Nine Inch Nails

Parental Advisory

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Avviso: Conformemente a quanto proposto da “Tipper” Gore nel lontano 1984 appongo prima di questo post una apposita etichetta che avverte dei contenuti espliciti ed (eventualmente) offensivi del medesimo. Inoltre mi riservo di non ledere la sensibilità di coloro che leggono mediante l’avviso iniziale, credo almeno di aver avvertito. Ribadisco che la mia “linea editoriale” (ahahah) non prevede la correttezza, questa non è una testata giornalistica ma rispecchia solo le mie idee: criticabili, soggettive, arroganti ma pur sempre mie. Io sono aperto al dialogo e consapevole di non essere depositario della verità assoluta. Non mi stancherò di ripeterlo, anche perché è un concetto che, evidentemente, non passa.

A un certo punto degli anni novanta, verso la fine credo, nella mia cerchia di amici dediti alla musica più o meno alternativa vennero fuori dei nuovi nomi che si misero ad ascoltare più o meno tutti. Incuriosito da questa nuova, ed in taluni casi spasmodica, attenzione incomiciai a prestare l’orecchio a queste nuove sonorità, trovandole rivoltanti.

I colpevoli di tali nefandezze sonore si chiama(va)no Daft Punk, Prodigy e Chemical Brothers. Ci ho provato e riprovato ma non c’è verso, mi fanno proprio venire in mente la scena de “L’attimo fuggente” quando il professore parla di ridurre ad un grafico l’importanza di un componimento, un allievo scrive una cosa tipo “la gatta è sul tetto” ed il professor Keating gli fa i complimenti per aver centrato l’origine degli assi cartesiani. Se mettiamo sull’asse delle x la musica e su quello delle y il testo, questi gruppi (?) centrano esattamente l’origine, proprio come il componimento risibile del ragazzo. Sono lo zero assoluto.

Musicalmente li trovo insopportabili. Come se, ad un certo punto, si tentasse di nobilitare i tamarri al rango degli alternativi. Ma per piacere, l’operazione gli sarà anche riuscita con i più, con me non attacca. Non vedo molta differenza tra loro e la musica da discoteca, gente che smanetta con piatti, campionatori o react table tirandone fuori un suono plastificato e vuoto, con un costrutto ed un intenzione sonora che musicalmente, se il metal sta alle elementari, loro forse sono alla nursery se non addirittura ancora nell’embrione. C’era tutta questa mania per i “suoni”, si diceva all’epoca: “senti che bei suoni” bah.

Premesso che preferisco sempre quello che si suona al come lo si suona, se mi parlate di cose come il trip hop che pure era un genere tirava all’ epoca posso darvi ragione, se mi parlate di Bijork anche. Nel metal ci furono Fear Factory (“Demanufacture”!), Nine Inch Nails (“The downward spiral” entra di diritto nei primi 5/10 dischi da avere degli anni ’90) e Genghis Tron (se non li avete mai sentiti provate “Board up the house” che è una bomba! Anche se è del 2008) a tentare con successo la carta dell’elettronica. Ma nel caso dei gruppi (?) di cui sopra direi proprio che non ci siamo e non solo perchè niente batterà mai una SG con un amplificatore valvolare sull’ 11 (anche per questo chiaramente).

Vogliamo davvero soffermarci sui testi? Il top lo si è raggiunto in un libro che mi hanno fatto leggere dove si afferma che il testo di “hey boy, hey girl” sta alla nostra (?) generazione come “mi illumino d’immenso” sta a quella di Ungaretti. No dai non fatemi davvero commentare questa roba che poi divento cattivo sul serio. Davvero volete che io dica qualcosa su una canzone che ripete un numero ignoto di volte Suck my ketchup oh, scusate, Smack my bitch up!? o Around the world, around the world? Va a finire che nemmeno il bollino che ho messo all’inizio diventa sufficiente per coprire le mie sensazioni a riguardo.

Tutto questo per dire che la morte di una persona (in questo caso, il suicidio) è una tragedia, anche se questa persona fa parte di un gruppo che propone musica che detesto, ma non sarò mai abbastanza ipocrita da dire niente di diverso da quello che ho scritto sopra.

Intanto pare che i Genghis Tron ritornino sulla scena…

Il lascito

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Johnny Cash Stamp
Johnny Cash Stamp

Mi trovavo al parco della Pellerina di Torino ad aspettare che il concerto gratuito di Iggy Pop and The Stooges iniziasse, la prima volta che sentii Johnny Cash cantare “Hurt” dei Nine Inch Nails. Mi girai verso il mio amico chiedendo “ma questa è… “Hurt””? -annuì- e chi la canta? “Johnny Cash”. Oddio, Johnny Cash? Quelli della mia generazione e nazionalità erano già abbastanza fortunati se l’avevano sentito cantare  “The Wanderer” degli U2, altrimenti ne sapevano ben poco del Man In Black. Mi ci metto anche io: sapevo che era un cantautore americano, di pseudo- country, ma, a parte questo, a parte aver sentito qualche volta “Ring Of Fire”, finita poi anche nella pubblicità di certi Jeans cui avevano tolto un rivetto, non è che mi fosse arrivato un granché del suo personaggio.

Invece andava approfondito. Eccome se ne valeva la pena. Non mi sembra il caso di riprendere ulteriormente la statura umana ed artistica del personaggio, anche solo la profondità estrema della sua voce, la rocambolesca quanto incredibile storia con June Carter o la sua voglia di cantare per gli ultimi, gli estromessi ed i reietti. Un po’ l’ho comunque fatto: per tutte queste e per altre cose ancora oggi quell’uomo è una leggenda, com’è giusto che sia. Ma cos’abbia spinto quella persona, quasi al termine della sua vita, a riprendere un testo colmo di afflizione come “Hurt” era difficile intuirlo. Lui che, nonostante i suoi problemi con le droghe, in fondo, eroinomane non lo è mai stato. Cosa c’entra lui con una musica come quella dei Nine Inch Nails? O con quella dei Depeche Mode? Con Nick Cave ci si poteva anche arrivare…

La risposta è che Johnny Cash non ha mai smesso di essere curioso, di mettersi in discussione e di amare la musica profondamente e per tutta la vita. Non ha avuto paura di confrontarsi con voci diverse dalla sua, lontane anche dal punto di vista generazionale, senza preoccuparsi della sua età avanzata o del fatto che la sua voce avesse in se’ tutti i segni della vita trascorsa. Più tardi avrei pensato ad un parallelo con Galileo Galilei che, giunto ai suoi ultimi anni, non si fece distrarre dal tempo trascorso sulla terra, continuò invece la produzione scientifica, con un lavoro serrato e caparbio: senza paura come, forse, non aveva mai fatto prima. Johnny, invece,  prese in mano la chitarra e registrò le “American Sessions”: una sorta di testamento musicale, sotto forma di racconto corale, nel quale prende spunto dagli autori più disparati riuscendo a dare alle loro canzoni un’ interpretazione assolutamente affascinante: una straordinaria dimostrazione di sensibilità e passione mai sopita.

Quello che posso augurare a me stesso è di riuscire a mantenere a mia volta la stessa lucidità intellettuale, la stessa volontà di ricercare e di mettersi in gioco, ma, soprattutto,  di non scordare che l’età che avanza, a ben vedere, è una possibilità che si rinnova, anno dopo anno, senza dimenticare di avere cura ed affetto per tutte le persone che ci accompagnano e ci aiutano a fruirne.

Qualcuno riporta che lo stesso Trent Reznor, dopo aver visto questo video, fosse visibilmente commosso e sul punto di piangere.

Solitude standing

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La solitudine pesa. Come un macigno. Strano che a dirlo sia uno che si professa misantropico, ma a ben pensarci nemmeno tanto vedendo la cosa dalla mia prospettiva. Oggi è il giorno nel quale si commemorano i morti. Non per me, non ho bisogno di ricorrenze ed ho impiegato anni a liberarmi da feste e convenzioni: le persone che non sono più qui, in questo mondo, intendo, sono nei miei ricordi e nei miei pensieri quotidianamente, non mi serve un giorno particolare per ricordarmi di loro: fanno parte di me, basta saper guardare per vederli. A volte parti di loro parlano attraverso di me.

Mi mancano, ma non mi fanno sentire solo. Il tipo di solitudine cui mi riferisco riguarda le persone che sento affini, che sono vive, ma che non sono qui, adesso. Riguarda le persone per cui Trent Reznor ha scritto la linea Anyone I know, goes away in the end resa anche perfettamente dalla voce senza tempo di Johnny Cash:

Una particolare enfasi andrebbe posta sulla parola “know” perché in pochi arrivano veramente a conoscermi, di solito frappongo un muro molto spesso e permetto a veramente poche persone di passarci attraverso. In questo la mia misantropia: so di aver poco a che fare con la maggior parte delle persone ma per quei pochi, per loro sono capace di struggermi cent’anni e forse anche di più e quando la vita mi separa da loro, quando le incomprensioni sfilacciano o strappano i legami il vuoto non può essere colmato la ferita non può essere rimarginata. Si può solo lasciarla lì ad ingiallire, ad invecchiare.

Chester Walls

Mi ricordo chiaramente poche volte in cui questo tipo di solitudine non mi sia pesata, una di esse in particolare: ricordo il posto, ricordo la colonna sonora, ricordo le sensazioni ed il periodo. Il posto è Chester, in Inghilterra, più precisamente le sue mura di origine romana, ma ultimate nel medioevo, egregiamente conservate, consentono un giro soprelevato della parte storica della città di grande suggestione. Era un giornata nella quale la nebbia si confondeva con la pioggia, a lato del muro a volte il fiume Dee, a volte i parchi cittadini o la cattedrale, l’orologio che sovrasta la via principale. Ero lì a passeggiare in perfetta solitudine, senza avvertire il bisogno che qualcuno rompesse quel momento, con una parola, un gesto, un abbraccio, ero fuori dal mondo e perso nei miei pensieri, senza pensare a nulla in particolare, sono già passati otto anni ormai. In quei giorni usciva “Panopticon” degli Isis, in quel preciso momento di consapevolezza irrompeva nelle orecchie questa canzone che, da allora, è rimasta legata a doppio filo con la solitudine, senza alcuna negatività.

Una parte di me cammina ancora su quel muro, l’altra oggi avverte, più del solito, il peso della solitudine.

Ancora cinque canzoni su di me

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Nel passaggio da splinder, sono andati persi anche i testi delle canzoni che tenevo a lato del template… di “You Can’t Kill Rock ‘n’Roll” di Ozzy Osbourne e Randy Rhoads ho già parlato ma, oltre a questa c’erano 4 canzoni più una che, tra le altre, avevo scelto per parlare di me:

1. Negazione “Niente”: Inno adolescenziale, di un ragazzo che si sente diverso, furente e poco incline a riconoscersi nei modelli esterni proposti da quanto lo circonda, anzi li odia proprio… “Per tutto questo solo ed unicamente odio”! Da qualche parte ho ancora tutta quella rabbia…

2. Sepultura “Inner Self”: Canzone leggermente più matura, si affaccia la consapevolezza del sé “Non conformity in my inner self, only I rule my innerself”!

3. Alice In Chains “Nutshell”: La consapevolezza aumenta e comincia a far male “If I can’t be my own I’d feel better dead”.

4. Nine Inch Nails “Hurt”: La consapevolezza si fa autodistruttiva “I focus on the pain, the only thing that’s real”, solitaria “everyone I know, goes away in the end” , ineludibile “try to kill it all away, but I remember everything” e intransigente “You are someone else, I am still right here”.

5. Steve Von Till “Breathe”: Il brano aggiunto. Questa canzone è legata all’estate disastrosamente calda del 2003 e ad una delle poche sincere dimostrazioni di amicizia che io abbia mai avuto in anni, un’ ancora di salvezza anche da me stesso. Grazie Steve e grazie a chi era con me. “A lifetime is too long to sleep” cercherò di ricordarmene…