Morrisey

Boredom has come to town

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Ad una certa età non saper ciò che si vuole è grave, se non proprio pericoloso. A volte sembra di essersi rammolliti. La città dove vivo l’ho odiata profondamente quando ero un adolescente, adesso mi ci sento a casa, vorrà pur dire qualcosa. Di preciso non saprei. Il punto è che quando sei adolescente necessiti di informazioni ed internet non c’è sempre stato, anche se sembrebbe di sì.

Vivere in un bastardo posto è dura quando ancora non sai bene chi sei. Quando hai fame di conosenza e di esperienza, quando vuoi metterti continuamente alla prova, per capire chi sei e come ti rapporti con l’esterno. Sembra che manchi l’aria ed anche la possibilità di esprimersi, sembra che non ci sia spazio per le tue idee soprattutto se rifiuti di accettare il fatto che la maggiorparte della gente non la pensa come te. E’ un maledetto labirinto. E ti senti asfissiare.

La nostra mi appariva come la città della noia. La città dei vicoli senza uscita. Nonostante tutto c’è sempre stato un calamitone sulle nostre teste che ci ha impedito di andarcene. Personalmente ho sempre pensato che Morrisey cantasse anche di noialtri in “Everyday is like sunday” e poi sognato di fughe fantastiche a Camden Town, Gamla Stan, Staré Město… e chissà dove altro.

Eppure sono rimasto a stringere i denti, disperarmi e provare cose a me stesso. Non è stata proprio vigliaccheria, ma nemmeno si può dire che io abbia fatto poi così tanto per andarmene. Per un qualche motivo, a un certo punto, ha smesso di pesarmi, ho smesso di andare dritto contro un muro. Non ci avrei scommesso un centesimo e ce ne è voluto di tempo. Ma è successo.

Inconsciamente ho mandato tutto al diavolo. Ha smesso di importarmi. Ho deciso di fare altro.

E quel che faccio adesso è semplicemente provare a vivere. Ebbene ho la presunzione di credere di sapere in parte chi sono e quel che voglio. Dopo di che molte delle cose che mi facevano struggere e soffrire hanno smesso di farlo (o lo fanno molto meno), dopo di che ho smesso di dover provare qualcosa a me stesso ogni due secondi. Respiro profondamente, cerco il coraggio e bramo l’esperienza.

Prendi ogni decisione nel giro di sette respiri. Tratta le questioni importanti con leggerezza, dà importanza alle questioni leggere.

No, grazie

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Grazie, no. Questo è un post contro il matrimonio: non mi serve, non serve, ha poco senso. L’unico senso possibile si ostinano a darglielo la chiesa e lo stato, due entità che hanno probabilmente una ragione di esistere, ma dalle quali non intendo farmi guidare. Prima di essere un cittadino o eventualmente (visto che sono agnostico) un credente, sono me stesso e se, in coscienza, mi sento di dissentire lo faccio.

Circa il sacramento religioso non mi pronuncio, giacchè è una questione di fede, se si ha la fede non serve ragionarci sopra, se si ha la fede si accettano i precetti istituzionali della fede e si va avanti. Ho un profondo rispetto della fede, ma non rientra nelle mie facoltà averne, sono abituato a riflettere, sono abituato a ragionare e tali abitudini mi hanno portato a dubitare dell’esistenza di Dio e a dubitare enormemente di più di chiunque dica di rappresentarlo su questa terra: sarei un enorme ipocrita a presentarmi, eventualmente, all’altare.

Per quanto concerne l’istituzione civile, trovo ingiusto che lo stato chieda a due persone di formalizzare i propri sentimenti: appartengono alla sfera del privato e, per quanto mi concerne, lì devono rimanere, non sopporto che per godere di determinati diritti civili (sacrosanti) ci si debba presentare di fronte ad un sindaco (o a un prete): i miei sentimenti sono miei e riguardano solo me e la persona alla quale eventualmente li dovessi rivolgere.

Non desidero essere frainteso però: nel corso del tempo ho avuto la (s)fortuna di innamorarmi un misero totale di due volte (si beh, non sono affatto un soggetto facile), in entrambi i casi avrei voluto trascorrere l’esistenza accanto quelle due persone, non ho mai avuto dubbi su questo, ma non mi ha nemmeno mai sfiorato il pensiero di chiedere alle (s)fortunate di sposarmi. Questo non è un post contro la monogamia, non è nemmeno un post di una persona cinica che non crede nei sentimenti e nel fatto che possano durare, questo è un post contro l’invadenza delle istituzioni: le vostre coreografie non mi riguardano!

Detto questo Kirsten Dunst è bellissima, Von Trier va preso con le molle e Morrisey invece ci va giù più pesante…

There’s a light that never goes out

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 Non avresti mai creduto che una tale meraviglia in cielo sarebbe stata foriera di sventura, eppure il 1997 si trasformò presto in un incubo terribile, in parte imposto, in parte cercato, provando a soddisfare quella voglia di autodistruzione che a tratti assale dritta alla gola. E continui a vorticare su te stesso in una spirale che punta verso il basso, non accorgendoti affatto del male che fai a chi ti sta vicino, perchè di quello che fai a te stesso ne sei fin troppo consapevole. Non accorgendoti affatto dell’ inutilità di fare del male a se stessi nella speranza che il mondo se ne accorga. La notizia è che al mondo non importa nulla e le persone non sono troppo portate ad avvicinarsi ad un essere dedito all’auto distruzione. [Questo però, si sappia, è un ragionamento a posteriori e, soprattutto, a mente fredda].

Può darsi dunque che al mondo non importi della tua afflizione, eppure il mondo stesso può curarti mostrandoti che le quattro mura astratte che ti sei scelto come prigione non corrispondono esattamente a tutta la realtà che ti circonda. Mentre annaspi nel tuo dolore salta fuori un amico con un programma grandioso: una settimana a Parigi e dieci giorni a Londra. Questo non sarà un resoconto di quel viaggio, bensì di un incontro quello con la musica degli Smiths e di Morrisey.

E non mi importa di come un certo numero di persone li giudica… a parer mio, e senza che mi piaccia poi tutto quello che hanno prodotto, hanno il pregio di essere popolari senza essere scontati (o venduti), sentimetali (e, in un certo qual modo, “sensibili”) senza essere sdolcinati e non è poco.

Dunque nell’anno 1998 mentre sto per lasciare Parigi mi assale la voglia di possedere un CD di musica che suonasse incontestabilmente “british” e, non solo, doveva anche essere lontana dalla musica britannica che avevo conoscuito fino ad allora (Iron Maiden, Black Sabbath, Pink Floyd e tutta la compagnia). In virtù del fatto che avessi apprezzato a dismisura “Everyday Is Like Sunday” (una canzone che, a mio parere, coniuga magistralmente il desiderio di autodistruzione -anche abbastanza estremo- con la dolcezza dell’atmosfera che crea) acquistai “Bona Drag” di Morrisey in un megastore sui campi elisi.

A distanza di tempo, lo scorso anno è stato un ulteriore concentrato di sventure, la differenza con il passato sta nella strenua resistenza all’ autodistruzione, all’annichilimento ed alla voglia di inferire su se stessi. Benchè non sempre ci si riesca, non manchino pensieri che ti assalgono col loro gelo, benchè la solitudine si dimostri spesso insopportabile ed il dolore tenda a sopraffarmi in ben più di un occasione… ancora le canzoni mi sono venute incontro ed una di queste è “There’s a light that never goes out”.

A volte, se la vita finisse in determinati momenti, acquisterebbe senso (sarebbe quasi, paradossalmente, una celebrazione della vita stessa), ma siamo sicuri che tutto questo debba avere senso (vedi post precedente)? E comunque i sentimenti, per quanto adesso facciano male, non si possono eliminare a piacimento. Elementare, mio caro Morrisey. C’è una luce che non si spegne mai.