Nanni Moretti

La questione principale

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Biella sta vivendo un momento di strana popolarità legata al fatto di essere stata inserita da Zerocalcare nella sua serie a disegni animati “strappare lungo i bordi”. Ogni tanto capita che la città finisca sotto dei riflettori dalla luce tenue: era successo anche con “I due Carabinieri” con Montesano e Verdone millenni or sono o quando Dario Argento si mise in testa di girarci alcune scene di un fantomatico Dracula con Rutger Hauer (l’attore poi sparì nella campagna e lo cercarono tutti…), cose così.  Adesso il disegnatore romano ambienta alcune scene della sua serie su netflix nella nostra città ed alcuni si risentono perché, a loro dire, non ne esce in modo propriamente lusinghiero.

Chissenefrega. Questo è un posto impermeabile a qualsiasi cosa, si farà scivolare addosso anche questo. Intanto il modo in cui il fumettista romano si attiene alla corrispondenza dei luoghi è quasi sbalorditivo e, comunque aldilà di tutto, la serie è ben fatta e tratta molti temi interessanti.

Zerocalcare è bravo ma è un po’ limitato. Soprattutto, per quello che può contare il mio umile parere, è decisamente troppo ancorato alla sua realtà quotidiana. Parla sempre e soltanto delle sue esperienze, di quello che gli capita e delle sue riflessioni in merito. Lo fa bene, le sue riflessioni offrono spunti interessanti e un punto di vista fresco sulla vita di ognuno di noi, una voce fuori dal coro, appartenente ad una di quelle controculture che raramente escono dal loro guscio inoltre ha una sensibilità fuori dal comune. Però, pur ammettendo di non essere un suo conoscitore ai massimi livelli, io non gli ho mai visto fare nulla di diverso da questo. Personalmente poi non ho mai amato le cose troppo ancorate al presente. Mi chiedo cosa potrebbe pensare qualcuno che legga i suoi fumetti tra vent’anni, probabilmente avranno un interesse storico di un qualche tipo, ma a parte questo? Gli va riconosciuto di parlare sempre a proposito: difficilmente blatera a vanvera di cose che non conosce o si lancia in giudizi affrettati, anzi, spesso da anche la parola a persone più competenti.

Esempio di quanto appena detto. Veramente ben fatto.

Benissimo. Temo però che prima o poi questo modo di raccontare la realtà mostri i suoi limiti… restando a Roma pensate a Moretti che in “Caro diario” parla di Beautiful (nell’episodio “Isole” di “Caro diario”) e ne fa una sorta di icona: uno che guardi oggi quell’ episodio difficilmente riuscirà a coglierlo fino in fondo. Per contro il bellissimo percorso fatto in vespa fino al luogo dell’assassino di Pasolini con The Köln Concert di Keith Jarrett in sottofondo: credo che possa colpire chiunque in qualsiasi epoca anche ammesso che nemmeno sappia chi sia l’intellettuale friulano.

Ogni volta che ne parlo non riesco a non rimetterlo, è uno dei momenti più alti della storia del cinema a mio parere.

Manca una cosa del genere nella narrazione del fumettista romano: la ricerca di qualcosa che trascenda il mero qui ed ora, una tensione che vada oltre la dimensione personale. Inoltre non si capisce bene perché uno che fa controcultura si appoggi a netflix o disegni anche i brand sulle scarpe. Tuttavia non siamo qui per disquisire di Zerocalcare bensì di Biella, Zerocalcare giustamente ci darà lo spunto.

Che poi ci ha anche descritto meglio di quello che siamo per certi versi. Non è mai arrivato un freccia rossa a Biella, e nemmeno c’è mai stato un treno che parta da Biella e arrivi a Roma Termini. Minimo sono tre coincidenze e nemmeno delle più agevoli. Un tempo c’era UN diretto per Torino al mattino in andata e UN diretto al Pomeriggio al ritorno. Fine. Ora, credo, nemmeno quello. Con Milano non abbiamo mai nemmeno avuto collegamenti diretti. Allargando il discorso, per dirla tutta, non arriva nemmeno l’autostrada. Siamo isolati, almeno per quello che riguarda le vie di comunicazione principali. Da adolescente mi pesava tantissimo. Adesso sono contento. Mi rendo conto che sia da egoisti, da misantropi, ma essere fuori dal giro grosso ha il suo perché e comunque non è che i collegamenti non ci siano, solo sono meno… diretti, il che spesso basta a scoraggiare la gente dal venirci a trovare. Non siamo un posto di passaggio, devi proprio voler venire a Biella. Anche il Covid c’è arrivato meno che da altre parti. Certo se stai a Roma, a Milano o a Torino hai molte più possibilità e strade aperte, puoi trovare più facilmente persone che ti somiglino, vedere mostre, andare a concerti ed è anche molto più facile trovare un lavoro. Tutte cose che mi interessavano di più quando avevo vent’ anni. Ma ho sempre molto apprezzato il fatto di poter chiudere la porta in faccia al mondo quando ne avevo bisogno e a Biella una cosa del genere ti riesce molto meglio. In piemontese si dice sü da doss. Probabilmente si apprezza con l’età e con la permanenza in loco, tutte cose che Zerocalcare non ha avuto modo di sperimentare anche se da misantropo quale si professa mi stupisce che non abbia considerato la cosa. Nelle grandi città ti stanno tutti col fiato sul collo, c’è sempre casino, la gente ti sommerge da ogni parte e io non lo reggo.

I love living in the city

Adesso se ho bisogno di andare in una grande città ci vado faccio quello che devo e scappo alla massima velocità, senza guardarmi indietro. Di Roma in particolare ho anche un pessimo ricordo, ma questa è un’altra storia.

L’assenza di possibilità ha anche dei risvolti interessanti: ti spinge a sbatterti per farti le cose da solo. Ho sempre avuto l’idea che chi vive nelle grandi città non coltivi mai veramente le cose: forse sono io, ma conosco persone che vivono nelle grandi città che si stupiscono quando gli racconto che ho amicizie che durano dall’ asilo. Il punto è che quando hai poco, di solito ti sbatti per far funzionare quel poco che hai e non abbandoni le persone alla prima divergenza. Ogni amico che ho perso, ogni ragazza andata sono sempre state tragedie per me… piccole o grandi. Significava in qualche modo aver fallito.

Inoltre Biella ha avuto dei suoi seri perché, molti di più di molte altre città. Forse proprio perché la mentalità biellese era testa bassa e lavorare ci sono state tantissime realtà che ci hanno allietato la vita da adolescenti a fare da contraltare. C’era una selva di gruppi musicali niente male, alcuni anche con delle idee grandiose (su tutti i Festina Lente, i Sentence To Blunder, i Keen o gli Yahozna che da poco si sono riformati), ovviamente c’era il Babylonia, il locale senza il quale la nostra vita sarebbe stata infinitamente più grigia, c’erano negozi di dischi (Valerio e Paper Moon su tutti), l’informagiovani funzionava davvero bene, c’erano molti locali che facevano suonare dal vivo e non solo coverband. Addirittura ci fu chi tentò la via dell’autogestione (il collettivo “Arsenio Lupin”) che ovviamente finì in malo modo: non ci potevamo spingere così oltre.

Grandissimi Festina!

Poi dai, siamo sinceri, Biella non ne esce male: nella serie è semplicemente un posto dove è successo qualcosa di terribile, avrebbe potuto essere benissimo qualsiasi altro posto di provincia in Italia, solo che il personaggio era di qui. E viveva male il fatto di esserci dovuta tornare dopo aver fatto la fuori sede a Roma. Ma, suvvia, l’autore mantiene un atteggiamento davvero neutro circa la città stessa.

Oggi mi appare molto meno attiva ma non è che non ci siano cose comunque meritevoli. Non è passato molto tempo da quando fa il Cervo -un fiume locale- si è portato via l’Hydro forse l’unico locale veramente alternativo della città e, certo, con la pandemia ogni cosa è diventata ancora più difficile. Ma non manca la gente che ha voglia di sbattersi.

Gente che organizza festival come il Reload che propone cose che non mi interessano, ma rimane una bella realtà che è riuscita a fermarsi il meno possibile, cosa che, di questi tempi, è tutt’altro che scontata. Gente che propone posti per suonare ai gruppi locali che non siano cover band come il Vecchio mulino o il Sekhmet e poi c’è il concertone del primo maggio all’ARCI di Lessona (son due anni che mancate ragazzi). Gente che promuove l’arte come la fondazione Pistoletto, il museo del territorio o la fondazione della cassa di risparmio di Biella. Basta saper cercare. Basta darsi da fare: non saremo Roma ma nemmeno ci tengo che lo diventiamo.

Resterebbero altre considerazioni da fare sul tema centrale della serie. Solo che son cose che è meglio lasciare alla coscienza del singolo. Bisogna dare atto a Zerocalcare di aver parlato in un modo partecipe e sincero di un tema delicatissimo nel quale la tristezza alla fine la fa da padrone da qualunque angolazione la si consideri. Biella, anche questa volta, non è la questione principale con buona pace di chi vorrebbe farla diventare tale.

Voi (non) siete qui. (fonte Wikipedia)

Giù la testa!

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Mi sono lasciato alle spalle miriadi di post smozzicati, anche solo accennati nella testa, nell’ultimo periodo ma anche negli ultimi anni, nei quali questo blog ha vegetato più che vivere realmente. Discorsi iniziati ed abbandonati per mille motivi tra cui giganteggia il già sentito, serpeggia la noia o l’incapacità di articolare un pensiero come andrebbe fatto, se non altro per rispetto verso quei pochi che leggono. Ma a febbraio ho sempre e solo un pensiero: evitare (userei anche termini più pesanti ma non me ne vengono) san remo. Fortunatamente quest’anno ci sono riuscito più che in molte altre occasioni. il festival è la riprova ennesima che, come sonsteneva Freak Antoni, l’Italia è sempre la provincia di qualche altro posto.

Vorrei essere in grado di fare come Zerocalcare che su wired anni ed anni fa confessava di non potercela proprio fare anche solo a sviluppare un qualcosa su san remo. Invece a me fa proprio imbufalire come il successo di vasco rossi o di sferaebbasta. Per inciso: non vi spiegate il successo dello sfera? Genitori che ascoltano vasco secondo voi che genere di figli possono covare?

Ammettiamolo: in Italia la cultura musicale non esiste, o meglio esiste solo in una ristretta cerchia di persone (e qui parte la voce fuori campo di Nanni Moretti: “mi troverò sempre a mio agio e d’accordo con una minoranza di persone”- “mi troverò sempre a mio agio e d’accordo con una minoranza di persone”-“mi troverò sempre a mio agio e d’accordo con una minoranza di persone”-“mi troverò sempre a mio agio e d’accordo con una minoranza di persone” ad libitum) una realtà che va esplicitata ogni volta a un volume maggiore così, per acquisire consapevolezza.

La verità è semplicemente questa. Questo il motivo per cui il festival continua non solo ad esistere ma ad essere una sorta di superbowl italiano in fatto di ascolti. E quelli che lo commentano sprezzanti comunque ingrossano le fila perchè, di fatto, per commentare devi seguire. E quelli che lo schivano vengono bollati come radical chic. Per quanto mi riguarda mi smarco subito: un radical chic non ascolta death metal svedese, tanto meno ne fa una religione, per tanto cominciate a beccarvi questo:

Inoltre io non mi limito a schivarlo, lo detesto proprio. E’ uno dei tanti simboli dell’Italia conformista. Quella nazione che, per intenderci, fa dell’ignoranza un vanto e non una vergogna. Quello stato che riduce tutto ad uno squallido luogo comune. Quel modo di pensare ipocrita che si sente rappresentativo di tutto e di tutti.

Ebbene non in mia rappresentanza, giammai in mia rappresentanza.

In condizioni normali ignorarli basterebbe ma, per mia disgrazia, so bene che nonostante io non mi leghi a quella schiera (e morrò pecora nera cit.) parte delle mie tasse e del mio canone tv va a foraggiare tutto questo. Oltre al danno la beffa, mi tocca pure di mantenerli, quindi almeno che sia consentito esprimere un violento dissenso, un crudele disagio.  Purtroppo non verrà mai il giorno in cui vedrò finire questo scempio. E non verrà mai nemmeno il giorno in cui non dovrò levare la stima a gruppi che ritenevo meritevoli almeno di rispetto ma che si piegano a queste logiche infami per motivi a me ignoti (o forse fin troppo noti), per cui addio Zen Circus: mi avete profondamente deluso (e pure Brunori).

In definitiva però esiste un’ Italia musicale meritevole? Sì esiste, in questo momento sta sopra un Colle, ma non solo lì.

La diversità è un pregio e non un difetto.

Per fare l’opera completa faccio anche i miei complimenti ai talent show. Alla vecchia giuria di x factor e alla nuova di the voice. Non guarderò mai nessuno di voi e mi aguro che il vostro non-pensiero e la vostra non-arte si estingua.

Ostinati e contrari. Sempre.

Gruppi italiani

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D’inverno la musica italiana si ingozza di festival, si impasta di fiction, si prostituisce nei talent. La mia generazione, cosa siamo diventati, ascoltavamo cose orrende e ora siamo imbruttiti. Voi ascoltavate cose orrende e VOI siete imbruttiti! Io ascoltavo musica fantastica e ora lo faccio ancora!!!

Deluso dai Corrosion of conformity che fanno uscire un disco nostalgico ma sostanzialmente incapace di smuovermi e che abbandono dopo due ascolti. In questo inizio anno sono tentato dal pensare che ho un pessimo anno musicale davanti. Mi tenta fortemente cedere allo sconforto sonoro.

Poi una mail mi ricorda (dopo un bel pezzo in realtà) di aver finanziato il disco di ritorno dei Fluxus e che finalmente sta per concretizzarsi quel vinile colmo di speranza finanziato, e quindi acquistato, mesi prima. Deve ancora arrivare (speriamo bene) ma intanto quel fantastico sito che è bandcamp mi da una soddisfazione che, visto l’inizio dell’anno, non mi aspettavo. A volte è comodo e facile demoralizzarsi. Invece Franz Goria e compagni mi ricordano chi erano e chi ero e mi prendono a calci in culo, me stesso e la mia boria al contrario. A volte ci ricasco e mi abbatto compiaciuto della mia miseria immaginaria, sono un bel tipo, ne converrete.

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Il disco mi riempie di gioia. La voce di Franz mi sembra decisamente cambiata in 16 anni, ma quanto mi sono comunque mancati. Mi commuovono e vorrei tanto che anche Marco Mathieu fosse qui a sentirli, a testimoniare come sono stati in grado di ritornare fieri ed orgogliosi, assolutamente all’altezza del loro nome, senza tradire e senza ripetersi. Non è da tutti e anche io sono della partita stavolta sia pure nel mio piccolo. Avevo bisogno di questa iniezione di fiducia nella musica.

Come se non bastasse da Feltre, cittadina cui sono intimamente legato, arrivano pure gli STORM{O} un fulgido esempio di come ci sia del marcio positivamente inteso in Italia. Un disco, una veemenza, una decisione che non si vedevano da tempo. Sembrano una sorta di risposta italiana ai Converge, magari meno tecnici e variegati, ma con un impatto invidiabile. Con dei testi visionari ed intensi, una musica nervosa e moderna: tesa come una lama che riflette una luce accecante di volontà e resilienza. Ammetto che non me lo aspettavo quando ne lessi la recensione, “Ere” rappresenta una speranza abnorme per la musica non allineata del nostro paese. Una speranza che è come un cuore che batte indomito in un corpo assopito e decrepito.

storm(o)

come se non bastasse i Totem hanno fatto uscire un brano nuovo e 2/3 dei Lomax hanno un nuovo interessante progetto le Tacobellas! (per questa chicca lo-fi si ringrazia sempre il collega di Neuroni)

Alzatevi e combattete!

I, zombie

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Non sono morto, sono un non-morto. Mi rendo conto che adesso non posso ripresentarmi qui senza nulla da dire e con tante belle parole, neanche fossi una pessima imitazione di Troisi che si scusa per il ritardo. Eppure lo faccio perché, come scrissi ormai tantissimo tempo fa ad un’amica che gestiva, tra mille difficoltà, una fanzine, probabilmente esprimersi è quello che rende la vita maggiormente degna di essere vissuta.

E anche se spesso ultimamente mi frena la stanchezza, la scarsità di cose da dire o la pigrizia, questa è una cosa che non penso che cambierà mai, almeno per me. Alla fine cosa è vita e cosa non lo è, cosa è arte e cosa non lo è… le parole sono importanti, ma a volte non bastano, sono troppo limitate e confinano le idee. Mi piacerebbe avere in testa concetti talmente alti da non poter essere espressi a parole, spesso però il quotidiano finisce per invadere quegli spazi. Non è facile, davvero, arrivare a fine giornata e riempire un foglio bianco… ultimamente poi è quasi impossibile.

Magari davvero non sono vivo, davvero non so cosa voglia dire, non lo intuisco e non so parlarne.

L’ordine forse è una cosa sterile.

I massimi sistemi sono aria fritta. Forse.

Ma chi è che sta parlando? Chi è?

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Giro in scooter

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I giri in scooter sono una delle poche cose che si salva dell’estate. Combattere l’afa con l’aria che ti sferza la faccia, le gambe e le mani. Guardare il calore alzarsi verso l’alto, ed il cielo che non sarà mai così limpido come era d’inverno e porta con sé la nostalgia per la stagione di stellate fulgide. La puzza della benzina, i pneumatici appiccicati all’asfalto, il fanale tondo e acceso. I volti e le auto che sfrecciano di lato e tu che sei molto più vicino rispetto a quando passi in automobile, eppure non possono toccarti.

In scooter si è abbastanza nudi, se si ha un incidente si cade sulle braccia, sulle gambe sulla testa. Escoriazioni e ossa rotte, ferite e vestiti lacerati. Un’ automobile si chiude su di te. Ti abbraccia fino a stritolarti. Non mi serve il rombo e la potenza di una moto vera, il brivido della velocità… voglio poter osservare  le cose attorno, non voglio vestirmi in tuta di pelle e caschi costosi cerco di essere quello che sono anche una volta sceso dalle due ruote.

Ed alcune volte, per qualcuno, tutto questo si trasforma in poesia. Benché spezzata da un popolo che dedica ad un poeta uno squallido monumento in mezzo all’erba alta.

Dell’ augusto disgusto

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Sorrido al pensiero che tra poco sarà agosto. Fa ridere pensare a quel che significa per molti in attesa della classica ora d’aria gentilmente concessa dai propri datori di lavoro. Fa ridere ritenere che in molti finiranno per non giovarsene affatto, fa ridere pensare che finiremo per andare in vacanza tutti assieme come tanti pecoroni e una tristezza disperata nei pensare ai luoghi di villeggiatura, a quel mare assediato. Ancora una volta agosto, per quel che mi concerne, è un mese terribile: tutti finiscono per dileguarsi nel nulla, mancano solo le balle di fieno che rotolano solitarie trasportate dal vento.

Credo che mi chiuderò in casa, leggerò qualcosa, farò suonare il basso e mi metterò ad urlare fortissimo.

Repetita Patty

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Alle volte le parole che ti servono arrivano da dove non te l’aspetteresti, anche dal te stesso di qualche tempo addietro. Due giorni fa uno sconosciuto visitatore del segnale zero è casualmente capitato sul #617, facendo in modo che, incuriosito andassi a leggermelo anche io… caso vuole che fosse esattamente ciò di cui avevo bisogno, quindi più per me stesso ma anche per chi passa e legge lascio questo scritto del me stesso che fu, sperando di non dimenticare ancora le mie vecchie parole e lo spirito che ci sta dietro e senza il quale non sarei più io.

Utopia e demenza senile Patapim e patapam. Ad un certo punto ti prende la paura di invecchiare, anche se ancora così vecchio non sei. I tuoi amici cominciano a costruirsi una vita classicamente intesa: casa, automobile, moglie, figli e tu niente. E succede che tu ti senta pressato a fare lo stesso… perché più tempo passa più diventa difficile farlo. Un giorno chiesero al buon Hank Rollins se avesse mai rimpianto di essersi fatto tautare in modo così pesante… lui rispose che avrebbe molto più facilmente rimpianto di avere moglie e figli… grande Hank. Per quanto alcuni a volte tentino di farmi sentire vecchio e stanco, ed altri tentino di farmi test sulla “gioventù interiore” (ahahah. Bella trovata Roarche!) dai quali, se non fosse che mi sono rifiutato di rispondere, risulterebbe che la mia età reale si aggira attorno ai 150 anni. Magari é vero, perché faccio poco moto, é un sacco di tempo che non mi sento amato da una gentil donzella, ho qualche acciacco e alcune otturazioni… forse mi salvano solo gli amici che ancora non mi hanno abbandonato… Eppure non basta questo per sentirsi invecchiare. Saluterò definitivamente la gioventù solo il giorno in cui non crederò più alle utopie, il giorno in cui abbandonerò la speranza di divetare una persona migliore meritevole di trovare cose migliori per se stesso. In troppi si piegano alle consuetudini e questo li ingrigisce come persone, le fa sedere irrimediabilmente. Non voglio che succeda a me. Poiché quel giorno equivarrà al mio funerale morale ed io non voglio assistere ad una tal scena.
 La scusante classica é che le utopie per loro stessa natura sono irrealizzabili quindi non vale la pena nemmeno provarci a realizzarle. Non sono un ingenuo, conosco bene la natura delle utopie ed ancora di più conosco la capacità della razza umana di trasformare idee corrette in tragedie efferate. Non credo, nemmeno io, alla realizzazione delle utopie, adesso sono semplicemente degli asintoti ai quali tendere. Non é meno difficile, eppure se nessuno ci prova niente cambierà sul serio.
 Spesso sono qui a lamentarmi di troppe cose che sono una conseguenza inevitabile di questo modo di agire, me ne rendo conto: basterebbe assuefarsi, basterebbe dare agli altri esattamente quello di cui hanno bisogno senza inserire alcun elemento che possa turbarli. Sfortunatamente non fa per me e, anche se me ne lamento, in fondo sono pronto per l’emaginazione, per l’incomprensione e l’esclusione… solo la mia umana natura mi fa ancora sperare che ci sia qualcosa per me. Una vita giusta, l’amore di una ragazza, il riconoscimento di tutti gli sforzi che ho fatto e sto facendo per restare quello che sono e credere in ciò che credo, se fossi razionale al cento per cento avrei già smesso di sperarci e, conseguentemente, avrei già finito di soffrirci. Eppure non é ancora successo.Eppure sono vivo.
In calce aggiungerò che alcune delle cose scritte sopra sono andate modificandosi nel frattempo, ciò che non è cambiato è la sostanza della mia condizione, se vogliamo aggravata del tempo trascorso e dalle esperienze non proprio rassicuranti collezionate nel frattempo… Ed ho tutti i giorni la tentazione di buttare tutto all’aria e di smettere di lottare una volta e per sempre. A volte lo faccio anche, ma non in modo definitivo come vorrebbe la mia parte più nichilista e tetra, finora mi autodistruggo sempre per ricostruirmi. Finora, finchè terrò a mente le parole di cui sopra.

E’ un cane che si morde la coda perchè avere una personalità a volte è ciò che ti emargina e “ti fa vivere una vita che per altri è assurdità” ma, paradossalmente, è una delle poche cose che mi fa sembrare la vita degna di essere vissuta, avere delle idee maturate con l’esperienza e l’osservazione e cercare di scendere a compromessi il meno possibile. In una parola esserci per se stessi e non pare compiacere regole sociali o i voleri degli altri, avere una testa ed usarla…. Un amico mi ha fatto notare che questa intransigenza -che potrebbe essere alla base della mia solitudineè un atteggiamento molto adolescenziale, sarà per questo che non invecchio???

Domanda: “Ma se dici di avere ben chiaro chi sei e cosa vuoi, cosa hai in comune con un diciottenne che dice chiaramente di non sapere cosa vuole?”

Risposta: “Intanto l’età. Poi esiste una differenza quasi nulla tra il “non sapere quello che si vuole in generale” ed “il non sapere ciò che si vuole, perchè quel che si vorrebbe realmente è impossibile da ottenere”… diciamo qualche chilo di fiele in più che, a parte per il mio fegato, non fa alcuna differenza”.

Postilla:

Silence?!

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Il 5 febbraio 1990 usciva “Enjoy the silence” (il singolo), tanti auguri. Vogliamo metterci a parlare delle miriadi di cover version che questa canzone ha dovuto subire (non ultima quella terribile dei nostrani lacuna coil), del bellissimo video di quel genio di Anton Corbjin (sua la firma sotto quel video-capolavoro che fu “Atmosphere” dei Joy Division, uno dei miei video clips preferiti in assoluto), dell’influenza abissale che il gruppo ha avuto? Tutte cose vere ma mi annoiano a morte, le sa (o le dovrebbe sapere) chiunque.

Detesto gli anni ’80 musicalmente parlando, soprattutto i suoni altamente sintetci di batteria e tastiere, ciò nonostante i ‘Mode furono uno dei pochi gruppi in grado di salvarsi, almeno per quanto mi riguarda, avevano (hanno?) un enorme qualità del songwriting con melodie ficcanti ed incisive, per tacere del fatto che sono in grado di far risultare oltremodo “fisica” la loro musica per quanto risulti essere basata su sonorità alquanto artificiali. Dunque ancora auguri.

Però ricordardomi questo anniversario mi sono chiesto che rapporto ho col silenzio. Pessimo. Amo la musica ad un volume violento e molesto (ed ho visto tre volte i Sunn 0))) ), i silenzi delle persone a cui tengo danno automaticamente il via a mille paranoie e tristissime serate, quando passeggio ho quasi sempre le cuffie alle orecchie (se ve lo steste domandando uso ancora il CD portatile, visto il post precedente e la mia allergia ai maledetti i-pod) quindi al diavolo il silenzio. Ha senso solo in determinati e precisi momenti che verrebbero irrimediabilmente rovinati dalle parole, tipo quando si è conquistata la vetta di una montagna per dirne una. (Anche se in tale caso si può anche venire colti da un attacco logorroico involontario…)

E’ anche vero che le parole sono altamente sopravvalutate, che in pochi (e probabilmente anche io) sono in grado di usarle con la dovuta proprietà e dire  ciò che effettivamente andrebbe detto, inoltre ancora meno danno alle parole il peso che meritano (“Promises are shit, we speak the way we breathe” dicono i Fugazi) e sono in grado di far segure loro i fatti. Allora benvenuto sia il silenzio.