Lars Von Trier

Tutto è andato sprecato

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Avevo le scarpe pulite e la camicia fresca di bucato, un mazzo di fiori di prato ma tutto è andato sprecato.

Avevi guardato quella ragazza mille volte, pensavi fosse bellissima. Ne avevi seguito il profilo e le linee del suo pensiero: erano parimenti sinuose e piene di fascino, te ne eri allontanato per guardarla da lontano ed ancora era parsa meravigliosa. L’aria attorno a lei era piena di promesse, se non di felicità, almeno di consapevolezza: forse per una volta avresti interpretato correttamente tutti quei segnali contraddittori che la vita ti aveva mandato e che, adesso, convergevano tutti, dritti come pugnali, in sua direzione.

Il profumo di luppolo che sale dalla tua india pale ale, l’aroma di tostato che si innalza in mille rivoli di fumo sopra il caffè, il sorriso dopo aver letto l’incipit di un libro che ti fa andare avanti nella storia e nella vita. Ed anche la prima parte di Nymphomanic aveva qualcosa del genere annidato tra i fotogrammi. Peccato che, a volte, le promesse si spezzano brutalmente.

E la seconda parte del film fa sprofondare letteralmente l’opera nel baratro. E’ fiacca, vacua, svogliata e soprattutto non supportata da quell’impalcatura a fatica costruita nella prima parte. Si affloscia come un sufflè venuto male.

Sembra che chieda quasi scusa per l’abisso lacerante di misoginia di “Antichrist” ma non mi riesce di crederci. Non mi convince… proprio non ci riesce. Tanto mi pareva bella la citazione di Fibonacci (seppure un po’ sfruttata), Poe e Bach, tanto mi fa cadere le braccia quella di Fleming (con tutto il rispetto). Quella del recupero crediti mi sembra un’occupazione buttata lì a casaccio tanto per, l’inversione dei ruoli di “hey Joe” stende un ulteriore velo di perplessità. L’estetica del discorso sprofonda miseramente.

A volte la delusione lascia attoniti. Tanti auguri Lars sarà dura riprendersi.

V come Von Trier, V come vuoto

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Nymphomaniac nella metropolitana di Milano
Nymphomaniac nella metropolitana di Milano

Stai andando a vedere una mostra di Kandinskij e ad un tratto ti ritrovi lì, spiattellato bellamente davanti agli occhi il cartellone di un film che, a un certo punto, non pensavi nemmeno di poter vedere. Dov’è la fregatura? Dal non trovare lo straccio di un distributore a finire in cartelloni alle fermate della metro, non me la date a bere.

E in fine la spiegazione arriva in una frase, bianco su nero all’inizio del film, che avverte che il film è stato rimaneggiato e che lo stesso Von Trier non ha avuto voce in capitolo. Che tristezza. Cose del genere rendono tristi, rendono amara la visione di un film. Almeno una volta li vietavano ai 18 anni e finiva lì. Adesso li tagliano come gli pare. Nynphomaniac, come buona parte dei film di Von Trier, non sono comunque adatti ai minori. Devi avere almeno un po’ di dimestichezza con l’angoscia che non si addice a chi dovrebbe sprizzare di vita e non sentirsi schiacciare dal vuoto opprimente che si nasconde tra le sue pieghe. Invece Nymphomanic non mi risulta sia stato vietato anche se, per una volta, avrebbe senso farlo a prescindere dal tema trattato. Non ci vedrei nulla di male. Invece ci vedo molto di male in quella maledetta scritta iniziale. Ma del resto noi siamo quelli delle mutande a Michelangelo perché illudersi che possano cambiare le cose, dopotutto?

Con quella sensazione più amara della fiele in bocca inizia il film. Fortunatamente riesco a dimenticarmela col proposito di acquistare il DVD appena esce, sperando che non abbiano tagliato anche quello. Magari tra qualche anno (almeno una ventina, direi) la versione originale verrà proposta con grande enfasi. Evviva.

Lo schermo nero attrae l’attenzione verso i suoni “ambientali” della pioggia che cade, dei rumori di fondo, solo pochi, interminabili secondi: il nero è tornato, l’assenza è qui, il vuoto avvolge ogni cosa, subito dopo l’esplosione della terra di Melancholia. E poi arrivano i muri rossi di mattoni, i movimenti claustrofobici, il cielo che fa capolino scuro come la pece, presente in pochi frammenti. La telecamera cerca, la telecamera scruta, la telecamera si sposta tra i muri. La telecamera penetra un pertugio oscuro nel muro, il presagio è fin troppo evidente. Poi, solo dopo, scova Joe. Tumefatta e ferita a terra.

Quello che segue sono solo mie riflessioni. Il vero protagonista di molti film di Von Trier è il vuoto, l’assenza di una ragione plausibile, di una spiegazione, di un qualsivoglia senso. Scordatevi l’amore, scordatevi il senso. Scordatevi una delle poche cose che potrebbero far acquisire un senso alla vita. Perchè la madre di Antichrist impazzisce e lascia morire il figlio? Come mai Melancholia brama la terra e la sposa sembra impazzire? Cosa fa di Joe una ninfomane? Sono domande senza risposta. Non solo: la matematica più astratta porta all’oblio, la musica più sublime converge verso il nulla, ogni cosa tende al caos. Il caos regna come diceva la volpe.

E non è un caos calmo. E un caos che conduce al niente, un caos che arriva ad implodere e a lasciare il nulla come una tetra coltre su ogni cosa. Ineludibile. Angosciosa come un abisso che continua a fissare il tuo abisso.

Per questo Von Trier è un regista sadico e chissà se ha mantenuto il sorriso sardonico che aveva alla fine dei suoi commenti finali in “The kingdom”. Fa male, ma fa anche riflettere. Dopo ogni suo film la mente diventa un focolaio che si agita e propaga infezioni dell’anima. Del resto seguendo pazienti sani non si impara nulla. Anzi ci sono dottori che si fanno trapiantare un fegato malato pur di poterlo studiare. I suoi fan lo sanno. E non sono necessariamente masochisti, forse vogliono solo scoprire cose che nemmeno riescono a confessare a loro stessi.

Due brani della colonna sonora sembrano suggerire uno stretto collegamento tra Von Trier, Lynch e Kubrick. Rammstein e Shostakovich. La connessione è forte. Kubrick è il pieno, il controllo, la necessità di avere ogni singolo particolare studiato a livello maniacale per costruire una visone immortale, qualcosa di megalitico, di ineluttabile, di magnificamente imponente. Von Trier è il vuoto, è l’agente dell’assenza e del caos, in lui il controllo si abbatte sul film ma solo per condurre verso il silenzio concettuale più cupo. E Lynch è la dimensione onirica, anche in lui si avverte pesante l’assenza di senso, ma è la stessa assenza di senso che avrebbe un sogno, che potrebbe (ma non è detto che lo faccia) svanire in un senso di inquietudine al mattino, ovvero alla fine del film. Lasciandoti lì a vita a fare congetture, per altro inutili.

Shostakovich è lì che ti fissa beffardo da dietro al suo Waltz no.2, che sia la colonna sonora di un ballo vorticoso o quella del ballo solitario di una giovane donna impegnata a farsi beffe dell’amore e della sacralità di cui è falsamente (il più delle volte) investita la sua componente fisica. E i Rammstein che, accidenti a loro, ho sempre considerato dei beceri tamarri teutonici invece, visti i personaggi che li hanno chiamati in causa, avranno pure qualcosa da dire, oltre ad essermisi piazzati in testa per i due giorni successivi. Argh.

La censura vive.

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Lars Von Trier
Lars Von Trier

Il sospetto di vivere in un paese ancora sotto il giogo della censura ce l’ho sempre avuto. Il fatto che l’informazione non sia libera, che le idee non circolino liberamente, che troppe cose siano sottaciute è sotto gli occhi di tutti. Ora il fatto che anche il cinema ne venga colpito nemmeno più mi rattrista. Mi fa solo pensare che alla fine ogni speranza se ne stia andando nello scarico fognario definitivamente.

Meno male, tanto vale essere espliciti una volta ogni tanto. Lars Von Trier pare che non ottenga distribuzione italiana per il suo prossimo film. Tutto qui. D’accordo il personaggio è scomodo, ha fatto allarmanti dichiarazioni filo naziste a Cannes, ed il suo nuovo film è praticamente un porno, probabilmente ce n’è abbastanza per un paese come il nostro. Ma io ne ho abbastanza di persone che non mi diano nemmeno la possibilità di farmi un’idea mia. Quindi, appena posso inutile, dire che mi procuro un dvd in inglese e mando al diavolo i distributori italiani che se lo meritano. Caravaggio era un omicida, Pasolini pagava i ragazzini, Celine era antisemita e Baudelaire un drogato, ma le loro opere erano (e restano) ugualmente grandiose. Esiste una possibilità che abbiano un’anima indipendente che rispondano a leggi superiori che le slegano dalle persone che le hanno concepite. Questa possibilità esiste: lo provano i secoli e quanto le loro opere abbiano significato per tantissime persone. E’ doveroso concedergliela questa possibilità.

Inoltre personalmente considero “Melancholia” il miglior film degli ultimi dieci anni. Ecco,l’ho detto, esce a Natale, almeno in Danimarca, tanti auguri a tutti.

Il prologo di Melancholia

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L’impossibilità del desiderio è qualcosa che occorre accettare, il premio è la serenità. Eppure Tristano arde per Isotta la Terra arde per Melancholia. La razionalità non può vincere sul sentimento. E tali unioni sono impossibili a meno che si ammetta che la loro unica conseguenza è l’annichilimento, la distruzione, il nulla. Poiché il loro amore non è di questa Terra, non appartiene a questo mondo e non può realizzarsi qui, ma solo in un altrove assoluto (a cui allude anche la buca n°19) e distinto dalla realtà materiale e terrestre. Allegoria di questo altrove è la notte, regno di visioni ed illusioni e nemica del giorno dove tutto è esplicito, assoluto, palese per azione della forza rivelatrice della luce del Sole che però, insieme all’incertezza, fa svanire anche ogni altra possibilità.

Ed in tutti quei movimenti lenti, in tutta quella resistenza al moto, in quell’affondare nel terreno fino alle ginocchia della madre che cerca di salvare il figlio, nella sposa trattenuta da mille trame oscure,  c’è il marciare dell’ Agrimensore K. verso il Castello di Franz Kafka. Nel suo avanzare, c’è la perdita di senso, il disintegrarsi della ragione, il meticoloso scomporsi dell’essere umano, che, paradossalmente, può ritrovare se stesso solo in una realtà avulsa dall’esistenza terrena e legata a doppio filo con le distanze siderali tra le stelle, con il vuoto gelido del cosmo. Il Castello che si staglia inquietante su tutti i personaggi di Melancholia è la fine definitiva dell’umanità a causa della collisione della Terra con Melancholia, ma  a questo evento tragico non viene data una valenza necessariamente negativa, poiché attraverso la collisione si realizza un amore supremo che nessun umano, che ragioni con una mente condizionata dal suo appartenere alla razza umana, potrà mai capire, un Amore del quale, tuttavia, l’intero universo è pregno, ne sono testimoni le stelle e ne sono pervase le galassie. Ad un simile sentimento tutto, l’arte compresa (la dissoluzione del capolavoro di Brueghel), può essere sacrificato.

Una tale maestosità filmica, una tale riuscita unione tra immagini e suoni, ha il suo padre riconosciuto in Stanley Kubrick (“2001 Odissea Nello Spazio”) e ne accetta ed espande il lascito. Questo post è rispettosamente dedicato a tutti i sentimenti che non hanno potuto concretizzarsi sotto il limitato orizzonte terrestre, perché possano trovare la loro dimensione.

Vanessa Van Basten: “La Stanza Di Swedenborg”

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“Mi chiami pure se ha bisogno o se ha paura.
ah, cara ragazza io non ho paura, ho già assistito dei moribondi
la mandibola scende un pochino e poi è finita
il più delle volte non succede nient’altro.
tutti gli spiriti si trovano in una zona intermedia che noi chiamiamo La Stanza di Swedenborg
ma lei non ci resterà a lungo, lei passerà dall’altra parte verso la luce.
ma deve cercare di restare là almeno qualche minuto,
qualcuno la chiamerà da dentro la luce e
forse si sentirà afferrare,
ma lei si sforzi di resistere e non muoversi da là
e ora mi risponda,
un colpo è no
due non lo so
e tre colpi vogliono dire sì
la trascinano verso la luce,
è bello stare lì.
si lasci andare, ma non completamente,
non completamente, deve restare nello stato intermedio
non vada in direzione della luce, non lasci La Stanza Di Swedenborg.”

“La Stanza Di Swdenborg” è un CD nato dalla collaborazione di tre etichette italiane (Eibon, Radiotarab, Noisecult e Coldcurrent) nel 2006, gli autori sono i genovesi Vanessa Van Basten. Il titolo proviene dritto dritto dallo sceneggiato danese “The Kingdom”, bellissima ed inquietante creazione di Lars Von Trier, da noi uscito in versione criminalmente mutilata come se fosse un monolitico film di circa quattro ore (da qualche tempo però è disponibile in versione completa in DVD, come pure il suo seguito “The Kingdom II” che però deve essere visto con i sottotitoli poiché non è mai stato doppiato). Dopo averli citati, mi sembrava giusto concedere loro lo spazio che meritano, anche perchè ho avuto occasione di avere contatti con Morgan Bellini ed apprezzarne l’attitudine. Della musica non parlo, per me, stavolta, è davvero pura emozione, impregnata di immagini in movimento, ombre elettriche, cinema. A questo lavoro sono seguiti altri due altrettanto significativi (oltre al bellissimo EP d’esordio autoprodotto)… ora sono silenti dal 2010, speriamo che rompano presto il silenzio…

Vanessa Van Basten

Questo post è per Scribacchina, grazie di tutto! Temo che con me le tinte fosche siano inevitabili, ma, secondo me, questo pugno fa un po’ meno male 🙂

Il caos regna!

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Dopo averlo citato in modo ironico, sono due giorni che questo adagio di Von Trieriana memoria mi ossessiona. Proviene da uno dei due films che sono stati realmente in grado di terrorizzarmi perchè, da buon aderente alla cultura metallara, in gioventù sono stato bombardato di horror movies, nessuno nei quali ha finito per terrorizzarmi come avrebbe dovuto, anche se mi sono innamorato della bravissima Sissi Spacek in “Carrie-lo sguardo di satana” di Brian De Palma.

Comunque un conto è far saltare sulla sedia quando, chessò, uno zombie appare sullo schermo, un altro conto è terrorizzare, farlo sul serio… inoculare una paura profonda e radicata, colpire violentemente l’immaginario con immagini in grado di farti spegnere ogni speranza nelle persone e nel futuro, farti intuire di quali sordidi abissi sia capace l’animo umano in modo tale che ti sia impossibile eludere, da quel momento in poi, certi pensieri e, nei momenti peggiori, nemmeno conviverci, fino al punto di interrogare se stessi allo sfinimento per poter considerare se, in effetti, anche noi stessi, in quanto appartenenti alla stessa specie, in determinate condizioni, saremmo in grado di sviluppare certi pensieri e, cosa ancora più grave, tradurli in azioni.

“Antichrist” di Lars Von Trier è stato un film in grado di scardinarmi l’animo, nonostante un doppiaggio criminale inflitto a Charlotte Gainsbourg. In una dimensione intima, quella della coppia, si vede chiaramente come, di fronte ad un evento tragico come la morte di un figlio, gli equilibri saltino e si possa impazzire fino alle estreme conseguenze. E’ devastante, l’atmosfera claustofobica e delirante, la malcelata misoginia, il dolore astringente che sembra grondare come da un limone spremuto con un’estrema violenza, per tacere della tremenda (nel suo lirismo deviato e morboso) scena iniziale con un solenne “lascia ch’io pianga” di G.F. Händel a fare da contraltare alla tragedia. Posso ben dire di essere uscito dalla mia sala di fiducia visibilmente scosso.

In tutto questo la scena della volpe ha in se qualcosa di ridicolo, tanto che qualche risatina sommessa, nell’inquetante sala di proiezione, a qualcuno è scappata… però a ben pensarci la frase inserita in quel contesto appesantisce ancora di più il fardello di un film ai limiti della sopportazione, per quello che mi riguarda. Il caos è lo stato al quale tutto finisce per tendere, secondo il concetto di entropia che scaturisce dal secondo principio della termodinamica, quindi il messaggio è che non c’è scampo non c’è via d’uscita, in senso assoluto. Altro macigno.

Se questo film riguarda la sfera intima, l’altro film in grado di segnarmi riguarda quella pubblica e ha messo nuovamente a durissima prova il mio equilibrio interiore durante la visione.

L’ultimo lavoro cinematografico di Pier Paolo Pasolini “Salò o le centoventi giornate di Sodoma” è infatti uno di quei film che non si possono non chiamare opere d’arte, in quanto solo un artista dalla sconfinata bravura può essere in grado di metterti di fronte ad un simile spettacolo, generando in te una tale repulsione ed un tale disgusto per tutto quanto succede sullo schermo che da quel momento tu conosca vicino l’abominio di cui può essere capace un insieme di uomini pur non avendolo vissuto direttamente sulla tua pelle.

Un film il cui messaggio scava solchi profondi e dolorosi come faglie transoceaniche dell’animo, soprattutto perchè parla con il linguaggio della follia liberticida che il nostro paese ha vissuto in prima persona sulla pelle, l’abisso di civiltà e di umanità meglio noto con il nome di regime fascista. Viene spontaneo chiedersi se, alla luce delle dichiarazioni rilasciate (provocatorie o vere che siano) a Cannes durante la conferenza stampa di presentazione a “Melancholia”, Von Trier abbia visto questo film e che effetto gli abbia fatto….

Non ho intenzione di soffermare le parole in modo morboso sulle singole scene, tuttavia sia in questo caso che in quello precedente, dopo aver messo alla prova se stessi con certe visioni, ho avvertito la necessità di tenerle con me in qualità di moniti estremi, senza indugiare oltre, sia pure solo con lo sguardo, in certi tetri pozzi dell’animo. Poichè non puoi dire di conoscere te stesso se non li hai mai sondati, ma, per dirla con Nietzsche, “Se guardi a lungo nel’abisso, l’abisso guarda in te”.

Il caos regna ed ho perso qualche speranza anche oggi.