Negazione

Boredom has come to town

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Ad una certa età non saper ciò che si vuole è grave, se non proprio pericoloso. A volte sembra di essersi rammolliti. La città dove vivo l’ho odiata profondamente quando ero un adolescente, adesso mi ci sento a casa, vorrà pur dire qualcosa. Di preciso non saprei. Il punto è che quando sei adolescente necessiti di informazioni ed internet non c’è sempre stato, anche se sembrebbe di sì.

Vivere in un bastardo posto è dura quando ancora non sai bene chi sei. Quando hai fame di conosenza e di esperienza, quando vuoi metterti continuamente alla prova, per capire chi sei e come ti rapporti con l’esterno. Sembra che manchi l’aria ed anche la possibilità di esprimersi, sembra che non ci sia spazio per le tue idee soprattutto se rifiuti di accettare il fatto che la maggiorparte della gente non la pensa come te. E’ un maledetto labirinto. E ti senti asfissiare.

La nostra mi appariva come la città della noia. La città dei vicoli senza uscita. Nonostante tutto c’è sempre stato un calamitone sulle nostre teste che ci ha impedito di andarcene. Personalmente ho sempre pensato che Morrisey cantasse anche di noialtri in “Everyday is like sunday” e poi sognato di fughe fantastiche a Camden Town, Gamla Stan, Staré Město… e chissà dove altro.

Eppure sono rimasto a stringere i denti, disperarmi e provare cose a me stesso. Non è stata proprio vigliaccheria, ma nemmeno si può dire che io abbia fatto poi così tanto per andarmene. Per un qualche motivo, a un certo punto, ha smesso di pesarmi, ho smesso di andare dritto contro un muro. Non ci avrei scommesso un centesimo e ce ne è voluto di tempo. Ma è successo.

Inconsciamente ho mandato tutto al diavolo. Ha smesso di importarmi. Ho deciso di fare altro.

E quel che faccio adesso è semplicemente provare a vivere. Ebbene ho la presunzione di credere di sapere in parte chi sono e quel che voglio. Dopo di che molte delle cose che mi facevano struggere e soffrire hanno smesso di farlo (o lo fanno molto meno), dopo di che ho smesso di dover provare qualcosa a me stesso ogni due secondi. Respiro profondamente, cerco il coraggio e bramo l’esperienza.

Prendi ogni decisione nel giro di sette respiri. Tratta le questioni importanti con leggerezza, dà importanza alle questioni leggere.

Condoglianze

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Mentre Robin Williams moriva, i due personaggi spesso protagonisti di questo blog erano impegnati in un breve road-trip in Svizzera in memoria di HR Giger, morto anch’egli il 12/05/2014. A volte si vedono semplicemente uomini straordinari scomparire, uno dietro l’altro, e si finisce per pensare che una cappa plumbea stia invadendo il cielo.

Esattamente la stessa cappa che ci avvolge dilavando le nostre spoglie mortali quando arriviamo a Chur (Coira), la cittadina elvetica che diede i natali al pittore visionario il 5 febbraio 1940. Dopo aver lasciato alle spalle le tetre acque del lago di Como che paiono voler inghiottire una parte di ognuno di noi nel loro abisso insondabile, aver attraversato la Val Chiavenna ed aver deciso di scegliere Montespluga come prossima località in cui abitare, scolliniamo in Svizzera dove ci attende la cittadina, tutto sommato anonima, dove si trova il Giger bar.

Quello giapponese fu chiuso anni fa perché frequentato dalla Yakuza e teatro di un omicidio. Quello che visitiamo noi – e che facciamo una gran fatica a trovare, nonostante il torso gigeriano che incontriamo nel centro cittadino- è assai deludente e decisamente sottotono. Si trova in un centro commerciale fuori città, dimesso e triste nella sua ubicazione. Fuori c’è solo la porta disegnata dall’artista, dentro sembra puzzare di plastica e trascina pigro la sua vita da bar, per giunta senza i classici vecchietti che bestemmiano giocando a scopone. Non c’è quasi nessuno. E non ci stiamo molto neppure noi: l’arredamento decisamente non fa il locale. Al rientro all’albergo abbiamo dei problemi con la carta di credito ad appesantire il malconcio umore che ci pervade in quei primi momenti del viaggio. Non sta andando troppo bene.

Giger Bar Chur
Giger Bar Chur

Tuttavia la mattina seguente ci lasciamo tutto alle spalle. A chi ci dava dei pazzi a voler fare le vacanze in Svizzera posso solo dire che ovunque decidessimo di andare c’era talmente tanta bellezza nei paesaggi elvetici da zittire chiunque. La maestosità delle montagne, dei boschi, dei prati e dei laghi non ha praticamente eguali: ad ogni cambio di direzione c’è di che restare estasiati. Il secondo giorno giorno è una tappa intermedia passando per Lucerna ed Interlaken (con “Morbid tales” in sottofondo chiaramente).

 

Da ricordare il pranzo a base di mirtilli e lamponi nella prima e il panorama mozzafiato nella seconda (il massiccio dello Jungfrau-Aletsch-Bietschhorn!)… reminescenze medioevali ed invasioni arabe. Troviamo, a sera, un hotel al di fuori del tragitto, nel quale la gentilezza materna della signora che lo gestisce riesce miracolosamente a farmi dimenticare l’inclinazione alla caccia testimoniata dalle pareti del posto. Ancora adesso mi chiedo come ho fatto, poi ripenso al gatto del ristorante alla fantastica cena vegetariana e alla ancora più clamorosa colazione del giorno dopo ed individuo i miei punti deboli.

Massiccio Jungfrau-Aletsch-Bietschhorn
Massiccio Jungfrau-Aletsch-Bietschhorn

Comunque il mattino arriva dopo una nottata crivellata dalla pioggia battente della notte. E ci muoviamo, con un meteo incerto, verso Gruyeres. Quando arriviamo l’acqua viene giù talmente forte che non ci lascia uscire dall’auto. Rimaniamo nel parcheggio del castello diversi minuti ad ascoltare, chissà perché, i Negazione. Alla fine affrontiamo la bestia. E veniamo ripagati dello sconforto della prima giornata. Il museo risponde in pieno alle nostre aspettative ed è difficile parlarne tali e tante sono le opere che trovano dimora qui. In quelle stanze i quadri sembrano inghiottire lo spettatore con tutti i dettagli e la maniacalità del loro creatore. Sono sicuro che siamo riusciti a portare le nostre condoglianze al visionario elvetico emozionandoci davanti alle sue opere, ammirandone, finalmente di persona, gli sforzi e la bravura.

Per quanto inquietante, trasgressivo, perverso e visionario possa essere il contenuto, c’è della bellezza tra quelle mura, ce n’è tanta. Ed anche  nell’artista che vedeva oltre la realtà e le limitazioni. Grazie Herr Giger.

HR Giger Musem
HR Giger Musem

Caustico solforico sfogo.

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Sono due termini che assieme non vanno bene. O caustico o solforico. Ma in questo caso entrambi. Da un po’ di tempo mi sento sommerso soprattutto da immondizia musicale, ho riletto il listone di fine anno e mi sono accorto che sembra spolpato fino all’osso. Ho ripensato ai concerti visti quest’anno e mi è salita l’angoscia. I negazione dicevano: non riesco più a divertirmi, cosa sta succedendo?

Succede che mi annoio mortalmente rispondono i CCCP, è il tedio che la vince su tutto. Musicalmente è un disastro, se riesco ad ascoltare quattro cinque dischi decenti in una settimana è tanto. Il resto è paccottiglia maleodorante da rincoglionimento mainstram. Non lo sopporto. Non sopporto il me stesso che non riesce ad opporsi all’imborghesimento (orrore, orrore!) di se stesso e del mondo circostante. Ogni volta che accendo una radio/televisione, ogni volta che ascolto musica che mi fanno ascoltare altri non mi passa il mal di stomaco e mi ritrovo a citare nientemeno che fabri fibra. Sto cadendo in basso e non capisco il perché.

Una volta ero fiero ed indipendente. Ero vigile ed attento a tutto quello che mi entrava nei padiglioni auricolari e non c’era spazio per facilonerie da modulazione di frequenza. Adesso mi infilano nelle orecchie di tutto e mi sento contaminato dallo schifo. Davvero c’è gente che ancora che va dietro a entità fasulle e scontate, a show pilotati, a presunti miti musicali costruiti a tavolino. Ci sono alcuni che ascoltano radio come dischi rotti che pretendono di inculcarci canzoni 4, 5,6 volte al giorno, perché nessuno gli dice di smetterla? Una pochezza disarmante, un vuoto demotivante. Che mi sta assorbendo. Non voglio essere uno di loro, non voglio bottoni cuciti al posto degli occhi, cerniere lampo grippate sulle labbra screpolate sanguinanti. Sono solo paranoie. Che si sfaldano in un urlo liberatore. Lo spero. A volte, in mezzo a tutto questo, non riesco nemmeno a sentire i miei pensieri. A volte i miei pensieri non sentono più me.

Liberaci dal male. Dacci del denaro. Mandaci Giuda nella festa di paese.

Orgoglio italiano!

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Che io non ami particolarmente la musica italiana è cosa risaputa. Che non possa soffrire argomenti triti e ritriti, arrangiamenti e musica stucchevoli è addirittura palese, per non giungere a parlare di quell’ignobile baraccone che è Sanremo che, se fosse possibile, mi rifiuterei categoricamente di finanziare col mio sudatissimo canone… eppure questi fenomeni sussistono e sono (temo) impossibili da deradicare nemmeno con la violenza intellettuale o fisica che sia.

Se penso al panorama italico mi assale un gran sconforto, non come metallaro, ma proprio come amante della musica! Mi sembra di essere senza speranza. Sarà pur vero che ho passato un anno della mia vita a consumare i primi tre dischi (più due dischi dal vivo) dei Litfiba, trovandoli tra le cose migliori mai prodotte nel nostro paese, almeno a livello di fenomeno giovanile. Poi ad un livello di nicchia c’è da dire che l’Italia può vantare un vasto e rilevante movimento progressive rock negli anni ’70 la cui punta di diamante è (almeno a livello di popolarità anche e soprattutto extra-italica) la (gloriosa) Premiata Forneria Marconi PFM, senza però dimenticare gruppi come Area (ammesso che si possano definire progressive), Le Orme, il primo Battiato e, quelli che personalmente preferisco, ovvero una sorta di ‘Sabbath italiani, i Balletto Di Bronzo. Maggiormente di nicchia è poi, negli anni ottanta, il movimento hardcore nell’ambito del quale l’Italia ha recitato un ruolo di primaria importanza nell’ambito del punk internazionale tramite gruppi come Negazione, Nerorgasmo, Upset Noise, Fall Out, Wretched, I Refuse It e Stige, solo per citarne alcuni.

Però ciò che ha risollevato a livello popolare la musica italiana, a mio parere, sono senza dubbio i cantautori, di seguito una fredda lista dei miei preferiti (ovviamente l’ordine non conta):

– Fabrizio De Andrè: Difficile aggiungere la propria voce al coro che accompagna, lodandolo, quello che, a tutti gli effetti, rimane un poeta ispiratissimo dal raffinato gusto musicale, i cui testi  non possono non imprimersi a fuoco nella memoria di chi li ascolta. Non aggiungerò parola, salvo dire che tra tutti, il suo disco che amo di più è uno di quelli meno citati, il suo lavoro “Tutti morimmo a stento” (cantata in si minore per solo, coro ed orchestra, del 1968). Un disco cupo, iper arrangiato, che sembra affossare ogni speranza anche quando propone scorci che sembrano assomigliare più a quadri impressionistici che a una canzone vera e propria come nel caso di quel brano che mi permetto umilmente di proporre, un brano che letteralmente mi squarcia in due…

– Paolo Conte: Astigiano, proviene dalla mia regione di adozione ed è un musicista e compositore sopraffino, al punto che quando venne dalle mie parti stregò letteralmente me e la mia famiglia (alla quale avevo pagato l’ingresso senza battere ciglio) con un concerto sublime sia dal punto della presenza scenica (un carisma unico!) che, ovviamente, da quello musicale ed interpretativo. Tuttavia quello che mi conquista sul serio del cantautore è il fatto che mi sembra di parlare con mio nonno… di sentire le storie di appena dopo la guerra, come testimoniano tanti testi da “Topolino amaranto” a “Genova per noi” dove sembra proprio descrivere l’inquietudine di un astigiano che, magari già in età avanzata, veda il mare per la prima volta.

– Francesco Guccini: Dell’emiliano ammiro il lato rustico ed anche la lucidità che ha nell’affronatare certi temi come la contestazione giovanile -“Eskimo”- oppure l’occupazione della Cecoslovacchia -la bellissima “Primavera di Praga”- o anche solo il tempo che passa -la tristissima “Compleanno”-. Poi, oltre a questo, ha scritto una canzone su di me:

– Franco Battiato: Ci ho messo un bel pezzo ad apprezzare il siciliano… alla partenza piuttosto sperimentale, per diventare sottile e ispirato cantautore negli anni ’80, fino alla attuale aristocrazia intellettuale. Canzoni, anche quelle sentimentali, come possono essere “La stagione dell’amore”, “E ti vengo a cercare” o “La cura”, che sono tutto tranne che banali o compiacenti nei confronti del pubblico. Come tacere poi delle suggestioni di “Summer on a solitary beach” o del richiamo di “Patriots” o di “Povera Patria”? Quello che ho scelto tuttavia è qualcosa di ancora diverso:

– Luigi Tenco: Quello che mi ha colpito immediatamente dell’artista ligure si può riassumere con un termine solo, dalle mille sfaccettature, ovvero: sensibilità… nelle musiche e nelle liriche, la sua opera ne è intrisa oltre ogni dire… difficile dire se poi l’abbia reso fragile al punto da fargli porre fine alla sua stessa vita…

Il primo amore non si scorda mai!

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IL FILM | THE MOVIE | COMING SOON 2013
Le origini dell’hardcore punk in Italia. Le città e i centri nevralgici. L’autogestione, i posti occupati, la politica. L’autoproduzione, le cassette a nastro e i dischi in vinile. Le etichette indipendenti. Le fanzine e il passaparola antagonista. I concerti, i raduni, le manifestazioni. Gli scontri, la violenza, gli eccessi, le droghe. Il rapporto conflittuale tra punk e stampa, i quotidiani e le riviste di costume. L’inizio, l’apice e il declino delle grandi band degli anni 80. In uscita nel 2013. Dopo la fine del mondo.

Il giorno del sole!

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Negazione- Il giorno del sole

E’ uscito ufficialmente il 30 giugno ma io ne sono entrato in possesso solamente oggi. A circa 20 anni dal loro scioglimento i Negazione sono ritornati sul luogo del delitto per raccontare un’esperienza meravigliosa, la storia di un’amicizia che racchiude mille altre amicizie, la storia di un gruppo che ha segnato indelebilmente la scena Hardcore italiana, ed è senz’altro riduttivo dire così poichè si sono mossi attivamente su molti fronti europei: Olanda, Germania, ex-Jugoslavia, Spagna, Francia, Inghilterra e chissà dove altro…  anche in termini musicali. Per me, che li ho conosciuti dopo il loro periodo qui raccontato, rimangono il simbolo del fatto che qualcosa di ispirato, passionale e diverso può effettivamente uscire anche dall’Italia.

Parlarne senza sentire dei brividi per me è quasi impossibile: intrattenni un rapporto epistolare con un paio di loro, mi tennero a battesimo in quanto a concerti, le loro canzoni sono state una colonna ideale della mia adolescenza (“Niente”, il cui testo venne pensato da Roberto Farano mentre andava in centro da mirafiori era una sorta di inno) e… beh come avrete intuito hanno rappresentato davvero tantissimo per me, ed i brividi di cui sopra mi impediscono di parlarne con distacco: i Negazione non sono un mero argomento di discussione, un gruppo o una serie di dischi, rappresentano un periodo, un modo di aprire gli occhi su un mondo del quale cinque minuti prima si ignorava anche solo l’esistenza ma che poi non ti abbandonerà più finchè vivi.

Leggendo il libercolo allegato mi è passato davanti tutto questo e molto altro, ho conosciuto molto della loro storia che, essendo arrivato in ritardo, non potevo conoscere e quello che già faceva parte delle mie conoscenze l’ho ripassato con un sorriso tra le labbra. Tra le altre cose “Lei ha bisogno di qualcuno che la guardi”… ho tentato per anni di dare un senso a questa canzone (il cui giro di basso -Rickenbacker- poi non mi abbandona per ore dopo che l’ho sentito) per scoprire che si trattava della semplice trascrizione di un sogno (credo si tratti di una cosa unica per un gruppo HC) e saperlo mi ha praticamente fatto lo stesso effetto di aver cercato per anni una spiegazione ai film di Lynch (“Mullholland drive” su tutti) per scoprire che alla fine vanno accettati per quello che sono: poesie oniriche.

A più di un anno dalla scomparsa del loro batterista Fabrizio Fiegl (che rimane sempre nella memoria) una dedica era doverosa ed un ricordo con la mano sul cuore anche da parte mia che, purtroppo, non l’ho mai visto esibirsi…

La Vittoria Della Sconfitta

 

Non sprecare parole e sorrisi per me

Io conosco già la fine del libro

Non mi serve addolcire il dolore

Perchè io ho perso

Ho già scelto la sconfitta

La vittoria della sconfitta

Quante volte ancora mi mostrerete

Che questo posto non è il mio

In ogni istante ad ogni occhiata

In ogni pensiero a ogni azione

Sempre

Fino a quando creperò

Davanti a qualche vostro palazzo

In ginocchio, con il corpo distrutto

Ma con la mente attiva

Perchè l’odio rimane

Quando mi chiedete perchè

Mi fate ancora più schifo

Io odio la vostra ipocrisia

Io voglio e non chiedo perchè

Conosco già la risposta

Troppe volte il bello diventa brutto

Troppe volte soffro

Troppe volte

Non sprecare parole e sorrisi per me…

testo: Fabrizio Fiegl, musica: Roberto “Tax” Farano e Negazione

Ancora cinque canzoni su di me

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Nel passaggio da splinder, sono andati persi anche i testi delle canzoni che tenevo a lato del template… di “You Can’t Kill Rock ‘n’Roll” di Ozzy Osbourne e Randy Rhoads ho già parlato ma, oltre a questa c’erano 4 canzoni più una che, tra le altre, avevo scelto per parlare di me:

1. Negazione “Niente”: Inno adolescenziale, di un ragazzo che si sente diverso, furente e poco incline a riconoscersi nei modelli esterni proposti da quanto lo circonda, anzi li odia proprio… “Per tutto questo solo ed unicamente odio”! Da qualche parte ho ancora tutta quella rabbia…

2. Sepultura “Inner Self”: Canzone leggermente più matura, si affaccia la consapevolezza del sé “Non conformity in my inner self, only I rule my innerself”!

3. Alice In Chains “Nutshell”: La consapevolezza aumenta e comincia a far male “If I can’t be my own I’d feel better dead”.

4. Nine Inch Nails “Hurt”: La consapevolezza si fa autodistruttiva “I focus on the pain, the only thing that’s real”, solitaria “everyone I know, goes away in the end” , ineludibile “try to kill it all away, but I remember everything” e intransigente “You are someone else, I am still right here”.

5. Steve Von Till “Breathe”: Il brano aggiunto. Questa canzone è legata all’estate disastrosamente calda del 2003 e ad una delle poche sincere dimostrazioni di amicizia che io abbia mai avuto in anni, un’ ancora di salvezza anche da me stesso. Grazie Steve e grazie a chi era con me. “A lifetime is too long to sleep” cercherò di ricordarmene…