Michael Gallagher

Isis: Temporal

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Isis Temporal
Isis Temporal

La mia ammirazione per Mr. Aaron Turner sicuramente non è mai stata in discussione, ed il suo ex-gruppo, gli Isis, sicuramente sono stati tra le proposte più interessanti dei disgraziati anni duemila. “Panopticon” e, soprattutto, “Oceanic” hanno rappresentato due veri e propri fari per la stagnazione imperante nel passato decennio. Nonostante spesso si sia giunti alla facile conclusione che Neurosis e Isis appartenessero ad una nuova corrente musicale (e la presenza di un gruppo “satellite” come i Cult Of Luna sembrerebbero confermarlo) sono maggiormente propenso a ritenere che i due gruppi appartengano a realtà più distinte di quanto si potrebbe ritenere.

Precisato questo, il disco intitolato “Temporal” sembra porre definitivamente la parola fine all’avventura della dea egizia, con buona pace del buon numero di sostenitori che il gruppo aveva anche nel nostro paese, come le due ultime esibizioni allo Spaziale Festival di Torino e al Tunnel di Milano testimoniarono ai tempi. L’epitaffio ha la caratteristica principale di non limitarsi ad una mera compilazione dei brani del gruppo, ma di mantenere comunque alta l’attenzione attraverso un repertorio maggiormente attento alla produzione post-“Oceanic” attraverso pochi inediti ma molte versioni demo ed acustiche di canzoni finite sui dischi del gruppo, senza contare cover di Godflesh e Black Sabbath e brani recuperati da uno split con i Melvins. Probabilmente non li vedremo più calcare i palchi, ma ormai il loro stile è stato scritto nel firmamento della musica pesante.

Solitude standing

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La solitudine pesa. Come un macigno. Strano che a dirlo sia uno che si professa misantropico, ma a ben pensarci nemmeno tanto vedendo la cosa dalla mia prospettiva. Oggi è il giorno nel quale si commemorano i morti. Non per me, non ho bisogno di ricorrenze ed ho impiegato anni a liberarmi da feste e convenzioni: le persone che non sono più qui, in questo mondo, intendo, sono nei miei ricordi e nei miei pensieri quotidianamente, non mi serve un giorno particolare per ricordarmi di loro: fanno parte di me, basta saper guardare per vederli. A volte parti di loro parlano attraverso di me.

Mi mancano, ma non mi fanno sentire solo. Il tipo di solitudine cui mi riferisco riguarda le persone che sento affini, che sono vive, ma che non sono qui, adesso. Riguarda le persone per cui Trent Reznor ha scritto la linea Anyone I know, goes away in the end resa anche perfettamente dalla voce senza tempo di Johnny Cash:

Una particolare enfasi andrebbe posta sulla parola “know” perché in pochi arrivano veramente a conoscermi, di solito frappongo un muro molto spesso e permetto a veramente poche persone di passarci attraverso. In questo la mia misantropia: so di aver poco a che fare con la maggior parte delle persone ma per quei pochi, per loro sono capace di struggermi cent’anni e forse anche di più e quando la vita mi separa da loro, quando le incomprensioni sfilacciano o strappano i legami il vuoto non può essere colmato la ferita non può essere rimarginata. Si può solo lasciarla lì ad ingiallire, ad invecchiare.

Chester Walls

Mi ricordo chiaramente poche volte in cui questo tipo di solitudine non mi sia pesata, una di esse in particolare: ricordo il posto, ricordo la colonna sonora, ricordo le sensazioni ed il periodo. Il posto è Chester, in Inghilterra, più precisamente le sue mura di origine romana, ma ultimate nel medioevo, egregiamente conservate, consentono un giro soprelevato della parte storica della città di grande suggestione. Era un giornata nella quale la nebbia si confondeva con la pioggia, a lato del muro a volte il fiume Dee, a volte i parchi cittadini o la cattedrale, l’orologio che sovrasta la via principale. Ero lì a passeggiare in perfetta solitudine, senza avvertire il bisogno che qualcuno rompesse quel momento, con una parola, un gesto, un abbraccio, ero fuori dal mondo e perso nei miei pensieri, senza pensare a nulla in particolare, sono già passati otto anni ormai. In quei giorni usciva “Panopticon” degli Isis, in quel preciso momento di consapevolezza irrompeva nelle orecchie questa canzone che, da allora, è rimasta legata a doppio filo con la solitudine, senza alcuna negatività.

Una parte di me cammina ancora su quel muro, l’altra oggi avverte, più del solito, il peso della solitudine.