avidità.

25 anni dopo

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Venticinque anni dopo è tutto un fiorire di ricorrenze. Di fotografie postate a memoria, di video nostalgici, di lacrime a comando. Mi chiedo se le ricorrenze servano a qualcosa, gli anniversari, le cifre tonde o semi-tonde. Oppure sono solo scadenze autoimposte per guardarsi indietro e rendersi conto del tempo passato, magari fare un bilancio che, a ben vedere, non serve a nessuno. Perchè quello che conta è il quotidiano quello che si vive sulla propria pelle giorno dopo giorno. Lo sanno bene quelle persone che si sono svegliate dieci anni fa senza una casa e sono corse in strada nel cuore della notte. Tutto questo è senza senso, non ha alcun peso reale. Non hanno peso le fotografie, non hanno peso le parole, le fiaccolate, i ricordi.

Venticinque anni fa moriva Kurt Cobain. Da allora di suo ho ascoltato ben poco perchè mi metteva a disagio. C’era quasi da sentirsi in colpa ad aver acquistato un suo disco, secondo quello che trapela da una sua canzone (e non solo da quella), ad avergli dato parte di ciò che non voleva. E alla fine i CD hanno continuato a prendere polvere su uno scaffale, ripresi in mano pochissime volte, quasi a voler guardare dentro un abisso non mio, un’ operazione non sempre delle più agevoli o costruttive. Anzi.

Intanto il tempo è passato ed ogni cosa si è trasformata. Tutto si è spento lentamente, al contrario di Kurt che, invece, è bruciato in fretta. E adesso stanno tutti a ricordarselo più o meno all’improvviso. Negli anni trascorsi dalla suo morte sono usciti alcuni dischi, alcuni libri suoi e non suoi (mi piace ricordare Tommaso Pincio e anche Tuono Pettinato), il ricordo non si è mai più o meno spento. Anche grazie a tutti i dubbi del caso sulla sua morte, sulla sua signora e su El Duce.

Non siamo qui per parlare di questo. Come per tutte le persone morte, non serve a nulla parlarne quando sono andate. Occorreva vivere assieme a loro il tempo concesso per calpestare la stessa terra. Tutto il resto è una sorta di esercizio masturbatorio anche se non sempre fine a se stesso.

Gli anni novanta erano il mio decennio e quindi c’ero. Non ringrazierò mai abbastanza di aver avuto vent’anni in quel periodo: ero depresso ma mai quanto avrei potuto esserlo se avessi avuto vent’anni negli anni 80 o nei duemila. In primis per la musica che, salvo rare eccezioni, avrebbe fatto pena e che, invece, mi ha pressappoco salvato la vita . Poi anche per l’atmosfera che era elettrica, ti caricavi anche solo respirando… peccato che me ne sia accorto solo dopo. Ero un ragazzetto universitario insicuro con una fragilità interiore che non ero in grado di identifcare, perfettamente in linea con i turbamenti esistenziali dell’epoca. Dopo un decennio di eccessi e di apparire ma non essere, gli anni ’90 furono una brusca frenata, un rimettersi in discussione, ma anche una sorta di rinascita spirituale, uno strenuo tentativo di riprendere in mano la propria anima dopo averci sputato sopra per un decennio. Non a caso tutti guardavamo con ammirazione agli anni ’70, vera epoca d’oro per la musica e per mille altri motivi, solo che ora avevamo una cosa in più rispetto ai ragazzi di quell’epoca: la consapevolezza, qualcosa di decisamente scomodo con cui confrontarsi.

Avevamo la consapevolezza che le utopie sarebbero rimaste tali, che eravamo manovrati tutti e legati ad un futuro del quale avremmo deciso ben poco, che certi fantasmi non potevano essere elusi. Se ci pensate suona assai similare alla storia di Kurt Cobain. Non era la voce di una generazione, ne faceva parte. Era un ragazzo comune che si è trovato ad aver scritto qualcosa che non era progettato per il successo ma che ne ebbe a dismisura. E nessuno era pronto per questo. Nessuno era pronto, ma era fatale che succedesse, era proprio nell’aria. Doveva succedere che quel sentimento strisciante, quell’aura di inquetudine trovasse una valvola di sfogo. Quella più evidente si chiamava “Smells like teen spirits”, la conoscete tutti.

Non sopporto quando parlano di Cobain come l’icona di una generazione, come il portavoce di una cultura, quelli che si esprimono in questo modo non hanno capito nulla. Peggio per loro. Peggio per tutti quelli che continuano ad affibbiagli un ruolo che detestava apertamente. Era uno di noi messo sotto dei riflettori che non aveva cercato. Non c’era poi molto da stupirsi se è andata come è andata, soprattutto se aggiungiamo anche i malanni fisici oltre ai sentimenti che aveva dentro.

Nello scorso fine settimana ero in viaggio con la mia auto e mi sono messo a riascoltare “In utero”: bastava quello, dentro quel disco c’è già tutto, c’è scritta ogni cosa, ogni testo è un presagio, un’indicazione, uno sfogo. Risentirlo è stato come rivedere un amico che non senti da vent’anni: schiaffi e carezze, vuoti e pieni, tristezza e allegria. Con il panorama che ti sfreccia a lato e la meta davanti. Bastavano i suoi occhi quando parteciparono a tunnel, introdotti con difficoltà/imbarazzo dalla Dandini continuamente disturbata da Guzzanti. Un’ apparizione che, ancora adesso, mi domando se fosse reale.

Il tempo non conta un accidente di niente, basta un attimo e tutto ti investe di nuovo, come se fossero passati cinque minuti. Mi ricordo lo sbeffeggiamento di amici e professori quando seppero che si era suicidato (?), mi ricordo i concerti persi nei quali avrei potuto vederli (tra l’altro con i Melvins di supporto, parliamone!), mi ricordo le mie sensazioni autodistruttive amplificate dal suo gesto. Durò poco. Non era la mia tragedia, che si sarebbe consumata di lì a tre anni, avevo una vita da vivere (almeno provarci) e tirai avanti. Fino a scoprire che, ma questa è storia fin troppo recente, il centro di tutto stava lì, nel non permettere a niente e nessuno di fermarti, nel non dare a niente e nessuno tutto quel potere su di te. Nel comprendere che chi si ferma è davvero perduto, ma che a volte nel mare dei sargassi si trovano gli strumenti per guardare le cose nella giusta prospettiva. Questo si impara ad essere stati morti per tanti anni. Ma c’è chi l’ha detto meglio di me:

“Tra gli undici e i quattordici anni la bambina era morta per molti secoli. Quegli anni da celacanto le avevano fornito l’accesso all’archivio degli inferi. Adesso che era tornata alla vita poteva richiamare quella memoria a suo piacimento. Si guardò dal dirlo e si accontentò di un’alzata di spalle.

La persona che ama è sempre la più forte”

A. Nothomb.