Misfits

Torino e i negozi di dischi

Postato il

Ma che bella città!

Se abiti in Piemonte, prima o poi da Torino ci devi passare. Io ci arrivai con la musica, prima che fisicamente, nel senso che uno dei primi gruppi cui rivolsi l’attenzione furono i Negazione che a Torino ci sono nati e cresciuti. Non riuscendo a trovare i loro dischi, raccattai l’indirizzo di Marco Mathieu (forza Marco!) credo su HM e gli scrissi. Con mia grande meraviglia mi rispose di suo pugno e mi disse di imboscare i soldi in una lettera che i dischi me li avrebbe spediti lui. Ci rimasi di sasso, nella mia ingenuità gli scrissi anche due parole sulla mia vita privata e lui mi fece pure gli auguri per la scuola. Dopo un bel po’ di tempo i dischi arrivarono e fu subito amore per “Lo spirito continua”. Emblematicamente la canzone in cui mi rispecchiavo di più era “Niente” quella scritta da un giovane Roberto Farano che prende il tram da mirafiori e passa in rassegna tutto il panorama della città senza trovare niente su cui posare lo sguardo, niente che fa per lui. Io ero uguale, non mi rispecchiavo in nulla, mi sembrava che niente facesse per me e, molto spesso, è così ancora oggi.

Torino non era e non è certo Milano. Il suo carattere austero, la sua aura industriale e dura come un metallo temprato si percepiscono da subito. Ma col tempo si ammorbidisce e mostra il suo lato migliore, ha un carattere diffidente richiede tempo per entrare nelle sue logiche ma poi ti fa sentire a casa. Non ha il cuore in mano, ma ce l’ha. Non ha la madonnina bensì una stella sulla punta della mole, probabilmente è anche meglio.

Quando ci arrivai da universitario, per me era un mondo nuovo. Il mio sguardo, al contrario di quello di Tax, si perdeva dappertutto, le mie energie si disperdevano in mille direzioni, quasi mai in direzione del Politecnico. Non che avessi trovato la mia dimensione, su quella ho molti dubbi tutt’ora, ma avevo molte più strade da esplorare. Come quando andavo di nascosto alle lezioni di Vattimo a Palazzo nuovo (una volta mi interrogò pure), oppure quando uscivamo la sera guardandoci sempre le spalle a vicenda da bravi provinciali con la strizza incorporata, o magari tentavo la fortuna a titanici concerti come quelli dei Cure nel ’92 al palasport, dei Metallica al Delle Alpi o degli U2 durante il tour di Zooropa (quella sera chiamarono pure Agnelli al telefono). Molto più inevitabile fu gettarsi a capofitto nei negozi di dischi di allora nella ex-capitale d’Italia e, visto che è un settore pesantemente in crisi al quale tengo molto, con questo post continua la rassegna dei negozi di dischi che furono, perché quei luoghi meritano di essere ricordati.

Posto senza nome nel sottopasso di porta nuova: La memoria mi tradisce in quanto non sono più in grado di ricordarmi il nome del posto ma fatalmente, essendo vicino alla stazione, era il primo posto che ti saltava agli occhi. Era ottimo soprattutto perché aveva tantissime offerte riguardanti i dischi storici, chessò i dischi dei Black Sabbath in CD li ho presi lì e a dei prezzi stracciati. Era un buggigattolo ma strapieno di roba in offerta con anche dei cofanetti e delle edizioni ultra-economiche, una sezione poster e le vetrine (che erano la vera rovina del passante) lungo tutto il sottopasso: alla fine ti aspettava il negozio, come un ragno attende la preda nascosto alla fine della ragnatela.

Bancarelle varie: Questa è una bella e caratteristica modalità tutta torinese di vendere libri e dischi usati. Se ne trovavano in diversi posti. Mi ricordo soprattutto nei portici vicino a palazzo nuovo (queste credo ci siano ancora), in quelli vicino alla stazione di porta nuova e porta susa, proprio vicino a quest’ultima c’era la “Bancarella del Gorilla” forse quella più fornita del lotto e con gli articoli in condizioni migliori. Oggi molto di quello spirito si ritrova in Materiale Resistente negozio multimediale sempre in via Po.

Pagan Moon: Il nome potrebbe già dire tutto, vedi Sound Cave a Milano, Helvete a Oslo e via discorrendo. Se non ricordo male era sito in via San Massimo e gestito da un ragazzo costantemente rasato a zero. C’era anche una piccola etichetta indipendente correlata: tutto ovviamente incentrato sull’occulto e sul Black Metal, il ragazzo veniva anche al Babylonia con una bancarella in occasione dei concerti a lui musicalmente più affini, con buon assortimento anche di roba decisamente underground, anche se nulla di paragonabile all’omologo milanese per assortimento, si difendeva abbastanza.

Vero vinile: Impossibile ricordarsi la zona dov’era ubicato ma era leggermente decentrato. Specializzato in hardcore punk, ci si trovavano dei bei vinili tra cui anche dei pezzi da collezione. Atmosfera di sincero cameratismo. Non so se sia ancora attivo.

Zona vendita del CS El Paso: Per chi non lo sapesse l’ El Paso è il centro sociale n.1 di Torino almeno per quanto concerne il punk. È un ex- asilo ed è anche il più fantasioso artisticamente parlando tra murales e sculture post- industriali, negli anni si sono succeduti tantissimi concerti ed eventi culturali. C’era una sezione particolare con CD e Libri autoprodotti, tutta roba che difficilmente si trova in giro e rigorosamente fuori dai circuiti ufficiali.

Maschio:  Storico negozio in piazza castello, chiuso da anni, di dischi e strumenti musicali, sembrava un po’ analogo alla Ricordi di Milano, salvo che non apparteneva a nessuna catena era un negozio a se stante ed è stato uno dei primi negozi nei quali ho messo piede trovandoci “Collection 1” dei Misfits, gruppo che non ero mai riuscito a reperire a Biella. Da quel momento partì il risparmio volto al completamento della discografia, mi vennero gli occhi a cuoricino immediati…

Videomusic: Altro negozio storico di via Po che ha segnato il passo ormai da qualche anno. Specializzato in merchandising, ci si trovavano tranquillamente anche dischi, CD, VHS, DVD. Era bellissimo perché aveva della cianfrusaglia veramente originale e stravagante, oltre alle classiche magliette, toppe etc. Ci feci un salto la prima volta con un amico che frequentava filosofia, restammo inebriati dall’incenso e finimmo i soldi che avrebbero dovuto bastarci per una settimana. Penso avessero un tipo di incenso particolarmente interessante.

Rock and Folk: La storia dei negozi di dischi di Torino passa necessariamente da Via Bogino, perpendicolare di via Po. Niente da fare, rock and folk nonostante gli anni rimane il capostipite dei negozi di dischi di Torino, con le sue caratteristiche buste con dentro le fotocopie delle copertine dei CD. I dischi più impensabili li ho trovati qui nel corso del tempo. Ottimamente forniti, forse per evitare la crisi hanno cominciato a tenere anche action figures e cianfrusaglie varie, ma se passate da Torino e cercate un disco è il primo posto da visitare.

Il faccione di Frank Zappa da sempre capeggia nell’insegna di Rock and folk

Come uccidono gli dei

Postato il Aggiornato il

Danzig III How The Gods Kill (American edition)
Danzig III How The Gods Kill (American edition)

Il precedente articolo mi ha fatto riflettere circa l’anno 1992… i più attenti di voi avranno notato il “Diabolos” appena sopra alla spilletta dei Kyuss, ebbene nello stesso anno usciva anche “Danzig III How The Gods Kill”. All’ epoca il mio universo musicale era dominato da una triade che comprendeva Henry Rollins, Ozzy Osbourne e Glenn Danzig appunto. Il disco in questione fu il primo che acquistai del cantante del New Jersey: prima dei Misfits e dei Samhain (introvabili quassù). Il quadro di H.R. Giger (si intitola “Il Maestro e Margherita”, guarda che caso!), che ne costituisce la copertina, occhieggiava dalla vetrina di un negozio di dischi, era la versione americana, quella con la custodia allungata. Come spesso accade, la band non pagò mai i diritti all’artista svizzero e coprì con un pugnale (contenente il citato diabolos) un “ingombrante” membro maschile presente nell’originale, del resto l’autore aveva già avuto i suoi problemi di censura con “Frankenchrist” dei Dead Kennedys.

Danzig Diabolos
Danzig Diabolos

Il “Diabolos” era già stato adottato dall’incarnazione new wave del leader Glenn Danzig, i Samhain, tuttavia fu mantenuto anche per il gruppo successivo, denominato come il suo cognome d’arte, molto più bluesy e rock’n’roll. Data l’elevata difficoltà nel reperire i dischi dei progetti precedenti del cantante americano (ingiustamente ribattezzato “Evil Elvis”) al provinciale di turno non restava che farsi ammaliare dalla copertina e ovviamente dal nome del gruppo.

Il disco comunque adesso era in mio possesso, non restava che ascoltarlo! Dopo che Rick Rubin (uno dei pochi personaggi in grado di rivaleggiare col sottoscritto in tema di culto sabbathiano) li aveva presi sotto la sua ala alla Def American, etichetta che, tra gli altri, aveva sotto contratto anche Slayer e Beastie Boys, la popolarità del gruppo era cresciuta grazie a due intesi lavori per giungere all’apoteosi in questo terzo disco che univa blues, metal e qualche venatura gotica, non a caso si sente, nell’apripista “Godless”, qualcuno battere su dei chiodi, probabilmente di una bara.

Allegro eh? Il disco comunque riesce nell’intento di far evolvere ulteriormente il gruppo, la produzione (ad opera dello stesso Rubin) azzeccata, pulita e tagliente, non manca tutta via di dare il giusto corpo al suono che si presenta interessante, a partire dalla voce di Glenn. Lasciate certe inclinazioni blues del secondo lavoro (“I’m The One” per esempio) il gruppo si concentra qui maggiormente sulla componente metallara del suono. “Godless” apre sferzando sfacciatamente le orecchie, con un chitarrismo caratterizzato da assoli ficcanti ad accompagnare le sbraitate di Danzig che dominano ampiamente la canzone, già con “Anything” i toni si fanno più cupi, partendo da un arpeggio iniziale per scatenare la furia con l’evolvere del brano. Danzig sembra essere assolutamente padrone della situazione limitando il solismo di John Christ (in un’intervista il chitarrista dirà che venivano tranquillamente tagliate molte note dalle sue proposte per mantenere un impostazione minimalista al suono) e dimostrando che sia che si tratti di ballate o semi-ballate “Sistinas” o la canzone che da il titolo all’album, che di canzoni più fieramente rock come “Dirty Black Summer” lui sembra trovarsi sempre a suo agio, nonostante poi alcuni bootleg dell’epoca non gli diano propriamente ragione… ma questo non diteglielo.

Nonostante la sfacciata mania di protagonismo del cantante (che presumibilmente porterà poi il gruppo alla rovina) il disco funziona alla meraviglia nel suo impasto nonostante tutto solo un brano, “Heart Of The Devil” che rende tributo ad Elvis, risulti un po’ troppo forzato, mentre gli altri funzionano alla meraviglia: mantengono alto il pathos e la tensione e contribuendo a formare un lavoro egregio, una volta tanto premiato anche da un discreto successo commerciale quando l’album raggiunge la posizione 24 nella classifica di Billboard. Nel disco successivo, la band, ancora nella formazione originale, incomincerà ad incorporare anche elementi industrial (nel senso di Nine Inch Nails e Ministry) prima che la formazione classica (Christ/Von/Bisquits) collassi e il cantante perda l’ispirazione che, invece, non l’aveva abbandonato fino all’incisione di “Danzig 5 Blackacidevil” disco che segna l’inizio di una trascurabile serie di lavori deludenti… ma questa è un’altra storia come direbbe Conan Il barbaro!

I gatti si intrufolano ovunque…

Postato il Aggiornato il

E’ nota la curiosità felina, curiosità che, a volte, come ricorda il proverbio, può condurre a tragiche conseguenze. E’ tuttavia molto meglio quando la loro curiosità li spinge fino a… entrare in alcune delle copertine più famose della storia del rock: succede solo su The Kitten Covers!

Ecco alcuni esempi:

Miskits: Legacy Of Felinity

The Mewges (I wanna be your cat!)
The Mewges (I wanna be your cat!)

Cat Flag

Black Tabbath: Purranoid

The Purr: Felinization

Via di qui

Postato il Aggiornato il

Il viaggio, di per se stesso, ha sempre avuto un ruolo fondamentale per vincere la depressione, almeno per quanto mi riguarda. Fin dal primo viaggio di un certo rilievo nell’ormai lontano 1998 alla volta di Parigi/Londra che fu una vera e propria ciambella di salvataggio, all’ultimo effettuato in Norvegia nel 2010, ogni viaggio è stato una pulsione a conoscere luoghi, persone e situazioni nuove, qualcosa che mi ha sempre molto aiutato a vincere la mia naturale tendenza a chiudermi in me stesso ed a pensare che tutto sia come la squallida realtà quotidiana che ingrigisce anche le cose positive. Oltre che naturalmente ad ammirare la bellezza dei posti, siano essi siti naturali oppure costruzioni artichistiche o architettoniche. Non potendo partire adesso mi metto a sognare pensando a quei luoghi lontani e a canzoni che parlano di quei posti:

1. Guccini: Primavera di Praga

Bellissima, enorme canzone per una meravigliosa città visitata in circostanze piuttosto tragiche, visto che fu una sorta di viaggio d’addio (1997). Ciò non tolse niente al fatto che questa città da sogno entrasse direttamente nella mia personale triade magica insieme a Londra e Stoccolma (per la quale non ho trovato alcun commento sonoro purtroppo ma che rimane nel cuore come prima città visitata completamente in solitaria). La canzone, attraverso il suo lirismo rende assolutamente giustizia alla città, ricordandone alcuni eventi storici, pur senza cantarne la bellezza intrinseca.

2. Litfiba: Paname

  Qui si parla di Parigi, bella città che però non sono mai riuscito a sentire propriamente come un posto che mi appartenesse. Troppo enorme, dispersiva e “francese”, mentre io rimango nettamente più anglosassone o prussiano, senza togliere nulla a una città che per qualche tempo fu pur sempre al centro del mondo. Nel 1998 ebbi un incontro ravvicinato con questa Grandeur, ma anche con il suo quartiere turco…

3. Litfiba e Diaframma: Amsterdam

Case sbilenche, museo Van Gogh e Rijksmuseum (“La ronda di notte” di Rembrandt!!!), i canali, le biciclette ma anche il porto, il quartiere a luci rosse, i coffee shops… serve dire altro? Un coacervo di contraddizioni, un posto dove mettersi decisamente alla prova (2000).

4. Celestial Season: Vienna (lo so, era degli Ultravox ma sono un metallaro che volete….)

Vienna: magnifica, sublime… imperiale! Non entra di diritto nell’Olimpo solo perchè decisamente troppo decadente (intendiamoci, è tenuta come un confetto, ma si respira ancora la brutta fine dell’impero Asburgico, a mio parere) e per la zona del Prater, non esattamente un quartierino raccomandabile ed esteticamente bellissimo. Però se parliamo d’arte Vienna è meravigliosa, visitai una media di 3 musei al giorno, senza contare che poi me li sognai anche di notte. Soprattutto però, l’incontro spirituale con Klimt e l’innamoramento inevitabile con la sua Danae (2005) che ebbi la fortuna di vedere esposta all’accademia Albertina in una mostra, visto che appartiene ad una collezione privata.

5. Misfits: London Dungeon

Di certo non ho conosciuto Londra come Danzig che compose questa canzone mentre passava una notte in galera dopo una rissa ad un concerto dei Misfits. Suppongo non ne abbia un bel ricordo, al contrario di me. 10 giorni dalle parti di Highgate (1998) mi rimisero in vita! Pubs (la guinness!), case con i mattoni a vista, Camden Town (ed il “The world’s end”!!!), lo stadio di Highbury (e l’Arsenal di conseguenza),tutti i monumenti del centro, le gallerie d’arte ed i negozi di dischi: un mondo dentro al mondo! Ci sono anche tornato per il concerto d’addio dei Cathedral…(2011)

6. Corrado Guzzanti: Grande Raccordo Anulare

Altro posto (Roma) del quale non conservo un bel ricordo dovuto alle circostanze (sempre il dannato 1997), anche in questo caso ero un uomo distrutto, ma dopo tutto rimane sempre Caput Mundi.

7. Talking Heads: Road To Nowhere

Ovviamente qui è dove sto andando adesso, pur essendo agli antipodi dell’ottimismo di David Byrne:  questo testo, per come la vedo ora, dovrebbe essere interpretato da un punto di vista assai sarcastico. Comunque il video in stop motion e il motivetto da piccolo mi ipnotizzavano (più o meno come “Heart Of Glass” di Blondie, che sarebbe perfetta per parlare di New York, visto che il video è girato allo studio 54, peccato che io non ci sia mai stato e difficilmente ci andrò).