Kyuss

In principio erano i Kyuss…

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…e suonavano da dio, nonostante tutti i dubbi che io possa nutrire sulla sua esistenza. Non fu amore al primo ascolto però, quando ascoltai la leggendaria “Freedom Run” dal dj Mixo su radiorai nel lontano 1992, mi domandai che strana razza di bestia sonora fossero, che cosa fosse quello che all’epoca non seppi definire altrimenti: “magma sonoro”, amalgamava in un tutt’uno incandescente basso e chitarra, quella voce tanto roca quanto appuntita e singolare. Fortunatamente mi incuriosirono a sufficienza e, nel giro di poche settimane, feci mia quella colonna portante del suono anni ’90 (insieme a dischi come The Downward Spiral, Omnio, Troublegum, Left Hand Path, Necroticism, Vulgar Display Of Power, Demanufature o anche Nevermind) che è, e sarà sempre, Blues For The Red Sun. Da lì in poi sì che è stato amore, appassionato e totale. Adoro e adorerò sempre i Kyuss. Con quel nome tratto non si sa bene dove (una vecchia intervista su rumore diceva che poteva essere il nome di un videogioco da bar, addirittura? Qualcuno sostiene provenga da dungeons and dragons…) e quel suono che riconosci dopo due secondi netti. Non riuscii mai a vederli dal vivo, con mio sommo dispiacere riuscii a vederli solo “a pezzi” a cavallo tra i ’90 e i 2000 durante il primo tour di QOTSA e Unida. A distanza di tanto tempo oggi i due personaggi attorno ai quali i Kyuss sono sempre gravitati (Homme/Garcia) sono tornati con un disco a testa dei loro rispettivi progetti e quale occasione migliore per stilare un paragone tra i due?

Josh Homme durante il primo tour dei Queens Of The Stone Age. (Credit to me)
Josh Homme, in pigiama macchiato (!), durante il primo tour dei Queens Of The Stone Age. (Credit to me!)

Josh Homme: Inizialmente quello che ne esce meglio tra i due, rompe decisamente con il vecchio suono dei Kyuss, introducendo quello che lui stesso chiamerà robot-rock, che lascia ancora intravvedere qualche sonorità in comune con quelle della band madre, ma sterza verso un rock meno saturo e più sbilenco, fatto di riffs che si attorcigliano su loro stessi, stralunati e coinvolgenti.

La gloria dura tre album, dei quali: il primo è un ottimo motivo per il quale strapparsi i capelli, il secondo è forse troppo figlio delle adorate “desert sessions” ma risulta ancora assolutamente godibile ed il terzo è quello dell’esplosione, con nomi altisonanti (Grohl, Lanegan), struttura radiofonica e canzoni che attirano il pubblico come mai prima di allora. Poi però le cose si sfaldano, Nick Olivieri lascia (dopo che l’aveva fatto anche Alfredo “che fine hai fatto?” Hernandez, nel disco prima), le idee cominciano a mancare, nonostante da più parti li si innanzi a salvatori dello stanco carrozzone denominato rock and roll.

Seguono due dischi che solo a tratti (moooolto sporadici) riportano alla mente il gran gruppo che furono e, quest’anno, il pluriannunciato “Like Clockwork” che, nonostante venga annunciato in ripresa rispetto ai lavori precedenti -e la cosa è anche parzialmente vera-, continua a farmi piangere calde lacrime se considero, anche solo lontanamente, la grandezza dell’ esordio. Magari un po’ meglio i Them Crooked Vultures ma appena un po’…

Troppe responsabilità sulle spalle di un uomo solo? Stanchezza artistica? Un patrimonio delapidato, nella migliore tradizione? Non so rispondere e non so nemmeno che senso abbia, certo che mi spiace, come quando una cosa si trascina avanti per inerzia e non mi sento più di seguirla…

John Garcia al tempo del primo tour degli Unida (credit to me!)
John Garcia al tempo del primo tour degli Unida (credit to me!)

John Garcia: Qui il discorso si fa più caotico e intricato.Tanti progetti e collaborazioni che sono anche difficili da seguire, subito partito (a bomba!) con i fantastici Slo-Burn autori di soli quattro brani, ma con un furore incendiario che pochissimi altri gruppi possono vantare. Meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente, alla faccia del nome. Appare subito chiaro a tutti che lui è l’erede più diretto del lascito kyuss-iano, almeno dal punto di vista della continuità. E poi la sfortuna. Rotture e disavventure, dopo la fine prematura degli Slo- Burn, gli Unida che apparivano molto più che promettenti dopo uno split ed un disco, si vedono tarpare le ali al momento di pubblicare il secondo, gli Hermano che paiono più un progetto che altro e i fumosi Mad City Rockers.

Visto il suo passato rimette in piedi una reunion-karaoke denominata Kyuss Lives!, pare guardata con sospetto dal chitarrista originale e rispetto alla quale non so cosa pensare, mi sembra legittimo che, dopo tanta sfiga, possa trarre anche qualche beneficio da cotanto passato… magari sono troppo indulgente. Poi da quella esperienza nascono i Vista Chino, il cui disco è uscito in questi giorni.

Il chitarrista Bruno Fevery sembra uscito dritto dritto da una lezione dello zio Josh, tanto che quando parte “Planets 1+2” mi viene quasi da canticchiare una strofa dei Kyuss. Ma poi il disco non è quello di una cover band e si sente. Come leggevo su una saggia recensione esistono due modi di avere successo: innovare e restare fedeli a se stessi, come dire Josh e John. Facile no? Eppure, in fondo, mi sa che alla fine ha ragione….

Nick Olivieri, al tempo del primo tour dei QOTSA (credit... indovinate?)
Nick Olivieri, al tempo del primo tour dei QOTSA (credit… indovinate?)

Nick Olivieri: Non bastasse che è un bassista, tiene allegramente il piede in due scarpe (con amicizia, s’intende!) e ha anche tempo da dedicare al suo progetto (Mondo Generator). Non male, no?

Il mio mestiere è ispirare la gente!

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Prolificano come funghi i premi fra i blogger e questa volta devo ringraziare ancora la mia collega Vera Marte per avermi nominato. In fondo l’ho sempre saputo di essere un grande ispiratore di masse, uno che fa pendere la gente dalle sue labbra, uno che fa sbavare gli intellettuali per le sue idee illuminanti ed innovative. Insomma uno scrittore brillante, un fustigatore dei costumi e un precursore dei tempi, un vero scopritore di anime e pensieri! Ops ho lasciato scrivere il mio ego per un attimo, come abbia fatto a disseppellirsi dalla sua profonda catacomba lo sa solo Iddio, sul quale per altro nutro seri dubbi (risate).

Comunque recentemente WP mi ha gentilmente fatto notare che tra questa incarnazione e quella precedente sono in quadrupla cifra con questo post.  Festeggiare sarebbe una barzelletta, ma se qualcuno ha potuto trarre una qualche ispirazione dalle mie castronerie posso dire di essere contento, nonostante io scriva principalmente per esigenza personale, quindi senza pubblicizzarmi o cercare alcun tipo di consenso.

Detto questo il premio è:

Warning! This is a very inspiring blog!
Warning! This is a very inspiring blog!

E queste sono le sue regole:

  1. Copia e inserisci il premio in un post.
  2. Ringrazia la persona che te l’ha assegnato e crea un link al suo blog.
  3. Racconta 7 cose di te.
  4. Nomina 15 blog a cui vuoi assegnare il premio e avvisali postando un commento nella loro bacheca.

Quindi:

1. Certo 😉

2. Ovviamente si ringrazia Vera Marte, decisamente gentile.

3. Questa è la parte che preferisco, tralasciando le cose scritte nel profilo gravatar, ecco qui:

1. L’autodisciplina è la migliore forma di governo. Comunque l’uomo può auto-convincersi di qualsiasi cosa.

2. Credo che i seguenti cantanti/gruppi siano sopravvalutati, pur riconoscendone i meriti: REM, Lucio Battisti, Smashing Pumpkins e un  minimo anche Bruce Springsteen, David Bowie (il periodo anni ’80 non si può sentire) e i Sonic Youth. Parlando di musica il metal è casa mia, ma fuori dalla porta c’è un mondo da scoprire.

3. Tra le varie verdure da fare in insalata difficilmente qualcosa sarà mai in grado di battere il cavolo.

4. La mia reale patria è la Svezia. Attendo che mi diano la cittadinanza onoraria dal 2007 circa. I miei viaggi ideali comprendono: San Pietroburgo, Islanda, Scozia ed una traversata Oslo-Capo nord a bordo di una bella BMW (motociletta, naturalmente). A conclusione del mio giro in Scandinavia (Islanda esclusa, purtroppo) un Mjolnir ha seriamente rischiato di essere tatuato su di me… e rischia ancora.

5. Il mio Whiskey preferito è l’ Oban (almeno fin quando non vado in Scozia), la Guinness per le birre (e sono già stato in Irlanda), il Pinot Nero altoatesino per il vino, pompelmo per i succhi di frutta e il chinotto per le bevande gassate benché (o proprio perché) sia inabbinabile coi cibi. Non sopporto il caffè americano e nemmeno cose che in Italia, fortunatamente, non hanno mai sfondato come la Cherry Coke o la Dr. Pepper’s.

6. Abbinamenti: patatine e ketchup, whiskey, caffè e panna (si lo so, è un Irish coffee), vodka e succo di pompelmo, pizza e birra, vino e risotto, torta (qualsiasi torta) e moscato.

7. La canzone al mio funerale sarà tassativamente “You can’t kill rock’n’roll” di Ozzy Osbourne e Randy Rhoads (sempre nel mio cuore).

The Versatile Blog Award!
The Versatile Blog Award!
Liebster Blog Award!
Liebster Blog Award!

Con colpevolissimo ritardo (ma come si diceva i premi ormai nascono come i funghi e io sono piuttosto sbadato ahimè) devo anche ringraziare Beta Endorphin che, citandomi per il Liebster Blog Award e il versatile Blog Award mi permette di dirvi ancora quattro cose di me e di rispondere alle sue domande. Dunque…

8. Rivivrei volentieri il periodo universitario diciamo dai 20 ai 24 anni.

9. Detesto aspettare. “La cosa più dura è aspettare. Quando aspetti qualcosa che non dipende da te, ogni attimo che passa è una tortura”. Detesto sapere di dover affrontare qualcosa senza poter avere chiaro in mente di cosa si tratta o un quadro esauriente della situazione.

10. L’unica parte del mio corpo della quale sono veramente fiero sono i miei occhi.

11. L’esistenza di dio è irrilevante. Lo scopo della vita è, probabilmente, conoscere meglio se stessi e difficilmente lo si riesce a fare seguendo dei precetti che ti impongono gli altri. Inoltre ci sono segnali troppo ambigui… probabilmente il concetto stesso di dio avrà senso fin quando non ci saremo spiegati tutto. (sghignazzate)

Risposte alle domande di Beta Endorphin:

1. La rubo anche io: 5 aggettivi per descriverti? Aahahah ammesso che siano aggettivi: imponente, inquietante, indisponente, intransigente, irriverente.
2. Quali sono i tuoi gusti preferiti di gelato? ho una netta propensione per il cioccolato, la nocciola e il torroncino.
3. Perché hai deciso di scrivere su un blog? Per un’insopprimibile necessità espressiva ed anche per vedere se trovavo qualche anima affine.
4. Quale animale vorresti essere? Il mio corrispettivo animale è l’Orso. Adoro tutti gli animali soprattutto i felini (sono stato adottato da una gatta nera di nome Nora) e i rapaci.
5. Quali sono le tre cose che porteresti con te su un’isola deserta? Crema solare a protezione 50 (il sole mi fa un pessimo effetto), desalinificatore per l’acqua ed un lettore mp3 con scorta di batterie e Black Sabbath, Kyuss, Neurosis, Tool e compagnia.
6. Qual è il tuo libro preferito? I più citati sono “Il Maestro e Margherita” di M. Bulgakov e “L’ Uomo che Ride” di V. Hugo, ma sono troppi.
7. Pizza o cioccolato (=P)? Una scelta impossibile, dipende da come mi sveglio la mattina!
8. La città/paese che hai/non hai visitato e che più ami. La Scandinavia in genere. Le mie città preferite sono, finora, Stoccolma, Praga e Londra con una citazione per Berlino.
9. La cosa più folle che hai fatto nella tua vita. Farmi trascinare a suonare in pubblico ed accorgermi che il mio compare sta improvvisando tutto!
10. L’ultima canzone che hai ascoltato (radio/lettore mp3/tubo/ecc) Uhm, ce ne saranno altre perché stamattina ascoltavo la radio ma non mi ricordo, quindi dico “Il cielo in una stanza” nell’ interpretazione di Mike Patton.
11. Il colore della maglia che stai indossando adesso. Verde inabbinabile.

4. A questo punto dovrei citare altri blog… terrore! A parte Vera ed Endorphin, l’unico che mi viene in mente è quello di Scribacchina, dopotutto non sono un animale sociale! Comunque tutti quelli che seguo… e che sono specificati a lato!

Vi lascio con il video della canzone di Mike Patton e Gino Paoli 😀

[youtube http://www.youtube.com/watch?v=0k60OiMq5KA]

Yeah!

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Kyuss: "Blues For The Red Sun" 1992
Kyuss: “Blues For The Red Sun” 1992

Cominciamo dalla fine: uno “Yeah” pronunciato da qualcuno dei quattro guasconi californiani, probabilmente con la bocca piena, rappresenta la 14esima traccia e chiude uno dei più bei dischi degli anni ’90 e, per me, di sempre. Basta?

In questo ultimo periodo mi sono ritrovato a parlare spesso di dischi usciti nel 1992 e parlando dei QOTSA, qualche giorno fa mi sono reso conto che anche questo capolavoro compie quest’anno vent’ anni, mette quasi paura dirlo! Il disco esce il 30 Giugno 1992 per la misconosciuta Dalì Records, evidentemente un’etichetta indipendente locale (il cui fallimento, qualche anno dopo, metterà seriamente in forse la pubblicazione di quell’altra gemma denominata “Sky Valley”), ed è stato registrato a Van Nuys nello studio Sound City col producer Chris Goss (Master Of Reality).

Il disco si presenta da subito come qualcosa di straordinario: la copertina con le tempeste solari, il suono che fonde volutamente sonorità settantiane e psichedeliche con una pesantezza terrosa difficilmente riscontrabile in precedenza. Per la chitarra un giovanissimo Josh Homme decide di utilizzare un amplificatore da basso cosicché la caratteristica del disco finisce per essere una costante grevità nel suono, che, le prime volte che il disco finiva nel lettore, sembrava assomigliare a una curiosa amalgama di chitarra e basso, tenuta assieme dalla batteria ed in contrasto con la voce di John Garcia che risulta muoversi alla perfezione in un simile magma sonoro. Personalmente, per la scoperta di questo disco, devo rendere grazie alla trasmissione “Planet Rock” della Radio Rai e, segnatamente al dj Mixo che adesso è di stanza a Radio Capital. Sulle prime non è che mi fosse piaciuto poi molto, anche se il singolo “Green Machine” è ancora una cosa piuttosto abbordabile, era forse troppo diverso per coglierne il fascino al volo… tuttavia qualcosa era scattato nell’apparato uditivo: il bisogno di un suono totalmente greve e valvolare!!!

Spilletta dei Kyuss recuperata in un negozietto ad Amsterdam
Spilletta dei Kyuss recuperata in un negozietto ad Amsterdam

Quindi in capo a quindici giorni (considerati anche i tempi biblici dei negozi di provincia quasi un miracolo!) il disco si trova nelle mie mani e, quasi per magia, quando lo depongo nel lettore è amore a primo ascolto!!! Insieme al giro iniziale di “Thumb” si espande anche il sorriso, quando la distorsione entra a piena potenza è un tale visibilio sonoro che difficilmente si può descrivere!!! Tornano in mente immagini vecchie di vent’anni: il fantasma dei tripli stack di amplificatori dei Blue Cheer, della SG consunta di Toni Iommi, della batteria enorme di John Bonham… si fantastica (?) tra i fan di leggendarie sessions nel deserto, supportati dall’immagine interna della copertina che mostra un amplificatore monolitico sullo sfondo della mesa con un basso a terra e i raggi di luce violenti che sbucano da dietro…

E parlare delle singole canzoni non rende… anche se quando irrompe “Freedom Run” l’intero disco sembra bloccarsi per far passare un TIR sonoro enorme come solo certi trucks che solcano i deserti americani sanno essere… ed un titolo come “50 milion year trip (downside up)” la dice lunga sul contenuto della canzone stessa. Il blues straripa in “Thong Song” inno sulfureo al rock’n’roll, mentre “Allen’s Wrench” sfinisce definitivamente l’ascoltatore prima che quel tripudio di distorsione interstellare che è “Mondo Generator” (vi dice qualcosa cari Ufomammut?) conduca il lavoro alla fine.

“Blues For The Red Sun” non è un semplice disco… è una leggenda!!!

Le attese

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Lucio Fontana fotografato da Ugo Mulas

Le attese sono come dei tagli su una tela, squarci nel tempo, distorsioni dello spazio. Uno spazio buio che scava nella vita: la necessità di dover far passare il tempo prima che succeda veramente qualcosa. Una cosa qualsiasi, un segnale, un cenno, una scintilla. Invece l’attesa sa di buio e silenzio, dilata il tempo fino a tagliarlo, fino ad espanderlo in un’altra dimensione, nella quale si resta sospesi nel non sapere, nella non vita, nell’incapacità di prendere una decisione non avendo in mano i termini del problema. E tale sospensione uccide.

I’m standing alone on the cliffs of the world.
No one ever tends to me.
Sitting alone, covered in rays.
Some things are so my mind can breath

Waiting is hard
Fucking takes so long
Draped in sun – hands in sand
Earth acid cleanses me, cleanses me clean
But the world, it never comes

It never comes
It never comes
It never comes

I lay on my side in the edge of the room
She never expects anything from me
When all the days – the days of the year
I know I miss that part of me.

Waiting is hard
Fucking takes so long
Draped in sun, hands in sand
Earth acid cleanses me, cleanses me clean
But the world it never comes

It never comes
It never comes
It never comes
It never comes
It never comes

“The Great Divide”…che titolo profetico.

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Nel 1992 mi accorsi (grazie a Mixo e Planet Rock) di una band californiana il cui nome nessuno sapeva ancora pronunciare: Kyuss …e fu amore a prima vista. A distanza di tempo oggi in molti li conoscono e, giustamente, li apprezzano, tanto che il cantante John Garcia ha rimesso in piedi un carrozzone chimato Kyuss lives! che porta in giro per il mondo una versione di quello che fu il gruppo, ovviamente senza il mastermind Josh Homme, giustamente troppo preso da un paio di cosucce come i Queens Of The Stone Age ed i Them Crooked Vultures…

Quando la band madre, quella vera, si divise rimasero in piedi i Queens Of The Stone Age da una parte (Olivieri, Hernandez, Homme) e, dopo alcuni progettini minori (i magnifici Slo-burn soprattutto), John Garcia diede vita agli Unida. Non riuscii mai a vedere i Kyuss, ma fortunatamente non mi sfuggì nè il primo tour dei Quotsa, nè quello degli Unida, sicchè riuscii a vedere praticamente tutti i componenti dei Kyuss (negli Unida militava anche un certo Scott Reeder, ex-Obsessed!) sia pure in separata sede.

Dopo uno split con gli stoners svedesi Beaver (“The Best Of Wayne-Gro”) ed un bellissimo esordio come “Copying With The Urban Coyote” (ovviamente su Man’s Ruin Records di Frank Kozik) che conteneva, a modesto avviso di chi scrive, una delle più belle canzoni stoner mai scritte ovvero la conclusiva “You Wish”, ai nostri sarebbe toccato il sacrosanto secondo lavoro, strameritato sul campo.

Purtroppo il disco (“The Great Divide”, “El Coyote”???) non vide mai la luce. Gli Unida si affiliarono alla American Records di Rick Rubin, la quale proprio in quei giorni stava ridiscutendo il proprio rapporto con la major di turno per la distribuzione, i mesi passavano e il disco non veniva mai pubblicato. Dopo un po’ salta fuori che  nessuno alla casa è più interessato al lavoro da cui cause legali, beghe e fastidi a non finire. La conseguenza è che, come era già successo agli Sleep, dopo essere stati esasperati, i soggetti perdono la voglia di lottare ed il disco esce solo su vinile come bootleg, mentre Garcia si prepara a lavorare con gli Hermano a tempo pieno.

Giorni fa, durante un tremendo flashback, mi ritorna questa storia in mente, vado su ebay e mi procuro un bootleg ad un prezzo accettabile, il pacco mi arriva e mi rifiondo indietro di dieci anni in un colpo solo.

Il lavoro è molto più diretto ed hard rock dell’esordio, il gruppo è molto più quadrato nella struttura delle canzoni, ha un po’ perso la sua caratteristica indole a “viaggiare” all’interno di una canzone, cosa che trovavo già affascinante nei Kyuss. Pazienza, il disco comunque funziona ed è veramente molto bello ed ispirato, niente affatto banale come un disco di hard rock potrebbe essere, insieme a “Beyond Good And Evil” dei Cult (John Garcia, tra l’altro, ricorda molto da vicino Ian Astbury in questo lavoro),  tranquillamente considerato una delle gemme nascoste dell’hard rock anni duemila. Mette un po’ di tristezza pensare che ora Garcia sia “costretto” a tour nostalgici per sbarcare il lunario, mentre chissà dove sarebbero potuti arrivare gli Unida…